Il Disturbo Ossessivo-Compulsivo è una delle condizioni psicopatologiche che, negli ultimi anni, ha ricevuto considerevoli attenzioni dalla ricerca biologica e, soprattutto, da quella neuroscientifica. A titolo d’esempio, nel DSM-5 il DOC non rientra più nella categoria dei Disturbi d’Ansia ma è stato inserito in un nuovo capitolo che comprende altri disturbi dello spettro Ossessivo.

Questo cambiamento riflette la necessità di restituire una nuova importanza e dignità a questa complessa dimensione psicopatologica, a partire da una riflessione che abbraccia non solo gli aspetti clinici ma anche quelli più strettamente legati alla sofferenza del paziente ossessivo.

Proprio rispetto a quest’ultimo punto, a lungo i clinici si sono interrogati su quali siano le caratteristiche principali della sofferenza. Ci si è concentrati sulla natura delle ossessioni e dell’ansia che costringe il paziente ad attuare delle compulsioni per ridurla e su come questi aspetti siano pervasivi nella vita del paziente ossessivo. Potremmo dire, attraverso le parole di Straus (2006), che nella quotidianità l’esistenza dell’ossessivo è bloccata da ostacoli ed impedimenti che non costituiscono di fatto alcun problema per una persona “sana”[1].

Quest’ultima apparentemente semplice evidenza conduce ad alcune domande fondamentali che ci permettono di comprendere ed ampliare l’orizzonte di senso del DOC: perché una persona sana sostiene l’incertezza che invece distrugge un ossessivo? Perché la prima può accettare il dubbio che invece logora il secondo? Perché, riprendendo Straus (2006, p.82), “nel caso degli ossessivi, i requisiti minimi dell’azione eccedono così tanto quelli della vita di tutti i giorni?”.

Proveremo di seguito a considerare le differenze esistenti sul tema del disturbo ossessivo tra i modelli del cognitivismo tradizionale, del post-razionalismo e della psicoterapia cognitiva neuropsicologica. Tenteremo di mettere in evidenza come gli ultimi due modelli, positivamente influenzati dalla fenomenologia, sembrano riuscire a cogliere in maniera più piena il significato del mondo ossessivo.

 

Il cognitivismo tradizionale sostiene che i sintomi ossessivi siano attribuibili a tutta una serie di pensieri e considerazioni[2]che il paziente avrebbe sia nei confronti di sé stesso sia verso la realtà esterna (Mancini, 2016). In altri termini, il DOC sarebbe utile al clinico per capire come e che tipo di significato viene attribuito dalle persone agli eventi, e attraverso quali obiettivi e rappresentazioni il paziente si muove nel mondo[3]. La mente, secondo questa prospettiva, sarebbe dunque un apparato che regola di volta in volta il comportamento secondo i propri obiettivi e che riduce la discrepanza fra le nostre rappresentazioni e i fatti così come sono nelle “realtà”. In un ossessivo, questa discrepanza diventa così grande che conduce alle ossessioni, ossia a delle valutazioni errate rispetto alla “veridicità” dei fatti. Di conseguenza, le compulsioni e i rituali servirebbero a ridurre le emozioni negative che derivano da questo disfunzionale errore di valutazione (Mancini, 2016)[4]. Diverse ricerche neuroscientifiche sostengono queste ipotesi cognitiviste e aiutano a delineare i due concetti fondamentali che rappresenterebbero secondo questa prospettiva le cause del DOC: il sentirsi in colpa e la cosiddetta inflated responsibility. La possibilità di essere colpevoli di qualcosa rappresenta, per il paziente ossessivo, non solo qualcosa di svilente e negativo (come per le persone sane), bensì una vera e propria imperdonabile catastrofe che non si può superare (Basile, Mancini, Macaluso, Bozzali, 2014; D’Olimpo e Macini, 2014; Mancini e Gangemi, 2015). Questa considerazione di sé va di pari passo con l’esagerato senso di responsabilità che caratterizza la vita dell’ossessivo e che Salkovskis and Forrester (2002) definiscono come la credenza di avere un ruolo fondamentale nel determinare l’esito di un fatto e nel diminuire le conseguenze negative dello stesso (attraverso i rituali o gesti scaramantici).

Secondo il cognitivismo l’incertezza e il dubbio sarebbero mal tollerati dall’ossessivo poiché l’eccessivo senso di responsabilità e di colpa lo imprigionerebbero in un circolo vizioso di pensieri (ossessioni) e non gli permetterebbero di accettare semplicemente una situazione così com’è. La credenza esagerata e disfunzionale di avere un ruolo centrale nel predire le conseguenze di quello che accadrà rappresenta l’errata valutazione di cui sopra.

Dunque, sarebbe questione di credenze false, esagerate e sbagliate. Tutta una questione di testa, insomma.

 

Ora, è davvero possibile cercare di comprendere una patologia come se fosse qualcosa che “accade” solo nella nostra mente[5]? Certo, se consideriamo l’uomo alla stregua di una macchina pensante allora la prospettiva cognitivista ha assolutamente ragione riguardo a ciò. Tuttavia, tale prospettiva, pur facendo una meticolosa e sistematica analisi delle caratteristiche del pensiero ossessivo, limita le sue osservazioni al funzionamento della mente dell’individuo, perdendosi una serie di significati fondamentali per comprendere l’orizzonte di senso in cui l’ossessivo è intrappolato. In altre parole, citando Straus (2006, p. 66):

“Solo dopo essere giunti a capire il mondo in cui vive il paziente ossessivo si può sperare di conoscere la genesi della patologia.”

Erwin Walter Maximilian Straus[6] (1891-1975) fu un medico e uno psichiatra tedesco che, attraverso la metodologia da lui definita analisi strutturale, introduce una nuova visione dell’uomo vicina al senntire fneomenologico: l’essere umano non è più inteso come soggetto isolato, ma come abitante del mondo umano. In questo modo le diverse esperienze sono comprensibili innanzitutto alla luce della sua quotidianità. L’oggetto della fenomenologia strausiana è la coscienza dell’uomo nella sua esistenza, normale o patologica che sia.

La patologia secondo Straus è da considerare come un’interruzione della normale relazione soggetto-mondo, poiché l’esistenza prende forma nel rapporto io-altro[7] (Straus, 2016). Dunque, c’è qualcosa che si spezza nella relazione del paziente ossessivo con il suo mondo e ciò che viene meno, precisamente, è il senso di continuità e forma che dovrebbe caratterizzare gli oggetti mondani. L’esistenza dell’ossessivo diviene un insieme informe[8] di oggetti, attimi e sensazioni, come se venisse a mancare il senso di interezza, di unione, di organizzazione e, con essi, la loro gradevolezza. Per questo, secondo Straus (2016), il disgusto è il carattere centrale e fondamentale della patologia espressiva; è, direbbe la PCN (Psicoterapia Cognitiva Neuropsicologica), il significato che si coglie all’apertura del mondo (Liccione, 2019). Inoltre, da tutto ciò si comprende come la sola modalità concepibile dall’ossessivo di relazione con il mondo sia quella della difesa da esso e dall’informe che lo caratterizza.

Il paradosso del DOC risiede proprio in queste sue caratteristiche: da un lato, l’ossessivo non può portare a termine un’azione perché finirla vorrebbe dire che essa non è più revocabile e dunque perfezionabile; dall’altro, l’indecisione e l’incertezza di compiere delle azioni perfette paralizzano la persona e le impediscono di fatto di agire[9]. È interessante notare inoltre una caratteristica del DOC che emerge chiaramente dalle tesi di Straus: il paziente ossessivo, difendendosi dal mondo e dalle sue “brutture”, non fa altro che isolarsi e chiudersi nella sua realtà, rompendo quindi l’originale relazione che caratterizza gli esseri umani.

 

La prospettiva fenomenologica (Straus, 2016) e poi quella post-razionalista[10] e della PCN[11] aiutano a comprendere la patologia in questione introducendo delle riflessioni sul mondo (la prima) e sui significati che si appalesano al paziente ossessivo nel suo mondo (la PCN).

L’approccio cognitivo neuropsicologico riprende da Blankenburg (1998) un concetto fondamentale per comprendere la patologia ossessiva, riferito dallo studio alle psicosi paucisintomatiche: l’evidenza naturale. Essa rappresenta lo sfondo di ovvietà preriflessiva che dà continuità all’esperienza (coscienza tematica), al senso di sé e alla temporalità.

Questa caratteristica preriflessiva è alterata nelle situazioni psicopatologiche tanto da creare una sensazione di distacco e non familiarità. Nel DOC[12] il soggetto esperisce un’accordatura emotiva insufficiente con il mondo, pertanto il rapporto deve essere gestito e regolato in modo rigoroso e sistematico, facendo riferimento ad un set di regole esterno ed astratto (sempre in continuo perfezionamento) che consenta loro di mantenere un adeguato senso di stabilità personale (Liccione, 2019). Il soggetto ossessivo, pertanto, incontrerà l’altro e il mondo attraverso la mediazione del sistema di riferimento utilizzato.

La sintomatologia ossessiva-compulsiva emerge, dunque, da un’alterazione (la famosa “incertezza”) dell’identità personale dovuta alla mancata corrispondenza fra l’esperienza ed il set di regole attraverso il quale l’individuo si percepisce (Arciero e Bondolfi, 2012; Liccione, 2019).

La scrupolosità, l’insicurezza e l’indecisione sono tutti modi di essere che consentono la riconfigurazione dell’esperienza alla luce dello specifico sistema di significati impersonale; ogni volta che si verifica un’incoerenza, ossia quando l’esperienza non può più essere riconfigurata attraverso alla luce del set di regole, la sensazione soggettiva è quella della disgregazione, poiché insieme vacilla il senso di stabilità personale[13]. Le ossessioni, dunque, sono la conseguenza dello iato che si crea fra esperienza e sistema di riferimento e le compulsioni rappresentano un tentativo di riconnessione tra quei due aspetti attraverso un ri-posizionamento immediato (Liccione, 2019).

Queste tre prospettive a confronto mostrano differenti modi di intendere il DOC: tutte forniscono un quadro descrittivo della patologia, ma solo le ultime due, contaminate in maniera fruttuosa dal sentire fenomenologico, si concentrano sul particolare rapporto che il paziente ossessivo vive con il suo mondo, caratterizzato da una iper-riflessività a scapito di quella che abbiamo definito evidenza naturale (Blankenburg, 1998). Il mondo dell’ossessivo è perlopiù caratterizzato da sofferenza; è faticoso da vivere e, nei casi più gravi, non è più abitabile. L’accordatura emotiva che ci orienta già pre-riflessivamente nel mondo diventa, per gli ossessivi, un insieme di sterili regole che, all’accadere dell’ipseità, fa emergere un mondo con gli stessi significati.

 

 

BIBGLIOGRAFIA:

  • Arciero, G., Bondolfi, G. (2012). Sé, identità e stili di personalità. Bollati Boringhieri, Torino.
  • Basile, B., Mancini, F., Macaluso, E., Bozzali, M. (2014). Abnormal processing of Deontological Guilt in Obsessive-Compulsive Disorder. Brain Structure and Function, 219(4), pp. 1321-1331.
  • Blankenburg, W. (1998). La perdita dell’evidenza naturale. Un contributo alla psicopatologia delle schizofrenie pauci-sintomatiche. Raffaello Cortina Editore, Milano.
  • D’Olimpo, F., Mancini, F. (2014). Role of Deontological Guilt in Obsessive-Compulsive Disorder-like Checking and Washing Behaviour. Clinical Psychological Science, 2(6), pp. 727-739.
  • Liccione, D. (2019). Psicoterapia Cognitiva Neuropsicologica. Bollati Boringhieri, Torino.
  • Mancini, F. (2016). La mente ossessiva. Raffaello Cortina Editore, Milano.
  • Mancini, F., Gangemi, A. (2015). Deontological guilt and obsessive-compulsive disorder. Journal of Behaviour Therapy and Experimental Psychiatry, 49, pp. 157-163.
  • Salkovskis, P. M., Forrester, E. (2002). Responsibility. Cognitive Approaches to Obsession e Compulsions. Pergamon, Oxford.
  • Straus, E. (2006). Sull’ossessione. Uno studio clinico e metodologico. Giovanni Fioriti Editore, Roma.

 

NOTE:

[1]          Il termine “sano” è posto fra virgolette per rimandare alla complessità delle riflessioni circa la natura e le differenze fra normalità e patologia in ambito fenomenologico. D’ora in poi sarà da intendere sempre in questa accezione.

[2]          Nel testo in inglese “evaluations”.

[3]          Come se la psicopatologia avesse un scopo preciso e non un senso nella vita delle persone che ne soffrono!

[4]          Da queste considerazioni si comprende anche la struttura di alcuni protocolli cognitivisti di cura per il DOC, come il modello dei 4 gradini di Schwartz.

[5]          L’uomo abita un mondo!

[6]          È considerato uno degli esponenti dell’approccio fenomenologico.

[7]          Straus si discosta da Heidegger in quanto secondo il primo gli existentialia, ossia le strutture trascendentali dell’esser-ci, sarebbero attribuibili anche ad alcuni animali e ritiene che il secondo abbia dipinto un essere umano privo di corporeità.

[8]          Ciò che Straus chiama aneidos, contrapposto all’eidos, ossia a ciò che appare armoniosamente articolato.

[9]          A seconda delle diverse sfumature che analizziamo del DOC, questa incapacità di agire può fare emrgere diversi significati: per esempio, come sottolinea Straus (2016), l’avaro è colui che non agisce (non spende) per paura della perdita.

[10]         In questa sede non sarà trattata, si tenga presente come riferimento Arciero e Bondolfi (2012).

[11]              La Psicoterapia Cognitiva Neuropsicologica prende le mosse dalla prospettiva post-razionalista e nasce con l’intento di far dialogare la ricerca neuroscientifica con quella psicologica, assumendo una posizione ermeneutico-fenomenologica che permette un dialogo costruttivo e non riduttivista tra le varie scienze che studiano l’uomo. Per approfondimenti, Liccione (2019).

[12]         La ricerca neuroscientifica si interroga addirittura sulla possibilità che il DOC possa essere annoverato fra le patologie non storiche o quelle dell’ipseità. Per approfondimenti, Liccione 2019.

[13]         Attenzione: il set di regole non può crollare!