Il mare in tempesta è la condizione per cui può accadere che un battello venga travolto dalle alte onde che non permettono una congrua navigazione, ed è questo il momento in cui i passeggeri vivono sulla propria pelle il naufragio. In una tale situazione sono presi dallo sconforto, non hanno punti di appiglio, vedono, sentono l’approssimarsi della fine.

L’immagine del naufragio è quella che meglio rappresenta l’ineffabile che travolge chi, all’improvviso, si ritrova a fare i conti con la propria esistenza.

Può capitare quello che è accaduto ad Odisseo (o Ulisse, con il nome latino). Questo, dopo alcuni giorni di tranquilla navigazione, viene colto da una violenta tempesta scatenata da Poseidone. Dopo due giorni e due notti, l’eroe, con l’aiuto della dea Atena, approda sulla spiaggia dell’isola di Scheria, dove stremato, affranto, e non osiamo immaginare tutto quello che in quel momento abbia potuto pensare, si addormenta.

In questa storia c’è un lieto fine, quello che noi vorremo che accadesse a tutti quelli che si ritrovano di fronte all’insormontabile.

Di naufraghi esistenziali la clinica ne offre tanti. I nostri maestri, psicopatologi ad orientamento fenomenologico come Callieri, Ballerini e Calvi, solo per citarne alcuni, ce ne hanno mostrati, con i propri lavori, le proprie esperienze vissute. Ci hanno delineato il modo in cui stare; sempre come eterni debuttanti di fronte al naufrago che incontrandoci tende la mano, nell’attesa che noi, pur consapevoli di essere impotenti di fronte ad un tale destino, ci siamo e non possiamo non toccarci. Incontri che toccano l’anima, che lasciano tracce!

La malattia è sempre un naufragio, dove l’uomo incontra un limite nuovo, un muro invalicabile, ma è anche possibilità di progettare un mondo. Noi eterni debuttanti siamo lì accanto al naufrago a descriverne il Dasein, ma anche, nelle maglie dell’intersoggettività, come operai nell’officina delle esistenze possibili (Existenz).

Quando leggiamo i lavori di Gilberto Di Petta veniamo catapultati in prossimità del naufragio, come se ci facesse respirare una certa atmosfera, come se ci portasse di fronte ai tanti naufraghi che la sua attività sul campo lo porta a vedere; sono testi che potrebbero essere raccolti in una moderna Odissea. Lavori dove poter cogliere quanto la fenomenologia possa indicarci la via che tiene uniti in maniera inestricabile il teoretico ed il prassico.

La psicopatologia vuoi che si rivolga alla psicologia del patologico o alla patologia della psiche, si ritrova sempre a fare i conti con i naufragi ed ad avere a che fare con i naufraghi. Questi ultimi sono i rivelatori di quel naufragio vissuto, sono gli unici conoscitori di quella situazione-limite, talvolta incomprensibile, talaltra inconoscibile, ma che portano con sé un segreto da svelare, che lo psicopatologo cerca di cogliere realizzando l’epochè.

Ogni naufragio è sempre causato da qualcosa, questo qualcosa può essere una tempesta, ma anche una crepa nel battello. Questo ci porta di fronte all’inestricabile dubbio: quello che accade è dovuto a fattori esterni o interni, ci fa sempre domandare se ci sia qualcosa di esogeno o endogeno. Quello che però ci rende terapeutici è sapere che essenzialmente l’essere umano è un Esser-ci, che “noi siamo un dialogo” come ci dice Stanghellini. Questa consapevolezza ci pone nella possibilità di poter far diventare i nostri incontri un terreno entro cui edificare l’intersoggettività; dimensione essenziale affinché il nostro fare possa divenire un saper fare terapeutico.

Fare esperienza di incontri con i naufraghi ci permette di poter cogliere l’uomo nel suo essere umano, di poter comprendere quanto la progettualità, il riuscire a gettare lo sguardo oltre, possa divenire momento essenziale della cura. Per fare ciò dobbiamo riuscire, innanzitutto e per lo più, a descrivere il naufragio, a trarre le trame del Dasein. Per poter sapere con che cosa abbiamo a che fare. Per poter decidere se gettare una corda e lasciar salire a bordo il naufrago o lanciarci nel mare per recuperare quel corpo stremato. Per accorgerci, anche, se è il caso di intervenire nell’immediato o attendere che la tempesta si calmi.

Quando mi sono ritrovato di fronte alla realtà dei pazienti nefropatici in trattamento emodialitico, ero di fronte a dei naufraghi, e mi sorgeva il dubbio se doverli raccogliere e portarli altrove o lasciarli lì. Un’esperienza che mi ha segnato, che mi ha portato di fronte ad una situazione-limite. Descrivere una situazione-limite significava lasciare emergere un Dasein, che in preda ad una malattia organica, l’insufficienza renale cronica, è costretto a fare un trattamento che costituisce un nuovo mondo, entro cui e di cui non può farne a meno.

Un soggetto, quello in emodialisi, che fa i conti con un mondo, in cui il corpo la fa da padrone, che può divenire limitante-cosalizzante, ma che è anche luogo della possibilità di un nuovo modo di esistere. Noi che operiamo in un tale contesto dobbiamo da operai sporcarci le mani, affinché anche il nostro operare sia vissuto come elemento che possa edificare nuove possibilità.

Non bisogna solo essere di fronte al naufrago ma è necessario incontrarlo, significa riuscire a saper attendere che l’Altro ci venga incontro sul piano trascendentale, come sostiene Calvi, ed in questa attesa muoverci intenzionando l’apertura e l’accoglienza, proprio come fa la donna nel travaglio e nel parto.

Il naufragio è l’immaginale delle situazioni-limite descritte da Jaspers nel testo Psicopatologia Generale e poi, sotto certi versi, ampliato nel testo Psicologia delle visioni del mondo. Situazione, quindi, come esistenza, in cui l’esserci non solo c’è ma nella quale può muoversi. Il naufrago ha già superato, in un certo senso, il naufragio, ma resta colui che sulla propria carne tiene le tracce uniche ed indelebili del naufragio vissuto. Noi del naufragio raccogliamo le tracce, cerchiamo di individuarne le coordinate, ma essenzialmente ci resta il naufrago.

Jaspers pone le situazioni-limite, i naufragi, come un muro contro cui l’uomo ed ogni cosa sbattono inevitabilmente senza possibilità di attuare un superamento. Certo il dolore, la lotta, la morte, la disgrazia e la colpa rimandano ad un qualcosa di affine alla sofferenza, da cui non si può sfuggire. L’esistenza essendo essa stessa una situazione, che permette all’uomo di non oggettivarsi e di poter tendere oltre, pone le condizioni di possibilità entro cui si incontrano le situazioni-limite. Quindi, sembra ovvio, che il viversi le situazioni-limite sia alla portata di ogni esistente. È partendo da questa considerazione che forse possiamo spingerci a comprendere, (anche se in alcuni casi Jaspers pone il limite dell’incomprensibilità), anche quei naufragi di cui non facciamo un’esperienza diretta, che non viviamo sulla nostra pelle.

L’empatia, che edifica l’intersoggettività, diviene la chiave attraverso cui incontrando il naufrago possiamo, nel suo racconto, dai segni nella carne che emanano ancora sofferenza, dal dialogo che costruiamo e di cui siamo essenzialmente costituiti, poter cogliere l’edificio del naufragio. Così come hanno fatto gli autori che hanno studiato la schizofrenia, la melancolia e quelli che si pongono di fronte, nel tentativo di incontrarli, ai naufraghi delle malattie organiche, delle tossicomanie, dei migranti, dei detenuti, delle acuzie psicotiche e di tutte quelle situazioni-limite che l’esistenza di noi umani ci potrebbe far incontrare.

Jaspers, in Psicologia delle visioni del mondo, rivela che le componenti comuni delle situazioni-limite sono la sofferenza e una gioia d’esistere, di avere un senso, di crescere. La prima la si evince osservando passivamente le situazioni-limite, la seconda si erge dalla vita attiva, da quella forza che solo le situazioni-limite possono dare. Avere consapevolezza del naufragio in cui si ritrovano può senz’altro alimentare lo sviluppo delle forze delle idee e di progredire.

Riuscire a scovare nei naufragi un elemento attivo-positivo, come quello della gioia di esistere, come elemento che emerge quando ormai si è toccato il fondo, sembra essere alquanto dissonante, però è anche vero che ci sarà stato sicuramente un qualcosa che ha permesso, nel naufragio, di poter riuscire a portare il naufrago sulle rive di Scheria, ma anche a condurre il soggetto in Wahnstimmung in un “bel” delirio. Questa gioia di esistere, questa forza è sicuramente qualcosa che permette di superare il momento del naufragio, talvolta riportando i naufraghi sani e salvi o con qualche ossa rotta nella Lebenswelt, talaltra può anche condurli a costituire un altro mondo o, come nei soggetti schizofrenici, a condurli oltre e al di là dal mondo.

Pensare alla gioia di esistere come insita nel naufragio, ci mette nella posizione di dover scrutare i movimenti che il soggetto fa nel momento in cui è travolto dall’onda sismica; esce fuori un qualcosa di talmente potente che permette di ri-costituire il mondo da cui parte, costruirne un altro, o addirittura andare oltre. Stiamo parlando di una forza che non è dicibile, ma che sicuramente esiste, che traccia il movimento del prima dell’immediatamente dopo, in quel solco incarnato del “No”, “No” ad essere schiacciati dal naufragio, “No” che spinge oltre.

Il naufragare è quindi condizione imprescindibile dell’esistere, che ci permette di cogliere il dolce naufragar leopardiano; Leopardi nel 1819 attraversa uno stato di salute che lo obbliga a sospendere per qualche tempo gli studi, momento fecondo in cui scrive “L’infinito”. Questa poesia racconta di un’estasi dei sensi, i quali, di fronte alla figurazione momentanea dell’infinito, prima si “spaurano” e poi “naufragano dolcemente”.

Lo scenario delle situazioni-limite apre nuovi ambiti entro cui lo psicologo, lo psicoterapeuta, lo psichiatra e lo psicopatologo debbono cimentarsi, luoghi in cui incontrare questi naufraghi: i contesti d’intervento.

Contesti non solo della salute mentale, ma della clinica in generale, oltre a quegli ambiti dove si ritrovano soggetti che naufragando restano costretti a sostare. Come lo sono i luoghi di detenzione e i centri per rifugiati. Senza dimenticarci del grande scenario delle catastrofi, dove il luogo stesso in cui avvengono i naufragi diviene contesto d’intervento.

Il contesto come luogo reale in cui progettare l’intervento, dove con lo sguardo fenomenologicamente orientato poter scorgere il Dasein, orientarsi verso un progetto di mondo che lasci che della situazione-limite possa prendere quella gioia d’esistere. Un progetto in cui il tempo dell’attesa si animi di quella speranza che fa andare oltre il desiderio.

Incontri “nuovi” in contesti che ci sono sempre stati, dove poter percorrere con il naufrago le vie del naufragio e, in qualche modo, noi stessi naufragare.

 

 

Bibliografia

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