[pubblicato su 7 de Il Corriere della sera del 21 Agosto 2020]


Vi svegliate confusi, in un mondo che non riconoscete: pandemie, razzismo, c’è chi crede che la terra sia piatta. Vi accoglie la notizia che tale Michelle Obama, moglie dell’ex-presidente degli Stati Uniti, si dichiara depressa. Prendete il caffè, tornate lucidi, è tutto vero: discriminazione, Covid-19, oscurantismo. 

Mi interrogo sul senso del messaggio di Michelle Obama. La quarantena, dice, l’ha buttata giù, come tutti, ma la depressione, aggiunge, non viene da lì. La causa, dice, è il razzismo che domina intorno a lei, la deumanizzazione di cui apprende dalle news ogni giorno. Ne intuisco il senso politico, ma non mi compete. Ragiono da clinico. In mancanza della possibilità di farle domande personali, ascolto l’audio, la sua voce è l’unico parametro oggettivo in cui posso confidare. Chiedo ad alcune colleghe di ascoltarlo, voglio l’orecchio femminile, del mio non mi fido abbastanza. L’impressione che abbiamo è la stessa: è effettivamente depressa, rallentata, notiamo sfumature di ansia, preoccupazione, meccanicità. Sembra stia male davvero. 

Ora, il suo messaggio può avere un effetto straordinario: ridurre lo stigma della sofferenza mentale. Se una delle donne più influenti e sofisticate del mondo ammette la propria depressione, allora tutti possiamo guardare ai nostri angoli bui senza vergogna. Che i motivi siano quelli che lei dichiara, il clinico che è in me deve metterlo in dubbio, a un paziente che mi dicesse di essere depresso per motivi ambientali farei tante domande. 

Certo, sono tutti fattori che ci mettono di malumore. Ma alla depressione si arriva perché un evento innesca, ma non genera, una vulnerabilità già esistente. Mi incuriosisco e guardo la sua intervista da Jimmy Fallon l’anno prima, presentava Becoming. La mia Storia. Era scoppiettante, energica. Racconta di essere andata in terapia di coppia (no, non è House of Cards) e che di fronte al terapeuta che la guardava ha reagito più o meno così: “Che ti guardi? Io sono perfetta, aggiusta Barack, è lui il problema”. Un’ironia così potente è rara, ma allo stesso tempo leggo in lei le stimmate di chi è obbligato a vincere e muovere il mondo. Ecco, una struttura del carattere così, in condizioni di prolungata frustrazione e impotenza, può deprimersi. 

Che ne sarà dell’umore di Michelle e che ne sarà del nostro, ora che la quarantena prima, e l’allerta cronica poi, combinate forse con un clima sociale intossicato, ha innescato un’esplosione di sofferenza mentale? Subiremo cambiamenti a lungo termine della personalità oppure, si spera, la sofferenza svanirà quando le condizioni esterne cambieranno oppure, si spera, molti riusciranno a contrastarla prima? 

Il margine per l’ottimismo è enorme, sia per l’ex First Lady che per noi, a meno che non abbiamo subito rovesci economici o danni alla salute, nostra e dei nostri cari. La personalità non cambia così facilmente e chi non aveva vulnerabilità pre-esistenti, può stare sì male, ma è un male transitorio. Perché lo stress cronico generato dal Covid-19, almeno quello, presto dovrebbe allentarsi, grazie al fervore della ricerca medica.