Caro Gilberto,

E’ passato del tempo dalla tua lettera aperta, ma ci vuole, se no come fai a fare epochè.

L’inizio della tua lettera è toccante, quasi commovente, per cui la devo un po’ dissacrare, dichiarando subito il sospetto di presa per il culo, oppure di captatio benevolentiae nei miei riguardi. 

Voglio dire. Se vuoi farmi non dico odiare ma stare sulle palle agli infermieri del SPDC dove lavori, leggergli a fine riunione una delle mie pagine è un metodo infallibile. 

Spero tu abbia scherzato, ma sì che hai scherzato, o, se davvero hai proposto agli operatori del reparto una mia pagina, che sia stata almeno quella in cui (era Il manicomio chimico il libro, era Il mondo sospeso il capitolo) affettuosamente, prendendo in giro te (dopo averti riconosciuto la patente di maestro della fenomenologia italiana) canzonavo a mio modo i fenomenologi e la fenomenologia, responsabili, dal mio punto di vista, di essersi sottratti al dovere etico della lotta anti-istituzione, al dovere etico del negare il manicomio. Ma questo lo racconti bene pure tu, in questa lettera. Che potevate, potevano, i fenomenologi, fare di più. E non avercela con Antonio Slavich che, lo so, è severissimo coi tuoi maestri, Callieri compreso, quando dice che la superiorità dei fenomenologi più in auge negli anni Sessanta, a cominciare dal capostipite Cargnello fino a Callieri (salva solo Borgna), non stava nella purezza delle idee ma nell’etica delle pratiche.

Ho iniziato a scriverti, e mi accorgo che mi rivolgo a te, tu invece ti rivolgi a lui, lui che sarei io, Cipriano, colui che non si è definito né fenomenologo né fenomenologo radicale e però riluttante, riluttante rispetto a che? Rispetto a cosa? Tra poco ci torno. 

Ricordo Martin Buber: io-tu o io-esso. Io preferisco sempre l’io-tu. Significa che sono fenomenologo?

Ma che ne so. Un piccolo imprinting lo ebbi, dopo aver ricusato i farmaci e gli elettrochoc che a fine anni Novanta nella clinica psichiatrica dell’università romana mi insegnavano e che ero diventato bravino nel maneggiare (gli elettrochoc tre o quattro, con gli psicofarmaci non mi sono più fermato, come tutti, d’altra parte). Lui era Alberto Gaston. Non so perché oggi viene dimenticato. Da lui imparai la paranoia, una tesi sul delirio sensitivo di rapporto, e su tutte le altre forme di paranoia. Gaston stava lì, nel suo spazio universitario, un uomo di biblioteca, più prossimo a Foucault che a Basaglia. Nel senso di intellettuale che scrive da dentro la sua biblioteca. Io mi spostai su Basaglia. Intellettuale che quando scrive, scrive da dentro un manicomio.

Dicevo, spero che tu abbia letto, agli infermieri, la la pagina dove ti metto tra i narratori, sì, scrivevo in quel capitolo del libro che, nella sistemazione della mia libreria, ti avevo tolto dagli psicopatologi (per qualche giorno) e ti avevo spostato tra Camus e Dostoevskij. Tra i narratori. Che non è proprio un insulto, insomma. 

Perché questo ci accomuna, senza dubbio, pur con la differenza di stile tutto sommato siamo (ecco la lezione basagliana) dei “disperati portatori di speranza” (è Franco Rotelli che lo dice), siamo salmoni, come tu dici, siamo Sisifo, siamo minotauri spaventosi dentro i nostri labirinti, siamo acchiappa moscerini, siamo velleitari inventori di pratiche (anche quando siamo da soli e non parte di un’equipe solidale, a volte) di libertà. E però proviamo a raccontarle queste pratiche, questi gesti disperati, e perciò ci siamo messi pure a fare i narratori. 

Per tante ragioni. Per non essere isolati. Per lanciare un grido. Trovare altri come noi. Per dare più forza a una pratica in dissenso con stili neo-manicomiali condivisi dalla maggioranza degli operatori.

Ora però capita che questi due inventori e narratori che siamo, e che i giovani colleghi di questo sito web che ci ospita definiscono entrambi riluttanti (o fenomenologi radicali) si facciano delle schermaglie. 

Al che tu, più saggio, equilibrato, mediano, osservi: non è il caso di ingiuriarci. I nemici veri sono altri, i nemici sono altrove. Giusto. Il fatto è che io, per indole, mi sono un po’ ritagliato, in questi anni, il ruolo del tafano. Questo insetto fastidioso che per quanto piccolo punge, e non ama servire il potere (bada bene, parlo anche dei nuovi manicomi che si declinano in centinaia di partizioni diagnostiche assurde, e in nuovissimi prodigiosissimi antipsicotici costosissimi e tuttavia non più costo-efficaci dei vecchi neurolettici). Mi piace rompere le scatole a chi si siede sulla sua posizione. E quindi anche a chi dice io sono il fenomenologo ergo sono radicale per forza. Ma lo faccio (il tafano) è più forte di me, pure con degli altri potenziali compagni di viaggio (altro incontro mancato) in questa lotta contro l’istituzione manicomiale (e, ripeto, dico manicomiale anche nelle declinazioni odierne di manicomio): gli psicanalisti. E mi è capitato di rompere le scatole non solo a quelli avulsi dai servizi pubblici da cui certo non mi aspetto granché, ma pure a quelli più attrezzati culturalmente da cui mi aspetto quel di più di dissidenza. 

A fine settembre ero a Pordenone legge, il festival letterario. C’era un evento legato a un numero monografico della rivista aut aut di Pier Aldo Rovatti. Numero dedicato per l’appunto a Freud (Il Freud che abbiamo rimosso, per la precisione – e meno male, pensavo). Lì c’erano i lacaniani Mario Colucci e Francesco Stoppa, e dicevano pure loro di questo incontro mancato tra psicanalisi e movimento antistituzionale. Si dispiacevano della cosa. Ripeto, mò non è che i due fossero gli psicanalisti che con noialtri che gettiamo il sangue nei servizi pubblici non c’entrano, essi lavorano nei CSM di Trieste (Colucci) e di Pordenone (Stoppa). Sono tra noi. Eppure quando Stoppa se ne esce con un apologo (racconta la storia del lupo, che porta una pietra alla gallina, la mettono a bollire nell’acqua, passa il tempo ma la pietra non si ammorbidisce, io pensavo ecco che adesso il lupo si mangia la gallina, invece no, il lupo è un buono, e non se la mangia la gallina, si prende la pietra e se ne va, con la coda tra le gambe perché la pietra non s’è cotta, nemmeno ammorbidita), un apologo che sinceramente non ho capito, e non ho capito perché lo psicanalista pordenonese l’ha tirato fuori, io ho pensato che sapevo il vero significato della storiella. Ripeto: non era una platea di basagliani o di anti-freudiani pronti a gioire di questa mia uscita, c’era un centinaio di persone che aveva fatto un’ora di fila per sentir parlare (bene) di Freud e di Lacan. E almeno una trentina di allievi futuri psicanalisti, allievi dei due psicanalisti relatori. Potevo starmi zitto. Invece dico: il lupo, è chiaro, è lo psicanalista. L’acqua, è chiaro, è la psicanalisi. L’acqua psicanalitica, per quanto bolle, anche per anni, se pure non si secca, non ce la fa ad ammorbidire la pietra. La pietra è la psicosi, questo è chiaro. Ce la fa ad ammorbidire, invece, la patata. La patata è la nevrosi, ovvio. Dunque se il lupo avesse provato a cuocere la patata della gallina nevrotica, poteva farcela, ma la pietra della gallina psicotica, no, non ce la può fare. E poi, non contento, ho concluso la provocazione dicendo: vi ricordate come la pensava Basaglia? Si domandava cosa avesse fatto la multinazionale della psicanalisi per l’internato del manicomio nel corso del Novecento. Niente aveva fatto. Anzi. Gli psicanalisti che lavoravano in manicomio avevano la doppia misura, violenti e fascisti di mattino con gli internati miserabili, rispettosi e democratici di pomeriggio nel proprio studio privato coi nevrotici paganti. Ecco. Questa digressione per dire che il tafano che è in me ha sentito il bisogno di tafanarli. E Colucci, che peraltro è mio amico, grosso modo mi dice la stessa cosa che scrivi tu: guarda che siamo dalla stessa parte, non siamo noi i nemici, il nemico è altrove. 

Per cui sì, forse è vero che fenomenologia, psicanalisi e movimento anti-istituzionale avrebbero potuto reciprocamente giovarsi di una diciamo alleanza. Ma ciò non è stato. Basaglia rispetto alla psicanalisi è feroce. Rispetto alla fenomenologia pure se ne smarca, si radicalizza, altrimenti, ingessato nell’epochè, avrebbe assunto l’atteggiamento mediano dei Callieri, o dei Ballerini, che come scrivi tu un pezzo di manicomio volevano lasciarlo, lui invece, e ecco il radicale, non in quanto fenomenologo ma in quanto intellettuale, in quanto tecnico di un sapere pratico che rifiuta di essere commesso, lui i manicomi li vuole distruggere. 

Non ci è riuscito? Certo. Lo sappiamo. Non la manicomialità, quella non è riuscito a estirparla, la manicomialità che come una metastasi si è riprodotta in una miriade di caravanserragli piccoli gulag diffusi, disseminati nel territorio, che rendono conto dell’odierno perpetuo giro dell’oca del paziente affetto da cronicità psichica.

Scusa, non voglio divagare oltre. Certo, c’è bisogno in un qualche modo di definirsi. Per quel che mi riguarda, la definizione che meglio mi calza è quella che recentemente ha formalizzato Pier Aldo Rovatti. Lui parla di intellettuale riluttante. Chi è l’intellettuale riluttante? Nel nostro caso un tecnico della salute mentale che, a prescindere dalla sua passione per la psicanalisi, o per la fenomenologia, sta dentro le istituzioni, per cambiarle. Per contestarle. Per liberale.

Con stima


Piero Cipriano




Rileggi la lettera di Gilberto Di Petta:
Fenomenologia e deistituzionalizzazione: lettera aperta a Piero Cipriano


Guarda l’intervista a Piero Cipiarano: