Ieri sera sono andato a dormire con le parole del presidente della regione Campania, il quale sulla scorta del numero di casi positivi rilevati in gran parte delle regioni del nord Italia, non si farà scrupoli a blindare la sua regione per evitare che quanto fatto finora vada gettato al vento. Stamattina mi sveglio con la risposta del presidente della regione Veneto, il quale evidenzia la forte disparità tra tamponi effettuati al nord e al sud della nazione, per cui il numero maggiore di positivi non può essere che ovvia conseguenza di un massiccio impiego degli strumenti diagnostici. Non è da oggi che mi interrogo sul valore di determinate rilevazioni statistiche, ma la questione Covid non può che focalizzare la nostra attenzione. Nella fattispecie le riflessioni sono tante: cosa ha realmente valore predittivo? Forse piuttosto che concentrarsi sul numero totale bisognerebbe osservare le percentuali? Stando ai dati forniti dalla Protezione Civile, a ieri 18 Aprile, sul territorio nazionale la percentuale di tamponi positivi a fronte dei totali somministrati risultano il 13,5%. La Campania ha somministrato appena un quinto dei tamponi effettuati rispettivamente da Lombardia e Veneto, riscontrando una percentuale di positività di poco sotto al 9%. La Lombardia detiene il maggior tasso di positività, toccando il 25%, mentre il Veneto si tiene appena sopra al 6%. La domanda, al di là delle dispute, è cosa farcene di questi dati. Il dato più tenuto in considerazione è quello sui nuovi contagi giornalieri, in modo da monitorare l’andamento della pandemia in termini di crescita, decrescita e stazionarietà. Al di là del fatto che questi nuovi contagi non siano realmente “nuovi” ma semplicemente, e aggiungerei finalmente, rilevati, e che non ci sia modo di scoprire se le persone risultate negative si siano contagiate nel corso dei giorni, arriviamo al nodo centrale: a cosa ci servono queste statistiche? A individuare il momento in cui il numero di positivi, in percentuale, sarà talmente basso da offrire ai governanti un margine di sicurezza tale da tornare alla normalità. Ma come si stabilisce questo margine? Arbitrariamente? Più verosimilmente attraverso calcoli statistici che permettano di individuare una soglia al di sotto della quale il contagio sia controllabile. È un modello predittivo.

La verità è che noi dobbiamo iniziare a fare i conti col fatto che non esistono certezze, non solo oggi, ma nella vita umana. Quand’anche noi riuscissimo a estendere i tamponi a tappeto mappando l’intera popolazione, il rischio che il giorno dopo ci siano stati nuovi contagi rimane elevato. Se dovessero inventare un sistema di autodiagnosi affidabile al 100%, i cui risultati siano raccolti quotidianamente in server nazionali per un monitoraggio totale e in tempo reale, dovremmo fidarci comunque del fatto che nessun cittadino abbia falsificato i risultati. E se anche le diagnosi fossero effettuate da medici preposti, dovremmo reindirizzare a loro la nostra fiducia. In ultima istanza dovremmo fidarci dell’assenza di bug nel sistema, della preparazione e/o buona fede dei programmatori, della stabilità del traffico internet e della potenza dei server. Ogni forma sapere si fonda sulla fiducia, fiducia in chi ci trasmette sapere, fiducia di chi ha strutturato le premesse su cui poggia la nostra quotidiana ricerca, fiducia negli strumenti e nelle tecnologie di sperimentazione, finanche fiducia in se stessi e nei nostri occhi, nella nostra memoria, nella nostra capacità di cogliere nessi logici, di causa-effetto, di discriminare risultati, di significare il nostro mondo. La prolificazione di complottismi si radica nell’attuale cultura del sospetto. Ma non è questo il punto.

Ammesso che le rilevazioni mostrino per una settimana o per un mese valori confortantemente sotto la soglia, la scelta di riaprire il mondo rimarrà un azzardo, ampiamente giustificato e supportato dalla probabilistica, ma pur sempre un azzardo. Quand’anche i tamponi nuovi positivi dovessero mantenersi sullo zero per una settimana di fila, un unico individuo positivo fino ad allora sfuggito ai rilevamenti sarebbe sufficiente a far nascere una nuova epidemia. Tale è la miopia di uno stile falsificazionista “fino a prova contraria”: siamo tutti sani finché non appare un malato. Qual è il senso di tutto questo discorso? Non sono nella posizione di poter avanzare ipotesi o suggerire piani di azione, non ne ho le competenze, e anche qualora pervenissi ad un’idea apparentemente valida, essa sarebbe frutto della mia attuale situazione emotiva, permeata di smarrimento esistenziale. Non sarei lucido, come probabile non è lucido il discorso finora esposto.

La mia tesi è che l’attuale scenario pandemico evidenzia impietosamente il pressappochismo della statistica inferenziale, nella misura in cui essa si pone come strumento predittivo. La statistica descrittiva, come testimonia la definizione, offre uno sguardo su un fenomeno descrivendolo minuziosamente in forma numerica. Essa agisce après-coup, retrospettivamente. È un atteggiamento molto fenomenologico, lascia apparire il fenomeno e lo descrive, non si lascia vincere da un intento esplicativo, non cerca un Erklären, si limita all’enunciato per la possibilità di Verstehen. La statistica descrittiva, forte della radicalità di un approccio ateoretico, si produce in un’estrema epochè: sono solo numeri, tutto il resto ce lo mette chi li analizza, uno stimolo neutro consegnato ad un processo di significazione e tonalizzazione affettiva. Come da tradizione delle scienze occidentali però, la teoresi deve farsi teoria. La statistica inferenziale assume i dati offerti dalla statistica descrittiva per scenari predittivi. Assistiamo dunque ad un rocambolesco ribaltamento semantico ed epistemologico: l’effetto diventa causa. Ciò che il fenomeno ha prodotto finisce per produrre il fenomeno.

In realtà se gli si sottraesse il rigido statuto di scienza dura, galileiana, potremmo trovare numerose affinità con il metodo fenomenologico: la proposizione ciclica, anulare, di causa ed effetto è analoga alla dinamica uroborica del circolo ermeneutico; una meticolosa descrizione quale quella offerta dalla psicopatologia fenomenologica si pone al servizio di una prassi psicoterapeutica (non dimentichiamo che tra le maggiori critiche rivolte alla fenomenologia applicata al mondo psi c’è il suo sottrarsi alla formalizzazione di una prassi, additata come teoresi che non vuol farsi teoria). Perché dunque accanirsi contro la statistica inferenziale, se, per di più, tende a funzionare? Forse per il suo ricadere nei seducenti errori cartesiani? Per il non poter ammettere, di statuto, di essere applicata da eterni debuttanti? I sistemi dinamici ci insegnano che una teoria è valida fino all’attimo appena successivo, perché nell’istante t+1 è già mutata una variabile determinante, lo stato; più semplicemente – o forse no – potremmo dire che è cambiato il momento presente. Anche le psicoterapie, almeno per quelle non prescrittive, seguono la stessa dinamica: il nostro sentire e il nostro pensare tracciano insieme al paziente una direzione valida fino a quando non compiamo quel passo che ci consegnerà a un nuovo pensare e a un nuovo sentire, a una nuova coesistenza da cui ripartire. Ogni teoria è eterna fino all’istante successivo; un eterno debuttante vive di soli princìpi, di soli debutti. La statistica inferenziale, nel seguire queste stesse dinamiche, nel prodursi in questo strappo tra cristallizzazione e ridefinizione, ci racconta il fallimento di un fenomenologo che vuole fare lo scienziato.

La verità è che nella gestione di questa pandemia le variabili in gioco sono vaste quanto è vasto l’animo umano. Il sospetto, il disappunto, sono modalità di esistenza più che comprensibili nella situazione in cui siamo costretti. Il malessere individuale si sovrappone al quello sociale, si mescola fino a confondersi. In un mondo della vita sospeso, in un tempo fermo, in uno spazio collassato, perdo i riferimenti, non posso orientarmi, non so più dove finisco io e dove inizia l’altro. Dove non c’è l’altro non c’è dialogo, il tramonto del mondo conduce all’eclissi di ogni possibilità. Non posso materialmente toccare l’altro. E se perdo l’altro perdo me stesso. Sono necessari nuovi riferimenti affinché sopravviva il regno del possibile. Allora forse, lo dico a me stesso, accanirsi contro numeri e previsioni può solo presentificare l’assenza del mondo, dell’altro, facendomene sentire ancora di più la mancanza. Il sospetto è guardare alle cose per come dovrebbero essere, per cui significa non guardare alle cose stesse, vuol dire posare gli occhi su un mondo distorto dalle proprie paure, dalla propria rabbia, dalla propria frustrazione, dalla propria sofferenza. Il sospetto del mondo è il sospetto di sé. Rispetto è guardare alle cose come sono, lasciare accadere, imparare a starci. Tali sono i numeri. Ci si può e ci si deve affidare ai numeri ma senza mai consegnarsi acriticamente ad essi: è necessario assumersi la responsabilità del libero arbitrio, dell’azzardo, anche quando le probabilità sono di un milione a uno. Il numero, a differenza nostra, possiede reale opacità di memoria e desiderio. Prendendo ancora una volta in prestito il lessico della De Monticelli, il numero esclude una cultura del sospetto a favore di una cultura del rispetto, rispetto di ciò che appare.

Per cui, che fare? Schopenhauer scriveva:

“La definizione di esistenza felice potrebbe essere questa: un’esistenza tale che, considerata in termini puramente oggettivi […] sarebbe decisamente da preferirsi ad una non-esistenza”.

La non-esistenza a cui siamo costretti oggi ci si presenta come unica alternativa all’infelicità. Per quanto le scienze possano progredire, oggi siamo, come siamo sempre stati e come sempre saremo, legati all’arbitrio dell’uomo. In giorni come questi, in cui siamo tenuti distanti, il sospetto ci allontanerà sempre più, la fiducia invece è ciò che più ci avvicina.

Non cediamo al sospetto. Abbiamo fiducia. Mai come oggi, rinunciamo a una cultura del sospetto e promuoviamo una cultura del rispetto. Fino al giorno in cui potremo rinunciare alla non-esistenza, fino al giorno in cui il mondo tornerà ad essere felice.

 

Riferimenti sui dati statistici:

https://www.ilmessaggero.it/salute/medicina/coronavirus_lombardia_mappa_18_aprile_contagi_morti_casi_positivi_oggi_news_lombardia_piemonte_emilia_liguria-5178555.html