“Shuzan alzò il suo corto bastone e disse: “Se questo bastone lo chiamate un bastone corto, vi opponete alla sua realtà. Se non lo chiamate un bastone corto, ignorate il fatto. Orbene come volete chiamarlo? Commento di Mumon: Alzando il corto bastone, Diede un ordine di vita o di morte. Positivo e negativo intrecciati, Neanche i Buddha e patriarchi possono sfuggire a quest’attacco”

Introduzione

In questo scritto cercherò di affrontare il tema della noia in associazione al tempo, tentando di evidenziare come questa esperienza possa essere un momento di incontro privilegiato con i nostri sistemi simbolici (ad esempio percettivi, linguistici, sistematizzati).

Dunque, la noia in quanto esperienza in sé potenziale di percezione allargata che ci permetta in questo modo di andare oltre gli schemi e le coordinate abituali o per lo meno di osservarli e descriverli, e, in questo modo, aprire le porte al nuovo e al non ancora conosciuto, al sorprendente e forse al perturbante.

Un incontro dunque, in cui i segni familiari diventano sempre più evidenti e pulsanti, ci si può arrendere e fermarsi pensando che la familiarità possa essere il limite ultimo, segno di una chiusura e saturazione. Oppure cercare di rimanere là al confine – ovunque questo posto sia – in una sorta di apertura all’ignoto, mantenendo tuttavia un piede nell’area familiare.

L’esperienza della noia in questo senso può essere un alleato fedele o il nostro peggior nemico.

Per affrontare questo argomento cercherò di partire, dopo aver contestualizzato la problematica seguendo le linee tracciate da alcuni autori che hanno affrontato questa tematica prima di me, da una esperienza ritrovata: una bambina in un negozio con la propria madre.

In seguito, vorrei provare ad esplicitare ed individuare da questi contenuti alcune ipotesi specifiche che a mio modo di vedere questi presuppongono.

In tal senso cercherò di descrivere come l’esperienza della noia possa essere un vissuto privilegiato che ci permette di rendere questo processo di individuazione di determinati schemi o forme a priori più evidente e visibile.

Proveremo a identificarne alcune in relazione al tempo e alle sue forme. Infatti ritengo che seguendo questa direzione l’esperienza della noia presenti una relazione fondamentale e privilegiata con l’esperienza che facciamo del tempo.

Solo nel tempo (nelle sue diverse dimensioni), infatti, i nostri schemi conoscitivi possono avere un senso, senza tenere in considerazione questo aspetto fondamentale ci perderemmo in un mondo fisso, cioè inesistente oppure a poche dimensioni.

Per riassumere, a mio modo di vedere la noia rende più interessanti i processi di conoscenza.

 

Una rapida contestualizzazione: la noia ed il tempo

Correale A. (2017) comincia l’articolo “Boredom: An Uncanny Guide To Something Unknown” esplicitando che della noia si potrebbe dire lo stesso del tempo indagato da S. Agostino: molte persone sanno cos’è, ma non sanno definirla. Un primo sguardo alla letteratura sull’argomento sembra essere in linea con questa ipotesi: definire la noia, questa esperienza comune, è complesso e deve aver a che fare in qualche modo col tempo, o con i tempi e le sue dimensioni.

Agostino, ad esempio, esplicitava che nulla ci è più familiare del tempo, ma proprio per il fatto che lo abitiamo, per questa nostra consuetudine col tempo stesso, non riusciamo a distinguerlo (Mangiagalli M., 2009; Sant’ Agostino 2012).

Sappiamo della nostra temporalità eppure una parte di questa consapevolezza è sfuggevole. La coscienza, infatti, è sia coscienza del tempo, sia coscienza nel tempo.

Agostino si ritrovò sorpreso nell’analizzare la nostra capacità di poter parlare del passato e del futuro. Si chiedeva, a tal proposito, come fosse possibile poter parlare del non-essere: come è possibile poter parlare di qualcosa che non è più (il passato), o che non è ancora (il futuro)? Agostino evidenziò che di queste esperienze di consapevolezza temporale, se non-fossero, non se ne potrebbe neppure parlare[1] e non è questa la realtà dei fatti.

Ritengo che un discorso simile possa essere fatto anche per quanto concerne la noia. Infatti, nonostante questa esperienza comune rifugga le nostre concettualizzazioni linguistiche e a volte sembri essere molte cose ed il niente, è possibile formulare delle riflessioni nonostante alcune evidenti limitazioni.

Lo sfuggire della noia è un primo elemento da tenere in considerazione nel suo legame privilegiato con il tempo.

Per quanto riguarda Agostino e i problemi delle dimensioni temporali del passato e del futuro, egli risolveva la questione della loro pensabilità ipotizzando che, ciò di cui si parli, sia nella realtà dei fatti il presente del passato e il presente del futuro. Riportando, cioè, il definito ad una sfera di incertezza: il presente del passato è qualcosa che probabilmente è stato; il presente del futuro è qualcos’altro che altrettanto probabilmente potrà essere.

Dunque, per S. Agostino non c’è molta differenza tra le diverse dimensioni temporali percepite, se non per un segno che gli viene attribuito, è questo segno implicito nella cosa, come un vertice da cui osservare, che ci fa pensare alle temporalità del passato che chiameremo ad esempio memoria, o rievocazione, altrimenti ripetizione; e del futuro che potremmo chiamare in base alle sue caratteristiche speranza, oppure aspettativa, o un auspicio, altrimenti un ideale da voler raggiungere.

Ritengo che seguendo le tracce percorse con successo da Agostino nello studio filosofico delle dimensioni temporali, si possa ritrovare o per lo meno parlare e descrivere l’esperienza della noia evidenziando alcune sue caratteristiche.

 

Un primo approfondimento bibliografico

Dando un’occhiata ai dizionari o agli articoli che trattano l’esperienza della noia, ci si rende subito conto che la tematica è complessa, infatti diversi autori si sono focalizzati su diverse sfaccettature e viene spesso associata al tedio, all’accidia o alla malinconia.

La parola “noia” viene dal latino “in-odio”. Il tedio (taedium) è un senso di noia profonda, soprattutto se si parla del tedio della vita. L’accidia è definita l’inerzia, l’indifferenza e il disinteresse verso ogni forma di azione e iniziativa (o la speranza che sia così). È considerata dalla morale cristiana uno dei peccati capitali.

Noia in inglese è sia ennui, parola presa dal francese, sia boredom, che trova la sua etimologia in atti di perforazione, come quelli della trivella (Benvenuto 2017; in Fenichel et al. 2017).

L’accidia, stato prossimo alla noia, veniva definita, dalla tradizione cristiana, “il demone meridiano” (Sequeri 2012): “un incubo per i monaci della Tebaide, che hanno scoperto per primi la devastante portata teologica dell’akedia dentro la vita dello spirito. (…) La malattia (akedia) fa visita ai monaci a mezzogiorno (…) a quell’ora il monaco si instupidisce. Se legge, non riesce a coinvolgersi e a concentrarsi; ripetutamente cerca l’abbandono del sonno, ma sono atti di volontà senza successo. (…) Quando il demone meridiano lo coglie, il monaco è colpito dall’orrore del luogo in cui si trova, nel quale non c’è nulla di veramente sensato da fare; ha fastidio dei fratelli con cui vive, che gli sembrano aridi e grossolani”. Il demone meridiano viene definito da Sequeri: “il languore delle membra che sogna nuove emozioni”.

Per Sequeri (2012) l’accidia è un vizio secco, che rende aridi e cinici verso Dio e il prossimo. Sequeri evidenzia che oggi giorno i tempi per i monaci son cambiati, l’accidia non è più il demone meridiano, ma è un incubo notturno (o/e un sogno?). Non più il languore delle membra sognanti, ma il buco nero dell’abbandono, che porta sul bordo del niente.

Ricordiamo che per l’etica cristiana i vizi capitali non si chiamano così per il fatto di essere i più gravi, ma perché stanno al principio di uno specifico insieme di inclinazioni che tendono a “corrompere l’anima e conducono alle azioni peggiori” (Sequeri, 2012).

Infondo, a forza di togliere qualcosa – di trivellare[2] potremmo dire – ciò che rimane è il desiderio stesso da osservare, una mancanza originaria che diviene totalità d’essere: esseri desideranti per l’appunto. Infatti, secondo l’etica cristiana, siamo tutti peccatori e la passione di Cristo, la sua morte, è il sacrificio per i nostri peccati.

Fenichel (1934; in Fenichel et al. 2017) evidenzia che le esperienze di noia sono caratterizzate dalla coesistenza di un bisogno di attività e di inibizione dell’attività stessa; da una brama di stimoli e dall’insoddisfazione rispetto a stimoli afferenti. Benvenuto (2017; in Fenichel et al. 2017), riprendendo la riflessione di Heidegger (1992; 1987) evidenzia che l’essere umano nella noia si confronta con l’essere-lasciato-vuoto e con l’essere-tenuto-in-sospeso. Moroncini (2017; in Fenichel et al. 2017) accomuna la riflessione di Heidegger (1992) e di Benjamin (2017). Ed evidenzia che, nonostante le differenze tra i filosofi: “si tratta di condurre al risveglio un esserci assopito o un’epoca intera addormentata”; la noia “come stato d’animo impersonale spazza via ogni residuo soggettivistico e permette di pensare alla storia dell’esserci, alla sua temporalizzazione autentica, non come una risoluzione eroica, bensì come un evento anonimo”.

Per Correale (2007) la noia si riferisce ad una esperienza soggettiva di una mancanza totale o parziale di autenticità nei rapporti. La noia esprimerebbe il fatto che non siamo in presenza di qualcosa che viene dall’interno, ma in presenza di qualcosa artefatto, conformista o distanziato. Gli oggetti: “diventano scontati, perdono il loro alone di novità, vengono avvolti in una rete di simboli già dati che ne oscurano il potenziale di cambiamento, vitalità e scoperta”. La soluzione funzionale che l’autore trova è brillante nei termini della ricerca agognata di nuove sensazioni e di un movimento “oltre”: in questo modo la noia ci mette in relazione al reale e ci guida in un rapporto dialettico con l’alterità, lontano dall’ideale e dall’abituale, dunque l’esperienza della noia ci conduce verso la necessità di autenticità, ci spinge oltre, indipendentemente dagli schemi preformati e dati a priori.

Come si può vedere questa tematica copre una vasta area di esperienze, trattate da diversi autori in diversi modi e contesti. Eppure, alcune tematiche sembrano accomunare queste riflessioni.

Ad esempio, sembrerebbe che la noia sia per i diversi autori che hanno trattato l’argomento una posizione privilegiata, uno stato della mente che se vissuto ci permette di osservare forme in evoluzione incessante – in movimento – ed in questo modo ci dispone in relazione con qualcosa che per sua natura è in costante ed imprevedibile mutamento: un oggetto del tempo.

Può essere un momento di apertura così come di chiusura.

L’esperienza può essere sfuggevole e la necessità di conoscenza si scontra con l’impossibilità di scattare una fotografia e di disporre degli schemi familiari. Nella noia, una volta che si cerca una definizione categorica dell’oggetto preso in esame, esso è già cambiato e non ci resta altro che inseguirlo.

Dunque, prestare attenzione a questa sensazione potrebbe essere a suo modo interessante, per lo meno imprevedibile.

Riassumendo: nonostante le differenti definizione e punti di vista, sembrerebbe che l’esperienza della noia abbia a che fare con un posizionarsi su dei confini.

Tra i molteplici significati attribuibili alla esperienza della noia vorrei focalizzarmi prevalentemente sulle relazioni che essa sembra manifestare nel tempo o con il tempo e il legame speciale che questa esperienza sembra intrattenere con quello che generalmente chiamiamo conoscenza. Vorrei in questo modo proporre nel corso di queste riflessioni che la noia sia una posizione privilegiata nei processi di conoscenza.

 

Un ricordo: ad una bambina è stato negato un dono

Fenichel (1934; in Fenichel et al. 2017) nel suo saggio scrive che una proprietà comune tra la noia patologica e le esperienze di noia definite “innocenti” è il fatto che qualcosa che ci si aspetti venga negato – curiosa affermazione.

Vorrei in questo paragrafo partire da un’esperienza ritrovata in linea con la riflessione dello psicoanalista.

Il ricordo è il seguente: mi trovavo in un negozio, una bambina chiedeva alla madre di comprargli qualcosa, la madre negò questa richiesta e la bambina lamentosamente esplicitò: “che noia!”. Mi colpì questo accadimento e spinse a chiedermi cosa provasse la bambina in quel momento per affermare in quel modo di sentirsi annoiata.

Ritengo che per comprendere meglio questo accadimento creando delle riflessioni idonee bisogna provare a rispondere almeno a due quesiti: 1. perché la bambina ha comunicato alla madre di essere annoiata? 2. Che esperienza – o esperienze se fossero più di una – ella stava facendo?

Non potendo analizzare approfonditamente l’esperienza vissuta, dobbiamo per forza di cose partire da questa breve osservazione e creare delle ipotesi, cercando per quanto possibile di soppesare il loro valore e prenderle così per come appaiono, cioè pure speculazioni. Alcune ipotesi tenderanno ad escludersi reciprocamente mentre altre invece potranno stare una vicina all’altra, magari confermandosi reciprocamente o comunque creando tra di loro qualche tipo di relazione potenziale.

Mettere in atto questo processo che potremmo chiamare conoscitivo con diversi gradi di incertezza (o di dubbio) significa tener presente che le diverse ipotesi, per lo meno in un primo momento e indipendentemente dalla loro provenienza, hanno tutte il medesimo valore e si trovano in un registro di possibilità reali, prima di aver attraversato delle appropriate trasformazioni (Bion 2012).

Torniamo al ricordo e procediamo nel seguente modo.

Vorrei, innanzitutto ipotizzare degli aspetti che sembrano essere connessi all’esperienza di una bambina nel rapporto con la propria madre, mi focalizzerò prevalentemente su due sfaccettature o momenti che mi sembrano rilevanti per le ipotesi fatte e per il tema che vorrei trattare in questo scritto.

Questi due punti o momenti possono essere considerati dal lettore sia come indipendenti tra loro che invece posti in una relazione di qualche tipo, ad esempio temporale oppure di contraddizione reciproca.

Nello scritto tenderò ad oscillare tra questi diversi modi di far conoscenza, che potremmo definire di legame e di slegamento.

Questo modo di procedere non si tratta di portare acqua al proprio mulino, ma di ricercare frammenti riferiti ad una sfera che metaforicamente rappresenta la possibilità massima di interpretazione dell’evento tramite il pensiero, interpretazione che in genere avviene a posteriori. Aspetto questo ideale, non nel senso di un qualcosa di desiderabile, ma per il fatto che raggiungere un certo livello di spiegazione dell’oggetto è di per sé impossibile e probabilmente solo parzialmente rappresentabile.

Comunque, dopo aver portato delle ipotesi cercherò successivamente di evidenziare dei correlati di quest’ultimi con l’esperienza della noia.

Vediamo cosa accade.

 

Punto (o momento) primo: il dono negato è il dono infinito

La prima ipotesi che vorrei evidenziare e che sembra emergere dalla reazione esplicitata dalla bambina – che da ora in poi chiamerò Giulia – è che la sua esperienza si potrebbe avvicinare in quel momento al vissuto di un qualcosa che sia stato da allora negato per sempre.

Concentriamoci su questo aspetto per il fatto che sembra essere un paradosso interessante: la possibilità di isolare un momento da una durata complessiva per il suo essere “per sempre”.

Potremmo ipotizzare, infatti – da un vertice di osservazione – che per la bambina non potrà mai più esistere quello stesso momento, lì e allora, in cui il dono, l’aspettativa potremmo dire – ma non anticipiamo qualcosa che tratteremo successivamente – sia stato confermato dalla madre e non negato.

Dunque, potremmo affermare – senza far troppa retorica – che la bambina in quel momento abbia perso per sempre una possibilità di essere.

Si potrebbe proseguire la riflessione e ipotizzare che da quel vertice di osservazione la sensazione rimasta fosse come se il confine messo (in quel momento) dalla madre fosse stato per la piccola eterno ed indicasse un confine di impotenza.

Tenendo presente solo quel momento, cioè l’accadimento di negazione, si potrebbe tradurre la cosa nei seguenti termini immaginari: è accaduto qualcosa, questo ha fatto sì che qualcos’altro non possa essere mai più (la bambina non può essere più quel momento preciso) e quindi oltre il punto di negazione non si può più andare, non c’è più nulla.

Ovviamente la nostra riflessione appartiene ad un registro immaginario per il fatto che la stiamo pensando ed ipotizzando; ad un livello altro, cioè quello della bambina là e allora, l’esperienza – qualunque essa sia stata – appartiene ad un registro di realtà definita.

In quel momento l’esperienza per Giulia è stata negata per sempre.

Qualcuno potrebbe dire tuttavia che di certo ella potrà ricevere un altro dono dalla madre, forse addirittura lo stesso dalla stessa madre in un secondo momento e che dunque è erroneo considerarlo un “per sempre”; si potrebbe tuttavia rispondere allo scettico affermando che quel momento e quella bambina sono stati e non potranno mai più essere così identici: nello scorrere del tempo sono irripetibili.

Dunque, ci potrà essere una ripetizione in positivo, ma sempre di una copia si tratterà, quel momento infatti non dura, è stato un punto, un momento fissato ed eterno.

Inoltre – a pensarci bene – anche se quella stessa situazione si dovesse ricreare per Giulia in un secondo momento e il dono stesso potrà essere ripetuto dalla madre, questo accadimento, rispetto al primo negato, potrà essere solamente una copia di un qualcosa che non è mai stato e con esso sarà presente un certo grado di estraneità che va oltre la similarità ipotizzata.

Infatti, la bambina, non avendo ricevuto il dono non può sapere come sarebbe stato e come sarebbe andata altrimenti.

E dunque: come si può essere una copia del nulla?

Lo scettico potrebbe affermare che questa è una domanda retorica e che, in linea di massima, le somiglianze da ricreare sono semplici da supporre con l’accadimento primo, le determinanti sono per la maggior parte ipotizzabili.

Tuttavia, mi sembra altrettanto chiaro che qualcosa mancherà sempre e la sovrapposizione possibile tra i due eventi non potrà mai essere equivalente, o per lo meno dimostrabile, anche se il paragone possibile fosse con questa “somiglianza”. In tal senso, una variabile di dubbio applicata rimarrebbe appiccicata alla cosa in sé come se fosse un resto rimanente.

Questo è un primo momento da tenere in considerazione: l’indeterminazione della cosa fa sì che, fino alla sua determinazione temporale, essa è simultaneamente la cosa e la non-cosa e non esiste tra queste parti un principio di contraddizione; potremmo definire questa evidenza un dubbio o altrimenti un paradosso che dura nelle sue parti.

Per riassumere, analizzando il momento sembrerebbe per l’appunto che quella negazione abbia creato un momento unico – un mattoncino potremmo dire – quei momenti che restano indefiniti o indefinibili come il dono infinito che non è mai stato e non potrà mai più essere della poesia di Borges (in Borges 1971) per il fatto che il pittore che gli aveva promesso un quadro è venuto a mancare.

Borges riflette che molta della bellezza del quadro si trovi proprio nel fatto che esso sia mancante e come evidenzia il poeta stesso esso in questo modo possiede una forma e un posto spazio-temporale indefiniti e indefinibili.

 

Punto (o momento) secondo: la negazione ed il desiderium

Parlavamo di aspettativa di Giulia in precedenza.

Anche questo aspetto è un elemento curioso che ci spinge a fare della psicologia, sia a noi che probabilmente anche alla bambina stessa.

Infatti, il quesito che inizia a prendere forma diventa il seguente: cosa differenzia il ricevere il dono “reale” dall’”aspettativa” del dono?

Una possibile risposta a questo quesito emerge in maniera evidente, ma andiamo in ordine.

Riprendiamo le riflessioni precedenti: Giulia si trovava in un negozio e immaginava di ricevere un oggetto e cosa si è ritrovata invece tra le mani?

Si è proposta una prima interpretazione dell’esperienza affermando che da un punto di vista sensoriale qualcosa che venga negato – o forse sarebbe meglio dire che il dono negato stesso – viene trasformato dalla negazione stessa in qualcosa di indefinito e perso per sempre, se si consideri il momento fissato dalla scissione creatasi.

Quindi abbiamo riflettuto sul fatto che quel “momento” sia unico e differenziale: unico in quanto si stacca – si sta staccando potremmo dire – in questo modo da uno sfondo e nella sua parzialità totalizza l’esperienza che diviene eterna nell’identificazione in atto; differenziale in quanto segna una differenza tra un prima e un dopo.

Tuttavia, si potrebbe anche dire che quel momento non è “realmente” unico e isolato, infatti se inserito all’interno di un continuum temporale, una dimensione potremmo dire, esso ottiene una durata e in questo modo una significazione nuova.

Seguendo una logica temporale – una forma temporale potremmo dire senza che il senso cambi – dopo che l’attimo eterno di negazione è accaduto e il familiare del dono è diventato il pertubante (Freud 1919) di un qualcosa di indefinito e sconosciuto (il dono non è il dono), l’après-coup fa il suo corso ed emerge una trasformazione.

Vorrei ipotizzare che Giulia affermando la noia stia introducendo questa nuova dimensione emergente: ella si fa annunciatrice dell’essere, come una esploratrice su una terra nuova e appena scoperta.

E qual è questa nuova significazione e conoscenza che intrattiene la bambina?

Ecco che a questo punto ritroviamo il discorso sulla aspettativa o forse sul desiderio – ma non anticipiamo nuovamente qualcosa che ha bisogno del suo tempo per formarsi.

Seguendo le riflessioni e tornando al discorso della significazione, potremmo ipotizzare che la bambina si sia accorta – come frutto dell’esperienza che dura oltre il taglio portato – che in precedenza non ponendosi il problema del possibile “no” del dono ella era onnipotente, cioè nel senso che lei era la bambina che riceveva il dono senza nessuna impossibilità e non era presente in lei né dubbio né incertezza[3].

Per Giulia quindi desiderare un dono equivaleva (=) nel tempo non rappresentabile a riceverlo.

Tuttavia, la negazione col suo taglio, ha portato alla creazione di un livello altro nel momento in cui Giulia ha attraversato il momento eterno (il primo punto) che in questo modo ha ottenuto una durata temporale.

In quel momento la morte della bambina che riceve il dono per la prima volta si è rivelata essere per lei una morte immaginaria e nel seguito della storia ella ha scoperto – oltre alla sua onnipotenza significata dalla differenza creatasi – anche il dubbio e l’incertezza di una attesa che potrebbe portare proprio a nulla.

Eppure – e qui le cose si fanno interessanti – quell’attesa è un’aspettativa e la dimensione di dilazione temporale presenta delle caratteristiche interessanti, delle determinanti, che potremmo chiamare “forme temporali” o “forma rappresentabili”.

Infatti, se queste ipotesi dovessero essere anche solo parzialmente esatte, questa aspettativa di un qualcosa di indefinito che la negazione portata ha creato e che non potrà mai essere raggiunto (“qualcosa è perso per sempre”), presenta delle caratteristiche e dei segni che orientano l’esperienza nel tempo tramite diversi gradi di familiarità. Questi potrebbero essere paragonati ad una traccia (temporale) con una musicalità ed un ritmo specifici[4].

Prima di questo nuovo modo di vedere, di significare ed essere significati, probabilmente non c’era molta differenza tra la realtà e le rappresentazioni della stessa[5], ma una loro fusione.

Arrivati a questo punto l’elemento che vorrei evidenziare è il fatto che ci deve essere, come lo scettico precedentemente evidenziava, una certa possibilità di simmetria tra la cosa negata reale, qualsiasi essa sia, e la rappresentazione della cosa in quanto aspettativa. Questa simmetria deve essere considerata in termini di isomorfismi (e dunque ritroviamo i due estremi “familiarità-estraneità”) con un resto derivante da una differenza non pienamente spiegata.

La complessità si ritrova nel fatto che queste sono forme temporali di difficile immaginazione, più semplice invece risulta immaginarle in termini di sensazioni fenomenologiche ad esempio di familiarità ed estraneità per l’appunto.

Ritengo che il punto centrale da sottolineare sia questa nuova significazione: l’attraversamento della morte (il perdere una potenzialità d’essere) si rivela essere après-coup una morte immaginaria e potenziale, per il fatto che viene attraversata.

Questa forma inoltre si stacca dal tempo (vedi il punto primo, è eterno), tuttavia da un altro vertice di osservazione ritorna a presentare una temporalità che dura e questo fa da significante.

Dunque, quello che vorrei proporre è la presenza psichica di una organizzazione temporale per lo meno doppia, immaginabile come dei negativi fotografici (primo momento), che diventano dei film (secondo momento) attraversando ciò che è stato chiamato la morte potenziale immaginaria.

Ricordiamoci che quando si parla di forme si intende qualcosa in negativo e potenziale, e che quindi, nel rapporto con gli oggetti non ci sarà mai una equivalenza tra le forme e le cose.  Le cose non saranno mai le forme e le forme non saranno mai le cose.

Riassumendo: 1) in un primo momento è ipotizzabile una certezza del dono per la bambina, certezza non conosciuta ma realizzata nella volontà e difficilmente rappresentabile utilizzando il nostro linguaggio; 2) in un secondo momento il dono negato ha creato una rappresentazione del dono negato che presenta un qualche tipo di isomorfismo sconosciuto con il dono affermato. Questo accadimento ha comportato un maggior grado di incertezza della cosa e un movimento temporale significante tra l’interno della rappresentazione (questa sono io) e l’esterno della relazione oggettuale reale (quella è mia madre) e viceversa.

Infatti, la volontà realizzata della bambina nella sua onnipotenza si è trasformata in questo modo in una prima visione della forma del suo desiderio (qualcosa di interno). Mentre l’altro, in questo caso la madre presenta delle contingenze relazionali imprevedibili.

Vorrei evidenziare l’importanza fondamentale di questo processo di movimento significante che va dal di fuori della realtà onnipotente e data per scontata in cui il soggetto è alienato ed espulso, al dentro interiorizzato di una aspettativa che presenta una forma (spazio-temporale) indefinita seppur con delle determinanti potenziali, dei segni di familiarità nel tempo, che potremmo metaforizzare nei termini di una sorta di cielo stellato per un navigatore notturno. Le stelle lo orientano potenzialmente verso qualche posto, ad esempio la propria abitazione (familiarità); o un posto di cui non aveva neppure sentito parlare (estraneità ed esplorazione).

Chiaramente mi riferisco alla etimologia della parola desiderio che ci caratterizza in quanto “soggetti”: il soggetto è soggetto del/al desiderio.

Infatti, quello che mi sto domandando a questo punto della riflessione relativamente al tema della noia è il seguente: è possibile che in quel momento Giulia abbia adocchiato un frammento del suo desiderio di ricevere il dono nella differenza temporale creatasi? È possibile che la bambina in quel momento abbia dato un’occhiata a questo manto stellato dentro di lei e abbia comunicato alla madre di sentirsi annoiata? O forse, sono questi movimenti ed i confini che si rivelano nella e mediante la marcatura stessa data dal movimento contraddittorio ad essere rilevanti per l’esperienza della bambina?

Vorrei ricordare in tal senso che l’etimologia della parola latina deriderium presenta molteplici significati che curiosamente rimandano a questa frammentazione dell’esperienza: desiderio, rimpianto, nostalgia, persona amata, assenza, mancanza, bisogno, domanda.

 

Alcune evidenze

Dopo aver riportato diverse ipotesi è arrivato il momento di operare una interpretazione, un ordine riferibile ai dati dell’esperienza.

Secondo quali criteri questo processo avviene?

Evidentemente anche noi dobbiamo seguire qualche traccia lasciata. Come accennato in precedenza ritengo importante considerare questa traccia nei termini di una potenzialità di un formalismo, così come il manto stellato precedentemente citato è un orientamento potenziale per il navigatore notturno.

Infatti, le tracce sono lasciate da corpi come se fossero orme sulla sabbia e queste tracce hanno un senso “nel tempo che dura” e quindi nel “movimento”; per senso intendo appunto la loro funzione di orientamento nei significati che emergono solo nel tempo e dal tempo.

Ad esempio, una traccia potrebbe essere un modello interpretativo che si stacca parzialmente dalla realtà dei fatti rappresentandoli in maniera dinamica e quindi presentando un qualche tipo di isomorfismo con essi. In questo modo esso potrebbe essere usato come un significante per altri fatti simili o diversi; o per lo meno come un punto di riferimento da cui potersi orientare – un primo senso – in questa importante transizione che si muove dalla cosa reale ad altri isomorfici.

Seguendo questa logica, un aspetto interessante delle ipotesi precedentemente fatte è sicuramente il movimento di direzione dentro-fuori o fuori-dentro e la risultante in questo modo dell’evidenziarsi di un confine, processo temporale che potremmo chiamare “marcatura”.

Confine dunque non dato a priori e nemmeno una volta per tutte, ma continuamente evidenziato da questi movimenti che, probabilmente e in termini di potenzialità, tendono ad essere facilitati nelle ripetizioni.

Dunque – e paradossalmente – il movimento psichico è di per sé sia la causa che l’effetto del tema che stiamo trattando. Detto in altri termini la variabile temporale ad un certo livello (ricordiamoci la doppia temporalità) è assente e questa coincidenza temporale annulla la relazione di causa ed effetto e si scoprono delle tautologie interessanti.

Probabilmente sarebbe più corretto dire che il fuori tende nel tempo verso [] il dentro per evidenziare proprio il fatto che senza la dimensione temporale non potrebbe esistere niente del genere.

Sembrerebbe per l’appunto che la nostra mente sia in grado di categorizzare il movimento temporale.

Bisogna tener presente che la divisione e l’unione dentro-fuori è del tutto arbitraria e come abbiamo visto infatti si basa sul nulla (il dono che non c’è); seppure rilevante per il fatto che presenta un orientamento, un verso per l’appunto, che orienta parzialmente questa casualità (l’ordine del caso).

Sembrerebbe che il confine creato e la divisione portata da questo passaggio di informazioni, sono caratterizzati dall’esperienza di due tempi della cosa in parallelo (in simultaneo ed in successione) ed è proprio questa tendenza che marca il confine.

Nel nostro caso questi due tempi diversi sono rappresentati dal primo punto o momento, unico ed eterno e simile alla morte; e dal secondo punto che invece dura e dunque tende a significare il primo e anche no.

L’importante, per comprendere meglio questo processo, è poterli considerare simultaneamente uno stesso e diverso tempo; ad esempio nella loro possibile vicinanza e contraddizione simultanea. Questo avviene per il fatto che après-coupè possibile una sovrapposizione di vertici di osservazione, che in termini logici dovrebbero contraddirsi. In altri termini la bambina non dimentica il tempo dell’onnipotenza, ma esso rimane a supporto seppur rimosso nel senso freudiano del termine. Si potrebbe dire che il secondo tempo non esisterebbe senza l’altro, e i significanti trattati in precedenza non emergerebbero se questi due tempi non fossero in qualche modo legati reciprocamente.

Possiamo affermare questo per il fatto che una leggera differenza temporale – uno sfasamento potremmo dire – è inevitabile ed intrinseca nella trasformazione dal fuori al dentro (->), se così non fosse sarebbero uno stesso tempo non differenziabile.

I due tempi da tenere simultaneamente in considerazione e che, per lo meno a questo livello non tendono all’esclusione reciproca sono facilmente identificabili: sono un tempo eterno ed unico (il mattoncino temporale, o il negativo della foto), ed invece lo stesso oggetto che dura nel tempo e che ottiene in tal modo dei nuovi significati – delle trasformazioni – e che dunque in questo modo ci ricorda la mortalità e la caducità dell’oggetto stesso.

Potremmo inoltre creare una organizzazione strutturale dei due tempi ipotizzabili e in tal modo potremmo interpretare e descrivere quanto segue.

Il primo tempo è, utilizzando un termine forse troppo presto dimenticato per le difficoltà che esso comporta, il tempo della volontà.

Questo tempo è quello dell’onnipotenza scoperta a posteriori, un tempo biologico in cui l’aver fame corrisponde al mangiare, il volere un dono all’averlo.

A questo livello non esistono i confini tra i corpi, essi emergono in un secondo momento: tutto è un uno e come evidenziava Schopenhauer (2015) il corpo, anzi i corpi, intesi come conoscenti del reale nella loro biologia, sono loro stessi parte del mondo non conoscibile e della cosa in sé kantiana e dunque rappresentano un punto di transizione tra il noumeno ed il fenomeno.

Non è possibile una separazione netta tra loro ed il mondo circostante. Anzi, questa affermazione è logicamente priva di significato e da questo vertice di osservazione mancano i significanti per poterla pensare.

Per questo motivo, ad una qualsiasi variazione di una parte corrisponde inevitabilmente un cambiamento di tutte le altre, anche se queste si trovassero a distanze siderali.

Il livello biologico della conoscenza (sinonimo di volontà) è quello ad esempio della ripetizione della fame e del sesso, in una lotta continua tra energie che rimandano alla vita e alla morte cellulare (Freud 1920). A questo livello non essendoci confini e differenze un gesto affermato corrisponde precisamente ad un qualcosa di negato, come se fosse un gesto sacro e perfetto. Quindi ad esempio mangiare una mela nella affermazione della propria volontà equivale alla negazione della mela stessa (Schopenhauer 2015), oppure spostare un braccio vuol dire negare uno spazio.

A questo livello temporale l’intenzionalità umana funziona in modo differente, è un’intenzionalità interpretata a posteriori del tipo “ho mangiato -> avevo fame”.

Anche se probabilmente ipotizzando questa interpretazione a posteriori stiamo già parlando implicitamente del secondo tempo, o forse ci troviamo in un luogo di confine, per il fatto che l’apres-coup sta creando dei significati.

In questo modo si sta rendendo evidente che la separazione tra questi tempi per noi esseri umani non è così netta, anzi la loro significazione reciproca è data proprio da questi movimenti di separazione e congiunzione così come ho cercato di mostrare. Movimenti che potremmo chiamare seguendo i lavori di A. Green, di legame e slegamento (Green 1993 ad esempio, tuttavia la traduzione italiana è illeggibile; Cfr Baldassarro 2018).

Il secondo è un tempo diverso che deriva proprio dal giuoco di dilazione e di sfasamento temporale precedentemente mostrato. È un tempo chiaramente après-coup e dato dalla differenza che il marcare il confine, dato dal movimento significante, comporta. È un tempo non sincronizzato precisamente con il primo, e presenta quindi delle discrepanze specifiche[6] che si creano tuttavia solo nella simultaneità e dunque dalla contraddizione.

È un tempo peculiare psichico che può fungere da punto di riferimento primo oltre il nulla e dunque presenta una forma di possibilità per un giudizio (Freud 1925).

Questa forma potenziale è pensabile solo mediante e attraverso la negazione.

In realtà questo riferimento formale necessita delle due parti (spazio)temporali per evidenziare questa loro differenza o sovrapposizione e dunque è già di per sé un momento o punto terzo, ma non vorrei complicare troppo le cose.

Questa differenza temporale è spiegabile solamente se si tiene conto che non si tratta di una non-uguaglianza, e poi se si tiene a mente che è uno stesso tempo, tuttavia il secondo presenta (o forse presentifica) dei confini, dei limiti ed esiste solo grazie ad essi. Limiti portati dal movimento significante.

Da questo vertice l’affermazione “dar forma al nulla” porta con sé del significato nell’orientamento temporale e rende possibile una raffigurabilità psichica.

Infatti, solo mediante il movimento rivelato – la tendenza [fuori  dentro] – possiamo definirlo un “secondo tempo” e in questo modo creare un ordine temporale diacronico “prima-dopo” nel nulla, ordine temporale altrimenti assente.

A questo mi riferivo in precedenza parlando della possibilità di un punto di riferimento oltre ai limiti creati dalla forma della traccia lasciata.

Ritengo che l’idea di una coscienza del tempo e nel tempo precedentemente citata parlando di Agostino si avvicini a questa idea doppia del tempo che ho descritto solo ed esclusivamente se le si consideri simultaneamente, oltre alle differenze, anche uno stesso tempo. Fenomenologicamente questo complesso va inteso esclusivamente in termini di potenzialità (formali), altrimenti la fenomenologia diviene una “truffa” come affermava la protagonista del romanzo “L’eleganza del riccio” (Barbery 2008).

Solo se lo si consideri potenzialmente e simultaneamente uno stesso tempo con una differenza o una sfasatura, infatti, si può parlare di due tempi differenti perché segnati da un orientamento: il tempo +1 e il tempo -1.

Il tal senso possiamo parlare di dar un senso al nulla.

Infatti, è la doppia funzione temporale che permette di affermare che il dono negato è una copia del nulla.

Il nulla nel tempo ha un senso; o forse più sensi potenziali dati dal e nel movimento.

In tal senso possiamo affermare che se il nulla non dice niente è perché non gli abbiamo dato nessun significato e questo è l’impossibilità di senso.

Potremmo simbolizzare quanto spiegato in qualche modo, sarebbe un passaggio importante e necessario. Forse si potrebbe fare tenendo conto delle molteplici simultaneità che si susseguono, potremmo seguire questi movimenti energetici, movimenti anche di parti che si dovrebbero idealmente escludere reciprocamente.

Le evidenze sembrano mostrare che deve esistere uno spazio-tempo psichico in cui gli opposti che si dovrebbero logicamente[7] e reciprocamente escludere possono trovarsi in qualche modo vicini o prossimi tra di loro, qualsiasi cosa questa affermazione voglia dire.

Al contrario, nel tempo uno stesso oggetto può contraddirsi.

Infatti, la sfasatura del tempo crea una traccia che potremmo chiamare oggettificazione o categorizzazione del tempo.

Questa traccia permette nella sincronia temporale una organizzazione in termini di più (+) o meno (-) familiarità.

Una organizzazione temporale in tal senso si caratterizzerebbe per essere un raggruppamento di tracce in base alla loro somiglianza e differenza nel tempo. Questi orientamenti sono tali per il fatto che presentano dei confini e limiti su differenti dimensioni date dai movimenti.

Ritengo inoltre che in questo modo si può concepire anche l’atemporalità in quanto tempo schiacciato in un’orma potenziale che contiene in sé tutte le diverse possibili organizzazioni, una sorta di sommatoria imprevedibile.

 

Conclusioni

Risulta complesso concludere un saggio di questo genere per il fatto che le tematiche aperte lasciano una scia di complessità e di discussione impossibili da ricoprire, per lo meno in uno scritto breve di questo genere.

Mi sembra che questa caratteristica sia un ulteriore elemento in comune con molta della bibliografia che riguarda il tema della noia. Infatti, l’impressione generale che rimane leggendo questi lavori è quello di un gomitolo di lana che comincia con inerzia a srotolarsi seguendo un ritmo esponenziale, accompagnato dal quesito inevitabile che potremmo tradurre nei seguenti termini linguistici: avrà termine la discussione, si potrà dir tutto a tal riguardo?

La questione della noia sembra riferirsi infatti ad un fluire di tematiche e di informazioni molteplici che oltre a mostrare un dinamismo di difficile osservazione e descrizione lascia inoltre intuire degli intrecci e delle sovrapposizioni di significati difficilmente descrivibili usando un linguaggio comune.

Per questo motivo ho ipotizzato delle analogie tra la posizione della noia e la funzione di conoscenza, provando a pormi il quesito: come si può riflettere su un oggetto in continuo mutamento e di difficile riduzione categoriale?

Probabilmente potrebbe essere letta da questo vertice di osservazione l’affermazione di Kabat-Zinn (2016): “When you pay attention to boredom it gets unbelievably interesting[8]”.

Ritengo dunque che un modo possibile per chiudere la cornice a questo scritto possa essere quello di ricentrare l’attenzione sui nodi centrali che abbiamo incontrato nel corso della trattazione ed evidenziare alcuni complessi che andrebbero approfonditi ulteriormente per una miglior chiarezza con la consapevolezza tuttavia che il lavoro da fare potrebbe durerà fino a quando non ci estingueremo, la conoscenza infatti è un processo eterno caratterizzato da piccole conquiste.

Infatti, bisogna tener presente che per comprendere le tematiche trattate esse vanno considerate in termini dinamici e intese in quanto oggetti del e nel tempo.

Come se la nostra osservazione e descrizione sia superata nel momento stesso in cui avviene per il fatto che con frustrazione scopriamo che il nostro oggetto di indagine è già cambiato una volta che abbiamo avuto la soddisfazione di averlo osservato.

Abbiamo visto tuttavia che nonostante questi movimenti continui di significati, tali che non si può scattare una istantanea, come ad esempio permette di fare il nostro linguaggio (simbolo metaforico per eccellenza del reale), dei limiti o dei confini possono essere identificati e questo processo ci permette di identificare degli orientamenti e dei sensi temporali. Tuttavia, abbiamo anche riscontrato l’esigenza di considerare queste forme in termini di potenzialità e non come cose date.

Nel corso dello scritto siamo partiti da una verbalizzazione da parte di una bambina e ci siamo posti due quesiti principali che hanno segnato il punto di partenza, l’inizio.

I quesiti che ci siamo posti sono stati i seguenti: 1. perché la bambina ha comunicato alla madre di sentirsi annoiata? 2. che esperienza stava facendo?

Ho tentato di rispondere proponendo diverse ipotesi, cercando di considerarle come se fossero degli oggetti con dei confini ben definiti e dunque oggetti singoli, oltre alle loro relazioni temporali multiple.

In tal senso, ho provato a far dialogare tra loro le diverse temporalità per vedere se dalla loro relazione potesse nascere qualcosa di proficuo.

Ho l’impressione che la risultante di questo processo, che abbiamo definito conoscitivo, sia stato l’evidenziarsi di diverse dimensioni temporali, definite tali nella loro molteplicità per la presenza di confini e limiti che le oggettificano, alcune di esse tuttavia sono emerse paradossalmente solo quando abbiamo creato le relazioni di sintesi tra elementi che dovrebbero essere in contraddizione reciproca.

Dunque, si è riflettuto sul fatto che queste ultime sembrano essere sia il prodotto che il processo di creazione stesso e quindi da questo vertice il principio di causa-effetto perde significato, nel senso che non ha un orientamento e quindi non è esplicativo del nulla.

Nel corso dello scritto si è invece ipotizzato da quale vertice di osservazione potrebbe essere possibile poter parlare del nulla e abbiamo visto ad esempio come per Giulia si sia creata una equivalenza – e dunque una sostituibilità tra i fattori che si trovano prima e dopo l’uguale – tra la realtà e la realtà negata (-).

Si è anche riflettuto sul fatto che, nonostante le uguaglianze, deve esserci presente del resto che non può essere spiegato. Questa forma potenziale ci rassicura sull’uso che possiamo fare del linguaggio per rappresentare le cose.

 

BIBLOGRAFIA

  • Aulagnier P., “La violenza dell’interpretazione. Dal pittogramma all’enunciato”, Edizioni Borla, Roma, 1994.
  • Baldassarro A., “La passione del negativo: Omaggio al pensiero di André Green”, Franco Angeli Editore, Milano, 2018.
  • Barbery M., “L’eleganza del riccio”, E/O Edizioni, Roma, 2008.
  • Benjamin W., “I «passages» di Parigi”, Einaudi, Torino 2017.
  • Bion W., “Trasformazioni. Il passaggio dall’apprendimento alla crescita”, Armando Editore, Roma, 2001.
  • Borges J.L., “Elogio dell’ombra”, Adelphi, Milano, 1971.
  • Botella C. e Botella S., “La raffigurabilità psichica”, Edizioni Borla, Roma, 2004.
  • Correale A. “Area traumatica e campo istituzionale” in “Prospettive della ricerca psicoanalitica”, Edizioni Borla, Roma 2007.
  • Correale A “Boredom: An Uncanny Guide to Something Unknown” in “European Journal of Psychoanalisis”, 2017.
  • Fenichel O., Benvenuto S., Moroncini B., Piazza G., “Noia”, Edizioni Grenelle, Potenza 2017.
  • Freud S., “Il perturbante” (1919) in “Freud. Le opere complete. Volume secondo 1913-1939”. Newton Compton Editori, Roma 2016.
  • Freud S., “Al di là del principio del piacere” (1920) in “Freud. Le opere complete. Volume secondo 1913-1939”. Newton Compton Editori, Roma 2016.
  • Freud S., “La negazione” (1925) in “Freud. Le opere complete. Volume secondo 1913-1939”. Newton Compton Editori, Roma 2016.
  • Green A., “Il lavoro del negativo”, Edizioni Borla, Roma, 1993.
  • Heidegger M. “Che cos’è metafisica?”, in Segnavia, Adelphi, Milano 1987.
  • Heidegger M “Concetti fondamentali della metafisica. Mondo – Finitezza – Solitudine”, Il Melangolo, Genova 1992.
  • Kagan J., “Tre idee che ci hanno sedotto. Miti della psicologia dello sviluppo”, Il Mulino Editore, Bologna, 2001.
  • Mangiagalli M., “Il tempo. Fenomenologia e metafisica”, Aracne Editrice, Roma 2009.
  • Mumon, “La porta senza porta seguito da 10 Tori di Kakuan e da Trovare il centro”, Adelphi, Milano 1987.
  • Sant’Agostino, “Le confessioni”, Newton Compton Editori, Roma 2012.
  • Sequeri P., “VIZI CAPITALI / 4. ACCIDIA: il demone della notte” in Avvenire (2012).
  • Schopenhauer A., “Il mondo come volontà e rappresentazione” (1913 prima versione italiana); Newton Compton Editori, Roma 2015.

 

Note:

[1]Duo ergo illa tempore, praeteritum et futurum, quomodo sunt, quando et praeteritum iam non est et futurum nondum est? (…) Si nulla essent, cerni omnino non possent”. Traduzione: “Due, dunque, di questi tempi, il passato e il futuro, come esistono, dal momento che il primo non è più il secondo non è ancora? (…) Ma se non fosse affatto, non potrebbe in nessun modo essere visto” (LeConfessioni, XI, 14 e 17).

[2] Vedi l’etimologia della parola boring.

[3] Probabilmente la bambina reale incontrata, essendo un porta parola (Aulagnier 1994), aveva fatto già esperienze del genere ed era una esperta di questi accadimenti. Questo non toglie nulla alle riflessioni in atto per il fatto che sotto la lente d’ingrandimento immaginario ci sta un ipotetico momento primo e potenziale.

[4] Vedi in tal senso Schopenhauer (2015) libro terzo pag. 284-296: tra le belle arti la musica “ha un influsso così potente nell’intimo dell’uomo, dove è da lui compresa così pienamente e profondamente, come una lingua assolutamente universale la cui chiarezza supera perfino quella del mondo intuitivo (…)”.

[5] Probabilmente sarebbe più corretto parlare di differenza tra rappresentazione della realtà e rappresentazione della rappresentazione della realtà, quindi meta-rappresentazione. Per questo motivo utilizzo il plurale, per questa sovrapposizione di forme. Bisogna immaginare numerose esperienze di questo tipo ripetute nel tempo che si organizzano seguendo dei criteri di somiglianza e differenza nel tempo per poter avere delle chiavi di ingresso sui processi psichici che assicurano la raffigurabilità di contenuti mentali. Se il lettore dovesse essere interessato confronti Botella (2004).

[6] Vedi Kagan (2001), spiega chiaramente l’importanza per noi esseri umani della percezione delle discrepanze, per lo scienziato americano sembra essere una nostra capacità innata.

[7] È di una logica della coscienza a cui si fa riferimento.

[8] “Quando presti l’attenzione alla noia, diventa incredibilmente interessante”, Jon Kabat-Zinn citazione in http://www.cmu.edu/dietrich/sds/docs/loewenstein/BoredUSA.pdf