(pubblicato su 7 de Il Corriere della Sera il 19 novembre 2020)


So che alla fine degli anni ’80 avrei dato risposte incoerenti a domande essenziali. A chi mi avesse chiesto che musica amavo, avrei detto con certezza che la presenza della chitarra elettrica distorta era un ingrediente fondamentale, ma avrei aggiunto che detestavo la new wave. Però, come spiegare che quando ascoltavo in radio Strangelove dei Depeche Mode mi ritrovavo a ballare da solo? Avrei mostrato difficoltà a riconoscere molte delle mie preferenze, rimanendo la parmigiana di melanzane uno dei pochi punti fermi. Calvino sarebbe stato fiero di me: incarnavo allo stesso tempo il cavaliere inesistente, il visconte dimezzato e il barone rampante, la mia versatilità faceva invidia a Meryl Streep. Nel corso degli anni mi sono chiarito le cose e oggi affermo con certezza che mi piacciono Don Winslow, Borges, Breaking Bad, la pizza napoletana gourmet e che gli sceneggiatori dell’ultima stagione di Trono di Spade andrebbero esiliati per anni, privi di connessione internet.

La questione del conoscere la propria identità, riconoscere il vero sé se volete, è per me nucleare, il lavoro di una vita, lo ammetto. Eppure quando sento parlare di falso sé un moto d’irritazione mi pervade. Frotte di psicologi, psichiatri e maestri yoga affermano su internet che sanno come scovare il nucleo purissimo del vostro essere. Lo fanno sembrare così semplice: sgrassate le patine unte delle influenze di famiglia, cultura e società – capitalistica, comunista o teocratica che sia. Il nucleo si mostra davanti ai vostri occhi, una pietra grezza, pura e primordiale di gioia, gioco e direzionalità e ora lasciate che si espanda nel cuore, promani luce turchese. Le influenze di famiglia, cultura e società possono ancora sporcarlo di terriccio, al peggio scheggiarlo, ma alla fine Om Namah Shivaya, mi arrendo a te Siva e tutto si risolve.

Invece distinguere il vero dal falso sé non è semplice per niente. Avete letto Open, l’autobiografia di André Agassi? Rimediate, velocemente. E poi rispondete alla domanda: Agassi odiava davvero il tennis come dichiara? Ecco, io non lo so. Se mi concentro sulla storia di un figlio cresciuto dal padre per schiantare gli avversari e vincere il titolo olimpico che lui aveva mancato, dico: sì, lo odiava. Viveva solo nella proiezione grandiosa di un padre folle. Quando ho chiuso il libro ero convinto che mentisse, che, sì, odiava il padre con buoni motivi, ma che il tennis era davvero la sua vita. Non anticipi la palla come lui se non vivi quello che fai con ogni fibra.

E quindi? Una parte di me crede fervida che il vero sé esista e vada liberato dalle catene infere. Un’altra parte di me, con altrettanta veemenza, ritiene l’idea stessa di vero sé una stupidaggine, una banalità da blogger o guru televisivo. Posso dibattere con me stesso all’infinito, perdo protestando mentre prevalgo con ferocia. Da un lato, al contrario del passato, so di avere fiammelle che fan più luce di altre e segnalano le mie più sincere preferenze e passioni, dall’altro mi schiero con Borges, Pirandello, Paul Auster, gli alfieri del molteplice. Nei miei sogni sono stato coraggioso e in altri morto, in alcuni volavo troppo in alto e in altri ero al centro di una corte deserta e quali di questi me ero davvero io?

I discepoli di Darwin, gli psicologi evoluzionisti, intercedono per la conciliazione. Cosa dicono? Che siamo disegnati per perseguire una serie di mete, selezionate nel corso di milioni di anni e indispensabili a sopravvivenza e adattamento alla nicchia ambientale e sociale. Ci troviamo malati e sofferenti? Si attiva l’attaccamento, la ricerca di un altro che ci curi. Il nostro prossimo ha freddo, fame e sonno? Si attiva la motivazione complementare: l’accudimento. Ci piace un ragazzo, una ragazza o insomma qualcuno che ci susciti appetito? Si attiva la sessualità. Però lo stesso oggetto del desiderio è nelle mire di qualcun altro in un circolo ristretto: una discoteca, un congresso. Diventa una risorsa limitata: si accende la competizione per il rango, avete presente i cervi che fanno a cornate? Avete presente Agassi che si danna l’anima per diventare numero 1? Un’altra motivazione è l’appartenenza al gruppo, l’essere inclusi, diventare membri di un partito, una gang, una società scientifica, tifosi di quella squadra. E poi la motivazione a esplorare alla ricerca di tane, territori e stimoli, su cui curiosità intellettuale e gioco sociale fioriscono: avete presente Agassi che scherza, colpisce alla velocità della luce e sorride?

C’è una verità assoluta dentro ognuno di questi istinti: nel momento in cui si accende siamo veri e il nostro sé è diverso da quello che ci guidava un attimo prima. Che significa? È semplice. Avete lavorato tutto il giorno, siete stanche, avete messo a letto il figlio di tre anni. Il vostro compagno ha capito – grazie alla vostra paziente educazione – che non è il momento di avances sessuali e vi siete quindi stese sul divano per la nuova puntata di Grey’s Anatomy. Vi guidano curiosità e sistema esploratorio ed entrate nel gioco di finzione: vediamo se Cristina e Owen avranno un figlio, Miranda e Richard quale caso disperato tenteranno di salvare? E poi, diciamo la verità, i medici sono tutti tremendamente fighi (il tocco di piccante). Dall’altra stanza il richiamo arcaico: “Mammaaaa”. Pensate “Mi alzo o no?” e già vi trovate al capezzale della creatura assetata e impaurita. Ero vero il magnetismo che vi incollava allo schermo ma lo era anche la spinta a prendersi cura del bambino. Semplicemente, la seconda è più potente, primordiale. Qui il problema del vero sé, a ben vedere, non si pone.

Ora cambiamo scenario. Avete 17 anni e vi siete appena trasferiti in un altro paese, a prima impressione un deprimente angolo sperduto. Il miracolo: è pieno di ragazze carine che, anche se siete nerd nell’animo, vengono a cercarvi a casa. “Ehi, vieni con noi? Studiamo insieme stasera”. L’eccitazione sale (nella variante adolescenziale), mista a curiosità e fame di appartenenza al gruppo. Lo dite a mamma: “Ehm, uscirei con le ragazze del posto, sai, studiamo”. Lei però ha tante, ma tante cose da sistemare ed è così stanca: “Amore, non è un problema, fa niente, c’è tantissimo lavoro da fare, ma vai pure da quelle sciacquette, me la cavo da sola, come ho sempre fatto”. Si chiama Norma, sta risistemando il Bates Motel, è faticoso, tira fuori quell’espressione ricattatoria di sensualità afflitta che le riesce benissimo.

Ecco, se quel ragazzo rinuncia a uscire può ancora essere vero a sé stesso, purché riconosca che si sta sacrificando per una madre malata di mente. Ma se si racconta che preferisce, questa è la parola chiave, preferisce occuparsi della madre, in quel momento è disconnesso da sé. Negli occhi gli avete visto l’eccitazione, l’entusiasmo all’idea di conoscere ragazze e far parte della nuova comunità, ma la sua mente lo inganna: “Sei un bravo figlio, solo questo conta per te”.

Siamo falsi quando l’idea che abbiamo di ciò che desideriamo, il concetto di sé, è discrepante dalla tendenza all’azione istintuale e non ce ne accorgiamo. Vogliamo andare con le ragazze, ma ci diciamo che restare con la mamma è più bello. Vogliamo partire per le spiagge del Salento, ma ci convinciamo che passare il cuore dell’estate nella casa della famiglia di lui nell’entroterra è quello che una brava moglie farebbe e ce ne diciamo contente e fiere. Vero a noi stessi è la concordanza tra la nostra tendenza all’agire, animalesca ed emozionata, e il concetto di noi che sosteniamo in quel momento.

Se poi mi chiedeste in un momento di distrazione: “Al di là della posizione teorica, ritieni che un vero sé da qualche parte esista?”, risponderei di sì, e lo troverei nella spinta alla creatività, al gioco, nell’attimo in cui riaffiora quello che Elémire Zolla chiamava lo stupore infantile.