Oggi, come non mai, la sospensione del giudizio è impresa estremamente ardua da praticare. Ieri lo schermo del pc o dello smartphone, oggi le mascherine, sembrano inevitabilmente frapporsi tra terapeuta e paziente, inficiando l’autenticità dell’incontro. È realmente possibile attivare una relazione di cura, una presenza autentica, in assenza del corpo, della carne? Il “Tu” non si trasforma in “Esso” quando la relazione viene “intorbidata” (Stanghellini, 2017) con uno strumento? O ancora, come posso cogliere le sfumature del non detto, il linguaggio corporeo, se gran parte del viso mi è precluso? Queste sono solo alcune delle domande che in molti ci siamo posti dinanzi a una modalità nuova, la quale non ci si è posta come possibilità, ma come impedimento, trappola, cristallizzazione dunque forma mancata di co-esistenza. La ferocia dispotica dell’assenza ha esautorato ciò che è presente. La tirannia della mancanza ha invertito la dinamica figura-sfondo, ciò che c’è abdica in favore di ciò che non c’è, che si pone irrimediabilmente come nuovo fenomeno. Il Ni-ente è il nuovo ente. Eccolo il limite della nostra epoché. Ci siamo cascati tutti.

 

In fondo non è missione propria del fenomenologo lavorare con ciò che appare? Perché mai il darsi dell’altro sotto la forma di un volto celato da una mascherina dovrebbe rendere l’incontro meno autentico? Qui dunque bisogna interrogarsi sulla profondità della nostra epoché, su dove la collochiamo, in questo caso in riferimento al setting. È il momento del “disvelamento dell’implicito”, della “scoperta di ciò che è sottinteso” (Piro, 1997). Come ricordava Calvi (1998), “Immer Wieder”, sempre di nuovo, sono parole di Husserl ed è un po’ il motto della fenomenologia”. Una radicale messa in discussione dell’ovvio, un punto zero che ci ponga spalle all’abisso della Wahnstimmung intesa come assenza di impliciti, ammonendoci sul non dare mai nulla per scontato. Rinunciando così al valore negativo, al bassorilievo, permetto l’emersione di ogni fenomeno per distacco dallo sfondo. Se il fenomeno è ciò che appare, non avrò il negativo di un viso celato, ma il positivo di un volto parziale; non sentirò l’assenza della carne, ma la presenza di una voce, di un viso. Si tratta di far arretrare abbastanza la nostra epoché al punto da accogliere entro la nostra cornice, appunto il setting, degli elementi stabili che caratterizzano una relazione, non che la impediscono.

Da qui l’incipit: praticare l’epoché non è mai stato così difficile, e alcuni potrebbero legittimamente scegliere di rinunciare. Non è necessario né auspicabile che ognuno di noi rinunci all’ovvio, estendendo il dominio delle interrogazioni e della messa in discussione fino a perdersi, ma è prezioso approfittare di quanto offerto dallo scenario attuale: una comprensione dei propri limiti, della propria epoché, di quanto sia necessario per noi ad attivare una relazione, di quanto abbiamo bisogno per essere presso l’altro. Questa è la domanda da porsi: cosa è necessario affinché sussista una relazione, che possa poi dirsi di cura? E in che misura? Ancora una volta davanti a noi si pone un esercizio di riduzione. Cosa è relazione? Cosa è incontro?

 

Pensavo all’espressione rimanere in contatto, che rinnova la relazione con una metafora tattile, corporea. In lingua inglese diventa ancora più evidente, con l’espressione to stay in touch. Mantiene l’invito al tocco, al tenersi in con-tatto, di chi non potrà toccarsi. “Sentiamoci! Scrivimi!”. Udito e vista si offrono di surrogare il tatto nel rinnovare la presenza dell’altro. Udito e vista, sensi principi nella psicoterapia (ma non di tutte le psicoterapie), che promuovono una clinica dello sguardo e dell’ascolto. I sensi si mescolano l’uno nell’altro nell’esperienza del provare l’altro, risuonare della presenza dell’altro. In tal modo però non è un senso o l’altro a connotare la presenza, l’incontro, la relazione. Questi temi sono stati trattati in modo profondo e viscerale nel corso degli incontri di fluenza d’espressione coi colleghi di specializzazione, per la prima volta e in maniera del tutto inedita svolti attraverso una piattaforma di videoconferenza. La fluenza d’espressione (Mele, 1995; Grieco & Vivard, 2014) è un dispositivo gruppale ideato da Sergio Piro e caposaldo nella didattica della scuola di specializzazione antropologico-trasformazionale da lui inaugurata, oggi portata avanti dai suoi allievi e successori, dapprima Carlo Pastore e attualmente Bruno Orlandella. La caratteristica principale di questi gruppi è una conduzione debole e il rispetto di poche ma precise regole: non interpretare, evitare gli agiti, non sovrapporsi negli interventi (Grieco & Vivard, 2014). Essendo incontri non tematizzati, si lascia che il fenomeno dell’incontro gruppale accada, per cui inevitabilmente in un momento storico quale quello che stiamo vivendo, lo strumento ha tonalizzato fortemente i vissuti di gruppo, occupando gran parte delle discussioni. In uno di questi incontri si rifletteva sugli stessi interrogativi che muovono la presente trattazione: cosa è incontro? È possibile una relazione di cura in modalità online? E a telefono? Possiamo considerarci presenti in questa fluenza? Si rifletteva sull’assenza di reciprocità dello sguardo, la distinzione tra visi e volti (Stanghellini, 2020), su cosa non può mancare affinché una relazione possa dirsi tale. Si apriva un continuum che vedeva ad un polo il vis-à-vis come unica reale possibilità di relazione di cura, dall’altro uno scenario composto anche dal semplice scriversi in chat, privi di voce, di sguardo, semplicemente caratteri a schermo. A chi sosteneva che l’incontro non può prescindere dalla reciprocità di sguardi, provocatoriamente chiedevo “un terapeuta non vedente non può fare il terapeuta?”. Ci interrogavamo sul senso della fluenza stessa, in quella modalità senza corpi, schizoempirica (Di Cangio, in corso di stampa), quando di norma «l’incontro con l’altro […] avviene in uno spazio definito; di sovente un luogo chiuso, arredato apposta. […] In quest’incontro, nel declinare del nostro parlare, nella propensione all’ascolto, nell’immediatezza selvaggia della nostra presenza corporea, nella pre-disposizione all’av-vento dell’altro come prossimo, lo spazio chiuso diventa un aperto, uno slargo, una radura nel bosco (Lichtung) all’interno della quale si rende possibile il riconoscimento reciproco e, dunque, la possibilità, del donarsi, del darsi riconoscendosi» (Longordo, 2012).

Cosa rende dunque il luogo d’incontro uno slargo che accoglie il nostro essere? L’esser-presso reciproco. Ciò fa sì che l’altro diventi prossimo, ci disallontana, promuove la prossimità raccontata da Levinàs (1978): «La prossimità è forse una certa misura dell’intervallo che si restringe fra due punti o due settori dello spazio, la cui contiguità e coincidenza segnerebbero il limite? Ma allora il termine prossimità avrebbe un senso relativo e, nello spazio disabitato della geometria euclidea, artificioso. Il suo senso assoluto e proprio presuppone l’umanità». Ciò che caratterizza più di tutto la relazione è l’esser-presso la relazione stessa, l’esser-presso l’altro. L’auspicio di rimanere in contatto non è altro che un invito a rinnovare di tanto in tanto l’esser-presso di ciascuno nei confronti dell’altro. Così è potuta avvenire la magia della presenza, in quell’incontro di fluenza in cui il vissuto partecipativo era forte, in cui eravamo tutti presso lo schermo che rimandava ad altro, agli altri, a loro volta presso di noi. La scissione nella Schizoempirìa, che ho definito come «la peculiare condizione dell’utente online, il quale vive una frattura tra la propria coscienza e la modalità corporea propria dell’essere-nel-mondo, un’irrimediabile separazione mente-corpo» (Di Cangio, in corso di stampa), avviene non tanto nel vissuto del proprio corpo, il quale rimane unico e inscindibile, quanto in una scissione dell’esser-presso, un duplice rimando: si è presso lo schermo (al di qua, presso noi stessi) e presso ciò a cui lo schermo rimanda (al di là, presso l’altro). Può bastare dunque l’esser reciprocamente presso l’altro ad attivare una relazione, un incontro, che sia di persona, celati dietro maschere, al di là di uno schermo, in collegamento telefonico, o che sia in una chat? Credo proprio di sì. Il requisito fondamentale è l’umanità: «Lévinas riconosce il darsi della prossimità solo come avveniente in uno spazio reso omogeneo dalla “significazione umana”, dunque, luogo “segnato” dall’umano; non dato oggettivamente, misurabile e quantificabile, ma soggettivamente qualificato come spazio dell’incontro» (Longordo, 2012).

Una validissima obiezione ci giunge però da Merleau-Ponty (1945): «le parole e il comportamento dell’altro non sono l’altro». Essere presso i modi in cui l’altro appare non vuol dire essere presso l’altro. Ma ciò che è richiesto per una com-presenza autentica non è l’esser-presso l’altro, che comporterebbe una conseguente eclissi dell’io, bensì esser-presso la relazione, ed in particolare presso lo spazio in cui avviene l’incontro. Longordo (2012) prosegue nella sua lettura di Levinàs riguardo la caratterizzazione di questo spazio: «comprendiamo che si fa riferimento a uno spazio, sgombro, alleggerito dove gli stessi oggetti in esso contenuti perdono consistenza e sfumano nella contemporanea focalizzazione del sentire patico che avviene al suo interno. Luogo dove le comuni norme di localizzazione spaziale sono messe in discussione e avvertite come non necessarie per potersi situare». E ancora: «Il riconoscimento della non necessità delle usuali coordinate spaziali e l’omogeneità di questo spazio della prossimità ci fanno comprendere che esso, in quanto “luogo segnato dall’uomo” appunto, non potendo essere circostanziato con i consueti strumenti di misura, può essere solo vissuto». L’online può dunque diventare spazio di incontro autentico pur mantenendo il suo statuto etereo, perché si rende abitabile, l’altro a distanza diventa di-stanza (Ferraro, 2018), rispettando la caratteristica di essere «uno spazio che non s’incontra, poiché non esiste per se stesso» (Longordo, 2012).

 

Dunque non si è presso l’altro, si è presso uno spazio condiviso, che si co-abita, luogo della com-presenza, che ci rende prossimi, ma è uno spazio che a sua volta non esiste, che semplicemente designa il tempo dell’incontro, e dello scambio di vissuti che produce un’esperienza unica, condivisa. Ma come si può sentire la reciprocità dell’esser-presso? L’esser-presso riguarda davvero l’incontro con l’altro o è solo una nostra disposizione? Possiamo realmente cogliere l’esser presso dell’altro? Nell’episodio della fluenza che riportavo c’è stato un momento in cui il mio esser presso quello spazio era profondo al punto da esperire quella piena immersività che sfuma i contorni e, sottraendo il nostro essere ad una collocazione spazio-temporale oggettiva, ci consegna alla situazione emotiva, alla significazione tonalizzata affettivamente. La riconosco come mia personalissima esperienza, ma nel farne riconsiderazione di gruppo abbiamo condiviso un rispecchiamento in questa dinamica, almeno per la gran parte di noi partecipanti. Lo stesso può accadere durante un incontro terapeutico in modalità online, o telefonica, o perfino in chat: l’immersione. La reciprocità favorisce sicuramente l’immersione, ma non ne è strettamente necessaria: posso immergermi senza che l’altro sia immerso, con il conseguente sentimento di scarto di presenza. Quante volte abbiamo accusato l’assenza di una persona in prossimità, che sia corporea o tramite strumento? La mancanza provata attesta e accerta la verità della presenza, nella situazione emotiva dell’incontro sfuggente. E ancora una volta, da fenomenologi, siamo invitati a lavorare con ciò che c’è, anche quando a mancare è il nostro stesso esser-presso: cosa mi preclude l’immersione? L’altro mi annoia? Mi tiene distante? Mi tengo io distante perché non riesco a consegnarmi alla cornice? Posso dunque accettare la possibilità che la reciprocità dell’esser-presso sfugga. Devo poter accettare il mio stesso fluttuare. È determinante affinché una relazione possa dirsi autentica? Forse possiamo produrci semplicemente in un nostro darci autenticamente, e confidare nel fatto che l’altro si dia nello stesso modo.

 

Con-fidare non è più il semplice credere, fidarsi dell’altro, ma diventa una disposizione necessaria per la possibilità di ogni incontro, nel fondare il con di ogni essere-con, la koinonia della relazione. È promuovere la cultura del rispetto, di ciò che appare e accade, di ciò che c’è, sottraendosi alla cultura del sospetto, di ciò che è celato, irraggiungibile, significante nascosto e inaccessibile che richiede svelamento (De Monticelli, 2007). Ciò vale per le modalità online quanto per i nuovi incontri mascherati, in attesa di non dover temere, un giorno, alcuna contaminazione virale. Arrendersi all’idea che la mascherina celi qualcosa di necessario dovrebbe farci interrogare su tutto ciò che è precluso alla vista: gli abiti non ci mostreranno mai cicatrici, tatuaggi, nei della persona che abbiamo davanti. All’obiezione che tali dettagli siano tendenzialmente irrilevanti, bisognerebbe rispondere interrogandosi su quali siano le caratteristiche che rendono rilevante un fenomeno. Ancora una volta, immer wieder. Non nascondiamoci dietro l’ovvio, l’espressività labiale a fronte della superficie cutanea, leib contro körper. Ricordo un paziente che sistematicamente per la prima metà della durata di ogni colloquio indossava occhiali scuri, precludendomi lo sguardo. Tutto ciò che appare è fenomeno. Ciò che più mi ha colpito del primo incontro mascherato è stata la potenza espressiva dello sguardo. Ogni figura risalta quando lo sfondo è maggiormente appiattito. È la stessa dinamica che trasforma una semplice frase in una chat in un macigno emotivo, nel suo farsi unico canale. Ce lo insegna la fisica: la pressione aumenta se a parità di forza si restringe la superficie. Accadono tanti nuovi fenomeni non riconducibili ad un già noto, che si sottraggono al sottinteso, che vanno interrogati. Non ci si stringe la mano, si mantiene la distanza, e i vissuti che inevitabilmente coinvolgono paziente e terapeuta, in fondo «ci siamo dentro tutti insieme e non esiste persona o terapeuta che sia immune dalle intrinseche tragedie dell’esistenza» (Yalom, 2002).

 

Immer wieder, dunque. Concediamoci la libertà di ridefinire l’ovvio, di disvelare l’implicito, di scoprire ciò che è sottinteso. Permettiamoci la possibilità dell’incontro, che sia attraverso uno schermo o celati dalle mascherine. Ritroviamo lo stupore. Sarà profondamente terapeutico, perché come ci ricordava Lorenzo Calvi (Calvi & Colavero, 2019), la psicoterapia fenomenologica non è altro che un ridefinire l’epoché, nostra, del paziente, col paziente.

Sempre di nuovo, come la fenice. Mai come oggi, siamo eterni debuttanti.

 

Bibliografia

  • Calvi, L. (1998). Il piano eidetico dell’incontro, in Comprendre, 8, 1998.
  • Calvi, L. & Colavero, P. (2019). La luce delle cose. Dialoghi tra maestro e allievo su fenomenologia, psicopatologia e stupore. Mimesis, Milano.
  • De Monticelli, R. (2007). Alla presenza delle cose stesse. Saggio sull’attenzione fenomenologica. In Atque Rivista, Il Presente, a cura di Paolo Francesco Pieri, pp 221-242, 2008.
  • Di Cangio, M. (in corso di stampa). Schizoempirìa. Per una fenomenologia della presenza online, in Dasein Journal, 9, Isfipp edizioni.
  • Ferraro, G. (2018). La Declusione della Libertà: per una cittadinanza senza nazione. Mimesis, Milano.
  • Grieco, F. & Vivard, E. (2014). Fluenza – Forme e strutture della cura. Kion editrice, Terni.
  • Heidegger, M. (1927). Essere e Tempo. Longanesi Editore, Milano 2005.
  • Lévinas, E. (1978). Altrimenti che essere, o Al di là dell’essenza. Jaca Book, Milano 1995.
  • Longordo, R. (2012). L’incontro: Deriva e Parola. L’apertura all’altro in una relazione terapeutica, in Comprendre, 22, 2012.
  • Mele, A. (1995). La Fluenza d’espressione. Ed. 10/17, Salerno.
  • Merleau-Ponty, M. (1945). Fenomenologia della percezione. Bompiani Editore, Milano 2003.
  • Piro, S. (1997). Introduzione alle antropologie trasformazionali. La Città del Sole, Napoli.
  • Stanghellini, G. (2017). Noi siamo un dialogo. Antropologia, psicopatologia, cura. Raffaello Cortina Editore, Milano.
  • Stanghellini, G. (2020). Sentirsi nello sguardo dell’altro. Feltrinelli, Milano.
  • Yalom, I. D. (2002). Il dono della terapia. Neri Pozza, Vicenza 2014.