”Un uomo che vuole la verità diventa scienziato; un uomo che vuol lasciare libero gioco alla sua soggettività diventa magari scrittore; ma che cosa deve fare un uomo che vuole qualcosa di intermedio tra i due?” La risposta potrebbe essere lo psicologo.

Maria Armezzani

Psicologa

 

Premessa

Dal testo Esperienza e significato nelle scienze psicologiche di Maria Armezzani ho voluto riprendere la conclusione in cui cita  l’Uomo senza qualità di Musil: “”Un uomo che vuole la verità diventa scienziato; un uomo che vuol lasciare libero gioco alla sua soggettività diventa magari scrittore; ma che cosa deve fare un uomo che vuole qualcosa di intermedio tra i due?” La risposta potrebbe essere lo psicologo” (2002, p. 220). Noi che intendiamo avvicinarci alla psicologia in chiave fenomenologica ritroviamo in questa autrice, psicologa, un pilastro.

Nei suoi testi riscopriamo il motivo per cui la psicologia e la fenomenologia, ad un certo punto, si rincontrano; proprio perché lo psicologo si ritrova insoddisfatto dai risultati ottenuti.

L’autrice ripercorre la storia della psicologia, nata come reazione forte alla filosofia, che ha cercato nelle scienze naturali un ancoraggio, sul finire dell’800 e che con Watson, all’inizio del ‘900, ha decretato una messa al bando della coscienza. Quella stessa psicologia ritrova in Husserl, che definisce la psicologia il campo delle decisioni, il motivo per cui gli psicologi si debbano accorgere che i fenomeni sono sempre fenomeni per un soggetto ed espressione di un legame profondo tra soggetto e mondo.

La speranza di Husserl era che la psicologia diventasse motore del cambiamento che si sarebbe poi dovuto allargare a tutte le scienze.

Chi opera nel campo sterminato della psicologia non può mai smettere di confrontarsi con la psicologia stessa, deve essere sempre pronto a confrontarsi con essa, deve intraprendere continuamente e necessariamente un  corpo a corpo con essa, perché si tratta di qualcosa di vivo e vivace, che non cesserà mai di farsi spazio; in fondo, proprio come bisogna fare con l’essere umano a cui essa fa riferimento.

Noi psicologi agiamo in questo campo e riproporci continuamente,  sempre come se fosse la prima volta, di soffermarci sull’idea stessa di psicologia è non solo un dovere ma è anche il modo per tenere sempre vigile l’attenzione e dirigerla verso ciò che in qualche modo ha a che fare con la nostra professione.

L’occasione di soffermarmi, su invito del collega Giuseppe Salerno, in questo breve scritto su cosa sia la “psicologia” e soprattutto quella “fenomenologicamente orientata” mi porta ad espormi in un territorio disconnesso e talvolta minato, ma non per questo non percorribile.

 

  1. Psicologia: da parola ad immagine

La parola “psicologia” è usata sia nel linguaggio quotidiano che in quello scientifico. Non si può che compiere una breve ma opportuna indagine etimologica sulla stessa. Innanzitutto, è una parola composta, frutto della congiunzione di due parole, “psico” e “logia”, già questo ci proietta presso qualcosa di complesso; la prima ha certamente a che fare con “psiche”, che dal mondo greco giunge a noi per indicarci un qualcosa come un certo “soffio” che anima e vivifica il corpo; la seconda deriva da “logos”; anche questa parola ci giunge dal mondo greco e fa riferimento all’ordine del mondo, per questo poi la traduciamo come una sorta di ordine del discorso. A questo punto possiamo azzardare che la congiunzione di questi due termini, che formano la parola “psicologia”, determini un qualcosa che contiene in sé il senso del porre ordine (quindi spiegare, comprendere, descrivere, interpretare, cogliere) in ciò che anima la vita del corpo.

Per quanto riguarda la parola possiamo anche sospendere qui la discussione. Ma non bisogna dimenticare che la parola è diventata un utilizzabile. Ha assunto, in qualche modo, le sembianze di una cosa. è divenuta un qualcosa che ha una forma, una consistenza. Alla luce di quanto detto non possiamo evitare di farci un’idea di questa cosa, di provare ad immaginarla adoperando, talvolta, la metafora ed  il “come se”.

Se solo provo ad immaginare cosa sia, in qualche modo provando a farmi colpire da questo oggetto-parola che mi viene incontro in quanto appartenente al mondo condiviso, che si fa spazio, che si dipana nel tempo; se cerco di non permettere a tutte le concettualizzazioni, definizioni e teorizzazioni di farmi virare verso questo o quel punto di vista, ma facendo leva sulla parola stessa; da questo significante, tramutato in segno nel momento in cui provo a mostrarlo, su cui inevitabilmente dovranno poi poggiare tutte, ma proprio tutte, le declinazioni di significato che si incontrano nel mondo, mi accorgo di  far esperienza di un qualcosa che non è statico ma dinamico, che più che una forma e un contenuto possiede una struttura. Una struttura che si costituisce dall’incontro, dalla convergenza, dalla congiunzione di due elementi.  Elementi che hanno vita propria ma che insieme costituiscono, progettano, altro.

Oggi sentiamo parlare di psicologia dal salumiere, come dal telecronista sportivo, e non credo che non possano permetterselo, anzi ritengo ne facciano spesso un uso opportuno. Talvolta le persone, anche se non hanno fatto studi universitari di psicologia e non sono iscritte ad alcun ordine professionale, dicono di sentirsi anche loro un po’ psicologi; ed è forse questo che ci deve sorprendere o preoccupare? Non credo affatto. Se parlare di psicologia e sentirsi psicologi è diventato di uso e consumo comune è perché iscritto nella psicologia stessa. Tutti, ma proprio tutti, possono provare a fare ordine su quel qualcosa che anima la vita del corpo. Guai a negarlo, si finirebbe per trasformare qualcosa di fluido ed in movimento, in qualcosa di statico e congelato; più prossimo ad un corpo morto che ad uno vivo e vitale .

Proviamo ad immaginare la psiche come se fosse un seme, certamente non possiamo aspettarci che cresca qualcosa se lo mettiamo nell’asfalto, ma questo non ci deve impedire di poterlo fare; anzi, questo permetterà di far esperienza dell’oggetto seme che rimane sempre così com’è senza mutare nello spazio e nel tempo, finendo per restare una cosa, che se pur contiene in sé un qualcosa che anima, resterà inanimata. Mi auguro tanto che la psicologia, almeno quella professionale e professionalizzante, non viri in questa direzione.

Il qualcosa in cui il seme trova la possibilità di potersi mostrare, come cosa dinamica, che si fa spazio e tempo, deve essere come il logos in cui da sempre la psiche dimora: l’uomo. Se la psiche mi si dà come seme, la dimora per eccellenza è la terra. La terra in cui possono trovarsi il salumiere o il telecronista sportivo non è detto che non sia fertile, quindi ci possiamo aspettare da loro un ottimo progetto di psicologia.

Il problema più grosso, ponendoci di fronte all’idea di una psicologia, non è tanto quale sia il seme, ma in quale terra sia più opportuno seminarlo. Da sempre il logos reale della psiche è l’uomo. Ma è lo stesso uomo che si è preoccupato di voler introdurre nelle sue speculazioni il significante psicologia, volendo in qualche modo, con questo, volgere la propria attenzione su un contenuto che non può escludere il proprio contenitore che alla fine è lui stesso. In questi termini, più che chiarire la situazione ed identificare il terreno migliore, finiamo per stimolare riflessioni riguardo quale logos-terreno sia più affine al logos-uomo. Questo è senz’altro necessario, ma è anche opportuno riconoscere che negli attuali logos-terreno in cui il seme psiche è stato piantato, esso ha comunque prodotto qualcosa; a noi interessa che questi logos-terreno possano produrre frutti commestibili. In questa occasione soffermarci sulle questioni epistemologiche ci porterebbe fuori strada; forse la risposta un giorno giungerà come risultante delle esperienze condotte, ed allora e solo allora ci potremmo accorgere delle differenze ottenute gettando il seme in quel terreno o in quell’altro. Per adesso sappiamo che il logos-terreno, in un certo senso, deve essere affine al logos-uomo. Forse alla fine ci accorgeremo che il terreno migliore non può che essere lo sfondo da cui emergono le diverse posizioni epistemologiche; cioè, il mondo stesso.

Ritorniamo alla psicologia, a questa cosa che emerge dall’incontro del seme con la terra; l’immagine che rimanda è quella dell’albero. I rami di quest’albero sono le varie declinazioni di significato che negli anni ha assunto questo significante. Dobbiamo anche dire che la terra era ed è fertile, altrimenti così tanti rami, foglie, fiori e frutti non li avremmo visti. Tra i rami, oltre quelli più rinomati come il cognitivismo, la psicoanalisi e la neuropsicologia, troviamo anche le foglie come lo psicanalista, lo psicologo, il salumiere, il telecronista sportivo, ecc., alcuni tra questi sono diventati fiori e/o frutti.

C’è però una cosa da sottolineare, il seme psiche si trova molto in profondità nella terra e per far emergere l’albero è passato non solo molto tempo, ma addirittura è apparso dal suolo come se fosse formato da più tronchi.

 

  1. Psicologia come metodo

“Psicologia (ingl. psychology; ted, Psychologie; fr. psychologie) studio della psiche. Il termine, coniato dal riformatore e umanista tedesco Ph. Schwarzherde, più noto con il nome grecizzato Filippo Melantone (1497 – 1560), si riferisce a contenuti che avevano già trovato modo di enunciarsi nelle costruzioni mitologiche, religiose, culturali e filosofiche a partire dagli albori della civiltà fino alla seconda metà dell’ottocento quando con W. Wundt, l’indagine psicologica si stacca dalla filosofia speculativa per aprirsi alla metodologia delle scienze naturali adottando criteri di sperimentazione e di quantificazione. Accanto alla psicologia scientifica, che dunque ha poco più di cent’anni di vita, non è venuta meno l’indagine filosofica, che però ha spostato il livello di ricerca dal piano dei contenuti, dove si era trattenuta prima della nascita della psicologia scientifica, al piano epistemologico, dove in discussione sono i presupposti teorici che sono alla base delle varie costruzioni psicologiche” (1999, p. 810).

Galimberti, nel ‘Dizionario di psicologia’ passa in rassegna tutti i termini legati alla psicologia e ne da un’accurata descrizione storica. Alla voce “psicologia”, da cui è tratta la citazione, emergono alcuni indizi storici sul quando il termine è stato coniato. Siamo nel ‘500, nel pieno Rinascimento, tra la fine del Medioevo e l’inizio dell’età moderna, in quegli anni è stata scoperta l’America ad opera di Colombo, in Europa imperversava la Riforma luterana, sono stati gli anni della Santa Inquisizione. Non poteva che essere coniato questo termine in quegli anni, e proprio da un umanista che in qualche modo si rifà alla massima di Talete che dice: “conosci te stesso”. Si deve sicuramente a Wundt l’aver fatto del termine psicologia qualcosa di indipendente, una disciplina, nel XIX secolo. Lui era un fisiologo e filosofo oltre che essere di fatto il padre della psicologia.

La psicologia sperimentale si è sicuramente dedicata ai contenuti, adottando il metodo scientifico, ed ha contribuito a portare numerose conoscenze alla disciplina psicologica. Ma allo stesso tempo la filosofia ha continuato ad interessarsi di psicologia, spostando l’attenzione sull’epistemologia, cioè, sulla ricerca delle basi della conoscenza stessa. Tra i filosofi che sicuramente possono essere annoverati come padri della psicologia non dobbiamo assolutamente dimenticare Franz Brentano; contemporaneo di Wundt. La scuola di Brentano ha avuto come allievi Husserl (fenomenologia), Freud (psicoanalisi) e von Ehrenfelse (nozione di Gestalt), solo per citarne alcuni. Brentano fu in contatto con Francesco De Sarlo, di cui ricordiamo il contrasto con Benedetto Croce e Giovanni Gentile, in merito alla separazione del metodo della filosofia da quello della scienza, di cui ricordo il racconto che mi fece il prof. Calvi, l’unica volta che sono riuscito ad incontrarlo.

Il pensiero di Brentano ha senz’altro influenzato molto la nascita della psicologia anche nel territorio italiano. Tra i suoi testi quello dal titolo “La classificazione delle attività psichiche” del 1919 ci proietta di fronte all’atto come fondamento della psiche stessa; l’attenzione posta nei riguardi dell’intenzionalità è quello che ancora oggi induce numerosi  riflessioni in diverse branche del sapere.

Senz’altro la psicologia del filone tracciato da Wundt acquista maggior rilievo anche nei territori oltreoceano, e dobbiamo certamente molto alle conquiste conoscitive che ha prodotto, all’interno del paradigma positivistico, dove il metodo scientifico si radica.

In questo albero che emerge dal suolo, di cui si intravedono i diversi tronchi, quello della psicologia sperimentale è uno dei più grossi.

In Italia nei primi del ‘900 la psicologia si studiava nelle facoltà di Medicina e di Filosofia. Solo nel 1989 veniva legiferato in Italia l’ordinamento che regolamenta il ruolo dello psicologo e che in qualche modo ne stabilisce il campo d’azione. Anno in cui veniva approvato il progetto di legge del Senatore Adriano Ossicini (psichiatra oltre che politico), dopo un logorante ed estenuante lavoro di mediazione tra il mondo medico e quello psiconalitico. Il senatore ha dovuto trattare con l’ordine più antico e più radicato dei medici, soprattutto sui temi che concernono la psicoterapia, ovvero la prassi terapeutica psicologica; in quanto la psicologia, oltre che studiare ciò che ha a che fare con la psiche, interviene nella praxis sull’umano. Possiamo immaginare che si sia dovuto scontrare con i poteri forti, ottenendo come risultato l’esclusione categorica, tra le pratiche terapeutiche affidate allo psicologo, della farmacoterapia; allo psicologo è stata accreditata la terapia della parola e delle tecniche, in qualche modo, non invasive. Insomma, lo psicologo è diventato, per quel che riguarda il suo intervenire nella praxis sull’umano, una specie di quasi-medico che filosofeggia; quindi né un vero medico né tantomeno un vero filosofo. Ancora tanta è la strada che la psicologia deve fare per poter pienamente intervenire nell’ambito della praxis sull’umano.

Ma la psicologia non si è persa d’animo; o meglio, lo psicologo non si è perso d’animo. Non avendo, tuttavia, strumenti che hanno carattere d’esclusività, come la chirurgia e la farmacologia, quelli in  suo possesso sono apparsi maneggiabili anche dai non psicologi, come i salumieri ed i telecronisti. Quello che lo psicologo, a mio avviso, deve tenere sempre in mente è che la vera praxis sull’umano necessita sempre e comunque dell’intensità e della determinatezza del filosofo che si interroga sempre, non dando mai nulla per scontato: la sua è una professione della conoscenza che proprio nell’atto di conoscere, cura.

 

  1. Psicologia e mondo della vita

Certo che in questi ultimi passaggi ho virato su una delle dimensioni in cui lo psicologo può trovarsi, quella che solitamente chiamiamo clinica, anche se lo psicologo non opera solo nella clinica; anzi, opera anche nella clinica.

La clinica invita ad interrogarci sull’approccio alle cose umane. Ed è proprio in questo approccio che la psicologia si congiunge con la psichiatria. Il vero punto di convergenza della psichiatria con la psicologia clinica si chiama: psicopatologia.

Questo albero, nato dal seme della psiche, mostra un tronco molto grande, quello della psicopatologia appunto, su cui sono posti due enormi rami, la psicologia clinica e la psichiatria.

La psicopatologia inizialmente è stata ad appannaggio esclusivo della psichiatria, o meglio di una psichiatria che aveva un determinato “approccio”. Ad un certo punto in Italia, grazie ad Arnaldo Ballerini, Lorenzo Calvi, Bruno Callieri ed altri, nasce, nel 1994, la Società italiana per la psicopatologia fenomenologica; questa è diventata una vera e propria casa, con i suoi corsi residenziali di Figline Valdarno, di studiosi che non devono essere esclusivamente psichiatri, che continuano nel tempo a formarsi ad un approccio alle cose umane:  questo approccio-orientamento è senz’altro quello fenomenologico. Oggi questa nave che varca i mari del mondo è capitanata da Gilberto Di Petta, che oltre ad incarnare la tradizione dei maestri porta con sé il duro lavoro sul campo.

Lo psicologo orientato fenomenologicamente è divenuto così cultore anche della dimensione psicopatologica, ed insieme allo psichiatra condivide  oggi il bagaglio di conoscenze derivante dallo studio di autori come Jaspers, Minkowski, Binswanger, Schneider, Kimura e Lopez-Ibor, solo per citarne alcuni. Lo psicologo ad orientamento fenomenologico si accorge che Ballerini, Calvi e Callieri hanno sia il merito di aver fatto crollare i muri che dividevano la psicologia clinica dalla psichiatria, che, lasciandosi guidare dalla fenomenologia, quello di avere superato quella netta suddivisione tra res extensa e res cogitans, ponendo, in un certo senso, un ponte che unisce il corpo vissuto con il corpo organico.

La psicologia ad orientamento fenomenologico trova sicuramente nella psicopatologia fenomenologica la base da cui partire, per poter iniziare a pensare un modo diverso di approcciare alle cose umane; che non sono esclusivamente psicopatologiche, ma anche patologiche (come fa entro certi limiti la neuropsicologia).

Avvicinandosi agli studi di Husserl, Heidegger, Sartre e Merleau-Ponty, quello che lo psicologo ad orientamento fenomenologico fa suo è l’uso della fenomenologia intesa come metodo e non come tecnica. Con l’intenzione di poter iniziare ad approcciarsi all’uomo con un fare, potremmo dire, psico-somato-terapeutico.

Lo psicologo orientato fenomenologicamente opera in maniera sinergica e congiunta nel trattamento di tutte le patologie in collaborazione con gli altri professionisti della salute, per rendere il trattamento, qualunque esso sia (ad esempio chemioterapico, psicoterapeutico, emodialitico), unificato e non diversificato.

La psicologia ad orientamento fenomenologico è chiamata a rivedere, sempre come fosse la prima volta, concetti come quello di memoria e di emozione, con lo scopo di poter contribuire al raggiungimento di nuove conoscenze.

Visto che abbiamo iniziato il nostro discorso avvalendoci della metafora dell’albero, che nasce dal seme psiche nel logos-terra-uomo, dobbiamo anche dire che per far nascere un albero, oltre al seme ed un terreno fertile, c’è bisogno anche di acqua e sole. Questi ci sono offerti dalla natura stessa; è questa  con il ciclo delle stagioni contribuisce all’apporto di luce e nutrimento.

Ma l’uomo che osserva se stesso, l’albero che cresce, cosa fa? Sta lì a contemplarlo? A verificare attraverso la sperimentazione se le cose sono proprio così come le ha ipotizzate? Questo è senz’altro uno degli aspetti dell’atteggiamento naturale. Allora, cosa porta in più un orientamento fenomenologico?

Innanzitutto, bisogna riconoscere alla fenomenologia ed alla sua massima “alle cose stesse”, un effetto strutturante il modo di porsi; cioè, propone una ricerca che si pone in prossimità, nelle vicinanze, in contatto, con le cose che intende ricercare. L’uomo che conduce ricerche sulla psiche la ritrova così vicina ad esso che quasi non riesce a vederla, proprio come fosse il suo naso; deve fare uno sforzo enorme, deve far convergere i propri occhi  in una posizione, potremmo dire, innaturale. Questa convergenza innaturale potremmo dire che è la fenomenologia.

Alla fenomenologia viene riconosciuta una prassi che descrive i fenomeni, ma è solo questo cha fa la fenomenologia? Anche questo. Descrivere in maniera adeguata quelli che sono i fenomeni-cose, riuscendo attraverso un lavoro minuzioso di decantazione, di confronto, di elaborazione sintattica e semantica, a lasciar emergere quello che essenzialmente costituisce l’oggetto intenzionato, la cosa a cui è diretta la ricerca. Questo atto di comprensione, potremmo dire in un certo senso ed entro certi limiti, è la fenomenologia.

Ma una volta che abbiamo descritto bene ed abbiamo individuato la struttura di base di un fenomeno, la sua essenza, come questa può essere utile alla praxis sull’umano? Prima di poter rispondere a questa domanda, bisogna fare un salto indietro e chiederci: qual è il modo attraverso cui si può riuscire a descrivere un fenomeno-cosa? Non basta il metodo scientifico? Il metodo scientifico ha senz’altro prodotto numerose conoscenze, ma forse quello che abbiamo perso di vista, soffermandoci sui contenuti, è il suo contenitore. Talvolta, i risultati sul contenuto, negli esperimenti condotti, non sono nemmeno facilmente replicabili, e quando questo non si riesce a fare ci si giustifica menzionando il contesto, la numerosità campionaria e le variabili non riconoscibili; insomma, spesso le ricerche scientifiche, che hanno a che fare con la psiche, ci riportano risultati e dati a cui non possiamo attribuire, sempre, un valore di certezza.

La descrizione fenomenologica di un fenomeno-cosa per essere considerata in un certo senso vera, deve essere applicabile a tutti i mondi possibili. Questo non è assolutamente facile; già identificare il fenomeno-cosa che si intende descrivere appare alquanto complesso. Quando poi di fronte si ha l’uomo, che essenzialmente non è statico ma dinamico, la tal cosa non è solo complessa ma difficilmente raggiungibile. Sappiamo benissimo che già solo spostando la nostra prospettiva emergono diverse angolazioni dello stesso fenomeno-cosa che tentiamo di descrivere. Ma è proprio questo che richiede il metodo fenomenologico, di ruotare intorno al fenomeno-cosa, per coglierne tutte le sfumature, senza stancarsi, sempre come se fosse la prima volta. Una ricerca non si può esaurire in un tempo prefissato, cronologico, tutto al più, è sempre in continua evoluzione. è proprio questo che la fenomenologia ci invita a fare, a non dare nulla per scontato, a rimetterci sempre in discussione. Per gli oggetti statici è in un certo senso più semplice raggiungere una conclusione, come le conclusioni a cui è giunto Heidegger in merito agli utilizzabili. Ma quando di mezzo c’è la psiche, quindi l’uomo che la contiene, il discorso assume un elevato grado di complessità.

Un altro elemento che va tenuto in considerazione è proprio il modo di porsi di fronte al fenomeno-cosa. Qui la fenomenologia compie un’operazione molto audace, si pone di fatto presso il modo di darsi della cosa. La cosa diventa fenomeno in quanto manifestazione. Con questa operazione non si stacca il fenomeno dalla cosa, ma semplicemente, ci si lascia colpire dal darsi della cosa stessa, dal fenomeno, e questo porta con sé inevitabilmente la cosa in sé.

Lasciarsi colpire dal fenomeno è il metodo della fenomenologia. Come può accadere questo? L’epoché. Una prassi che alcuni definiscono essere una dote, altri come il risultato di un lento e faticoso esercizio. Con l’epochè il ricercatore si sforza di mettere tutto tra parentesi, e soprattutto tutto quello che ha a che fare con la visione naturalistica. L’uomo percorrendo questa via vuole riuscire a vedere il naso, il suo naso, il modo attraverso cui il naso si da a se stesso in quanto se stesso.

L’epoché può apparire come un atto passivo. Sembrerebbe necessario solo che ci si lasci colpire dal fenomeno, così come accade alla ingenua visione di chi non conosce la cosa che gli viene incontro. Certamente ha un qualcosa in comune con questa, forse proprio il novizio incontro con l’essenzialità della cosa. Ma l’epoché è un atto intenzionale, quindi attivo. Ci si deve impegnare per sgombrare il campo e restare di fronte al fenomeno, lasciando solo dopo, in un modo quasi passivo, che il fenomeno venga incontrato. Ma non è solo questo, dopo si deve riuscire a descrivere l’incontro che si è avuto: la visione eidetica. Questa ci dice del fenomeno. Questa deve essere condivisibile in tutti i mondi possibili, altrimenti diventa un’ipotesi.

L’operazione di messa tra parentesi, che in un certo senso ci pone in una posizione di passività, permette che il fenomeno-cosa ci raggiunga. Noi di questo, attraverso la visone eidetica che produce, descriviamo il fenomeno che contiene in sé la cosa.

Tutta questa operazione ci restituisce la possibilità di rispondere alla domanda che prima abbiamo lasciato in sospeso: come può essere utile alla praxis sull’umano? L’orientamento fenomenologico non solo ci permette di comprendere il fenomeno-cosa, ma ci offre, nel modo in cui ci poniamo di fronte ai fenomeni-cose, la possibilità di entrare in contatto con questi. Ed è proprio questo modo di approcciare, quando è declinato alle cose umane, a divenire praxis sull’umano.

Abbiamo detto che di fronte al fenomeno-cosa ci si deve porre, seguendo l’orientamento fenomenologico, in contatto con questa cosa. In questa modalità di contatto si creano le condizioni indispensabili per creare quello spazio condiviso entro cui si dipana il tempo, in cui i corpi-vissuti ed i corpi-oggetti, uniti in maniera inestricabile nella carne (così come definita da Merleau-Ponty e successivamente da Lorenzo Calvi), fondano l’area dell’intersoggettività, dell’aida di Kimura, del trattino tra Io-Tu di buberiana memoria. Divenendo un qualcosa che non appartiene solo ad uno ma ad entrambi, nella dimensione duale, ed al gruppo, nella dimensione gruppale.

Mentre lo psicologo orientato fenomenologicamente è lì a praticare intenzionalmente l’epochè, si apre all’altro in una posizione orizzontale; l’altro a sua volta accolto lascia cadere le barriere, le resistenze, lasciandosi incontrare in quella che Callieri definiva “comunione”. E’ qui ed ora, in questo spazio intersoggettivo in cui si dipanano movimenti transpossibili e transpassibili (come descritti da Maldiney), che non solo chi mette all’opera l’epoché, come può essere lo psicologo orientato fenomenologicamente, ma anche chi il paziente con cui egli entra in relazione subisce una inevitabile modificazione. Soprattutto perché, come ci suggerisce lo stesso Lorenzo Calvi, questa visione va restituita, così che entrambi possano lavorarci sopra; facendo diventare questa visione un vissuto comune che agisce nella profondità della carne, in quella dimensione endogena, come descritta anche da Tellenbach, che non è solo organica. Entrambi da questi incontri ne escono modificati. Entrambi, anche se da posizioni inizialmente diverse, si trovano a fare i conti con lo stesso fenomeno-cosa, che può essere di ordine psicopatologico, patologico, esistenziale o  sociale. Insieme, queste dimensioni agiscono sull’umano.

Ritornando al nostro albero i cui tronchi escono dal terreno come se fossero prodotti da semi diversi l’uomo inizia a trovare il modo per far si che questi rami non si dirigano verso l’alto, ma che ritornino verso la terra. Proprio come fanno gli agricoltori che intervengono per far si che i rami si dirigano in un determinato verso. L’orientamento fenomenologico ci invita a dirigere questi rami verso noi stessi, verso il basso in un certo senso. Molti alberi da frutta tenderebbero a dirigere i rami verso l’alto, ma la mano dell’uomo tende a creare le condizioni per farli restare più a portata di mano, per rendere più facile la raccolta: è proprio questo che fa l’orientamento fenomenologico.

 

 

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