Il suicidio è annoverato entro la molteplicità delle possibilità ontologiche dell’agire umano: un’azione “intenzionale” paradossale, giacché il processo di significazione dell’atto a posteriori è negato dall’annullamento del proprio divenire. Il padre della Suicidologia, E. S. Shneidman descriveva il suicidio come un atto conscio di autoannientamento derivante da uno stato di malessere generalizzato – psychache – che sovrasta l’individuo, il quale, dinnanzi la sofferenza in cui è imprigionato, considera il suicidio come la migliore e unica soluzione (Shneidman, 1985). La modalità semiotica di comunicazione della corporeità, in tale contesto,  si propone quale modello simbolico in grado di facilitare la comprensione degli “agiti” autodistruttivi. Tra l’ampia varietà di manifestazioni appare clinicamente rilevante la dinamica dissociativa mente-corpo che sottende la processualità suicidaria.
Tale meccanismo è caratterizzato dal disimpegno del Sé dalle esperienze del proprio corpo rappresentando, quindi, una condizione che ne favorirebbe l’attacco (Leenaars, 1996).
In questi termini, diviene possibile delineare i contorni di una comprensione che, orientata all’espressione suicidaria, si rivolge all’Essere corporeo (Leib) e alle sue trasmutazioni (Körper) verso un inesorabile annichilimento.
Dal punto di vista psichico, il corpo è posto al centro di una rete di trame paradossali in cui ciò che sembra appartenerci intimamente può al contempo divenire alieno, ostile e distante (La Barbera, 2007). La rappresentazione ed espressione simbolica della corporeità suicidaria, può divenire il terreno privilegiato della comunicazione soggettiva, anticipando il linguaggio e successivamente connotandolo (Ammanitti & Ferrari, 2020).
Il corpo, con le sue vicissitudini, può divenire così il portavoce della biografia e dell’intimo senso esistenziale delle cose, costituendo l’orizzonte da cui prendono forma i significati. Questa prospettiva offre la possibilità di interrogarsi sulle radici della volontà di morte e sul rapporto che il paziente, attraverso il corpo, ha strutturato con le tematiche e i dilemmi esistenziali. All’interno della processualità suicidaria, il rapporto tra il soggetto e il proprio corpo è ben definito dall’aggettivo freudiano “Unheimliche o “Perturbante” che allude all’ambivalenza dell’oggetto rappresentato e all’angoscia che da esso ingenera. La realtà scotomizzata dal corpo rende quest’ultimo un inquietante estraneo, una cosa (Körper) che non è riconosciuta come propria. In linea con la prospettiva Husserliana, E. Paci in “Husserl sempre di nuovo” (1960) scrive:

In me c’è l’estraneo a me, che infine mi uccide. Che cosa, chi mi uccide? Sono io che mi uccido? No, è l’altro, l’estraneo che è in me ma che non è in me. Questo altro è tutto ciò che mi resiste, che mi limita, che mi determina, che mi finitizza, che mi fa nascere e morire nella temporalizzazione” (Paci, 1960. p.16).

Si coglie, a tal proposito, come la caduta nell’improprietà corporea, definita il contrassegno sinistro della profonda frammentazione di cui è preda il corpo suicida, si sostanzi nella sua irriconoscibile alienazione (Leoni, 2010). La riflessione sui connotati idiosincratici dell’esperienza corporea, unitamente al senso e il significato a essa attribuito, rappresentano aree fondamentali per l’indagine delle dinamiche suicidarie che, attraverso la comprensione degli aspetti riguardanti la corporeità e il suo valore simbolico, possono orientare l’attenzione clinica verso i nuclei strutturanti il senso del del paziente.
Le linee di ricerca che si sviluppano in questo ambito hanno messo in luce che, quando l’esperienza soggettiva del dolore mentale (psychache) culmina in uno stato che diviene intollerabile per il soggetto, dilaga in esperienze di deterioramento e frammentazione del Sé. La disaffezione corporea, esito di tale meccanismo, comporterebbe un disinvestimento emotivo dal proprio corpo, facilitando la messa in atto dell’intento suicidario, in particolare in presenza di hopelessness e stati depressivi (Orbach, 2003).
Tali considerazioni si rintracciano nell’approccio antropoanalitico di L. Binswanger che, sostituendo al dualismo corpo-anima il rapporto corpo-mondo, pone l’accento sul concetto di intenzionalità esplicando la valenza psicologica del corpo e la sua natura comunicativa. A tal proposito l’emblematico caso clinico di Ellen West (1944-1945) riporta una condizione psicopatologica che implica l’alterazione del vissuto corporeo sancita dall’inversione del desiderio e del suo naturale pro-tendere.

Il corpo di Ellen è descritto come un luogo silenzioso, sede della pietrificazione dell’esistenza, che permette di riflettere anche su come, delle volte, il suicidio si presenti quale tentativo di far seguire alla morte psichica la morte corporea, frutto della ricerca incessante di un equilibrio tra le due dimensioni. La paziente descrive, difatti, l’intimo legame tra Sé e il proprio corpo affermando:

Il mio Io interiore è così strettamente legato al mio corpo che entrambi formano un’unità che costituisce il mio Io, il mio illogico, nervoso, individualistico Io”
(Biswanger, 2011, p.72).

La forza dell’approccio fenomenologico clinico si sostanzia nella possibilità di entrare in contatto con il dolore e la sofferenza che, con radici nel corpo, spesso assume esso stesso quale suo oggetto. Così diviene possibile cogliere la disperazione di Ellen e il senso di vuoto di cui ella soffre a causa della profonda scissione Io-corpo, che delinea una presenza incorporea, vuota, da cui tenta di liberarsi per fuggire da sé, difendendo fino all’ultimo quel nulla che rimane (Galimberti, 2017).
Partendo dai brevi accenni alla complessità clinica di Ellen si avanza verso la possibilità di “dare forma” ai vissuti incomunicabili del paziente con tendenze suicidarie, compito analitico tanto complesso quanto fondamentale, che necessita di un contatto con la dimensione della corporeità per dispiegare un varco dialogico potenziale nel quale poter cogliere le valenze emozionali delle esperienze affettive in cui è naufragato il paziente.
Ricordando le parole di L. Russo:

La principale preoccupazione dell’analista nel lavoro analitico [..] è quella di creare una parola che sia in grado di incarnarsi, di sentire nel corpo e di dare in qualche modo una forma di espressione all’irrappresentabile”
(Russo, 2013, p.148)

Ebbene, l’esperienza soggettiva della corporeità suicidaria sembra ritrarre la forma difensiva che tramite essa il paziente assume, il rifiuto che destina alle proprie articolazioni, il distacco che manifesta tramite l’annientamento del veicolo che sostanzia la sua presenza e infine il valore simbolico della rappresentazione della propria sensorialità. Queste risultano essere vere e proprie “metamorfosi cliniche” (Di Petta, 2010, p.82) in cui si iscrivono le esperienze vissute, interpretabili quali espressioni comunicative incarnate che attendono di essere accolte.

 

 

Bibliografia

  • Ammaniti, M., & Ferrari, P. F. (2020). Il corpo non dimentica. L’io motorio e lo sviluppo della relazionalità. Milano: Raffaello Cortina.
  • Biswanger, L. (2011). Il caso di Ellen West. (S. Mistura, A cura di). Torino: Einaudi.
  • Di Petta, G. (2010). Il Corpo: “Consummandum” et “Haneas” tra fenomenologia e clinica. Comprendre (20), 82-107.
  • Galimberti, U. (2017). Psichiatria e fenomenologia. Milano: Feltrinelli.
  • La Barbera, D. (2007). Studi sul suicidio in una prospettiva psicodinamica. (C. Novara, A cura di) Milano: Franco Angeli.
  • Leenaars, A. A. (1996). Suicide: A Multidimensional Malaise. Suicide and Life-Threatening Behavior, 26(3), 221-236.
  • Leoni, F. (2010). Il corpo, la carne, la follia. Sui rapporti tra fenomenologia e psicopatologia fenomenologica. Comprendre, 21(2), 201-210.
  • Orbach, I. (2003). Suicide and the suicidal body. Suicide and Life-Threatening Behavior, 33(1), 1-8.
  • Paci, E. (1960). Husserl sempre di nuovo. Milano: Il Saggiatore.
  • Russo, L. (2013). Corpo, visione, parola, nel lavoro psicoanalitico. Roma: Borla.
  • Shneidman, E. S. (1985). Definition of suicide. New York: Wiley.