pubblicato su 7 del Corriere della sera, l’11 giugno 2021

 


 

Un’energia che monta, la marea che sale a vista d’occhio, connessioni prima invisibili ora sono evidenti, la meravigliosa sensazione dell’intelligenza scattante, sei lucido come non mai, la tua mente è una moto che romba, inizia il gran premio. I colori sono vividi, le tinte del mondo all’improvviso brillano, ti arriva addosso Van Gogh. Un bisogno irrefrenabile di agire, l’ispirazione che cade dal cielo, un’energia terrena ti solleva dal suolo, sei un treno che sfreccia su un superconduttore magnetico, un’alta velocità senza limiti né costi, “ventiquattromila pensieri al secondo fluiscono inarrestabili alimentando voglie e necessità”. Il led nella carta di credito che prima non avevi notato lampeggia di luce ipnotica, è come un messaggio: strisciami nel POS. È eccitante ma non ti basta, un altro negozio, la strisci ancora. È un’esperienza che rasenta l’estasi. Il corpo si erotizza, il desiderio si esalta ed è come se ti sembrasse tutto facile, conquiste a portata di mano, altri corpi così vicini.

Ostacoli umani provano ad arginare quella marea montante, ma è come evitare che il mare copra la spiaggia di Saint Malo all’ora che la luna ha programmato e chi mai oserebbe contrastare i dettami della luna? E allora arriva l’irritazione. Nervosismo, diventi una belva in gabbia, insofferente alle sbarre. Fremiti di vera rabbia: che volete da me? Lasciatemi stare, devo correre, iniziare qualcosa e iniziare qualcos’altro e i colori, i colori sono così vividi.

Descritta così, è un’esperienza meravigliosa, l’inizio di “Welcome to the Jungle”, riascoltatela, la tensione indistinta che cresce, il corpo si scuote, si agita e poi l’urlo, la furia selvaggia, si parte in piena accelerazione.

Il dopo concerto è amaro. Perché l’onda di marea successiva porta il nero. Un’acqua torbida, densa come liquame e terribilmente pesante. Viticci spinati emergono dal terreno, ti avvolgono, soprattutto ti si poggiano sulle spalle e le incurvano, ti ingobbiscono e la tua mente segue gli occhi che possono solo guardare a terra. Sollevare lo sguardo è impossibile e lancinante, perché se il mare è nero, il cielo è di piombo. Ora niente ha più senso, rimane solo un dolore corrosivo, implacabile, un pum-pum rumoroso dal quale ti ripari sotto le coperte.

Nella sua forma più riconoscibile il disturbo bipolare è questo. Lo hanno diagnosticato proprio ad Axl Rose. Non amo applicare etichette a chi non vedo nella mia stanza, ma se pubblichi Use your illusion 1 e 2 nel 1991, un sacco di musica, e poi il successivo disco di inediti lo tiri fuori 17 anni dopo, il pensiero che i colleghi non ci abbiamo visto male mi viene.

Se ne volete un esempio chiaro, guardate Pat (Bradley Cooper) nel film “Il lato positivo”. Alle quattro del mattino lancia Addio alle armi di Hemingway dalla finestra – chiusa, rompe il vetro – e sveglia i genitori perché deve spiegar loro come Hemingway non avrebbe dovuto permettersi di far finire male la storia d’amore tra Frederic e Catherine. Ma come? È sopravvissuto alla guerra, fugge in Svizzera e lei è incinta, è meraviglioso. Ballano, sono felici. Ma lei muore e Pat non lo accetta. I genitori vorrebbero che si scusasse per averli svegliati ma Pat incolpa Hemingway: è lui che dovrebbe scusarsi. Se potesse, lo andrebbe a risvegliare dal sonno eterno per riscrivere il finale, Leonard e Catherine devono vivere per sempre felici e contenti!

L’esperienza di chi soffre di disturbo bipolare, si sarà capito, è una montagna russa. Nelle fasi di eccitazione, di solito brevi, sono pericolosi per sé e per i familiari: spendono fortune, partono, spariscono, s’innamorano e si disamorano, bevono e si drogano e valli a riacchiappare. Nelle fasi depressive il mondo è insopportabile, il rischio di suicidio alto e chi gli vive intorno oscilla tra colpa, insofferenza e impotenza.

È un disturbo diffuso? Sì, abbastanza, ma bisogna fare attenzione. Sembrerebbe riguardare circa l’1% della popolazione, egualmente distribuito tra maschi e femmine. Solo che è una di quelle diagnosi che gli psichiatri amano. Difficile dire in che percentuale la formulino correttamente e in quale invece la utilizzino laddove non ce n’è motivo. Il problema è che quando lo psichiatra diagnostica il disturbo bipolare, la cura può sembrargli illusoriamente semplice dal punto di vista concettuale. Si tratta di spiegare al paziente e ai familiari cosa comporta il disturbo, prescrivere i farmaci giusti al dosaggio appropriato e insegnare alcune fondamentali norme di igiene di vita: regolarità nel sonno e nelle abitudini, astinenza dall’alcool, dieta regolare, esercizio fisico. E fare in modo che il paziente segua le prescrizioni. In un certo senso, è una diagnosi comoda, solleva in parte il curante dal carico della comprensione psicologica empatica, raffinata. Dalla difficoltà del costruire un dialogo che abbia una valenza di comprensione e di cura. È una diagnosi che può tentare chi la formula ad adottare la prospettiva di osservatore esterno, dispensatore di medicine e saggi consigli. Intendiamoci, a scanso di equivoci: medico o psicologo che sia, chi pretende di curare una persona sofferente di bipolarismo senza farmaci sta vendendo un’illusione.

Invece molti pazienti sembra che soffrano di disturbo bipolare ma non è così. L’esempio più chiaro è il disturbo borderline di personalità. Anche qui le montagne russe emotive sono la regola. Ma non è l’umore a essere in gioco in prima istanza, non sono le oscillazioni dell’umore sull’asse verticale, da estremamente alto a tragicamente basso, a essere protagoniste. Il disturbo borderline è un problema di controllo delle emozioni, non solo tristezza e gioia come nel bipolare, ma tutte le emozioni. Angoscia, pena d’amore, rabbia, che arriva e devasta le relazioni al minimo segnale, reale o presunto, di abbandono, trascuratezza e critica. È anche un problema di identità: chi sono, cosa conta davvero per me nella vita? Ecco, nel disturbo borderline la vera cura è di tipo psicoterapeutico, i farmaci al più sono un sollievo sintomatico in alcuni momenti. E per curarlo ci vuole pazienza, tempo e tanta competenza.

Si intuisce che per il curante sia più semplice formulare, nel dubbio, la diagnosi che non richiede di spendere ore, mesi, anni con una persona ad affrontare i drammi della vita di relazione? Il disturbo borderline richiede di cercare col paziente la strada per placare le tempeste emotive e trovare una direzionalità alla propria vita, quel “centro di gravità permanente”. Disturbo bipolare è una diagnosi che sembrerebbe richiedere meno impegno emotivo e tecnico.

E in realtà non dovrebbe essere così. Perché curarlo in una prospettiva che integri terapia farmacologica e lavoro sull’anima, ovvero psicoterapia, è fondamentale. Mai il curante dovrebbe trattare la persona come se fosse il suo disturbo. Le fluttuazioni dell’umore accadono per motivi in parte biologici, ma sono modulate dal modo in cui quella persona dà senso al mondo. E ognuno attribuisce il proprio significato al disturbo malattia. C’è chi, dolorosamente lo accetta. Chi lo prende come un segno di difettosità, interiorizzando lo stigma. Chi lo rifiuta, si ribella e non sopporta di fare i conti con il limite: risorgi Hemingway, riscrivi!

Il collega Ilario Mammone, esperto del disturbo, mi fa notare che il curante deve parlare all’individuo, non alla malattia, altrimenti assume quell’attitudine che Foucault definì “pastorale”. Spiegare alla persona cos’è il bipolarismo e cosa si dovrebbe fare per trattarlo rischia di fondare un rapporto di potere: il curante colloca la persona in una posizione di passività, sottomissione. L’equilibrio è delicato. Da un lato la malattia è lì, i farmaci sono necessari così come alcune pratiche di vita. Allo stesso tempo, come aiutare quell’individuo a trovare il proprio modo di affrontarla all’interno di un rapporto di cooperazione?

E ancora attenzione: se un paziente ha tratti di personalità che lo dispongono a vergogna e senso di inferiorità, spiegargli che ha una malattia facilmente lo farà sentire ancora più difettoso. Se un paziente ha tratti narcisistici, l’idea di avere una malattia e dei limiti è ancora più intollerabile. L’azione del terapeuta deve necessariamente essere diversa nei due esempi.

Ho conversato a lungo con il dottor Mammone su un caso che lui ha curato: Arturo, un giovane architetto con aspetti narcisistici che a un certo punto si ribellava all’idea di passare la vita a curare il disturbo bipolare. La terapia ha rischiato di interrompersi. Ci abbiamo riflettuto. Durante le fasi maniacali, Arturo si sentiva un supereroe che combatteva contro gli oppressori. Sembra veramente un’idea folle, ma direste lo stesso a Batman? La svolta è stata quando abbiamo capito che Arturo, quando non si sentiva supereroe, covava un senso di paralisi interna, fragilità e sottomissione. Al di là delle fasi depressive, era qualcosa che gli apparteneva per storia di vita. Calare la maschera di super-Arturo per lui significava crollare, annichilirsi. La svolta terapeutica è stata nel giorno in cui il terapeuta ha chiesto ad Arturo di tornare in immaginazione guidata al momento in cui, in piena mania, si era spogliato di fronte a una chiesa. Arturo, vede il sé stesso nudo, folle e capisce che è disperato. Il terapeuta gli chiede: “Come puoi aiutarlo?”. “Posso aiutarlo a stare in piedi”. “In che modo?”. “Gli tendo la mano, lo tiro su”. In quel momento Arturo avverte un senso di ritrovata verticalità, i muscoli delle gambe lo reggono laddove si era accasciato. Dopo quel momento, prendere i farmaci gli peserà di meno, perché nel frattempo impara ad agire, sperare, sollevarsi.

In questo modo curare il disturbo bipolare è possibile, Pat può sentirsi vivo senza richiamare dall’aldilà Hemingway, il finale di Addio alle armi va bene così.