Il 26 Luglio 2018 l’Istat (Istituto Statistico Italiano), in collaborazione con EUROSTAT, ha pubblicato i dati relativi alla salute mentale in Italia in riferimento agli anni 2015-2017.
Il benessere mentale è infatti una componente fondamentale per il concetto di salute proposto dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), poiché “consente alle persone di realizzarsi, superare le tensioni della vita di tutti i giorni, lavorare in maniera produttiva e contribuire alla vita della comunità” (Mental Health Action Plan, 2013).
Ciò che emerge è un quadro in cui la depressione risulta essere il disturbo mentale più diffuso in Italia che nel 2015 ha colpito più di 2,8 milioni di persone (il 5,4% della popolazione dai 15 anni in su). Utilizzando uno strumento di rilevazione condiviso a livello europeo, il PHQ8 (Kroenke et al., 2009) è stato stimato che oltre 1,3 milioni di persone (2,5%) hanno presentato i sintomi della depressione maggiore nelle due settimane precedenti l’intervista, a cui si aggiungono altri 1,5 milioni di persone (2,9%) che hanno manifestato altri sintomi depressivi che però non raggiungono la diagnosi di depressione maggiore. Inoltre, nella metà dei casi (47,9%) la depressione si associa ad ansia grave, un problema che colpisce oltre 2,2 milioni di persone dai 15 anni in su.

Un altro dato che emerge è che con l’aumentare dell’età, cresce la prevalenza dei disturbi: dal 5,8% tra i 35-64 enni al 14,9% per gli over 65. Le differenze di genere sono a sfavore delle donne, più colpite rispetto agli uomini (9,1% contro il 4,8%), soprattutto in tarda età dove il divario aumenta (19,2% contro 9,5%).
Rispetto alla media dell’Europa, gli Italiani sono però meno depressi (5,5% contro la media europea del 7,1%) salvo per gli over 65: in Italia, infatti, il valore relativo a questa fascia di età raddoppia rispetto alla media europea arrivando all’11,6%.
Tra i fattori maggiormente associati a questa psicopatologia vi sono fattori culturali e socio economici. È emerso infatti che per gli adulti di età compresa tra i 35 e 64 anni e anziani con basso livello di istruzione, le prevalenze dei disturbi dello spettro depressivo raddoppiano rispetto ai coetanei con una formazione più elevata (3,4% contro 7,5% per gli adulti e 6,3% contro 16,6% per gli anziani).
Anche il basso reddito sembra contribuire, con un andamento simile a quello che si osserva per il grado di istruzione per gli adulti. Chi non lavora, inoltre, riferisce più̀ spesso disturbi di depressione o ansia cronica grave (10,8% e 8,9%) rispetto ai coetanei occupati (3,5%).

In poche parole, l’Istat ci mette di fronte ad una fotografia di un paese in cui la depressione esiste e pesa sulle vite degli italiani, nonostante sia meno diffusa rispetto alla media europea.
Quello che la statistica però non può cogliere, è la fenomenologia della depressione, ovvero come questa psicopatologia abbia cambiato il suo volto nel corso degli anni spostando la sua essenza dal senso di colpa al senso di inefficienza. Per questo è necessario che le figure che si dedicano alla diagnosi e alla cura di questa psicopatologia siano in grado di comprenderne il linguaggio, molto spesso non fatto di parole, ma di un silenzio che parla e che chiede di essere ascoltato.

Secondo Eugenio Borgna, nella prefazione a “La fatica di essere sé stessi. Depressione e società” di Alain Ehrenberg (2010), a partire dagli anni Settanta la depressione ha iniziato a perdere il titolo di “nevrosi” che per definizione è il risultato di un conflitto tra il desiderio e la norma che gli si oppone. Questo modello dicotomico in cui è ben chiaro ciò che è proibito e ciò che è consentito, ha storicamente guidato la nostra cultura fino alla fine degli anni sessanta, tramontando con i movimenti del Sessantotto che chiedevano “emancipazione!” da tutte le istituzioni: la famiglia, il lavoro, la scuola e le leggi della borghesia. Grazie anche ad un progressivo miglioramento della situazione economica, si assiste al graduale tramonto del limite per lasciare spazio ad una nuova contrapposizione: quella tra il possibile e l’impossibile. Dal sociale, la stessa logica si ripresenta anche a livello individuale diventando il metro di paragone in base al quale definire la propria identità
Come osserva il sociologo A. Ehrenberg, il nuovo soggetto si trova infatti a dover definire la propria identità non più per opposizione, ciò definendosi a partire da ciò che è concesso o meno, ma al contrario a partire da ciò che è possibile. Ora l’uomo, agli occhi della fenomenologia, appare essenzialmente possibilità aperta al futuro grazie alla sua innata capacità di progettarsi. Ma cosa succede quando le possibilità verso le quali tendere sono sempre un po’ più in là delle mie capacità?

Ecco che la depressione si affaccia nuovamente nell’esistenza non più sotto forma di “senso di colpa” per aver trasgredito la norma bensì come senso di insufficienza per ciò che si potrebbe ma che non si riesce a fare, generato a partire dalle aspettative degli altri in base alle quali giudicare i propri risultati. Insieme al senso di inadeguatezza si fanno spazio altri sintomi ben comprensibili alla luce di questa proposta: ansia, insonnia e inibizione prendono il posto della più classica tristezza.
Venendo meno il limite, l’uomo si trova ad agire in completa autonomia, assumendosi la responsabilità delle sue azioni, dei suoi successi come dei suoi insuccessi: in questo senso la depressione appare molto legata all’azione e all’inibizione, in un contesto dove l’agire corrisponde ad una continua valutazione del proprio valore. Da un lato, la società post-moderna ci chiede continue dimostrazioni del nostro valore, dall’altro le possibilità di mettere alla prova il nostro valore sono così numerose da metterci in scacco destinandoci all’impossibilità di decidere quali percorrere.
Affermarci agli occhi del mondo diventa sinonimo di fatica, quella fatica che ci porta a rivolgerci alla sfera privata dove poter sedare quel senso di vuoto e di ansia lontano dagli occhi degli altri.
Oggi tutti offrono una soluzione al “male di vivere”, dagli psichiatri ai santoni che cercano con le teorie più disparate di dare un senso, un nome, una storia alla sofferenza.
Ma quella sofferenza non è comprensibile a priori: può emergere solo dall’esperienza di un’esistenza che spesso non arriva nemmeno al racconto e si ferma al di là delle parole.
È importante prestare attenzione al valore che attribuiamo ai “nuovi sintomi” della depressione moderna come la stanchezza, fatica, preoccupazione persistente, ansia, rabbia, poiché possono essere facilmente considerati aspetti normali della modernità. In questi casi è utile rivolgersi ad un professionista (psicologo o psicoterapeuta) con una formazione specifica e degli strumenti in grado di tradurre il linguaggio di un’esperienza fratturata e ricondurla al mondo della vita, scoprendo insieme al suo paziente le possibilità che gli sono più proprie e in base alle quali pro-gettarsi, ovvero tornare ad esistere.

Bibliografia:

  • Kroenke et al. (2009), The PHQ-8 as a measure of current depression in the general population”, J Affect Disord.;114(1-3), pp.163-73.
  • Alain Ehrenberg (2010), La fatica di essere sé stessi. Depressione e società, Giulio Einaudi editore, Torino.