Questo libro è stato pubblicato nel 1992 e rappresenta un punto di riferimento importante per la letteratura a proposito di trauma e dissociazione perché al suo interno viene proposta per la prima volta (o almeno per la prima volta in modo formalizzato da parte di una docente di Harvard) una nuova categoria diagnostica: il Disturbo da stress post traumatico complesso.

L’autrice sostiene che all’interno della macro-categoria del disturbo post traumatico complesso (che, ricordiamo, emerge da una serie lunga di traumatizzazioni subite da un individuo, soprattutto -ma non solo- quando questi siano avvenuti nel contesto di uno sviluppo traumatico, per esempio con genitori affetti da problemi mentali o di dipendenza, in ogni caso abusanti), possano essere rintracciate tre declinazioni, o forme del disturbo stesso. 

L’autrice sostiene infatti che questo disturbo (IL PTSDc) possa presentarsi agli occhi dello psicoterapeuta o dello psichiatra, mascherato da altre forme cliniche di varia natura. In particolare, l’autrice si riferisce a tre tipologie di problematica psichica:

 

  1. Il disturbo da personalità multipla (che oggi chiamiamo Disturbo dissociativo dell’identità);
  2. Il disturbo borderline;
  3. Il disturbo da somatizzazione (che ha preso nel tempo nomi diversi, e che oggi potremmo chiamare disturbo psicosomatico).

 

L’autrice osserva che, in presenza di uno di questi tre disturbi, dovremmo andare a ricercare la presenza di un disturbo traumatico precedente, o sottostante. Quando cioè ci trovassimo ad avere a che fare con un individuo che presenti un disturbo dissociativo dell’identità marcato, o che manifesti pesanti somatizzazioni -di volta in volta magari diverse senza una causa organica evidente-, dovremmo pensare alla possibilità che questo stesso individuo provenga da una storia traumatica o da una sindrome post traumatica grave. 

Lo stesso dicasi per il disturbo borderline. Sulla possibile origine traumatica del disturbo borderline si è molto scritto e dibattuto. In ottica psicotraumatologica, il disturbo borderline potrebbe emergere da una storia di sviluppo traumatico, essendo mancato il giusto spazio relazionale tale da consentire al bambino di apprendere un’adeguata regolazione dell’emotività. Lo approfondisce molto bene Antonello Correale in un video qui commentato. Correale, molto conosciuto anche in ambito fenomenologico per i suoi lavori, ha ben presente come uno degli aspetti centrali di alcune forme psicopatologiche (in particolare appunto il disturbo borderline o il PTSD complesso), sia la regolazione emotiva. Ciò che viene a mancare, cioè, sembra essere la capacità di mettere in atto quelle che alcuni chiamano strategie di mastery, ovvero strategie di “recupero” dello stato di regolazione emotiva, soprattutto poi le strategie di recupero “sane”, ovvero non mediate da uso di sostanze, ricorso ad atti compulsivi o autolesionismo. 

 

Quello che qui è importante è raccogliere l’eredità teorica di Judith Herman a proposito del PTSD complesso, che l’autrice propone in modo formale, per la prima volta, in questo lavoro del 1992, come prima accennato.

Dobbiamo ricordare inoltre che una visione del genere appartenne anche a Giovanni Liotti. Egli vedeva in forme cliniche complesse la cui eziologia veniva spesso fatta risalire a un troppo generico terreno bio-psico-sociale, un sottostante disturbo post-traumatico. Il suo lavoro si spinse oltre, arrivando insieme a Benedetto Farina nel suo capolavoro “Sviluppi traumatici” a ipotizzare la presenza di specifiche “strategie di controllo” che avrebbero permesso al bambino di sopravvivere entro un attaccamento sicuro/disorganizzato (qui riassunte).

Come possiamo definire, in breve, il disturbo post traumatico complesso? Van Der Kolk, forse il più conosciuto autore in ambito di trauma e dissociazione al mondo, propone sette criteri per una diagnosi differenziale (fonte: Sviluppi Traumatici, Farina e Liotti):

  1. Alterazioni della regolazione delle emozioni e degli impulsi: difficoltà a modulare le emozioni primarie, con la possibilità di creare un circolo vizioso che può condurre alla dissociazione, impulsività, autolesionismo, abuso di alcol e sostanze stupefacenti.
  2. Sintomi dissociativi e difficoltà di attenzione: problemi di memoria, dell’attenzione, nella capacità a mentalizzare, depersonalizzazione e derealizzazione.
  3. Somatizzazione: sintomi pseudoneurologici, disturbi gastrointestinali e sindromi dolorose croniche.
  4. Alterazioni nella percezione e rappresentazione di sé: impotenza, sensi di colpa e di vergogna, scarso senso di autoefficacia, di inutilità e disperazione.
  5. Alterazioni nella percezione delle figure maltrattanti: i soggetti, di fronte a figure maltrattanti, pur di non perdere la vicinanza e la protezione con essi, alterano la percezione di queste figure idealizzandole e proteggendole.
  6. Disturbi relazionali: paura dell’intimità, delle relazioni affettive, della fiducia degli altri e della loro vicinanza, uso della violenza, dipendenza o evitamento dell’affettività emotiva.
  7. Alterazione nei significati personali: credenze patogene e immagine negativa di sé.

 

Come si nota, abbiamo qui non solamente a che fare con il tema della “sicurezza”: ci troviamo a ragionare sulla possibilità che l’individuo fuoriesca da questa tipologia di traumatizzazioni, deformato in senso identitario. 

Come giustamente osserva la Herman nel prima citato “Guarire dal trauma”, da una trauma singolo l’individuo ne uscirà timorato/spaventato, minato nel suo senso di sicurezza, da un trauma cumulativo ne potrà uscire invece deformato sul piano della personalità.  In particolare, un contesto traumatico diverrà un vero e proprio “campo scuola” per chi vi dovesse sopravvivere, bambino o adulto che sia. L’autrice osserva molto acutamente come spesso queste situazioni conducano l’individuo a sviluppare dei “superpoteri” relazionali, in grado di anticipare le possibili traumatizzazioni provenienti dall’ambiente circostante, tanto acuti e “ipertrofici” quanto patologici e “segnanti” sul piano personale.

La Herman a questo proposito parla di due fasi possibili, due livelli di compromissione: una prima fase, reversibile, caratterizzata da collusione e acquiescenza da parte della vittima verso il suo oppressore (con il fine di sopravvivere), seguita però da una possibile fase “seconda”, irreversibile, caratterizzata da uno spegnimento della forza vitale dell’individuo, una sorta di annientamento del Sè, con possibili esiti suicidari. Questo lo osserva, l’autrice, riferendosi al tema della “prigionia” e a quegli individui sopravvissuti a traumatizzazioni molto lunghe (come i reduci dei campi di sterminio).

Per chi volesse approfondire il tema del trauma, Il Foglio Psichiatrico ha attivato un progetto Patreon per ricevere mensilmente contenuti sul tema, qui consultabile.