1. L’ANALISI INTERPRETATIVA FENOMENOLOGICA (IPA)

La Interpretative Phenomenological Analysis (IPA) è un metodo di studio di recente sviluppo (Smith, 1996, Smith, Jarman, Osborne, 1999, Kvale, 1996, Shaw, 2001) che sembra rispondere all’esigenza, propria della fenomenologia, di accedere alla sfera del vissuto personale.

L’IPA è un metodo di ricerca qualitativo impiegato per esaminare il modo in cui le persone danno senso alle esperienze della loro vita.

Questo metodo ha prodotto risultati importanti in svariati ambiti – considerati difficilmente investigabili attraverso i tradizionali metodi quantitativi – quali, a esempio, la relazione fra il delirio e le ambizioni personali in pazienti psicotici (Rhodes e Jakes, 2000); il tipo di intervento psicologico che si propongono i consulenti genetici (Michie et al., 1999); i modelli di malattia ai quali si rifanno gli infermieri psichiatrici (Carradice et al. 2002).

Il risultato di uno studio IPA di successo includerà un “dare voce” (attraverso una riflessione sulle principali rivendicazioni e preoccupazioni dei partecipanti alla ricerca) e un “dare senso” (offerto dall’ interpretazione del materiale, che emerge nelle relazioni) (vedi ad es. Larkin et al., 2006).

Essa, infatti, prevede un ruolo centrale per i soggetti partecipanti alla ricerca, consente di discriminare sufficientemente gli aspetti più propriamente personali da quelli culturalmente determinati e contempla uno scambio continuo tra ricercatori e soggetti anche nelle fasi interpretative dei dati.

 

1.1 I principi su cui si fonda l’analisi

Come altri approcci qualitativi, l’IPA studia i significati e i procedimenti, piuttosto che gli eventi e le loro cause. Ciò significa che, prima di tutto, è necessario soffermarsi sul significato che un’esperienza ha per il soggetto (situato in un contesto) che partecipa alla ricerca, in seguito, si analizza, in modo approfondito, il senso che il partecipante dà alla sua esperienza.

In questa direzione, l’approccio fenomenologico interpretativo prevede una modalità di ricerca che parte da un livello di analisi idiografico, che riguarda lo studio del particolare e del singolo caso, piuttosto che di una legge o un principio generale.

La ricerca IPA deve essere, inoltre, interpretativa, secondo iprincipi dell’ermeneutica. Si è interessati a comprendere le relazioni delle persone con il mondo (e con le cose del mondo con cui questi hanno a che fare), attraverso i significati che i partecipanti danno alle loro esperienze.

Questa metodologia di ricerca segue quindi una doppia ermeneutica: i partecipanti danno un senso al loro mondo e il ricercatore prova a comprendere, a sua volta, il senso che i partecipanti cercano di dare al loro mondo.

Il cerchio ermeneutico si interessa della relazione dinamica tra la parte e il tutto: per capire ogni parte si guarda al tutto e per capire il tutto si guardano le sue parti.

Infine, la ricerca è fenomenologica, pertanto, viene data importanza alla verità soggettiva, piuttosto che all’oggettività, considerando i partecipanti i veri esperti del fenomeno oggetto di indagine.

La conoscenza dei fenomeni deve essere affrontata, seguendo la prospettiva fenomenologica, con un atteggiamento libero dalle presupposizioni teoriche che assegnano aprioristicamente i significati all’esperienza, per indagare, nell’esperienza stessa, la struttura invariante che permane nelle variazioni individuali (Larkin M., Thompson A. 2012).

Dunque, l’IPA si basa sulle seguenti ipotesi:

  • Una comprensione del mondo richiede una comprensione dell’esperienza.
  • I ricercatori IPA entrano in contatto con le personali rappresentazioni delle esperienze, di persone che sono “sempre-già” immerse in un mondo linguistico, relazionale, culturale e fisico.
  • L’ approccio idiografico facilita l’attenzione al particolare.
  • I ricercatori fanno parte di un processo di creazione di significati intersoggettivi.
  • Per interagire con l’esperienza di altre persone, i ricercatori devono essere in grado di riflettere sulle proprie esperienze.
  • Non si può evitare di interpretare, ma si deve riflettere sul proprio ruolo nel produrre tali interpretazioni (ibidem, p.102-103).

 

1.2 La metodologia

L’IPA prevede l’utilizzo di un’intervista che permetta al ricercatore di avere un programma, organizzato in aree, che guiderà il colloquio in modo da lasciargli diversi margini di libertà, ed evitare un’eccessiva intrusività, permettendo al partecipante di raccontarsi.

La migliore strategia di raccolta dati per l’IPA è, dunque, l’intervista semi-strutturata perché:

  •  permette al ricercatore e al partecipante di intavolare un dialogo;
  • di modificare le domande alla luce di quanto emerge durante l’intervista;
  • di modificare l’ordine delle domande;
  • di seguire le preoccupazioni o gli interessi dell’intervistato.

Il ricercatore deve cercare di penetrare il mondo della vita del partecipante che è considerato il vero esperto sul tema della ricerca e, per questo motivo, libero di spaziare, di introdurre argomenti cui il ricercatore non aveva precedentemente pensato (Bagnasco, Ghirotto, Sasso, 2015).

L’obiettivo è quello di comprendere il più approfonditamente possibile come, e a partire da cosa, il partecipante interpreta ciò che vive (ibidem).

L’argomento scelto deve essere importante per i partecipanti, che sono solitamente selezionati intenzionalmente, proprio perché possono offrire una prospettiva preziosa sul tema in questione.

Nella scelta del campione si deve porre maggiore attenzione alla qualità che alla quantità: l’omogeneità ha maggiore rilevanza rispetto alla numerosità.

“Gli studi IPA pubblicati prevedono campioni di uno, quattro, nove, quindici e più partecipanti. […] Un tratto distintivo dell’IPA è proprio l’impegno a interpretare dettagliatamente i resoconti dei casi inclusi nella ricerca” (Smith e Osborn, 2003, p.56).

 

1.3 L’analisi dei dati

Il primo step di un’Analisi Interpretativa Fenomenologia riguarda la trascrizione dell’intervista e la lettura e rilettura del testo. Può risultare molto utile, se l’intervista è stata registrata, ascoltare l’audio prima di leggere la trascrizione, ricordando il tono di voce, le espressioni del partecipante e il suo comportamento non verbale.

Questo passaggio è importante per far sì che il soggetto diventi il focus della nostra analisi e per prendere familiarità con le sue narrazioni (Smith A., Flowers P., Larkin M., 2009, p.82). Inoltre, come suggeriscono gli autori Smith A., Flowers P., Larkin M. (2009) questa parte del processo è utile per moderare la propensione alla semplificazione e al “breve” sommario.

Si procede, nel secondo step, con l’analisi del contenuto semantico e del linguaggio utilizzato.

Il ricercatore mantiene un atteggiamento di apertura mentale durante la lettura e annota ciò che gli appare maggiormente significativo.  Le annotazioni possono essere di tre tipi:

  1. commenti descrittivi che si basano su una spiegazione del contenuto che il partecipante ha prodotto;
  1. commenti linguistici basati sull’esplorazione dello specifico linguaggio utilizzato dal partecipante (è importante annotare ripetizioni, pause, tono di voce, fluidità del discorso ecc.);
  2. commenti concettuali che riguardano un livello di analisi più profondo, speculativo e interpretativo (ibidem).

Il terzo step consiste nell’identificazione dei temi emergenti. Un tema cattura qualcosa di importante nei dati e rappresenta il livello di ricorsività o di significato negli stessi.  L’aspetto chiave di un tema sta nel catturare o meno qualcosa di essenziale in relazione alla domanda di ricerca generale (Bagnasco, Ghirotto, Sasso, 2015).

I temi sono generalmente espressi attraverso brevi frasi che sintetizzano l’essenza di quella parte di testo da cui sono state estratte. L’obiettivo è quello di catturare ciò che è fondamentale in questa parte del testo, non dimenticando che la parte deve essere interpretata in relazione al tutto, quindi in relazione al testo generale (Smith A., Flowers P., Larkin M., 2009). (vedi tabella 1)

 

Temi Emergenti

 

 

Intervista Originale

 

Commenti preliminari

 

 

 

 

 

 

 

 

 

I nove mesi di gravidanza sono, per noi, gli anni di preparazione al corso

 

 

 

 

Non si è mai pronti a quello che ci aspetta

 

I. Bene, poi quindi ha conosciuto sua figlia… mi racconta la sua genitorialità adottiva?

 

R. Beh diciamo che tutte le domande uno se le fa prima… si pone tutti i quesiti, come con la gravidanza. I nove mesi di gravidanza sono, per noi, gli anni di preparazione al corso, le scartoffie e quant’altro, in cui si ha tutto il tempo di riflettere e di farsi venire in mente mille dubbi e mille scrupoli. Perché poi uno non è mai pronto a quello che ci aspetta. La sera prima è stata molto ricca di emozioni…

 

 

 

 

 

 

La signora racconta che, come le donne incinta si pongono vari quesiti rispetto al nascituro, anche i genitori adottivi cercano di trovare le risposte ai molti dubbi che possono insorgere. La fase dei corsi di preparazione viene paragonata, infatti, ai nove mesi di gestazione.

Sembra dire: come per una gravidanza biologica anche noi genitori adottivi pensiamo di non essere mai pronti a quello che ci aspetta.

 

La sera prima dell’incontro con i figli è stata ricca di emozioni…sembra commossa al ricordo.

 

Tabella 1

 

Il passo successivo è quello di collegare tra loro i temi, ricercando connessioni tra loro. Non tutti i temi emergenti devono essere considerati, alcuni possono “decadere” perché risultano ridondanti o di non particolare importanza. I temi emergenti devono essere organizzati in una tabella, in modo da attuarne un confronto (Clustering dei temi) per un loro raggruppamento all’interno di categorie sovraordinate.

La connessione tra i temi segue un ordine analitico e teoretico, come se alcuni di essi facessero da magnete attirando altri in modo da produrne il senso (Smith, 2011). Man mano che si sviluppa un’ipotesi interpretativa, i diversi temi possono essere riorganizzati (ci sono ricercatori che addirittura stampano i vari temi, li sparpagliano sul tavolo e ragionano sui collegamenti, fino a quando i rapporti tra essi non vengono adeguatamente compresi). Tra i vari temi, ce ne sono alcuni che “attraggono”, cioè ne richiamano, altri.

Questo processo è analiticoperché si analizza ed interpreta il materiale creando connessioni tra quelli che sono i temi più significativi, e teoreticoperché grazie all’analisi giunge ad una conoscenza più profonda della narrazione e si può formulare un modello generale.Si passa poi all’analisi dei casi successivi, procedendo allo stesso modo.

La tabella di temi permette di elencare ogni gruppo di temi emergenti e raggrupparli nei temi sovraordinati. (Tabella 2 – Temi sovraordinati ed emergenti)

 

Temi emergenti Rosa Lucia Giada Nadia
1. Riformulare il desiderio di genitorialità
1a L’idea di adottare è nata con me, l’ho sempre avuta in mente * * * *
1b Una missione a cui ci si sente chiamati: poter fare qualcosa di concreto per chi vive in una situazione di difficoltà *  

 

 

*
1c Ci ha fatto sempre piacere l’idea di una famiglia completa * *
1d I nove mesi di gravidanza sono, per noi, gli anni di preparazione al corso * * *

Tabella 2: tema sovraordinato e subordinati

 

La tabella 2 mostra, come esempio, i risultati di una ricerca, condotta con madri adottive. I dati sono tratti da una tesi di laurea in psicologia dinamica dal titolo: “Genitori adottivi con figli adolescenti. Dal corpo alla parola: uno studio attraverso l’IPA”.  Nello schema leggiamo il tema sovraordinato, i temi emergenti in esso raggruppati e la loro frequenza per ogni partecipante.Ove possibile è utile utilizzate le stesse parole dei partecipanti per nominare i temi, in modo da essere il più possibile fedeli ai significati da loro attribuiti all’esperienza (Smith e Osborn, 2008). Di seguito riportiamo un sempio della discussione di uno dei temi sovraordinati, tratto dalla suddetta ricerca:

 Riformulare il desiderio di genitorialità

Questo tema, emerso in tutte le narrazioni, mostra come il desiderio di essere madri ponga di fronte ad una duplice scelta per realizzare il progetto di genitorialità: l’accanimento terapeutico o l’adozione.

La strada andava in due direzioni: poteva essere quella di accanirsi con una serie di terapie o aprirsi all’amore per qualsiasi cosa capitasse.Quindi poi ci siamo confrontati su questa cosa e non ci ha mai sfiorato l’idea di avere una fecondazione o capire proprio, non abbiamo manco mai fatto un colloquio con nessuno, rispetto a questo. (Rosa)

È partita da me (l’idea di adottare) perché, in fondo, era già un desiderio, dopo diversi anni di matrimonio e con un unico tentativo di fecondazione assistita. Io ho deciso che non era una cosa che mi apparteneva, ecco, tutto quel…quella macchina un po’ artificiale, non era per me. (Lucia)

In quasi tutti i casi, l’idea di adottare era germogliata già prima del matrimonio: (1a) L’idea di adottare è nata con me, l’ho sempre avuta in mente.

Allora, il desiderio di adottare si può dire che è nato con me.Questa idea l’ho sempre avuta nella mente. Infatti, una delle prime cose che ho fatto, dopo essermi sposata, è stata quella di adottare a distanza dei bambini. (Giada)

 Il risultato finale di questo processo può essere presentato in molti modi, in forma grafica o narrativa. Scrivere è ancora un processo analitico. Scrivere è un’analisi che si fa narrazione: i temi sono spiegati, interpretati, illustrati in tutte le loro sfumature. Questa narrazione tiene conto delle citazioni significative che il ricercatore ha isolato precedentemente, ma anche delle sue impressioni soggettive e delle sue ipotesi.

Gli autori suggeriscono due strategie di presentazione dei dati: il ricercatore può predisporre una sezione “risultati” contenente l’analisi tematica che rimane separata della letteratura sull’argomento oppure unire le due sezioni in un unico momento narrativo (Bagnasco, Ghirotto, Sasso, 2015).

 

Conclusioni

Smith et al. (2009) sottolineano la natura adattabile e non prescrittiva dell’IPA. Questi autori hanno cercato di rendere operativa la fenomenologia come metodo di ricerca, riconoscendone la matrice filosofica ma suggerendo un approccio adatto alla ricerca contemporanea, più user-friendly (Pringle et al., 2011).

L’IPA sottolinea gli elementi interpretativi ed ermeneutici, cercando le convergenze e le divergenze.

Questo tipo di analisi non giunge a cogliere l’essenza del fenomeno, ma fa emergere temi di grande profondità da campioni di piccole dimensioni (Bagnasco, Ghirotto, Sasso, 2015). Come metodologia di ricerca, l’IPA permette alla creatività del ricercatore di esprimersi.

Smith et al. (2009) sostengono che l’analisi non deve essere strettamente legata alla psicologia ma deve possedere un interesse generale per le questioni psicologiche. In questo modo, nelle ricerche su casi clinici, l’IPA e la ricerca fenomenologica riescono a mettere al primo posto non l’oggettivazione della malattia, ma la persona e il suo vissuto.

 

 Bibliografia

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  • Smith J. A. (2011). Evaluating the contribution of interpretative phenomenological analysis. Health Psychology Review, 5,9–27. doi:10.1080/17437199.210.510659.
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  • Smith J. A., Osborn M. (2008). Interpretative phenomenological analysis. In J. A. Smith (Ed.), Qualitative psychology: A practical guide to research methods (pp. 53–80). London: Sage.
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