Corpo è la certezza sconvolta, messa in frantumi. Niente di più proprio, niente di più estraneo al nostro vecchio mondo.

Jean-Luc Nancy

Filosofo

L’esperienza della corporeità, che ha avuto una sua prima formulazione nell’opera di Husserl, ha poi trovato terreno fertile per il suo sviluppo nel contesto della fenomenologia francese. Addirittura, per Merleau-Ponty il corpo ha un ruolo tanto centrale da rappresentare l’emblema stesso dell’Essere, paradigma della sua complessità e della sua apparente contradditorietà. Il nostro corpo si trova infatti in una situazione di ambiguità costitutiva: se da un lato rappresenta ciò che ci è più prossimo e familiare, ciò in cui ci identifichiamo e che ci corrisponde, dall’altro racchiude in sé un elemento di estraneità e oggettività imprescindibili. La nostra esperienza del corpo si connota dunque di un aspetto paradossale: coacervo di soggettività e oggettività, organo di senso eppure filtro deformante della nostra percezione del mondo, trampolino e zavorra delle nostre potenzialità. Questo statuto duplice del corpo, sensibile e senziente o anche oggettivo e fenomenico, rappresenta un paradosso: ma un paradosso dell’Essere e non un paradosso dell’uomo. Il corpo ha un ruolo così centrale nell’opera del filosofo francese proprio perché racchiude emblematicamente le caratteristiche dell’Essere.

 

Il corpo si colloca in un certo senso tra noi e le cose: rappresenta il punto prospettico di ogni nostra esperienza del mondo, nonché l’organo di senso attraverso cui percepiamo l’ambiente circostante. Ogni nostra percezione della realtà esterna deve per forza passare per il filtro interpretativo del nostro corpo, tanto più subdolo in quanto silenzioso, che vizia inevitabilmente ogni tentativo di appropriazione che attuiamo nel mondo. Eppure, senza questo vetro forse deformante, non ci sarebbe possibile vedere nulla che si trovi al di là della nostra interiorità: rimane comunque punto di vista e punto di partenza, prospettiva di ogni esperienza che abbiamo del mondo, condizione necessaria di ogni nostra presa di posizione sulla realtà, status quo sul quale si stagliano impressioni e sintomi. Il nostro corpo “è l’oscurità della sala necessaria alla chiarezza dello spettacolo” (Merleau-Ponty, 1965).

Il corpo appare dunque come possibilità originaria del nostro inerire al mondo, del nostro fare esperienza delle cose e distinguerci dalle cose rapportandoci ad esse. La mediazione corporea ci sfugge quasi sempre: il corpo è l’eterno inosservato, almeno quando il suo funzionamento non è alterato. Eppure la minima disfunzione, la minima malattia ci fa subito rendere conto con imprescindibilità dello spessore di questo corpo, che tendevamo a dimenticare. Ci rendiamo allora conto che la nostra esperienza del mondo è tutt’altro che aproblematica e data: siamo noi a costituirla, e nel costituirla le attribuiamo le nostre tonalità affettive, i nostri significati personali, il bagaglio esperienziale che il nostro passato ha costituito. Ed il corpo diviene quindi sartrianamente emblema della nostra datità, cioè di tutto ciò che è in noi ma non dipende da noi: il nostro passato, la nostra nascita, il nostro aspetto, tutto ciò che costituisce la nostra alienazione primaria, si radica nel nostro corpo. Per questo lo sguardo dell’altro, a cui il nostro corpo è esposto, scatena in noi primariamente il vissuto della vergogna: ci sentiamo violati nell’intimo, giudicati in base a qualcosa che non dipende da noi, siamo inermi di fronte all’adesione totale al nostro corpo. Perché lo sguardo dell’altro ci inchioda al nostro corpo, ci riduce ad esso, annichila ogni nostra potenzialità in virtù di ciò che è visibile e giudicabile. Lo sguardo dell’altro è per Sartre uno sguardo originariamente reificante, che ribadisce la sua supremazia sul soggetto privandolo della possibilità di ribattere. Eppure, questa possibilità non si esaurisce mai del tutto, almeno finché siamo in vita: è sempre possibile un’assunzione soggettiva di quel corpo originariamente oggettivato, una soggettivazione a partire dall’alienazione. Anzi, secondo Sartre, questa è l’unica forma possibile di soggettivazione, condizione inevitabile a partire dalla quale ognuno di noi forma la propria soggettività: noi decidiamo chi vogliamo essere a partire da tutto ciò che siamo senza averlo scelto. Ed il corpo, nella sua fatticità, si fa emblema della determinazione altrui ma anche dell’assunzione di responsabilità che dalla reificazione parte per costituire un soggetto.

Abbiamo quindi diversi corpi, o forse sarebbe meglio dire diverse sfaccettature dello stesso corpo. Al corpo vissuto (Leib) e al corpo-oggetto (Körper) la tradizione filosofica successiva, a partire in particolare da Deleuze, aggiungerà un terzo polo, il corpo-vivente (corpo senza organi), che rappresenta l’amalgama informe e magmatico, intrinsecamente potenziale, della materia stessa della vita. Si tratta di un corpo che scotta, di cui non si può fare esperienza diretta senza accecarsi, di un corpo presente in ognuno di noi e che tuttavia ognuno di noi rende asettico, incasellandolo nelle griglie del vivere civile. È un corpo pulsionale, che vive del disordine della vitalità incontrollata che rappresenta, un corpo che racchiude in sé l’esuberanza della vita e l’orrore della morte, come due estremi che giungono a toccarsi.

 

Abbiamo elementi di alterità dentro di noi e fuori di noi. Ciò che noi siamo in qualche modo si determina all’interno di questa stretta: da un lato lo sguardo altrui che ci dice cosa siamo, il corpo che non risponde al nostro controllo, l’esperienza del mondo a cui accediamo in modo sempre parziale; dall’altro uno slancio che parte dall’interno, che è fatto di estraneità e di intimità, un corpo che nel bene e nel male è il nostro punto di partenza per fare esperienza della realtà, un corpo che si propone come punto prospettico e presupposto inevitabile di ogni azione. In mezzo, ci siamo noi, a cercare una forma, schiacciati tra queste due esigenze così diverse, costituendoci come individui in ogni momento, cercando con il significato di rendere meno angoscioso l’informe che abbiamo in noi e fuori da noi.

È come se la nostra esperienza del corpo fosse un lembo di terra smangiato da più lati, eppure la nostra soggettività si istituisce proprio nel rapporto che riusciamo a creare con queste intromissioni, nel dialogo con l’alterità che è presente dentro di noi e fuori da noi, da cui non possiamo prescindere ma con cui dobbiamo continuamente venire a patti. Non c’è comfort zone, è una continua tensione, un continuo braccio di ferro tra possessione e spossessione. Fuori da questa dinamica non c’è corpo e non c’è mondo, ma solo una fusione indifferenziata in cui nemmeno noi esistiamo più. Essere sani non significa avere un rapporto aproblematico con la propria corporeità, ma significa trovare un equilibrio, una proporzione, all’interno di un rapporto che è in sé complesso e problematico.

 

 

Bibliografia

  • Gilles Deleuze e Félix Guattari, L’anti-Edipo. Capitalismo e schizofrenia, Einaudi, Torino, 2002.
  • Edmund Husserl, Idee per una fenomenologia pura e per una filosofia fenomenologica (1913), a cura di Vincenzo Costa, Giulio Einaudi Editore, Torino 2002.
  • Federico Leoni, Senso e crisi. Del corpo, del mondo, del ritmo, Edizioni ETS, Pisa 2005.
  • Maurice Merleau-Ponty, Il primato della percezione e le sue conseguenze filosofiche (1946) seguito da La natura della percezione (1934), a cura di Rosella Prezzo e Federica Negri, Edizioni Medusa, Milano 2004.
  • Maurice Merleau-Ponty, La struttura del comportamento (1942), a cura di Marcello Ghirardi e Luca Taddio, Mimesis Edizioni, Milano-Udine 2010.
  • Maurice Merleau-Ponty, Fenomenologia della percezione (1945), a cura di Andrea Bonomi, Il Saggiatore, Milano 1965.
  • Maurice Merleau-Ponty, Il visibile e l’invisibile (1964), a cura di Mauro Carbone, tr. it. di Andrea Bonomi, Bompiani, Milano 1993.
  • Jean-Luc Nancy, Corpus (1992), a cura di Antonella Moscati, Edizioni Cronopio, Napoli 2014.
  • Jean-Paul Sartre, Idee per una teoria delle emozioni (1938), a cura di Nestore Pirillo, Bompiani, Milano 2007.
  • Jean-Paul Sartre, L’essere e il nulla (1943), tr. it. di Giuseppe Del Bo, revisione e cura di Franco Fergnani e Marina Lazzari, Il Saggiatore, Milano 2014.
  • Jean-Paul Sartre, San Genet, commediante e martire (1952), traduzione di Corrado Pavolini, Il viaggiatore, Milano 1972.
  • Giovanni Stanghellini, Noi siamo un dialogo, Cortina, Milano 2017.
  • Jan Hendrik Van den Berg, Fenomenologia e psichiatria (1955), Cortina, Milano 2015.