Attaccamento e terapia familiare. Recensione di Francesco della Gatta. Recensire un’opera è sempre divertente, ti dà l’illusione di saperne qualcosa di materie difficili al punto tale da permetterti di dire la tua rispetto a tematiche complesse, complicate. Tuttavia non è mai compito facile, specialmente quando l’opera in questione è un testo scritto da otto mani esperte e navigate nel complesso ambito della psicologia dello sviluppo e della neuropsichiatria infantile. Gli autori non necessitano di mie parole aggiuntive alla sintetica presentazione nel retro copertina del libro e alla loro ricca opera clinica e di ricerca in campo internazionale, per cui spenderò un commento generale sul loro ultimo nascituro, Attaccamento e terapia familiare, tradotto in italiano quest’anno da uno degli autori, Andrea Landini in collaborazione con Jean-Léonard Rolla, edito da FrancoAngeli. Ho trovato questo volume estremamente interessante e di fondamentale importanza per clinici di ogni orientamento che vogliano aggiornarsi, includere modelli e strumenti scientificamente validati internazionalmente, intenzionati a migliorare la qualità della propria opera professionale nel campo della salute mentale, utile non solo per i pazienti in età infantile (il cuore del libro) ma anche per gli adulti. Sarà per la mia passione per la filosofia orientale e per il Giappone, ma sono ormai quindici anni che leggo i libri partendo dalla fine. Una volta letto il titolo non mi interessa leggere l’indice, che spesso (come in questo libro) trovo nelle prime pagine di apertura dei testi, ma salto immediatamente alla bibliografia: qui sono rimasto piacevolmente colpito dalla ricchezza e dalla varietà dei testi di riferimento: da alcuni grandi nomi della Psicologia come Bowlby, Piaget, Vygotsky per citarne alcuni, passando dalla teoria dei sistemi di von Bertalanffy e la pragmatica di Watzlawick, per arrivare alla neurobiologia di Damasio, Siegel, Porges; il tutto accompagnato da numerosi  recenti articoli accademici di ricerca clinica e teorica, il cui trait d’union è rappresentato dalla teoria evoluzionistica di Darwin. È su queste premesse epistemologiche che nasce il Modello Dinamico-Maturativo dell’attaccamento e dell’adattamento (DMM), sviluppato da Patricia Crittenden (e collaboratori), e di cui il libro ne esplica un’introduzione approfondita. In breve, per il DMM la teoria dell’attaccamento è una teoria sulla protezione dal pericolo e sulle sue possibili configurazioni che sono strategie per identificarlo e proteggersi da esso. Ma in che cosa si differenzia rispetto alla teoria dell’attaccamento e alla terapia familiare entrambe ispirate dall’opera di John Bowlby? Un passaggio del testo può chiarire l’evoluzione rispetto alle concezioni classiche dell’attaccamento:

Nella teoria dell’attaccamento (..) i dati hanno indicato che i risultati desiderabili erano associati con la sicurezza (Tipo B) dell’attaccamento. Il tipo B è il migliore. Tuttavia, molte delle prime ricerche riguardavano bambini e famiglie studiate in condizioni di sicurezza, che appartenevano alla classe media (..) che vivevano in condizioni di sicurezza (..). Quando fu scoperto che i sottogruppi meno avvantaggiati (..) avevano un minor numero di bambini attaccati in modo sicuro (..) fu data poca attenzione a ciò che questi individui non sicuri stavano facendo; tanto che, quelli con comportamenti diversi da quelli descritti da Ainsworth, furono considerati “disorganizzati”. (..) l’attaccamento appariva una teoria a “taglia unica” (..) elitario, giudicante e inflessibile. (..) La sistemica familiare si è mossa in direzione opposta. La varietà delle famiglie ha reso impossibile definire cosa fosse il meglio (..) tutti gli atteggiamenti e le credenze erano viste come validi; non c’era un “meglio” universale. (..) la terapia familiare sembrava non avere un timone o, piuttosto, avere troppi timoni per tenere la barca sulla rotta in modo efficace.

Critici verso la dicotomia tra le modalità positivistiche d’approccio alle prime concezioni dell’attaccamento ed il rischio di relativismo insito nei classici approcci alla terapia della famiglia, il DMM fa da ponte tra questi due poli partendo dalle osservazioni universali che tutte le persone si muovono nel mondo cercando di soddisfare due mandati evoluzionistici psico-biologicamente fondati: protezione dal pericolo e successo riproduttivo. Ed è nella direzione del soddisfacimento di questi due mandati che le persone organizzano il significato dello stare in relazione con gli altri, col mondo e con sé stessi, sia dal punto di vista verbale che non verbale. Ecco dunque che

quando il contesto non è sicuro il Tipo B può non essere la strategia migliore, cioè la più adattiva. Le forme non sicure di attaccamento (Tipo A, C, A/C) potrebbero essere più adattive del tipo B in condizioni pericolose.

Da queste premesse evolvono le strategie di protezione del sé: ognuna delle configurazioni possibili segue un certo tipo di predilezione sugli stati cognitivi, emotivi e somatici, indicati dal modello come rappresentazioni disposizionali, qualcosa di simile ai modelli operativi interni, ma che si sostituiscono ad essi

portando il concetto in linea con la neurobiologia e mettendo in evidenza la natura transitoria e contesto-specifica delle RD. Secondo gli autori, per RD si intende un circuito neuronale attivato che attribuisce significato alle attuali stimolazioni sensoriali, combinando aspetti del contesto esterno con aspetti del sé. Questa combinazione produce una disposizione all’azione pertinente al sé.

Ad esempio, in famiglie in cui i genitori sono molto esigenti rispetto al comportamento del proprio figlio e danno eccessivo peso alla disciplina il bambino imparerà a costruire un ambiente rigido, i cui pericoli sono prevedibili, e organizzerà la propria modalità di conoscenza sulla dominanza della cognitività con inibizione degli stati affettivi; ciò gli garantirà la riduzione dell’attivazione di risposte negative da parte della figura genitoriale (e delle altre figure che man mano arricchiranno la sua vita relazionale), a discapito della libertà nell’esprimere le proprie emozioni (strategie A). D’altra parte, quando in famiglia regna l’incertezza, l’ambivalenza, i genitori sono troppo disinteressati o iper-responsivi alle richieste del figlio, il pericolo non sarà facilmente prevedibile; in questo scenario di ambiguità il bambino cercherà di soddisfare i propri bisogni di protezione e sicurezza organizzando la propria modalità di conoscenza con una dominanza emotiva (spesso esternandola in modo esagerato e coercitivo), a discapito della cognitività, e ciò gli permetterà di veicolare gli altri orientandoli verso il soddisfacimento dei propri bisogni e desideri (strategie C). Il DMM arricchisce ed evolve la gamma di configurazioni di attaccamento rispetto alle teorie classiche, cercandone sempre i significati adattivi organizzati attorno alla percezione/protezione del/dal pericolo, che si strutturano orientandosi verso il bisogno di sicurezza. In questa direzione, una terapia che aspiri al successo deve sempre ampliare questa lettura dal singolo (ad esempio un bambino con comportamenti aggressivi/oppositivi) a tutti i membri della famiglia perché

le famiglie sono come barche: stanno a galla o affondano insieme.

La ricchezza aggiunta di questa opera risiede infine nella folta presentazioni di casi clinici. Ogni capitolo racconta una precisa tappa evolutiva (nascita, infanzia, età scolare e così via) e la presentazione teoretica del modello è sempre accompagnata da almeno due casi clinici che possano chiarire al lettore la mappa fino a quel punto descritta e la sua applicazione clinica dal punto di vista individuale e familiare. La scelta di ricapitolare le sezioni con i casi clinici (e di richiamarli qua e là nel corso del testo) ha un’importanza a dir poco illuminante. In tal modo il modello è presentato in maniera semplice senza rinunciare alla sua complessità, centrando appieno l’obiettivo che gli autori stessi si danno riguardo alla stesura del testo:

Di solito c’è una netta dicotomia tra scrittura accademica/scientifica e narrazione/poesia. Il nostro intento è quello di far da ponte tra questi estremi, muovendoci fluidamente tra comunicazione precisa di dati impersonali e comunicazione affettivamente espressiva, riguardante persone specifiche.

Non sono entrato nel dettaglio dei contenuti, complessi e chiarificati egregiamente nel testo dagli autori; lascio questa opportunità ad ogni lettore interessato a saperne di più. Tuttavia, un’ultima menzione che mi sento di fare è quanto detto dagli autori rispetto a due disturbi dell’età infantile, le cui diagnosi crescono sempre più nella società occidentale negli ultimi anni e di cui sembra che la comunità scientifica non conosca ancora abbastanza. Una di queste è l’autismo, che gli autori suggeriscono di leggere come:

Un gruppo di sintomi che riflette un’erronea connessione tra livelli intrapersonali neuro/psicologici e il livello relazionale interpersonale; il termine “neurobiologia interpersonale” (Siegel, 2012) coglie questo stato transazionale.

L’altra riguarda l’ADHD, a proposito del quale tengono a sottolineare i significati rispetto ai comportamenti ad esso collegati (iperattività e disattenzione) culturalmente determinati:

quando gli adulti credono che il comportamento non svolga una funzione vantaggiosa nella loro cultura, il trattamento medico viene spesso usato per ridurlo, riformulando così il suo significato come patologico…per quanto i significati dei comportamenti “distratti” possa essere interpretato in modo negativo (..) lo sviluppo precoce di ADHD potrebbe funzionare in modo autoprotettivo in contesti pericolosi ambigui, da cui non si può fuggire.

Il non dare per scontato nulla sull’eziologia, allargare la lente di comprensione verso fattori culturali ed interpersonali basandosi sulle evidenze scientifiche disponibili (genetiche, neurologiche e psicologiche) mette in luce un altro fondamentale aspetto che si ritrova durante tutta la lettura del testo: il pensiero critico. Nessuna congettura, nessuna interpretazione, il superamento delle dicotomie e lo sforzo integrativo: tutto questo è possibile solo grazie ad un uso critico del proprio sapere e al coraggio di riconoscere i limiti propri e della comunità (sociale e scientifica) di appartenenza, cogliendo e legittimando i molteplici significati dello stare-nel-mondo-con-gli-altri degli individui. Insomma, un’audace opera integrativa a cavallo tra evoluzionismo, terapia sistemica, psicoanalisi contemporanea, neuroscienze, neurofisiologia e cognitivismo. Un libro leggero da tenere in mano, ponderoso per la mole di contenuti che porta.