[pubblicato su 7 del Corriere della sera del 5 giugno 2020]


Me ne accorgo definitivamente un venerdì sera della seconda quindicina di marzo. È una bella serata e mi dico, dai domani è sabato e puoi andare al ristorante con… Mi manca l’aria, nella mia mente la frase muore, sostituita da secondi di nulla asfissiante. Poi una voce beffarda nella testa: non puoi andare da nessuna parte. Sì, grazie, ci ero arrivato.

Conoscevo quel senso di irreale, vuoi toccare una persona, raccontarle che hai visto quel film, sei passato davanti a quel ristorante, sentito quel brano. Ma lei non c’è. La memoria viaggia più indietro, avevo 22 anni, studiavo come un matto e Roma ad aprile era bellissima. Alberi e fiori mi dicevano con insistenza che non avevo la ragazza e tutto il mondo sì.

Il lockdown mi ha fatto questo effetto. Come sempre mi ancoro ai miei progetti, non sto male, ma l’eruzione della solitudine si è fatta sentire. Capisco che mi servirà dirlo a Giulia. È una mia paziente, ha 28 anni, severa con sé e con gli altri. Prima della pandemia non ne poteva più della sua vita di rigore monacale e mi aveva chiesto qualcosa che suonava così: “Ho il diritto di iniziare a vivere?”. Seguiva regole ferree, credeva fossero autoimposte. Nessun fidanzato, non si sottrae tempo a lavoro e famiglia. Dopo il lockdown ha sentenziato: “Vede, il Covid ha parlato chiaro: non ho diritto di amare”. Ora so come sbloccarla.

Ho anche sperimentato un momento di panico, la mia prima spesa con la mascherina. Poi mi ci sono abituato, ma quella sera mi è mancata l’aria, sembravano tutti pericolosi, oddio, perché  fatico a respirare? Mezz’ora spiacevole, sono uscito nell’aria fresca della sera come se fossi emerso da un’apnea a 20 metri di profondità.

Tra noi psicoterapeuti ci scambiamo pareri. Raccolgo le seguenti confessioni dei colleghi: “Mi vedo in terapia intensiva”, “Stasera prendo il motorino e vado sull’Appia Antica, sull’autodichiarazione scrivo: per visita a un paziente che può trarre beneficio solo da quel paesaggio al crepuscolo”, “Dopo il lockdown sarà come The Walking Dead”. Alcune provano la via buddhista: “In fondo è ciò che la vita ci presenta, è duro, ma non è una catastrofe, dobbiamo essere felici nella pioggia… non ne posso piùùùùùùùùùù, voglio un Moscow Mule con le amiche al mareeeee”. La strada meditativa fallisce miseramente. E poi chi si ribella contro l’autorità, chi prende le difese dei runner, cercando capri espiatori nei cercatori di capri espiatori.

Dopo che ci siamo offerti sostegno reciproco, indossiamo gli indumenti di lavoro, per fortuna si tratta solo di vestirsi in modo decoroso, né troppo sciatto né troppo flamboyant, e torniamo davanti al video a curare gli altri. Sì, ma cosa gli diciamo? I pazienti hanno paura. Noi anche. Si sentono oppressi. Alcuni di noi peggio. Pensano che la loro vita sia bloccata. Noi neanche osiamo pensare alle vacanze.

In che modo possiamo aiutare se siamo nella stessa barca, avvolti da una sferzante tempesta di reale? Siamo, alla fine, tutti attori nella stessa parte: il guaritore ferito. Il termine è di Jung, rende l’idea. Il migliore interprete, senza discussione, è stato il Dr. House. Zoppo, sarcastico, irriverente, soffre di dolore cronico e si impasticca di ossicodone. Ora, per quanto alcuni di noi amino impaludarsi di saggezza, guaritori feriti lo siamo tutti, il Covid 19 ha fatto il salto di specie e ci è piombato in mezzo alla stanza dove parliamo coi pazienti. “Uelà, come state?”. “Vattene”. “No”.

Curiamo l’animo degli altri soprattutto per venire a patti coi nostri luoghi oscuri, riuscendoci a momenti alterni. Solo che ora le nostre zone vulnerabili sono esposte e hanno la tinta del vero. E quindi, cosa diciamo ai nostri pazienti?

La risposta forse è più semplice di quanto appaia. Bisogna tornare indietro, in un luogo in cui Freud e i terapeuti cognitivisti sono più alleati di quanto possa sembrare. Un’idea del fondatore della psicoanalisi è che il terapeuta debba essere una sorta di specchio riflettente, sul quale il paziente proietti i propri drammi interni. Nel suo fulgore degli anni Sessanta e Settanta la psicoanalisi estremizzò quest’idea. Gli psicoanalisti non dicevano una parola e alcuni erano arrivati a comprare cinque esemplari dello stesso completo giacca e pantaloni grigio, così da mostrarsi al paziente come un’invariante. Poi tutto in lavanderia il venerdì sera. L’idea, diciamola tutta, è ridicola e controproducente. Rimase un taboo: che lo psicoanalista debba svelare poco della sua realtà umana al paziente, in modo che il paziente si convinca che tutto ciò che affiora in terapia è frutto dei suoi malmessi meccanismi interni. E una volta che l’abbia capito, attraverso un percorso che non era poi così chiaro, se ne liberi.

A un certo punto arriva la cosiddetta corrente relazionale, psicoanalisti dal volto umano che buttano il lettino fuori dalla stanza e si chiedono: “Cosa succede tra me e il paziente?”. E anche: “In che modo sto contribuendo a ciò che accade in seduta?”. Questi colleghi illuminati qualcosa di sé stessi iniziano a svelarla.

Nel mondo cognitivista le cose non sono così diverse. Molti miei colleghi di questa corrente vietano di svelare ai pazienti aspetti della propria vita, della propria personalità. Il guaio è che lo fanno non si sa perché, senza il razionale, sbagliato ma coerente con la vecchia teoria, dei discepoli di Freud. L’idea è che se sveli un po’ chi sei annacqui la terapia e distogli l’attenzione del paziente dall’unica cosa che conti: staccarlo dai suoi meccanismi di pensiero distorti o, semplicemente, ripetitivi, rimuginatori.

Ora, c’è della saggezza in queste posizioni, non lo nego. Lo scambio psicoterapeutico è asimmetrico, su una poltroncina c’è qualcuno che soffre e chiede aiuto a qualcuno che, seduto di fronte, presta aiuto. Un curatore e uno che spera nella cura. Quindi ci si aspetta che se uno dica: “Mi ha lasciato la ragazza, mi sento uno schifo, nessuna mi si prenderà più”, dall’altra parte la risposta sia più articolata di: “Guardi, sapessi io”.

Un sottotipo di cognitivista, soprattutto nella declinazione anglosassone, cova la convinzione di essere arbitro della razionalità. Sapiente correttori di distorsioni del pensiero, veloce interruttore di circuiti rimuginatori. Click: finisce l’ossessione. E quindi, il suo modo di presentarsi al paziente assume le sembianze del modeling. Ti mostro il modo migliore di reagire all’avversità, così lo apprendi e lo fai tuo. Mica è sbagliato a priori, eh! A un certo punto è utile, opportuno e indispensabile aiutare il paziente a percorrere strade più salutari. Il punto è che se ti offri come modello della retta via il paziente non ne trae beneficio. Piuttosto si sente stupido. Ah, ecco, la soluzione era così facile e io non c’ero arrivato. A fronte di questa idea il paziente, di solito, sta peggio.

La pandemia ci ha obbligato a fare i conti con qualcosa dalla quale fino a poco fa molti terapeuti svicolavano. Siamo feriti come i nostri pazienti, spesso prima di loro, a volte più a fondo di loro. Inutile presentarci immacolati, persino Batman e Iron Man hanno svelato le proprie vulnerabilità, perché noi psicoterapeuti dovremmo indossare una maschera inattaccabile di sapienza?

Avevamo lo strumento giusto per le mani, ora ci tocca usarlo come si deve. Si chiama: autosvelamento. Significa andare a guardare i propri luoghi scuri, paure, vulnerabilità. Dobbiamo averci fatto i conti almeno parte, così da potere prenderli in mano e osservarli. Ecco, quelle parti di noi le possiamo rivelare ai pazienti. Attenzione, non è il cadere nel: “Guardi, sapessi io”. Quello sarebbe un ridurre la psicoterapia alla conversazione di stampo: “Signora mia”. È invece un mostrarsi così: “Quello che lei mi sta dicendo è normale, umano, comprensibile, anche io sono stato nelle stesse acque melmose e conosco l’esperienza”.

Perché lo facciamo? Perché a quel punto nel paziente cala la vergogna, la colpa nel provare dolore, si dissolve l’idea di essere difettoso e meritevole della gogna per la propria sofferenza psichica. E, soprattutto, si apre, parla dei propri problemi libero dal giudizio. Gli sceneggiatori bravi e i ricercatori di psicologia lo sanno da tempo. Raccontare storie personali facilita nell’altro empatia e apertura. Se io, guaritore, svelo la mia ferita, in modo allo stesso tempo cauto e sincero, il paziente si sentirà incoraggiato a parlare della sua.

Nella seconda stagione della serie TV The Sinner un bambino di 13 l’ha combinata davvero grossa. Almeno sembra, sono al secondo episodio. Provano a interrogarlo ma lui è chiuso e la madre non è una che favorisca le indagini. Il detective Harry Ambrose, di ferite ne ha da vendere, lo spiazza: “Non ci sono ragioni per cui tu ti fidi di me… Fammi tu delle domande”. “Perché hai la barba?” “Ho il mento sfuggente. E con la barba sembra più imponente”. Il detective continua, racconta al bambino che più o meno alla sua età la madre non fu più in grado di occuparsi di lui, che toccò anche a lui finire in una casa-famiglia. Il bambino cambia espressione, sente l’odore del dolore vero, uguale al suo, e chiede al detective: “Avevi incubi?”. Ecco, io sapevo in anticipo cosa avrebbe risposto Harry Ambrose a quel punto: “Sì, ne avevo. Dimmi dei tuoi”. E ora il bambino che prima era trincerato in un silenzio allarmato e ostile, parla. Lo sapevo perché da psicoterapeuta avrei compiuto le stesse mosse. Gli avrei detto che sì, avevo incubi, ma non gli avrei detto quali incubi. Ormai era pronto a parlare.

Nelle videoterapie riveliamo ai pazienti pixel delle nostre paure, preoccupazioni e fantasie di fuga. Ci vedono simili e succede qualcosa: “Sì, dottore, ma quello che ho dentro non ha a che fare solo col coronavirus. È roba mia”. La psicoterapia, nel suo nucleo è questo: prima portiamo i pazienti a capire che una quota del loro dolore è reale, in un certo senso semplicemente umano, somiglia al nostro. Poi li facciamo accedere a una terra parallela, in cui la sofferenza è il sedimento di quello che la vita ha scritto loro addosso.

Svelo a Giulia la solitudine di quando avevo 22 anni e studiavo e le ragazze erano nel centro di Roma e io non ero lì. Si illumina: non la immobilizzavano le sue regole morali. Non soffre solo per la chiusura sociale voluta dal governo. Affiorano memorie. Era bambina e la madre, paralizzante e spaventata da un mondo che non capiva e di cui diffidava, le vietava di uscire a giocare. Giulia ora vede che dietro la regola: resta a casa, c’è lo spettro di quella madre oppressiva e punitiva.

Dopo avere dismesso la veste del sapiente, ritorniamo guaritori. In quel momento i pazienti danno nomi alle ombre.