L’amore è un sentimento considerato da molti indefinibile, misterioso e a tratti perturbante, la cui essenza è stata colta esclusivamente da scrittori, poeti e artisti. In ambito psicologico pochi hanno cercato di indagarne l’origine e il suo rapporto con la psiche umana. Ad esempio Freud ha dedicato pochi scritti sull’argomento, liquidando spesso l’amore a una mera sublimazione delle spinte pulsionali sessuali, in altre parole una semplice illusione. Così come poco sappiamo dell’animo umano, poco sappiamo dell’amore.

Allora tracciare una fenomenologia dell’amore vuol dire comprendere questo sentimento nella sua essenza, andando al di là dei pregiudizi e dei preconcetti che caratterizzano questo argomento. La retorica che l’amore sia inspiegabile e misterioso, seppur rappresentando una certa fascinazione, non ne ha permesso la giusta considerazione teorica. A mio avviso questa retorica ha confuso l’idea di amore con il concetto di infatuazione, poiché se è vero che l’infatuazione è un sentimento misterioso, in cui molto spesso si osserva un gioco complesso delle nostre identificazioni, l’amore invece è una posizione assunta dal soggetto che trascende l’idea di essere considerata un mero sentimento. In altri termini è possibile affermare che l’amore è una posizione esistenziale del soggetto rispetto al mondo, e non un semplice sentimento che caratterizza l’animo umano.

L’amore quindi va ad assumere i connotati di apertura verso il mondo, sia che si faccia riferimento a esso come una dimensione interna che esterna al soggetto. Se quindi consideriamo l’amore come una posizione esistenziale, quest’ultima non può essere semplicemente data di default alla nascita, ma bensì è una posizione che va assunta, e che si modifica, attraverso la nostra storia personale. Per tali ragioni è anche possibile che alcuni individui non accedano mai a tale dimensione, diventando incapaci di amare. È inevitabile che le nostre identificazioni primarie hanno un contributo notevole nella capacità di assumere tale posizione, e anche di come la si assume, andando a costituire la nostra posizione nei confronti dell’amore.

Messa in questi termini l’amore smette di assumere una posizione astratta, cadendo all’interno di una definizione concreta e pragmatica che ci apre a una seria riflessione sulla sua essenza. Assumere una prospettiva più concreta sull’amore, e quindi a tratti meno romantica e più razionale, non vuol dire eliminare il fascino che associamo alla parola amore, poiché quest’ultima rappresenta sempre uno degli aspetti più affascinanti e salienti dell’animo umano. Effettuare un’analisi concreta dell’amore vuol dire poter esporre una psicologia di tale fenomeno.

 

Essere nel mondo, amare il mondo

Come ci insegna Heidegger (1927) siamo condannati al nostro esserci per il mondo: il dasein. Per l’autore quest’esistenza non assume fin dall’inizio connotati amorevoli, poiché la nostra presenza è costantemente minacciata dall’angoscia, che è il sentimento che accompagna costantemente il nostro dasein. Una posizione esistenziale dell’amore va quindi costruita e conquistata, non ci viene concessa dal nostro essere gettati.

È allora utile chiederci come è possibile entrare in una dimensione esistenziale caratterizzata dall’amore? Gli insegnamenti di Lacan ci vengono qui in aiuto. L’angoscia che accompagna la nostra esistenza è una domanda d’amore che si manifesta nel bambino attraverso il grido, a cui l’Altro è obbligato a dare una risposta attraverso il proprio amore. L’essere umano entra in contatto con l’amore attraverso l’Altro che risponde alla sua angoscia attraverso un autentico gesto di tenerezza e amore. Siamo dalla nascita sprovvisti di un bagaglio psicologico che ci permette in autonomia di accedere alla posizione esistenziale dell’amore, quest’ultima si ottiene attraverso il dialogo incessante con l’Altro. Ciò che noi abbiamo dalla nascita è la nostra angoscia che va a configurarsi, all’interno del discorso lacaniano, come una domanda d’amore; è la nostra angoscia a far nascere nell’Altro, attentamente sintonizzato, una risposta amorevole, che ci permette di accedere all’interno di una posizione esistenziale caratterizzata dall’amore per l’Altro, Altro che nel nostro discorso coincide con il concetto di alterità.

Come vedremo più avanti la posizione esistenziale dell’amore si esplica su un piano intersoggettivo in cui amare vuol dire sempre amare l’alterità in tutte le sue sfaccettature. Anche l’amore materno si caratterizza per l’accettazione e il genuino sentimento di tenerezza verso la differenza che il figlio porta nei confronti dell’narcisismo del genitore. In effetti l’amore per un figlio rappresenta per il genitore lo sforzo di dover accettare, non senza alcuna sofferenza, una perdita associata al proprio narcisismo. Possiamo già qui notare una caratteristica essenziale dell’amore, cioè il suo essere disinteressato, caratteristica che approfondiremo nel discorso incentrato sul rapporto tra terapia e amore.
Se l’amore è disinteressato vuol dire che in esso noi non troviamo mai alcun possesso, in amore nulla ci appartiene, tranne che la nostra posizione esistenziale. Amare l’altro vuol dire riconoscerne la sua alterità senza mai poterla possedere.

Essendo noi anime gettate nel mondo la posizione esistenziale dell’amore si esplica come un sentimento oceanico che coinvolge tutto il nostro mondo circostante, acquisendo quel carattere dialogico Io-Tu che è stato concettualizzato da Buber. Il Tu della relazione va ad assumere dei connotati trascendentali, acquisendo una dimensione mistica. L’amore diventa un’attitudine alla vita, un modo d’essere che assume determinati significati in base alla storia di vita del soggetto. Una seconda caratteristica fondamentale dell’amore è quello di essere sempre legato a una dimensione dialogica, deve esserci sempre un Tu, un Altro, a cui tale sentimento deve tendere.
Non sempre però l’essere umano riesce ad accedere a una dimensione esistenziale caratterizzata dall’amore. Ad esempio, come ha ben dimostrato Recalcati (1997), la clinica dell’anoressia ci insegna proprio come questa forma di psicopatologia possa rappresentare uno dei destini di una esistenza priva d’amore. Rifiutando il cibo metaforicamente l’anoressica rifiuta il Tu della relazione dialogica, rifiutando un elemento essenziale dell’amore. Il corpo malnutrito dell’anoressica inscrive nella carne la mancata acquisizione di una posizione esistenziale caratterizzata dall’amore. La sua domanda d’amore trova nell’Altro un vuoto, un’impossibilità a rispondere in modo adeguato alla richiesta smossa dall’angoscia. Ed è proprio l’anoressia a mostrarci il delicato rapporto tra l’amore e l’angoscia.

 

Il rapporto amore-angoscia

Il rapporto tra amore e angoscia è complicato: da un lato l’angoscia è alla base della domanda d’amore, dall’altro una posizione esistenziale caratterizzata dall’amore richiede lo sforzo di convivere con l’angoscia.

Come si è detto nel paragrafo precedente l’angoscia è l’elemento essenziale che permette al soggetto di porre all’Altro una domanda d’amore, che se è accolta garantisce l’ingresso in una posizione esistenziale caratterizzata dall’amore. Anche l’angoscia assume delle caratteristiche dialogiche, poiché mira a smuovere qualcosa nell’altro della relazione. Come ha osservato Sullivan (1972) l’angoscia è un sentimento che si inscrive all’interno di un campo interpersonale, per l’autore ciò che spinge l’Altro a rispondere all’angoscia è la tenerezza, un elemento essenziale dell’amore. Per tali motivi si può affermare che l’angoscia è la condizione necessaria su cui si poggia il sentimento d’amore, poiché la costruzione di una tale posizione esistenziale la si ottiene solo se c’è un Altro in grado di introdurci in una dimensione amorevole.

Da questo punto di vista l’amore si lega sempre a una dimensione intersoggettiva della relazione, essendo esso un sentimento proiettato sempre verso l’Altro. Questa caratteristica fa si che l’amore sia sempre associato all’angoscia del non riconoscimento della propria domanda d’amore. Solo attraverso il riconoscimento della domanda d’amore il soggetto può entrare in una dimensione esistenziale d’amore.

Se quindi l’amore si lega a un incessante bisogno di riconoscimento da parte dell’Altro, allora la sua condizione esistenziale si associa all’angoscia legata al possibile mancato riconoscimento. L’angoscia che l’Altro possa non riconoscere la nostra richiesta d’amore è un elemento essenziale dell’amore stesso. In questo senso possiamo affermare che la posizione esistenziale d’amore è per sua natura precaria, poiché è irrimediabilmente legata alla figura dell’Altro che può decidere o meno di riconoscere la domanda posta dal soggetto. L’amore è un sentimento che si caratterizza per la presenza di una sofferenza, di un’incertezza che non tutti riescono a sopportare. L’individuo non solo deve “lottare” per accedere alla dimensione esistenziale dell’amore, ma deve anche imparare a convivere con l’angoscia che si accompagna a tale posizione.

Anche in questo caso la capacità di affrontare l’angoscia legata al sentimento d’amore dipende dalla storia del soggetto. L’impossibilità a tollerare quest’angoscia molto spesso da forma ad alcuni quadri patologici, come nel caso del narcisismo. Il narcisista rifiuta la posizione esistenziale d’amore poiché quest’ultima lo obbliga alla possibilità dell’indisponibilità dell’Altro. La ferita narcisistica va a inficiare con la possibilità di gestire l’angoscia associata al sentimento d’amore. L’esistenza narcisistica si caratterizza per un’impossibilità d’amore, il narcisista non ama né se stesso né l’Altro poiché trova sulla propria strada uno sbarramento alla via dell’amore. Questa impossibilità ad accedere a una dimensione esistenziale d’amore lascia nel soggetto un vuoto lacerante che lo porta ad approcciarsi al mondo con superficialità e poca passionalità.

La vita appassionata richiede la conquista di una presenza caratterizzata dall’amore per l’Altro, senza che ci si lasci intimorire dall’angoscia scaturita dall’alterità. Se in effetti solo attraverso la risposta dell’Altro noi possiamo partecipare al discorso amoroso, siamo condannati ad amare l’alterità seppur essa è portatrice di inquietudine e angoscia. In questo senso di per sé l’amore è un sentimento perturbante per il soggetto poiché l’obbliga a doversi confrontare con l’alterità presente sia all’interno di esso che all’esterno. Nella costituzione di una posizione esistenziale d’amore va quindi a rafforzarsi quella angoscia presente in noi fin dalla nascita, quell’angoscia dell’alterità che Heidegger ben aveva compreso nella formulazione del dasein. L’esser gettati nel mondo ci pone in una posizione in cui noi siamo estranei al mondo, siamo in una relazione costante con la sua alterità, un’alterità carica d’angoscia che però, come detto poco prima, ci permette di formulare la domanda d’amore, ci permette di dire all’Altro tu mi ami? Tu mi desideri?

 

L’amore di coppia: l’al di là delle differenze

L’amore è l’elemento costitutivo di una coppia, è ciò che fa legame, segno distintivo dell’unione tra due persone chiamate a danzare al valzer dell’amore. Ma se l’amore è sempre un dialogo con l’alterità esso incarna l’illusione, all’interno della coppia, di un’unione impossibile. Così l’amore gioca nelle relazioni un ruolo ambiguo e contraddittorio, se da un lato è ciò che lega, dall’altro essendo esso ancorato all’Altro è anche ciò che rimanda alla differenza tra l’Io e il Tu, testimoniando l’impossibilità ad unirsi in un solo corpo: l’amore non può mai essere fusionale. L’amore non può nemmeno basarsi sulla proiezione delle proprie aspettative sull’Altro, poiché facendo ciò staremmo in realtà contravvenendo all’essenza stessa dell’amore, cioè il suo profondo legame con l’alterità. Se infatti è il rapporto con l’alterità che permette al soggetto di entrare in una dimensione esistenziale d’amore, la negazione dell’alterità dell’Altro attraverso le nostre proiezioni ci porta lontani dalla capacità d’amare.
A questo punto è logico chiedersi perché spesso all’interno di una relazione di coppia siamo portati a proiettare le nostre aspettative sull’Altro della relazione? Perché in certe occasioni abbiamo la necessità di negare l’alterità? La riposta è semplice: da come già si è osservato nel paragrafo precedente l’amore si accompagna sempre all’angoscia, le nostre proiezioni ci permettono così di sentirci sicuri, rappresentano delle difese atte a negare l’alterità perturbate dell’Altro. Amare realmente un’altra persona vuol dire dover sopportare l’angoscia che comporta l’alterità che l’altro soggetto porta sempre con sé. L’amore ha in altre parole sempre una configurazione intersoggettiva. Come infatti ha osservato Silvia Montefoschi (1977), analista junghiana, il vero amore è caratterizzato sempre da una dimensione intersoggettiva della relazione. Nell’amore non c’è specularità, ma c’è il riconoscimento e l’accettazione dell’Altro come soggetto differente, come Altro, sempre inarrivabile, e per certi versi sempre misterioso e perturbante. Per tali motivi l’amore è un sentimento carico di passione ma anche di sofferenza, poiché la sua esistenza è veicolata al riconoscimento dell’altro come differente, come diverso, come scarto, come imperfezione, in altre parole come Altro da me. Come afferma Lacan (1975) in amore può esserci solo il riconoscimento dell’Altro e non una sua conoscenza.
All’interno di una relazione di coppia l’amore rischia di essere oscurato dai ruoli che il partner vuole attribuire all’altro partner per poter rimediare all’angoscia provata dall’incontro con la sua alterità. Attribuire un ruolo specifico agli altri all’interno delle relazioni di coppia vuol dire eliminare l’elemento stesso che permette all’amore di prender forma. La posizione dell’innamorato è sempre una posizione in cui si domanda se la propria alterità sarà riconosciuta. Il soggetto innamorato allora chiede al proprio partner: Accetti me in quanto differente da te? Riconosci la mia soggettività? Sarai in grado di prenderti cura delle mie differenze? Mi amerai per quello che sono e non per quello che tu vuoi che io sia?

Allora ecco che l’amore all’interno della coppia è un sentimento che deve andare al di là delle reciproche differenze, è un sentimento che deve resistere alla prova dell’angoscia che accompagna l’alterità. L’amore che dura può essere solo quello che si basa sull’accettazione dell’Altro, sullo scarto inevitabile che si frappone tra me e te. Non può esserci unione o simbiosi che tenga se non si pone alla base l’accettazione dell’alterità. Il vero amore è quello in cui si ama il difetto dell’Altro, perché quello stesso difetto rappresenta quell’alterità che scardina le nostre rappresentazioni, il nostro modo di vedere il mondo in maniera sempre uguale. L’alterità dell’altro è ciò che ci permette di uscire fuori dai nostri schemi, di andare oltre la riproposizione dei nostri modelli di relazioni che non fano altro che assopire l’amore.

Per amare l’Altro siamo costretti noi stessi a diventare Altro, siamo costretti a dover abbandonare il nostro narcisismo che vorrebbe nell’Altro la riproposizione di un nostro ideale, di una nostra aspettativa. Amare l’Altro vuol dire quindi anche essere disposti a mettere tra parentesi noi stessi per far entrare l’Altro. L’amore all’interno di una coppia diventa una sfida per entrambi i partner, poiché sono chiamati a trovare un’unione che vada al di là delle differenze reciproche, un’unione impossibile. Come afferma Lacan (1975) l’amore si basa su una promessa impossibile. Per l’autore francese l’amore è un sentimento che deve andare al di là del proprio narcisismo, poiché nell’amore narcisistico quello che conta non è l’Altro, ma l’Uno, il desiderio di fusione, una tensione speculare in cui si osserva non l’amore ma la sua degradazione narcisistica. Lacan andando al di là di Freud, che considerava l’unico amore possibile quello narcisistico, ci dà una definizione antinarcisistica dell’amore, dove l’analisi deve condurre il soggetto a raggiungere un amore emancipato dalla trappola del narcisismo, dalla trappolo del fare Uno con l’Altro. L’amore è un sentimento che si basa sul riconoscimento reciproco delle proprie differenze, basandosi non su un legame narcisistico ma su un legame intersoggettivo.

Per amare siamo quindi costretti a dover andare al di là del nostro narcisismo, del nostro Io, e questo noi possiamo imparare a farlo solo se nella nostra vita qualcuno prima di noi ha messo da parte se stesso per rispondere alla nostra domanda d’amore. Per poter amare siamo costretti a dover elaborare il lutto del proprio narcisismo. Come abbiamo osservato prima il narcisismo è una difesa nei confronti dell’alterità, è una modalità di relazione che ci porta a negare l’Altro.

Cosa vuol dire allora la frase “io ti amo” se non “io voglio prendermi cura della tua alterità, accetto l’angoscia che essa provoca in me, voglio essere il custode della tua differenza”.

 

Amore e psicoterapia        

Daniel Shaw (Barsness, 2018) ha definito l’amore come una delle competenze fondamentali della psicoterapia di qualsiasi orientamento. La cura del disagio psicologico passa attraverso un autentico atto di amore da parte del terapeuta nei confronti del paziente. Più di qualsiasi tecnica è l’amore che cura (Stanghellini, 2018). Come ha osservato Nacht (1962) nessuno può curare qualcun altro se non ha un genuino desiderio di aiutarlo, e nessuno può avere il desiderio di aiutare se non ama, nel senso più profondo della parola.

L’amore del terapeuta verso il proprio paziente passa attraverso il riconoscimento della soggettività del paziente, della sua alterità. Il desiderio di cura del terapeuta non può associarsi a nessuna aspettativa nei confronti dell’Altro, dal momento in cui il proprio intervento passa attraverso l’amore, che come si è visto in precedenza è sempre legato all’alterità dell’Altro.

All’interno del processo terapeutico vi è la necessità che paziente e terapeuta accettino la propria posizione di Altro, l’intera psicoterapia si caratterizza per un processo evolutivo circolare in cui ad una prima proiezione delle proprie aspettative deve sopraggiungere un riconoscimento reciproco delle proprie soggettività.

Il terapeuta è costretto a rinunciare al proprio narcisismo se vuole davvero incontrare l’Altro, se vuole davvero porre l’amore alla base del proprio intervento terapeutico.

Il paziente arriva in seduta attraverso una specifica richiesta, che molto spesso si esplicita attraverso la descrizioni di sintomi e segni di uno specifico quadro psicopatologico, ma che in realtà a ben vedere dietro si nasconde una domanda d’amore: il paziente vuole che il terapeuta riconosca la propria sofferenza e angoscia rispondendo a questa richiesta attraverso un gesto autentico di amore e tenerezza.
Come ci insegna la fenomenologia il terapeuta è chiamato a sospendere i propri pregiudizi sul paziente attraverso un processo di riduzione eidetica, entrando in una posizione esistenziale caratterizzata dall’amore come sentimento di apertura all’Altro. La cura fenomenologica pone alla base del proprio processo terapeutico l’incontro con l’Altro, facendo ciò la fenomenologia pone alla base della psicoterapia l’amore, poiché solo attraverso l’amore è possibile riconoscere l’altro come Altro.
In molte forme di psicopatologia il soggetto sofferente è stato costretto ad adattarsi all’amore narcisistico del proprio genitore, non riuscendo ad acquisire quella che abbiamo qui definito una posizione esistenziale dell’amore, quell’amore autentico che Lacan contrappone all’amore narcisistico. Il processo terapeutico diventa allora un lavoro in cui paziente e terapeuta cercando di sviluppare quella dimensione esistenziale dell’amore mai acquisita, o acquisita in modo disfunzionale, dal soggetto sofferente.

L’acquisizione di una dimensione esistenziale dell’amore attraverso il processo terapeutico permette al paziente di aprirsi al mondo con un minor senso di angoscia, di confrontarsi con l’Altro senza doversi difendere attraverso una chiusura narcisistica.

Se il nostro dasein è continuamente perturbato dall’angoscia, come magistralmente ci esemplifica la psicopatologia, il rimedio che l’uomo può opporre a tale sentimento è l’amore che passa attraverso il riconoscimento dell’Altro.

 

Bibliografia:

  • Barsness, R.E. (2018). Competenze cliniche nella psicoanalisi relazionale. Un manuale per la pratica, lo studio, la ricerca. Fioriti Editore: Roma
  • Heidegger, M. (1927). Essere e tempo. Longanesi: Milano, 1980.
  • Lacan, J. (1975). Il seminario. Libro XX. Ancora. Einaudi editore: Torino
  • Montefoschi, S. (1977). L’uno e l’altro. Interdipendenza e intersoggettività nel rapporto psicoanalitico. Feltrinelli: Milano.
  • Nacht, S. (1962). The curative factors in psycho-analysis. International Journal of Psychoanalysis, 43, 206-211.
  • Sullivan, H.S. (1926). Teoria interpersonale della psichiatria. Feltrinelli: Milano
  • Stanghellini G. (2018), L’amore che cura. La medicina, la vita e il sapere dell’ombra, Feltrinelli Editore, Milano.