La lingua delle ossessioni, dei deliri, delle paure,  della sofferenza oscura ci parla del tempo vissuto.

Forme di psicopatologia della sofferenza interiore  

La presente  riflessione sul tempo interiore[1] nasce  da un  lavoro clinico di anni, ma soprattutto  si definisce attraverso gli stimoli  di ricerca, gli incontri con i pazienti e  gli studiosi. I dialoghi interiori assumono forme nuove, spunti creativi e, forse, sarà necessario  trovare termini nuovi per definire il nuovo campo di studi (neurobiologia, psicopatologia, psicologia, antropologia, psicoterapia). I  pensieri e le riflessioni sul tempo interiore sono aspetti  delle storie cliniche, degli incontri e sforzi terapeutici, delle relazioni umane. Lo scritto fa parte di una serie di saggi pubblicati dall’autore negli ultimi anni, relativi alla psicoterapia umana (o dello sfaldarsi) del tempo interiore[2], del tempo presente durante una malattia,  al fine di approfondire una ricerca fenomenologica sulla coscienza[3], la vita (critica) personale[4] negli stati di sofferenza oscura.[5]

Iniziamo avendo la consapevolezza della difficoltà che si presenta quando si vuole concettualizzare il tempo[6]. Una cosa è sperimentarlo e un’altra, molto diversa, è quella di intraprendere il tentativo di razionalizzarlo (Agostino).[7] Si tratta di un nuovo tentativo epistemologico, rispetto al tempo interiore, di sciogliere dei nodi. Consapevole che «sciogliere i nodi vuol dire descrivere il modo in cui i concetti vengono concretamente adoperati nel nostro quotidiano avere a che fare con il mondo» (Piana, 1996, p. 8).[8]

Al di là  degli studi neurobiologici e delle neuroscienze sul cervello[9] delle infinite raffigurazioni mitologiche del tempo nelle varie culture ed epoche e dei suoi risvolti filosofici e antropologici, argomento che esula dalla nostra trattazione, e tenendo conto della contemporanea presenza di più modelli di tempo ( il tempo circolare dell’eterno ritorno ed il tempo lineare della scansione storica degli avvenimenti, il tempo messianico), quello che mi interessa da un punto di vista psicologico/clinico, è la dimensione molteplice del tempo interiore come principio dinamico,  trasformativo,  il tempo presente e dell’interiorità, quelle visioni del tempo che pongono l’accento sul cambiamento in ambito personale.[10] Anche il tempo interiore[11] (non il tempo come misura) calandosi nel quotidiano ci consente di “afferrare”  l’universo.[12]Tuttavia, rispetto  al tempo interiore,   esiste un paradosso nella nozione stessa di percepire un evento come accaduto dopo l’altro.[13]

Il tempo non è solo quello della cura[14] o quello che scorre osservando un normale orologio,  quello che attendiamo e notiamo  nella patologia anche se la patologia muta la percezione del tempo in ogni persona ed il suo scorrere è costantemente presente nell’osservazione clinica e nell’articolazione esistenziale del rapporto terapeutico. Dunque il tempo ci  sfugge e ci appartiene interiormente,  nel corpo[15] e nei pensieri  nelle sensazioni, diviene cronodesi fondamentale (Piro, 1993)[16] e si allontana, può produrre e comportare trasformazioni  umane.

«La trasformazione personale è sostituzione nel singolo delle persone involute, iperdipendenti, limitate, claustrofiliche, arretrate, stenonoiche, piagnucolose, con persone evolute, indipendenti, di ampia visione del mondo e capaci di recuperare i propri mille talenti, claustrofobiche, legate agli orizzonti mutevoli del tempo, intelligenti, solitarie».[17]

La malattia, sia essa fisica che mentale, muta nel tempo e sicuramente l’elemento  “tempo” contribuisce al cambiamento personale[18], con le sue caratteristiche e con i suoi tratti, tutti vissuti interiormente. D’altro canto il tempo può essere  esso stesso all’origine come patologia, come il morbo che consuma e sfinisce.  In questo saggio esploreremo, tuttavia, solo una parte del discorso sul tempo vissuto (il tempo presente, vissuto nel dolore psichico) pur attraversando vari “campi“ del sapere (psicologia, psicopatologia, neurobiologia, psichiatria), ci interessano i vari processi attraverso i quali diventiamo consapevoli del tempo, durante una sofferenza oscura o corporea, e che influenzano il modo in cui pensiamo, immaginiamo, viviamo e ci proiettiamo nel futuro,  cosa sia il tempo realmente. Inevitabilmente siamo diretti al mistero della coscienza/essere nel mondo, all’intersoggettività, anche allo scopo  di  estrapolare  alcune  questioni cliniche. Il tempo umano (non quello dell’orologio, della misura, del prima e del dopo) è una condizione profonda e inevitabile del nostro vivere. Tuttavia la relazione dell’esperienza con il tempo interiore, tranne rari casi, non è stata studiata a fondo dagli psicologi, psichiatri, neurologi.[19]

«La nostra idea di tempo non ha avuto uno sviluppo dettagliato. Non ne sappiamo molto di più di quello che viene dal buon senso: tutti sanno che  il tempo scorre inesorabilmente in avanti, e gli scienziati, con tutti i loro studi, finora ci hanno aiutato relativamente poco nella comprensione del mistero».[20]

«Un  altro modo di porre il problema è chiedersi cosa sia il “presente”. Diciamo che le cose che esistono sono quelle nel presente: il passato non esiste (più) e il futuro non esiste (ancora)».[21]

Come è possibile  che la memoria degli eventi passati  possa creare tanta sofferenza interiore in alcuni individui e che il pensiero del futuro comporti,  a tratti,  ansia e preoccupazione? Domande apparentemente  semplici ma che richiedono uno sforzo di approfondimento nel campo delle scienze umane.  Chi scrive è interessato (e non solo rispetto ai pazienti ma alle persone in generale), all’incidenza dei vissuti emotivi sul malessere interiore e alle modalità della percezione soggettiva del tempo presente[22], del tempo nel campo dei disturbi psichici.[23] In linea generale collegare l’essere al tempo (Essere e Tempo),[24] il tempo vissuto alle metamorfosi umane (spazio/tempo) è  una condizione fondamentale per cogliere il flusso della coscienza durante uno stato, non previsto, di sofferenza. L’oggetto di studio  rimane il tempo nella sofferenza durante il fluire degli accadimenti[25],  che viene riguardato nelle loro relazioni con l’altro e con sè stessi, nelle loro affinità, nel tentativo di delimitarli nettamente, distinguerli (il passato in cosa è differente dal futuro?) ai fini clinici e terapeutici. Il tempo è speciale per ciascuna persona, soprattutto quando sperimentiamo alcune proprietà temporali; l’esperienza stessa è strutturata nel tempo. Gli antichi greci, con Aristotele, erano ben consapevoli dell’enigma e valore del tempo nel percorso di vita delle persone.

«Lo scorrere del tempo è palese per ciascuno di noi: i nostri pensieri e il nostro parlare esistono nel tempo, la struttura stessa del nostro linguaggio richiede il tempo (una cosa “è”, oppure “era”, oppure “sarà”».[26]

Quando sopraggiunge la sofferenza psichica (lacerazione, impossibilità di fare, rigide alternative legate agli accadimenti umani, contraddizioni)  l’esistenza umana interiore non riesce più a costituirsi, esprimersi in un tempo comune, condiviso, per ciascuno di noi; non essendo più capace di collegare il passato con il presente,  il presente con il futuro (idea del futuro). Si realizza una perdita da parte dell’esperienza di “possibilità temporali intenzionali”.

«La specie del tempo del passato e del futuro hanno questo di proprio, che non determinano gli elementi della rappresentazione con cui si collegano, non si comportano come modi ulteriori che vi si aggiungono, bensì li alterano».[27]

Ma cosa si alterna durante il tempo presente quando si pensa “qui ed ora”? La percezione interna rinvia al vissuto emotivo (patire), allo sguardo sul mondo (visione), agli accadimenti che subiscono dei mutamenti?

«Questo rinvio concerne in primo luogo gli oggetti temporali, passato, presente, futuro, e inoltre tutti gli “oggetti’ psichici intenzionali, gioia, dolore, giudizio, sentimento e desiderio, e i fenomeni che li costituiscono, a essi correlati ‘nella coscienza interna’».[28]

Secondo lo psichiatra Minkowski, una visione spazializzata e razionale del tempo non può che individuare nel presente un “punto assoluto”, ovvero un limite, in rapporto al quale è successivamente possibile ordinare in modo univoco il passato e l’avvenire.[29] Sappiamo che il presente non può coincidere con una semplice azione nel presente e che non è dunque possibile trarre il presente dalla semplice azione stessa – tutti gli esseri viventi agiscono, ma non per questo costituiscono un presente  secondo Minkowski esso è dunque inquadrabile come un racconto dell’azione che noi facciamo mentre stiamo agendo,  altresì capace di riunire a un tempo l’azione e la narrazione.  Ecco, dunque, che il presente non può che presentarsi come un’azione complessa e difficile. Minkowski stabilisce un’interessante linea di confronto tra il fenomeno del presente e quello dell’adesso (maintenant). Come fenomeno temporale l’adesso è sempre esperito e vissuto alla stregua di una parte elementare del tempo. Ciò nonostante, sul piano logico l’adesso non può che ridurre al nulla tutto ciò che non è. L’adesso ci si presenta come un elemento del tempo, ma nello stesso tempo comporta un accento particolare che lo rende, apparentemente, sinonimo di «esistenza». Come tale  l’adesso appare sfuggente, non si lascia “fissare” e favorisce la sussistenza del fenomeno del presente, che viene così configurandosi come un adesso dispiegato (maintenant déployé) pur conservando in sé qualcosa dello stesso adesso.   In sostanza il presente è per tutti noi, secondo le circostanze, tanto l’istante presente (l’adesso) che l’oggi o l’era presente.[30] Conseguentemente, tanto il passato quanto l’avvenire finiscono per esistere solo in rapporto al presente e senza di esso non hanno alcun senso, così che lo stesso presente unisce in un tutto il passato, il presente e l’avvenire. Solo una approfondita  riflessione sulla coscienza interna in relazione con  i processi di significazione del mondo (intuizione, comprensione) potrà consentirci di avvicinarci ad una maggiore conoscenza del tempo vissuto nel presente, far luce su una ricerca interiore sui vissuti emotivi[31]che tenga conto delle trappole del linguaggio e della coscienza, rappresentandoci chiaramente, senza tecnicismi, da un lato il mondo degli accadimenti umani (il campo sociale antropico di Piro) e, dall’altro, gli stati interiori, continuamente mutevoli dellacoscienza riflettente[32] quelli legati alla temporalità, al tempo tra passato, presente, futuro, rivissuti dai pazienti e dalle persone “normali”, nella loro realtà di vita.[33]

«Vi è cura se vi è tempo. L’uomo può prendersi cura a partire dal sentimento del suo essere esposto. Solo ciò che può perdersi ha bisogno di cura e non certo ciò che è sicuro, stabile, eterno. La cura tende a custodire ciò che trapassa, a dare consistenza, per quel che appartiene al tempo. Prendersi a cuore significa, in senso stretto, adoperarsi per la realizzazione di sé nel tempo».[34]

La percezione (mutazione) del tempo interiore[35] solleva una serie di domande, enigmi e difficoltà in campo clinico, incluso il significato dell’espressione “ percepiamo il tempo interiore”. Domande che mettono in  gioco la coscienza, il mondo, l’universo dei rapporti umani vitali.

La nostra coscienza è un flusso ininterrotto di vissuti di cui non si ha memoria dell’inizio, del suo avvio, né di sue interruzioni. Naturalmente, i vissuti (Erlebnisse) non sono tutti simili. Essi si esprimono in differenti modalità tipologiche:  la coscienza, come afferma Jaspers (1913), ha diversi gradi di attività. Può focalizzare l’attenzione o restare partecipe anche se non è attenta a qualcosa di specifico, può essere vigile, per esempio mentre guido la macchina, ma non attivamente focalizzata sui movimenti e sulle intenzioni della guida.[36] L’intenzionalità rende la coscienza prospettica, le dona “quel certo sguardo” e la incanala in un certo punto di vista.[37] Parte dei vissuti sono iletici cioè esperienze “involontarie”, vissuti non intenzionali che suggeriscono un tipo di esperienza sentita. [38] Questo sentire di sottofondo, nella maggior parte delle volte, è trasformato dalla coscienza in “pensare di sentire”. Gli stati di coscienza intenzionali sono attivi e focalizzati, mentre quelli iletici mostrano uno stato recettivo, patetico, affettivo. Per Husserl, quindi, l’intenzionalità non esaurisce la nozione di coscienza (su questo tema si veda Husserl, 1966). Gli stati intenzionali hanno una direzionalità e determinano, potremmo dire, la mente cognitiva; gli stati iletici costituiscono, invece, la coscienza fenomenica e qualitativa.

Nel dare conto dei vari aspetti della percezione del tempo vissuto usiamo inevitabilmente concetti  “provvisori” che assumiamo per avere una controparte oggettiva e reale nel mondo: il passato, l’ordine temporale, la causalità del prima e del dopo (tempo misurato, tempo dell’orologio), il cambiamento, il passare del tempo, il legame al tempo (cronodesi per Piro) e così via. Esiste un certo numero di casi, rispetto al tempo vissuto, che, seguendo le riflessioni di Ernst Pöppel (1978) possiamo definire esperienze temporali elementari[39], o aspetti fondamentali della nostra esperienza del tempo. Tra queste possiamo elencare l’esperienza di (i) durata; (ii) non simultaneità; (iii) ordine; (iv) passato e presente; (v) cambiamento o trascorrere del tempo. Si potrebbe pensare che l’esperienza della non simultaneità sia la stessa dell’esperienza dell’ordine temporale, ma sembra che, quando due eventi si verificano molto vicini nel tempo, possiamo essere consapevoli che si verificano in momenti diversi senza essere in grado di dire quale  venne prima.[40]

Siamo consapevoli che il tempo interiore ha mille volti e che esistono varie dimensioni del tempo: il tempo interiore, il tempo come misura, il legame cognitivo (i pensieri) al flusso del tempo, la “cronodesi fondamentale”, il legame al tempo-ambiente (epoca, storia), il tempo della fisica, etc. Una sfida impegnativa facile a notevoli  fraintendimenti epistemologici.[41] Il “presente” a cui si riferisce il dato è in realtà una parte del passato – un passato recente – dato illusivamente come un tempo che interviene tra il passato e il futuro. Sia chiamato il “presente specioso”[42] e che il passato, che è dato come passato, sia conosciuto come il passato ovvio. Tutte le note di una battuta di una canzone sembrano all’ascoltatore contenute nel presente. Tutti i cambiamenti di luogo di una meteora sembrano a chi guarda contenuti nel presente. Nell’istante in cui terminano tali serie, nessuna parte del tempo da esse misurato sembra essere un passato. Allora il tempo considerato relativamente all’apprensione umana, si compone di quattro parti, vale a dire il passato ovvio, il presente specioso, il presente reale e il futuro. Tralasciando il presente specioso, si compone di tre   nullità: il passato, che non esiste, il futuro, che non esiste, e il loro perpetuo, il presente; la facoltà da cui proviene sta nella finzione del presente specioso.[43]

Il tema del tempo interiore invade ogni aspetto del reale e del presente, del quotidiano, del mondo psicologico.

«La modificazione della struttura del tempo, a sua volta, influisce sul movimento di tutti i corpi, facendoli “cadere” gli uni verso gli altri».[44]

Spesso accade che  nella persona sofferente il passato defluisca nel presente o il presente rimanga fermo nel presente[45], e dal presente poi si trascenda nel futuro, scorrendo così la metamorfosi del tempo interiore senza che se  ne abbia coscienza. Come scrive Rovelli (2017) nel mondo senza tempo   deve comunque esserci qualcosa  che dia poi origine al tempo che tutti noi conosciamo, con  un suo ordine (il passato appare diverso dal futuro, il presente si lega al passato/memoria  e al futuro come speranza o minaccia). Il nostro tempo emerge in qualche modo intorno a noi. Quando siamo in uno stato di attesa (gioiosa o infelice) di una notizia o di qualcuno o quando la vita ci appare vuota e priva di senso lì, in maniera chiara, consapevole e a volte inconsapevole, agisce il tempo interiore: un tempo che può sembrarci rapido o  il tempo fermo e il tempo che non passa mai. Sappiamo che il dolore psichico (metamorfosi) può farci cambiare la percezione del tempo, le immagini della nostra vita, le idee sul mondo: il mondo, in taluni casi, smarrisce la sua naturalezza, spontaneità, concretezza legata al vivere. Il dolore psichico, infatti, può creare una oscillazione temporale, un movimento senza fine dal presente al passato e dal presente al futuro. Lo scorrere degli accadimenti di vita senza discontinuità fra il tempo dell’orologio e il tempo dell’io, il tempo vissuto, a volte fugge con la velocità del suono quasi non consentendoci nessuna riflessione su ciò che accade (e viviamo), e a volte si muove con lentezza esasperante immergendoci in un vortice di pensieri immobili,  che creano dolore, incertezza, smarrimento. Accade, quando siamo immersi nel dolore profondo, che  il tempo si fermi (un tempo senza tempo) che non vi sia né passato e neppure futuro (attesa, speranza). Siamo imprigionati in un presente che appare immobile,  inaridisce e spegne ogni speranza.

«Non c’è solo il tempo della clessidra, ma c’è anche il tempo interiore, il tempo soggettivo, che è il tempo vissuto, e il tempo che cambia in ciascuno di noi di momento in momento, di situazione in situazione, il tempo che, indipendentemente dalla scansione cronologica delle ore, ci fa vivere in misura diversa una uguale estensione temporale».[46]

Tutti coloro che lavorano nel campo della psicoterapia devono porre maggiore attenzione alle metamorfosi del tempo interiore, ai mutamenti ontici[47], alla sofferenza psichica legata alle vicende del destino. Tutti coloro che curano la sofferenza psichica di questo nostro tempo devono porsi come degli sperimentatori del tempo che sopravviene (Piro 1996), di un tempo di cui nulla è possibile prevedere e immaginare. La cura  appare come una ristrutturazione del  tempo interiore, come una limitatissima dimensione operativa, di cui si possono variare le forme (le strategie), inventandone delle nuove, per il bene comune. Quello che non varia è il tentativo di  rafforzare un incontro terapeutico, l’incontro intersoggettivo (il dare/il ricevere tra due persone), il processo di appartenenza ad un obiettivo (il fine è la cura), il percorso d’intersezione di due tempi di vita o destini umani (quello del paziente, quello del terapeuta, del gruppo), le traiettorie e le linee di orizzonti: non è un caso che l’evento trasformazionale che deriva dall’incontro avviene tramite un processo di mescolamento delle interiorità (Io, l’Altro, Noi) all’interno di un tempo vissuto (il presente) nato da un confronto (Piro, 1996).

«Nel fenomeno tempo, cioè nel vissuto temporale, il tempo non è un oggetto d’intenzione, un ente, rappresentabile nel continuo della sua unità, che l’io prende di mira, ma il modo della coscienza statu nascentis, ovvero la cacciata dall’inconscio  paradiso dell’identità, il repentino venire colpito, l’essere bersaglio di un impersonale accadere della differenza che, gratuitamente cioè senza ragione mirando al cuore della vita, fa centro e ne rompe l’unitaria coesione».[48]

Il linguaggio interiore (dialogo interno)[49], la solitudine  e l’ascolto del tempo vissuto (la metamorfosi della temporalità)[50]sono strumenti potentissimi in campo clinico e psicoterapeutico, in grado di produrre cura e salute ma anche di creare e distruggere, di raggiungere alte vette o di inabissarsi nelle profondità umane, permettendoci di esplorare frontiere sempre nuove e sorprendenti.

«Il tempo presente e il tempo passato sono presenti nel tempo futuro e questo a sua volta è contenuto nel tempo passato».[51]

Molti  studiosi riconoscono una grande importanza allo stravolgimento della trama temporale (la triade persona, tempo, storia) nelle patologie psichiche, ritenendo gli stravolgimenti/metamorfosi a questo livello specifici a seconda della patologia, una sorta di tratto distintivo della persona, fondamentale, capace di accompagnare ogni determinato disturbo psichico.

«Non sappiamo mai se il tempo passa troppo in fretta, o troppo lentamente, e rimaniamo senza fiato quando cerchiamo di trattenerlo, o di sospingerlo in avanti. Ogni cosa è divorata dal passato…Il tempo divora ogni forma di vita, cancella le cose che sono state, e non saranno mai più. Ma noi siamo alleati del tempo, e contemporaneamente  siamo in guerra con il tempo».[52]

Pertanto  la seguente riflessione psicopatologica sulla metamorfosi della temporalità, trova la propria fondamentale ispirazione  nella distinzione, già operata da Bergson[53] in Essai sur les données immédiates de la conscience  (1889), fra tempo obiettivo (o tempo spazializzato), vale a dire il tempo misurabile, scomponibile e oggettivo proprio delle scienze naturali, e durata reale (o tempo vissuto), intesa come il tempo immanente alla coscienza, come negazione di ogni quantità ovvero come pura progressione qualitativa degli stati psichici di ciascun individuo all’interno della quale si compenetrano tutti gli stati passati.

«In questo contesto tematico distorta esperienza del tempo e distorta esperienza dello spazio si alternano, e si susseguono, senza discontinuità: con drastica pregnanza semantica.  Ci sembra di cogliere, in questo, quasi una rivelazione epifanica di quella che è nella sua essenza la relazione della spazialità  con la temporalità; dell’una con l’altra di queste due strutture fondamentali della condizione umana».[54]

Così concepita la temporalità diviene, nella sua peculiare dimensione fenomenica dell’esperienza del tempo, l’oggetto privilegiato di un’indagine fenomenologica sulla persona che vive uno stato di sofferenza oscura, in senso intuitivo capace di cogliere ogni vissuto altrui così come esso si dà alla coscienza nella pluralità delle sue componenti qualitative.[55]

La relazione tempo-persona, con il dispiegarsi dell’essere e le emozioni, con l’intenzionalità della coscienza rimangono punti essenziali per il nostro discorso.

«Come cambia il tempo, come cambia la esperienza del tempo nel corso della vita? Non lo si può fermare, certo, e nondimeno scorre più, o meno, velocemente, più, o meno, lentamente, nelle diverse età della vita, e nelle diverse situazioni della vita; e in ciascuna di queste età la modificata esperienza del tempo si accompagna ad una diversa riflessione sul senso della vita e della morte: del vivere e del morire. Ma il tempo, il modo di vivere il tempo, cambia non solo nelle diverse età della vita ma anche in modi diversi in una stessa età».[56]

Un discorso che, collegandosi alla definizione del tempo in  Sant’Agostino,  suggerisce  che gli avvenimenti della vita (vissuti o immaginati) si muovano sull’asse del tempo, che gli accadimenti che abbiamo vissuto, e quelli che avremmo potuto vivere (ma che non abbiamo più vissuto), che restano tuttavia sempre possibili, continuano ad essere vivi e presenti nella coscienza, in ciascuno di noi.

Chi scrive vorrebbe oltrepassare il  dato “reale”, perseguendo il principio fondamentale della fenomenologia che consiste nell’individuazione di ciò che è rinvenibile nell’ambito della coscienza, ciò che è immanente, che sta per accadere da un momento all’altro durante la vita.[57] Si è consapevoli che, di contro, il tempo irrazionale – e quindi il tempo autenticamente “vissuto” o “vivente” – non può essere affatto colto dal pensiero discorsivo, logico-deduttivo e razionale, per il quale ogni successione si fa opposizione tra ciò che è e ciò che non è ancora, ma solo da una coscienza riflettente e  fenomenologica (la coscienza che riflette su sé stessa) che senza mediazioni sappia riconoscere in esso il carattere essenziale del divenire.[58]

«Il tempo è il patico nel suo nascere, e con la paticità si origina la coscienza».[59]

Questa esperienza, che chiamiamo “tempo psicologico o interiore” o trascorrere, corrisponde al registro personale che si ha, grazie alle operazioni cognitive  della memoria e della coscienza riflettente, della mobilità del proprio “io” nello spazio di rappresentazione.

 «Questo “io-attenzione” sembra compiere la funzione di coordinare le attività della coscienza col proprio corpo e col mondo in generale. I registri del trascorrere e della posizione dei fenomeni mentali si imbricano in questa coordinazione che si rende indipendente dalla stessa coordinazione. E così, la metafora dell’ “io” finisce per ottenere identità e “sostanzialità” rendendosi indipendente dalla struttura di funzioni della coscienza».[60] 

Nel campo delle scienze umane nessuno dubita dell’esistenza del tempo interiore e come misura  e nessuno dubita del fatto che esso possa essere sperimentato (indipendentemente da quanto sia soggettiva tale esperienza); ma nel momento in cui lo si vorrebbe afferrare, e ancor più quando lo si vorrebbe spiegare e interpretare, si comincia a navigare in un mare di incertezze.

 

 

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Note:

[1] Sappiano che il tempo è dappertutto, sopra e sotto, davanti e dietro la nostra persona, anzi, il tempo è tutto, copre e riempie ogni cosa nella nostra vita (fuori e dentro di noi, tra orologi e pensieri) e non possiamo fare a meno di cercare di “afferrarlo”, nominarlo, studiarlo, misurarlo e riflettere su di esso, per quanto la fisica del Novecento ci dica che non esiste e la psicologia cerchi di spiegarlo. Cfr. Benini A., Neurobiologia del tempo, Raffaello Cortina, Milano, 2020.

[2] Occorre sempre tener presente, in merito al tempo vissuto, l’analisi fenomenologica dello psichiatra Eugène Minkowski (1885- 1972) che si pone come strumento degli atti esistenziali sulla base delle differenti modalità attraverso cui il tempo e la temporalità sono manifesti, esperiti e vissuti, all’interno di una prospettiva capace di comprendere tanto la condizione psichica normale quanto ciò che appare patologico. Il Le temps vécu (1933) il più importante saggio minkowskiano è dedicato all’analisi del fenomeno della temporalità nella sua stretta relazione con la dimensione psicopatologica dell’esistenza.

[3]  Tali studi sono legati alle ricerche del neurologo Antonio Damasio il quale  approda ad una sorta di summa della sua ricerca trentennale, in cui  i fondamenti di quella prospettiva antidualistica che lo ha reso celebre (si pensi al legame tra regioni cerebrali “arcaiche”, come l’amigdala, e più recenti, come la corteccia prefrontale, nella genesi delle scelte morali e dei processi decisionali) sono integrati da nuove e complesse sequenze: quella sull’incidenza delle emozioni e dei sentimenti primordiali (il piacere e il dolore) come ponti connettivi tra il proto-sé e il sé; quella sul discrimine tra percezione e rappresentazione degli eventi interni ed esterni al nostro corpo come base biologica, unitamente alla memoria, nella costruzione dell’identità individuale. Cfr. Damasio A.R., Emozione e coscienza, Adelphi, Milano, 2000; Damasio A.R., L’errore di Cartesio, Adelphi, Milano, 1995.

[4] Cfr. Piro S., Critica alla vita personale, La città del sole, Napoli 1995. Si ricorda, rispetto alle esperienze del tempo interiore,  che solo le indagini daseinsanalitiche hanno consegnato importanza psicologica a tale aspetto. Per Von Gebsattele e Minkowski ogni manifestazione della vita è come sorretta dal flusso del divenire  e  la inibizione del werden è alla radice esistenziale del vissuto malinconico, si apre anche ad una riverberazione psicologica. Janzarik ha cercato di cogliere la significazione psicologica inerente la struttura del tempo, da un piano antropologico ad un piano psicologico-strutturale. Si ricorda come il tratto saliente della fenomenologia è, in primo luogo, la dimensione trascendentale della coscienza e il superamento di una visione naturalistica, quella che tiene prigioniero il Naturforscher, il quale si ferma a un mondo di cose e di processi, còlti attraverso la percezione sensibile sia interna che esterna.

[5] La condizione psicopatologica costituisce l’importante indicatore di un processo di deformazione degli specifici fenomeni che strutturano progressivamente la temporalità vissuta e di una conseguente perdita della loro dinamica fisionomia.

[6] Gli scienziati hanno evidenziato come ogni singola cellula del corpo funziona in accordo col tempo circadiano per fare il suo lavoro, che sia produrre proteine o convertire il cibo in energia. Ha fungere da regolatore il cervello umanio che sincronizza le tempistiche necessarie (omoestasi).

[7] Questa difficoltà nella riflessione è chiaramente presentata nell’opera di Sant’Agostino.

Sant’Agostino,  Confessioni, Bur Rizzoli, 1997: (…) Che cosa è, infatti, il tempo? Chi potrebbe darne una breve e facile spiegazione? Chi ne capirà tanto, almeno con il pensiero, da poterne poi far parola? Ed invece, vi ha una nozione più familiare, più nota, nel parlare comune, del tempo? Certo, quando ne parliamo, sappiamo cosa intendiamo, e lo sappiamo anche quando ne sentiamo parlare gli altri. Che cosa è, allora, il tempo? Se

nessuno me lo chiede, lo so; se dovessi spiegarlo a chi me ne chiede, non lo so.

[8] Piana G., Phänomenologie in Italien. Würzburg, 1996. Trad. it. a cura di Cristin R., L’idea di uno strutturalismo fenomenologico. Edizione digitale, 1998.

[9] Si direbbe che abbiamo  un orologio anche nel cervello. C’è una parte, chiamata nucleo soprachiasmatico, molto vicino alla ghiandola pineale, la quale è responsabile della ricezione delle informazioni sulla luce dall’ambiente. Si tratta di segnali che dicono alle cellule quando lavorare, quando rallentare, quando accelerare, segnali legati alla secrezione di melatonina. Il tempo, inoltre, fornisce  «il ritmo della coscienza». Il dubbio è se vi sia una connessione diretta fra ciò che fanno le cellule del corpo e la percezione cosciente del tempo.

[10] Nel “tempo lineare” la temporalità è rappresentata da una retta con una direzione determinata: “passato-presente-futuro”. La “freccia del tempo” ha inizio nella nascita e avanza linearmente verso il futuro. Nel caso del “tempo circolare” il trascorrere viene rappresentato come una sequenza di avvenimenti che si ripetono. È la “ruota del tempo”. È il ritorno del punto all’origine per ricominciare. Nel caso del “tempo curvo o a spirale”, la rappresentazione prende volume e, da un punto centrale, la “curva-a-spirale” si espande, ripetendo cicli e ritmi in uno spazio multidimensionale, fino ad arrivare alla sua massima espansione. A questi tre tipi di rappresentazione dobbiamo aggiungere altre possibili combinazioni tra di esse.

[11] Chi scrive preferisce l’uso del termine di tempo interiore piuttosto che tempo psicologico. Quando parliamo di “tempo psicologico” e di “trascorrere”, ci riferiamo al registro personale e soggettivo che si ha quotidianamente del tempo. Tale esperienza è stata espressa in differenti modi secondo il contesto culturale, l’epoca o l’autore. Così troviamo che nella civiltà dell’antica Grecia si riferivano ad esso come “Chronos” o “Kronos”, differenziandolo dal Kairos e dall’Aidon, che corrispondevano ad altre concezioni e

categorie del tempo. Nella filosofia contemporanea Husserl (1913) lo denomina “tempo immanente” (differenziandolo da un possibile “tempo obiettivo, trascendente la stessa coscienza) e Heidegger (1927) lo

chiama “tempo mondano” (diverso da un “tempo autentico” di cui parla in diverse sue opere).

[12] Tralasciamo nello scritto il tema del tempo nella psicanalisi e nell’ analisi junghiana. Il tempo, per Jung, è una delle fondamentali esperienze archetipiche dell’umanità e sfugge ad ogni tentativo di spiegazione puramente razionale I Greci equiparavano il tempo all’antichissimo fiume Oceano che, nella visione del mito, abbracciava la terra come un serpente che si morde la coda, denominato anche Chronos  fu in seguito equiparato a Crono padre di Zeus. Per i Greci esisteva anche Aion che simboleggiava  il succo vitale che pervade ogni essere e quindi il suo tempo vitale ed il suo destino.Una simile simbolizzazione del tempo come divinità e come flusso di vita e di morte si trova anche in India. Nella Bhagavadgita il dio Krisna si manifesta nell’eroe Arjuna ed afferma di essere il tempo che annienta tutto il mondo, apparso per afferrare tutti gli uomini. Anche Siva rappresenta il tempo ed incarna nella sua danza eterna con la sua Sakti (la materia) le potenze dello sviluppo, della conservazione e della dissoluzione del mondo.  Cfr. Jung, C.G. , «Riflessioni teoriche sull’essenza della psiche» (1947-54), in La dinamica dell’inconscio, Opere, vol. 8, Boringhieri,  Torino, 1976, p. 177;  Jung C.G., La sincronicità come principio di nessi acausali (1952), Ibidem, p. 447.

[13] Per ciò che attiene al tempo “qui e ora”,  quello che percepiamo, lo viviamo come presente. Ma possiamo percepire una relazione tra due eventi senza percepire anche gli eventi stessi? In caso contrario, sembra che percepiamo entrambi gli eventi come presenti, nel qual caso dobbiamo percepirli come simultanei, e quindi non come successivi.

[14] Un breve accenno al tempo per la psicoterapia. Durante la seduta terapeutica, che ha comunque i suoi tempi, i suoi ritmi scanditi dal setting, la dimensione temporale trasformativa irrompe quando accade l’evento della fruizione  (da parte della coppia terapeuta-paziente) di una immagine carica di senso che dona la capacità (inshight) di sciogliere, dipanare le nodosità delle problematiche psicologiche, la cui rete imbriglia il nostro Essere, consentendoci di accedere ad una nuova scansione del tempo della nostra vita che è il tempo della consapevolezza, del destino,   il tempo scandito dalla conoscenza del Sé, cioè del senso più intimo e profondo della nostra esistenza in direzione del futuro.

[15] Sappiano che il tempo dentro il nostro corpo è circadiano. I nostri corpi, così come le cellule di animali e piante, si sono evoluti per milioni di anni su un pianeta che ruota più o meno agli stessi ritmi da milioni di anni: la vita nei corpi segue ritmi sincronizzati col nostro sistema solare, non quelli dei modelli relativistici. E’ facile immaginare che, se la Terra rallentasse all’improvviso di qualche ora ogni giorno avremmo gravi problemi di salute.

[16] Per lo psichiatra Sergio Piro (1993) la  “cronodesi fondamentale”  intende il legame al tempo di tutti gli eventi, indica l’essere nel tempo di tutti gli accadimenti, denota il legame nelle persone agli orizzonti che continuamente si succedono nel suo tempo, nel trasformarsi del suo ambiente, nel modificarsi degli innumerevoli traversamenti di cui è costituito il campo sociale, esprime la continuità con le linee nuove che si succedono con ciò che sopravviene nelle fratture epocali.

[17] Piro S., Antropologia Trasformazionale. Il destino umano e il legame agli orizzonti subentranti del tempo, Franco Angeli, Milano, 1993, p.71.

[18] Nell’incontro “Il tempo malato, il tempo che muore”, in occasione della quarta edizione della festa della scienza e della filosofia (2014), lo psichiatra Vittorino Andreoli ha ripreso il tema del tempo e gli insegnamenti di Minkowski, affrontandone le conseguenze ed implicazioni nella psicopatologia. Inoltre chiamiamo “tempo psicologico” o trascorrere, corrisponde al registro che si ha, grazie alle operazioni della memoria e dellacoscienza, della mobilità del proprio “io” nello spazio di rappresentazione.

[19]  In realtà conosciamo la struttura temporale del mondo non meno direttamente che  la sua struttura spaziale. Tuttavia, il tempo è speciale, perché non solo sperimentiamo proprietà temporali; l’esperienza stessa è strutturata nel tempo: l’esperienza nel suo aspetto esperienziale ha una struttura temporale concepita realisticamente. Non solo  i nostri giudizi su quella struttura passano sempre attraverso giudizi sulla struttura temporale degli oggetti apparenti di percezione. Un soggetto che subisce un’esperienza percettiva di un dato tipo esperienziale è sempre in grado di sapere che sta subendo un’esperienza di quel tipo semplicemente in virtù di tale esperienza. Su questa base  la struttura temporale dell’esperienza non può separarsi sistematicamente dalla struttura temporale dei suoi oggetti.

[20] Benini A., Neurobiologia del tempo, Raffaello Cortina, Milano, 2020, p.13.

[21] Rovelli C., Sette brevi lezioni di fisica, Adelphi, Milano, 2014, p.64.

[22] Binswanger afferma che anche il fenomenologo necessita di descrizione precisa per giungere, partendo da esse, alla cosa stessa, alla visione dell’essenza dell’oggetto (i vissuti). Pfänder: necessaria ampia caratterizzazione della personalità del paziente per cogliere il senso del vissuto contestualizzato nella storia della sua vita. Callieri: per comprendere la psicosi bisogna focalizzare e analizzare gli atti umani a livello delle loro motivazioni coscienti, delle loro decisioni esistenziali. Bisogna far riferimento alla innere Lebensgeschichte (storia di vita interiore) binswangeriana e alla nozione di Lebenswelt (mondo vivente) di Husserl.

[23] E’ solito constatare come nei sentimenti depressivi, il tempo si allunga e al contempo si cristallizza, dando l’impressione di diventare infinito. Il tempo diviene qualcosa che non scorre, senza tempo. Anche il senso di incapacità e quello di colpa,  sentimenti legati alla tristezza, vivono nella loro atemporalità.  Nei sintomi schizofrenici invece il fenomeno che si osserva è leggermente diverso. Costui non vive in un tempo cristallizzato (come è il caso della depressione) ma si situa in toto al di fuori del tempo: chiuso in un circuito che esclude il mondo. In sostanza lo schizofrenico viene “attirato solo da quello che è spazio, che solo così si senta a suo agio, e che fugga tutto ciò che è divenire e tempo” (Minkowski, 1933).

[24] Si ricorda qui l’importante lavoro del filosofo  Heidegger (autore di “Essere e Tempo”, 1927, una delle opere postume). Ma da dove si determina allora l’unità delle tre dimensioni del tempo autentico, cioè l’unità delle sue tre modalità di arricchirsi che, nel giocare l’una con l’altra, offrono ciascuna il proprio essere presente? Abbiamo già detto che tanto nell’advenire del non-ancora-presente, quanto nell’essere-stato del non-più-presente e addirittura nel presente stesso, gioca di volta in volta una sorta di riguardare e di importare, cioè di venire e portare alla nostra presenza, ossia un rispettivo modo dell’essere presente. Se l’essere presente va pensato in questo modo, allora non possiamo assegnarlo a una soltanto delle tre dimensioni del tempo, vale a dire – come sarebbe spontaneo – al presente. L’unità delle tre dimensioni temporali riposa, al contrario, sul reciprocogioco di passaggi dall’una all’altra. Questo gioco di passaggi si mostra come l’autentico offrire che gioca nel carattere proprio del tempo, per così dire dunque come la quarta dimensione – ma non solo per così dire, bensì conformemente alla cosa stessa in questione. Il tempo autentico è quadridimensionale.” Heidegger M.Tempo ed Essere, a cura di Corrado Badocco, Longanesi, Milano, 2007, p.21.

[25] La dimensione temporale è da sempre elemento cruciale nel trattamento della sofferenza psichica, a partire dalle analisi fenomenologiche dei processi di pensiero, che ben distinsero tra tempo oggettivo, tempo del mondo e percezione soggettiva del flusso temporale, tra tempo individuale e tempo sociale.  Gli approfondimenti sull’esperienza hanno messo in evidenza nel caso la depressione come  la vita interiore si svuota di intenzionalità, si allontana dagli oggetti, che appaiono estranei e distanti, e l’inibizione pervade l’esistenza del paziente che si blocca fino all’immobilità, sia motoria che ideativa. L’appesantimento del corpo, la sua lentezza nei movimenti, diventano l’espressione di una fatica del vivere che si accompagna, nelle forme più gravi di depressione maggiore, a un senso di colpa acuto, perfino lacerante. Tutto ciò ci  mostra come il tempo rallenta, fino ad arrestarsi, e tende a restringersi fatalmente la dimensione del futuro mentre si amplia la dimensione del passato, che assorbe il paziente nella disperazione per la perdita di un orizzonte, di una prospettiva. Il contrario avviene nella mania, dove i pensieri si affollano nella mente in rapida successione ed il flusso delle idee non è più indirizzato da un filo conduttore coerente. In questi casi il tempo è accelerato, e il mondo maniacale, interamente proiettato nel futuro, è ricco di futuro (Callieri, Di Petta e Maldonado, 1999). Differente l’esperienza del tempo nella psicosi, dove il passato frammentato non si articola con un presente che appare nel disordine di un puzzle non più facilmente ricomponibile, e il gioco tra passato, presente e futuro non risponde più ad alcuna logica (Callieri, Di Petta e Maldonado 1999).

[26] Rovelli C., Op.cit., 2014, pp.64-65.

[27] Il corsivo è mio. Husserl E., La coscienza del tempo, Filema, Napoli, 2002, p.21.

[28] Binswanger L., Melanconia e mania. Studi fenomenologici, Boringhieri, Torino, 2015, p.23.

[29] In questo consisterebbe, di fatto, la “storia” del presente in quanto concetto, per quanto sia sbagliato vedere proprio in esso una nozione originaria e data a priori: si tratterebbe  di un costrutto semantico intervenuto in un secondo momento nell’evoluzione della memoria.

[30] In realtà  tutte queste forme del presente che sembrano inscatolarsi le une nelle altre restano subordinate alla nozione del presente vissuto. Ora privo della “drammaticità” dell’adesso, il presente appare invece più calmo e omogeneo, “rassicurante”, così capace di comprendere in sé anche una parte del passato –

[31] Si ribadisce l’importanza  di attuare in campo clinico una connessione tra vita e ricerca, una connotazione non solo umana, ma anche scientifica. Duplicità vissuta senza contrasto fra esperienza umana, esperienza scientifica e prassi terapeutica.

[32] Vediamo i colori, ascoltiamo i suoni e percepiamo le trame. Alcuni aspetti del mondo  vengono percepiti attraverso un senso particolare. Altri, come la forma, vengono percepiti attraverso più di un senso. Ma quale senso usiamo quando percepiamo il tempo? In effetti, sembra strano dire che vediamo, sentiamo o tocchiamo il tempo che passa. Anche se tutti i nostri sensi fossero incapaci di funzionare per un po’, potremmo comunque notare il passare del tempo attraverso il modello mutevole del nostro pensiero. Forse, abbiamo una facoltà speciale, distinta dai cinque sensi, per rilevare il tempo. O forse, come sembra più probabile, notiamo il tempo attraverso la percezione di altre cose.

[33] Affinché l’ascolto della sofferenza altrui  possa essere efficace può essere utile, su un piano pratico, l’esercizio del silenzio, dell’epochè. Lo strumento dell’epochè, del trattenere la parola può permettere  di rendere concreta la dimissione dell’atteggiamento naturale  (interpretazione/spiegazione) e l’assunzione dell’atteggiamento fenomenologico basato sull’anticipazione rispetto agli accadimenti umani (comprensione dei vissuti).

[34] Natoli S., La felicità di questa vita. Esperienza del mondo e stagioni dell’esistenza, Mondadori, Milano, 2001, p.57.

[35] L’espressione “la percezione del tempo” suscita dubbi scientifici. Nella misura in cui il tempo è qualcosa di diverso dagli eventi, non percepiamo il tempo in quanto tale, ma i cambiamenti o gli eventi in tempo. Ma, probabilmente, non percepiamo solo gli eventi, ma anche le loro relazioni temporali che accadono.

[36] In questo caso, la coscienza ha un sentimento di attività generalizzato, di sfondo (di orizzonte). Questa coscienza di orizzonte è indeterminata, soffusa, indistinta e sfuocata. Possiamo così descrivere la coscienza come un nucleo attento e focalizzato (anche se non sempre attivo) e un orizzonte o sfondo indeterminato tutto intorno.

[37] Husserl (1900) distingue tra stati di coscienza intenzionali e non (stati del fare esperienza e stati del patire l’esperienza). Infatti, non tutti i vissuti sono intenzionali: se dico “provo angoscia”, “mi sento angosciato”, viene a mancare la tipica apertura al mondo della coscienza (su cosa mi sto focalizzando in quel momento?).

[38] Questa dimensione non intenzionale, sensoriale, impressionale, patica, affettiva, è formalmente differente da quella esplicita, schematica, funzionale, intenzionale. Essa è di natura opaca, non chiara, di fondo, materiale, meno trascendente e più incarnata.

[39] Pöppel, Ernst, 1978, “Time Perception”, in Richard Held et al . (a cura di), Manuale di fisiologia sensoriale , vol. VIII: Perception, Berlino: Springer-Verlag.

[40] Hirsh, IJ e Sherrick, JE, 1961, “Perceived Order in Different Sense Modality”, Journal of Experimental Psychology , 62: 423–32.

[41] Possiamo pensare che la percezione dell’ordine del tempo sia  spiegabile a partire dalla nostra esperienza della distinzione tra passato e presente. Potrebbe esserci un divario, forse anche un abisso, tra la nostra rappresentazione del mondo e il mondo stesso che interpretiamo, anche a un livello astratto. La psicologia del tempo vissuto non fa eccezione. In effetti, è interessante notare quanti hanno ritenuto che, nonostante le apparenze, il tempo, o qualche aspetto del tempo, sia irreale. Daremo quindi uno sguardo a come la natura del mondo interagisce con i resoconti della percezione soggettiva in relazione alle mutazioni del tempo.

[42] Il termine è stato coniato da E. Robert Kelly,   meglio conosciuto con lo pseudonimo di “ER Clay”.    James, W. (1893). I principi della psicologia . New York: H. Holt and Company. Pagina 609.  Anonimo (E. Robert Kelly), The Alternative: A Study in Psychology . Londra: Macmillan and Co., 1882.  Andersen, Holly; Rick Grush. “Una breve storia della coscienza del tempo: precursori storici di James e Husserl” ,  Giornale di storia della filosofia, Estratto 2008-02-02 .  “L’esperienza e la percezione del tempo” , Estratto 2009-10-22 .

[43] Il concetto è stato ulteriormente sviluppato di recente da Rovelli (2014) e in passato dal filosofo William James . James ha definito il presente specioso “il prototipo di tutti i tempi concepiti … la breve durata di cui siamo immediatamente e incessantemente sensibili”. Broad C.D. in “Scientific Thought” (1930) ha ulteriormente elaborato il concetto di presente specioso e ha considerato che il presente specioso può essere considerato come l’equivalente temporale di un dato sensoriale.

[44] Rovelli C., L’ordine del tempo, Adelphi, Milano, 2017, p.21.

[45] Pensiamo al fenomeno, in questo caso, del ‘specious present’. Il cosiddetto “ presente specioso” è, in realtà,  la durata del tempo in cui le percezioni di una persona sono considerate presenti nel presente. La percezione del tempo studia il senso del tempo, che differisce dagli altri sensi poiché il tempo non può essere percepito direttamente ma deve essere ricostruito dal cervello.

[46] Borgna E., Op.cit., 2018, p.19.

[47] Chi scrive è convinto che si tratti del tempo dell’evento (aion) di Eraclito, della costituzione di una temporalità scientifica in Aristotele, del tempo come forma del senso interno in Kant, delle filosofie della storia hegeliane e posthegeliane, dell’eterno ritorno di Nietzsche, del vissuto presente di Husserl, del tempo bergsoniano o dell’equivalenza tra ontologia e temporalità in Heidegger, il tema del tempo vissuto è qualcosa di più di un tema. È un elemento della vita interiore che ci consente di adattarci ad ogni contesto.

[48]  Masullo A., Paticità e indifferenza, Il Melangolo, Genova, 2003, p.67

[49] Lo psicologo russo Vygotskij pone il problema della coscienza che  preclude la possibilità di determinare la specificità dei comportamenti propriamente umani, differenziandoli da quelli animali. «Il comportamento umano è organizzato in modo tale che il “discorso interiore” accompagni il suo comportamento. In altri termini, l’uomo pensa sempre tra sé; e ciò influenza il suo comportamento. In quanto consista questa influenza, noi non sappiamo. Se si elimina la linea di confine tra il comportamento dell’animale e quello umano, la componente storico-sociale, che nel comportamento umano è essenziale si annulla nel biologico, e quella psicologica viene assorbita dalla fisiologia» (Vygotskij Lev, 1925, p. 270).  Vygotskij L., Psichologija iskusstva, Mosca 1965 e 1968. Pref. di Leontjev A. N., Psicologia dell’arte. Roma: Editori Riuniti, 1925.

[50] Si ricorda sempre come la temporalità si ponga, a partire dagli studi fenomenologici (Husserl, Heidegger) come orizzonte modale fondativo, in termini di possibilità o di progettazione verso il futuro. Il fenomeno primario della temporalità  originaria ed autentica è l’avvenire (Heidegger).

[51] Borgna E., Op.cit., 2018, p.30.

[52] Borgna E., Op.cit, 2018, p.30.

[53] Si ricorda come sia in Bergson che in Husser il tempo è caratterizzato come Vissuto, cioè come dotato di senso in relazione ad un soggetto che lo costituisce: non viene negata la sua natura di “parametro fisico universale” ma si nega che questa sia la sua valenza nel contesto dell’esperienza individuale.

[54] Borgna E., Nei luoghi perduti della follia, Feltrinelli, Milano, 2020, p.210.

[55] Secondo Minkowski, infatti, il tempo sembra avere a tutti gli effetti due “volti” che affondano le proprie radici da una parte nella possibilità di una reale e oggettiva spazializzazione (tipica del pensiero scientifico), dall’altra nel riconoscimento – cui si lega un atto comprensivo di ordine fenomenologico da parte della coscienza – di una continuità nel divenire.

[56] Borgna E., Op.cit., 2018, p.43.

[57] La percezione esterna è  un atto interiore. La regressione all’interiorità si scinde, tuttavia, nella dimensione psichica e in quella trascendentale. È questa la novità di Husserl per la comprensione della psiche mentre le impostazioni, come quella di Freud, scavano nella psiche ma non si accorgono della distinzione fra i due ambiti, necessaria per cogliere in modo essenziale quelle che Binswanger chiama le “forme immanenti della coscienza” (Bewusstseinsgestaltungen).

[58] Il divenire può essere colto attraverso vari fattori: il fattore di somiglianza, durata, stabilità e consistenza al di là del tentativo di spazializzazione.

[59] Masullo A., Paticità e indifferenza, Il Melangolo, Genova, 2003, p.69.

[60] Lolli F., Appunti di Psicologia, Multimage , Firenze,  2008, p. 288.