Il tema del lavoro non cessa mai di essere un campo di ricerca attuale ed in continua evoluzione sia nel settore etico e morale sia in quello sociologico e psicologico. Il fatto che il lavoro riempia gran parte della giornata quotidiana degli individui fa sì che ad esso siano necessariamente vincolati gli aspetti più prettamente esistenziali: significato e vuoto, libertà e responsabilità, dovere e diletto, occupazione e tempo libero. Lo psichiatra e filosofo viennese Viktor E. Frankl,[1] fondatore della Logoterapia e Analisi Esistenziale, ha indicato la professione lavorativa fra quelli che egli aveva definito «valori di creazione»[2], attraverso i quali l’uomo può trovare un significato nella propria vita. Come ricorda lo scrittore austriaco-americano Joseph Fabry[3] (1970, trad. it., p. 47), «il lavoro amato non è mai puramente un mezzo per un fine» come guadagnare dei soldi, raggiungere un certo status o posizione. Il lavoro, analizzato da un punto di vista esistenziale, presenta la capacità «creativa» (valore di creazione) di poter realizzare qualcosa di unico, e ciascuno è chiamato a rispondere singolarmente a questa chiamata. Nessuno può sostituirci in questo lavoro. Il caso descritto da Frankl (1977, trad. it., pp. 128-129) di una ragazza schizofrenica studentessa all’Accademia di Belle Arti di Vienna offre un chiaro esempio di quanto appena descritto: «immagini che sono circa una dozzina le grandi opere che aspettano di essere create da Anna [è il nome della paziente]: nessuno può farle a posto suo» sono le parole del medico viennese nel tentativo di dissuadere la ragazza dal suo stato di malessere esistenziale, richiamandola ai suoi doveri. «Piuttosto chieda cosa ci si attende che lei raggiunga» le disse, «nessuno può sostituirla in questo lavoro. Esse saranno sue creazioni e, se lei non le produce, rimarranno per sempre non-create. Ma se lei le crea, neppure il demonio avrà il potere di distruggerle». Il lavoro assume in questo senso una connotazione decisamente esistenziale, chiamandoci alla responsabilità secondo le parole di Hillel: «Se non lo faccio, chi altri lo farà? E se non lo faccio ora, quando sarà il momento di farlo?» (Frankl, 1977, trad. it., p. 63).

 

Ecco che anche il mestiere più umile può allora colmarsi di significato se fatto con passione, in quanto ogni lavoro è indispensabile. Si pensi ai monaci amanuensi del Medioevo: grazie al loro umile lavoro di trascrizione nelle abazie dobbiamo la conservazione di centinaia di testi che altrimenti sarebbero andati perduti, contribuendo ad un progresso culturale ed anche spirituale. In quest’ottica, il lavoro si commuta in «professione» nei termini vocazionali, fino a poter abbracciare l’idea di vera e propria missione personale, già accennata più volte nelle fila del discorso frankliano e ancor prima nell’Etica del lavoro di Max Weber il quale, non a caso gioca, in La politica come professione, con il termine beruf che in tedesco significa sia professione che vocazione. Alcuni mestieri dovrebbero avere insite queste caratteristiche vocazionali più di altri, come il lavoro del medico o, in generale, il lavoro che implica un aiuto sociale (ad es. volontariati o forze militari). Lo stesso Frankl (2012, trad. it., p. 130) afferma di aver trovato il significato della sua vita nell’aiutare gli altri a trovare un significato nella loro vita, tramite la logoterapia.

 

È opportuno muoversi nell’ottica proposta da De Gruyter (1981) il quale suggerisce una conoscenza molto più approfondita sul ruolo del lavoro nella vita degli individui. Molto spesso il lavoro diventa fonte di stress e frustrazione: le principali cause di insoddisfazione lavorativa sono un’assenza di significato nell’attività che si svolge (senso di inutilità), avere obiettivi ripetitivi e privi di interesse (mancanza di stimolo), assenza di gratificazione (il risultato non vale lo sforzo). Questa ipotesi è confermata dallo studio eseguito da Itzhak Harpaz (1990) su sette paesi differenti, tenendo conto dell’età dei lavoratori, dei tipi di impiego e della differenza di genere: tra i primi sei degli undici fattori che debbano essere presenti nel lavoro, rientrano «opportunità di imparare nuove cose» (stimolo), «buone relazioni interpersonali» e «possibilità di crescere professionalmente» (gratificazione), «lavoro interessante» (svolgere la professione che più ci piace, a cui ci si sente chiamati. Ciò implica dare un senso a ciò che facciamo). Il lavoro interessante si è dimostrato essere il fattore più decisivo perché presente a ugual livello in tutti i paesi presi in esame da Harpaz.

 

Favorire la ricerca di significato nel lavoro è fondamentale affinché diminuisca lo stress lavorativo, molte ricerche si sono interessate in questo ambito (Cfr. Rosso, Dekas & Wrzesniewski, 2010; Cfr. Tims & Bakker, 2016). Infatti, le persone che trovano significato in ciò che fanno – a volte descritto come una chiamata – riportano una maggiore soddisfazione sul lavoro e tendono persino a lavorare ore in più (spesso non retribuite) (Steger, Dik e Duffy, 2012). Secondo quanto riportato da Jeremy Sutton in un articolo recente[4], la soddisfazione sul lavoro ha più a che fare con il modo in cui interpretiamo la situazione e gli eventi, in altre parole saper rispondere alla domanda: «cosa mi viene chiesto da questa situazione?» in termini di atteggiamento, oppure, «qual è il senso di questa situazione?». Si ritorna ai quesiti di Hillel. Per poter entrare in questa logica, un esercizio sul corretto uso del linguaggio è un punto di partenza favorevole: dire «Sto costruendo un ospedale» anziché «Sto posando dei mattoni» è molto meglio, come preferire l’enunciato «Mi sto preparando a salvare vite umane» contro l’anonima e oggettificante espressione «Sto studiando medicina» (PositivePyschology.com). Avere un significato nel lavoro quotidiano implica una dedizione capace di realizzare una serie di valori fondamentali sia per la crescita morale che per la salute psicologica dell’individuo: affidabilità, dedizione, disciplina, produttività, cooperazione, integrità, responsabilità, professionalità. La ricerca moderna sull’etica del lavoro è stata misurata come una variabile multidimensionale composta da sette fattori, tra cui l’autosufficienza (spinta verso l’indipendenza della realizzazione di un compito), la moralità/l’etica (impegnarsi per un comportamento giusto e morale), il tempo libero (saper dare un valore anche ai periodi di inattività), la convinzione di esercitare un maggiore livello di sforzo (il duro lavoro è la chiava per un effettivo adempimento del compito), la centralità del lavoro (la convinzione che il lavoro sia importante di suo diritto), il tempo sprecato (uso produttivo del tempo) e il ritardo della gratificazione (la capacità di posticipare i premi in una data successiva).

 

Un concetto fondamentale nel campo lavorativo è sicuramente la capacità di formulare delle mete (goals) da raggiungere. L’immagine della meta unisce perfettamente i concetti di significato e di progetto in un armonico insieme. La meta è lo scopo (da qui la traduzione inglese di goal), più goals ci prefissiamo nel lavoro che eseguiamo più esso sarà significativo e stimolante. Il progetto è un tema largamente discusso nel dialogo interdisciplinare tra filosofia e psicologia, soprattutto a partire da Heidegger (1976, trad. it.) e Frankl. Per quest’ultimo, il progettare rientra nei termini di temporalità in quanto proietto[5] in un futuro: il «gettarsi» verso una meta offre la capacità di distanziarsi da una presente difficile situazione, quella facoltà che Frankl (1977, tad. it., p. 104) ha definito «tecnica dereflessiva». Perciò, si capisce come sia fondamentale rivalorizzare in campo lavorativo la facoltà di progettare, incrementando spirito d’iniziativa e creatività attraverso un lavoro stimolante.

 

Alla capacità di individuare delle mete corrisponde il fattore morale/etico quale variabile multidimensionale con cui viene misurata l’etica del lavoro. L’impegnarsi per un comportamento giusto/morale implica una certa dose di forza di volontà che solo la prospettiva di una meta può offrire, tenendo presente che più esigente è la meta più forza di volontà è richiesta. Riprendendo un esempio proposto dalla filosofa tedesca Edith Stein (2013, trad. it., 167-169) si potrà dire: vista una meta decido di raggiungerla, e questa è la volontà razionale o spirituale; se uso il corpo per muovermi utilizzo la forza fisica; se ad un certo punto mi stanco durante il tragitto ma decido di sforzarmi e andare avanti verso la meta prefissata, allora entra in gioco la forza di volontà. Volontà razionale, forza fisica e forza di volontà costituiscono un trio indissolubile per un’etica del lavoro così come meta (o goal), lavoro (fisico/mentale) e responsabilità rappresentano i loro rapporti direttamente proporzionali. Essi garantiscono gratificazione e autostima. Concludendo con le parole della Stein (1998, trad. it., 186), «la forza di volontà è la capacità di impegnarsi per i valori sentiti, ma “dietro” c’è ancora un altro volere: una forza dell’autoformazione, che non è delimitata da una predisposizione iniziale. Essa si radica nell’io stesso, e qui ogni atto volontario deve trarre la sua origine. È l’io che si adopera per la realizzazione di un valore».

 

Un secondo fattore su cui è necessario soffermarsi è il concetto di tempo libero, o più esplicitamente, la capacità di conferire un valore anche ai periodi di inattività e allo svago. Infatti, una delle più comuni deformazioni della nozione lavorativa consiste in una sopravalutazione del lavoro causata da una pericolosa inversione del ruolo uomo-lavoro. L’incapacità di concedersi del tempo libero deriva dal concepire il lavoro come il soggetto e non più l’oggetto, dimenticando che in questo rapporto di ruolo il protagonista è la persona. Gli errori di fondo sono principalmente due: credere che sia il lavoro a nobilitare l’uomo e non viceversa, e credere che il lavoro possa soffocare le preoccupazioni esistenziali e non che sia invece capace di offrire un significato concreto.

Per sopperire al primo errore, l’uomo, come direbbe Gabriel Marcel (1999, trad. it.), dovrebbe concepire come fondamentale l’essere e non l’avere. Si potrebbe dunque dire che è necessario attuare una «conversione all’essere» o, se si vuole in altri termini, una «conversione ontologica». Frankl (1998, trad. it., p. 106) scrive:

«È l’offerente a conferire senso a ciò che viene offerto, a dargli un valore, un prezzo».

È l’«Io» in quanto «Io-sono», il proprio essere quindi, a dare senso, quindi valore, a ciò che (io) ho. Quello che «io-sono» è assai superiore a quello che «io-ho», ovvero dà ciò che io dò e che io posso dare che non sia «io». Soltanto in questa prospettiva è possibile nobilitare anche il lavoro più umile.

In secondo luogo, la «malattia» sociale del lavoro smodato ha origini in un malessere collettivo che Frankl (1972, trad. it., p. 15) definisce «nevrosi noogena», caratterizzata da conflitti morali, da problemi di coscienza, da collisioni di valori. Non si tratta più della nevrosi suscitata dalla frustrazione sessuale di Freud o dal complesso di inferiorità di Adler; essa è piuttosto il risultato di un radicale vuoto esistenziale. La situazione presente è conforme con i pensieri del noto filosofo Blaise Pascal, sempre attuabili. Pascal (1962, trad. it.) affermava che l’uomo, pur di soffocare i ragionamenti esistenziali che caratterizzano l’essere umano, vuole vivere nel caos delle tante attività che in quel tempo erano la caccia, i salotti o la guerra: «Gli uomini, non avendo potuto guarire la morte, la miseria, l’ignoranza, hanno creduto meglio, per essere felici, di non pensarci». Questo avviene perché l’uomo spesso dispera quando riflette sulla propria condizione umana poiché non ha gli strumenti per poter risponder ai dilemmi esistenziali ed è incapace di raggiungere le mete della vita. In questo senso, il lavoro si presenta come un tirocinio pratico per poter affrontare la vita: convertire ogni propria esistenza in una missione individuale.

 

 

Bibliografia

  • Fabry J. (1970), Introduzione alla logoterapia, Casa Editrice Astrolabio, Roma.
  • Frankl V. (1972), Alla ricerca di un significato della vita, Mursia, Milano.
  • Frankl V. (1977), Fondamenti e applicazioni della logoterapia, SEI, Torino.
  • Frankl V. (1998), Homo Patiens. Soffrire con dignità, Queriniana, Brescia.
  • Frankl V. (2012), Ciò che non è scritto nei miei libri. Appunti autobiografici sulla vita come compito, FrancoAngeli, Milano.
  • Gruyter D. (1981), The Meaning of Work, «Management Under Differing Value Systems».
  • Harpaz I. (1990), The Importance of Work Goals: An International Perpective, «Journal of International Business Studies», 21(1), 75-93.
  • Heidegger M. (1976), Essere e tempo, Longanesi, Milano.
  • Marcel G. (1999), Essere e avere, Edizioni scientifiche italiane, Napoli.
  • Pascal B. (1962), Pensieri, Einaudi, Torino.
  • Rosso B. D., Dekas K. H. & Wrzesniewski A. (2010), On the Meaning of Work: A Theoretical Integration and Review, «Research in Organizational Behavior», 30, 91-127.
  • Steger M., Dick B. & Duffy R. (2012), Measuring Meaningful Work: The Work and Meaning Inventory (WAMI), «Journal of Career Assessment», 20(3) 322-337.
  • Stein E. (1998), Introduzione alla Filosofia, Città Nuova, Roma.
  • Stein E. (2013), La struttura della persona umana, Città Nuova, Roma.
  • Tims M. & Bakker A. (2016), Job Crafting and its Relationship with Person-job Fut and Meaningfulness: A Three-Wave Study, «Journal of Vocational Behavior», 92, 44-53.

 

Note:

[1] V. Frankl (1905-1997) è stato uno dei massimi esponenti della psichiatria del XX secolo. Di origine ebrea visse la Seconda Guerra Mondiale e la deportazione dei campi di concentramento dove approfondì le riflessioni in merito alla Logoterapia, la scuola da lui fondata nel 1927 e che prese il nome di Terza Scuola di Psicoterapia Viennese (dopo quelle di Freud e Adler).

[2] Tra i valori di creazione fanno parte anche gli hobbies e le azioni compiute per gli altri.

[3] Jospeh Frabry (1909-1999) fu uno scrittore associato alla logoterapia e grande amico di Viktor Frankl.

[4] Job Satisfaction in Psychology: 5 Surprising Research Findings (positivepsychology.com)

[5] Dal latino proiectus, letteralmente “gettare avanti”. L’uomo continuamente “proietta” dei progetti da realizzare, dei fini da compiere, ed è continuamente “proiettato” nel futuro nel raggiungimento di questi fini. Concetto ovviamente ripreso da HEIDEGGER secondo il quale «L’Esserci, in quanto gettato, è gettato nel modo di essere del progettare», <Essere e tempo, trad. di Pietro Chiodi, Milano, Longanesi, 1976>.