1. PAURA DI ESISTERE

In terapia da diversi anni a causa di una sintomatologia ossessivo-compulsiva che lo costringeva a lavarsi per ore prima di poter uscire di casa, durante il suo percorso psicoterapeutico B. aveva fatto, fino a quel momento, alcuni passi avanti. Stava ora seduto in poltrona in una posizione più comoda, il tremore alle braccia e alle mani era diminuito, e in generale la sua vita era andata avanti, tirandosi fuori dalle sabbie mobili nelle quali era venuta a trovarsi nei primi anni dell’età adulta (la terapia era iniziata nel momento in cui B. aveva da poco compiuto vent’anni). I miglioramenti erano avvenuti per lo più spontaneamente, forse solo in parte favoriti dalla terapia, durante la quale di rado avevamo utilizzato in maniera diretta il lavoro sul corpo. Alcuni interventi di mindfulness avevano ottenuto l’effetto di allargare l’ampiezza del suo respiro, rilassando la muscolatura e migliorando la sua capacità di stare con le sensazioni corporee ed emotive. Gli esercizi di grounding e la respirazione sul cavalletto bioenergetico[1], che pure avevamo tentato diverse volte, sembravano invece risvegliare in maniera troppo intensa il suo corpo, al punto che in varie occasioni avevamo dovuto interromperli a causa dell’emergere di forti sentimenti di ansia e paura. In ogni caso, la relazione terapeutica era andata gradualmente approfondendosi: B. era riuscito a rendersi più autonomo rispetto alla propria famiglia, a costruirsi una stabilità economica e infine a trovare una ragazza con la quale aveva una relazione da circa sei mesi. Tutto sembrava volgere al meglio quando le ossessioni, che fino ad allora sembravano essere quasi scomparse, tornarono a tormentarlo più invadenti che mai.

B. fu lasciato dalla sua ragazza per un’altra persona. Fu lui stesso a scoprire, dopo poco, che probabilmente era anche stato tradito nelle ultime settimane della loro relazione. Neanche una volta nei mesi precedenti era riuscito ad esprimere la propria aggressività e la propria rabbia nei confronti della sua ragazza, sebbene ci fossero diverse questioni che, come diceva in seduta, “non gli stavano bene”. La paura di essere lasciato e di rimanere di nuovo solo lo terrorizzavano. In quel momento, però, proprio ciò che temeva di più, come una sorta di profezia che si auto-avvera (Watzlawick, 1981, trad. it. p. 87), si realizzò: la ragazza lo lasciò.

In seduta iniziava a parlare della sua sofferenza ma si arrivava sempre ad un punto – quando la tristezza e la paura si facevano più intense – nel quale si interrompeva, paralizzandosi in una specie di spasmo corporeo generale. Il corpo si ripiegava su stesso, ripiegandosi su se stesso come un foglio di carta. Le spalle bloccavano il respiro e il mento si abbassava a chiudere la gola. Sembrava che qualcosa proveniente dal profondo, dal ventre e dalle viscere, volesse venire fuori contrastato dai muscoli di tutta la parte superiore del corpo. Rimaneva così, come spento, per diversi minuti, con qualche singhiozzo morto in gola. Non una lacrima dagli occhi, non una sensazione di tristezza. Per dar voce alla sua rabbia dimenticata e scaricare la tensione che bloccava il suo processo corporeo (Kepner, 1993), decidemmo di provare con la tecnica del colpire con i pugni (Lowen e Lowen, 1979; Lowen, 1994, p. 94), studiata sui libri di bioenergetica e osservata in vivo alla scuola di specializzazione. Dopo una breve consegna verbale gli mostrai come colpire il materasso per scaricare la tensione della parte superiore del corpo: con le gambe leggermente divaricate, le punte dei piedi rivolte verso l’interno e le ginocchia un po’ piegate, si sollevano entrambi i pugni verso l’alto e poi si colpisce con tutta la forza il materasso. Lo scopo era quello di mobilitare tutto il corpo in un’azione di scarica della rabbia, sbloccando le tensioni che lo tenevano contratto in uno stato di freezing. Tentammo più volte e in diverse sedute con pochi risultati. Non ci arrendemmo però e aggiungemmo un esercizio di espressione emotiva per rendere il movimento meno meccanico ed incarnare di più la rabbia (Boadella, Liss, 1986, p. 102): mentre colpiva B. parlava alla sua ex che lo aveva tradito e poi abbandonato. Questo migliorò la sua capacità di stare in uno schema motorio di rabbia. La mascella inferiore si spostava in avanti e la respirazione apriva la gola e il torace. Come effetto si sentiva più forte e stabile, riusciva a rilassarsi dopo la seduta e i sintomi ossessivi diminuivano notevolmente nei giorni successivi. Nonostante la rabbia fosse sentita ed incarnata più di prima, ancora non veniva fuori però quell’impulso viscerale che pure spingeva sempre per emergere. La situazione si sbloccò per caso.

Capitò che durante una seduta non avevamo a disposizione il solito materasso da colpire. Scegliemmo di fare ugualmente l’esercizio utilizzando un cuscino poggiato sulla poltrona, in una posizione nettamente più alta rispetto al solito. Questa volta, favorito da una posizione del bersaglio all’altezza del suo ombelico, B. colpì con più forza, reclutando tutte le sue energie e scaricando completamente i muscoli della parte superiore. Alla fine dell’esercizio la rabbia era emersa completamente e B. respirava profondamente con un’espressione aggressiva. La pelle del viso sembrava avvampare. Gli chiesi cosa provasse ma quasi non mi ascoltava. Era concentrato sul suo corpo, che egli sentiva vibrare di vita propria. Mi guardò per un attimo negli occhi e poi scoppiò in un pianto disperato. I singhiozzi lo scuotevano. Finalmente riusciva a sentire a pieno la sua tristezza e a piangere, cosa che per molti anni di terapia aveva attivamente evitato. Da quel momento in poi iniziò a far esistere di più quella quota di sofferenza che i legami umani portano sempre con sé. La terapia subì un’accelerazione nella direzione dell’esplorazione dei suoi sentimenti di mancanza affettiva e di tristezza, e quella paura di esistere che per tanto tempo aveva tenuto B. congelato nel proprio angusto mondo ossessivo, sembrò lentamente allentare la propria morsa su di lui. Questo evento non fu certamente la soluzione a tutti i suoi problemi (le ossessioni non svanirono del tutto anche se il loro significato divenne progressivamente più chiaro), ma rappresentò sicuramente un momento critico di biforcazione (Arnol’d V., 1983, trad. it. p. 34) e di slittamento progressivo del percorso terapeutico (Guidano, 1988, p. 118), a partire dal quale B. cominciò a comprendere le scelte che era chiamato a compiere: legarsi all’Altro rischiando di soffrire o rimanere in una rassicurante quanto vuota solitudine? Affermare il proprio pensiero ed il proprio sentire rischiando di perdere l’Altro o appiattirsi in un’accondiscendenza senza turbamenti? Queste sono le domande che B. imparò a conoscere in quel periodo.

 

2. FENOMENOLOGIA E BIOENERGETICA

Il frammento clinico sopra descritto rappresenta solo un esempio dei molti modi in cui la mobilitazione del corpo in psicoterapia può favorire l’emersione di emozioni e temi profondi, altrimenti difficili da raggiungere con un approccio verbale, fungendo da acceleratore per il cambiamento e la crescita. In questo caso la tecnica impiegata deriva dal modello bioenergetico, che insieme alla terapia della Gestalt e alle terapie reichiane, è uno dei principali paradigmi di riferimento nel campo della psicoterapia corporea. Ma che cos’è la bioenergetica?

Nella definizione più diffusa che ne dà il suo stesso fondatore:

La bioenergetica è lo studio della personalità umana dal punto di vista dei processi energetici del corpo (Lowen, 1975, p. 37).

E ancora più chiaramente:

La bioenergetica è l’avventura della scoperta di sé stessi. Differisce da forme analoghe di esplorazione della propria natura perché cerca di capire la personalità umana dal punto di vista del corpo. La maggior parte dei metodi precedenti hanno centrato l’attenzione sulla mente; ci hanno portato molte informazioni preziose, ma mi pare che non abbiano toccato il settore più importante della personalità, la sua base, che si situa nei processi corporei. Non esitiamo a riconoscere che quello che succede nel corpo influenza necessariamente la mente: ma in questa affermazione non c’è niente di nuovo. La mia convinzione è che i processi energetici del corpo determinino ciò che succede nella mente esattamente come determinano ciò che succede nel corpo (Lowen, 1975, p. 36).

In queste definizioni sono contenute tutte le potenzialità e i limiti della bioenergetica in psicoterapia, oltre che le sue somiglianze e le sue differenze con un approccio di tipo fenomenologico alla sofferenza mentale e alla sua cura. A questo vuole essere dedicato questo breve e sicuramente non esaustivo articolo. Proviamo ad iniziare dai punti di contatto tra bioenergetica e fenomenologia.

 

2.2 Somiglianze

Tra le somiglianze esistenti tra i due approcci, che rendono utilizzabile l’ampio bagaglio di tecniche corporee costruito da Lowen nell’ambito di una psicoterapia fenomenologica fondata sul dialogo e sull’incontro, elenco di seguito le più rilevanti.

In primo luogo, bioenergetica e fenomenologia convergono su un fatto: il corpo è la dimensione originaria dell’esistenza umana. Questo vuol dire che il modo in cui il corpo di ogni persona prende forma nell’interazione con il proprio ambiente è una parte fondamentale della propria forma di esistenza (Daseingestalt). Per Lowen “noi siamo il nostro corpo” perché i processi corporei sono alla base di tutto ciò che egli considera mentale (Lowen, 1975, p. 26; 1994, p.8). Come per la psicologia fenomenologica, anche per la bioenergetica esiste un Sé corporeo, la cui struttura è fondamentale per il lavoro del clinico, “dato che il sé corporeo è più evidente ed obiettivo di un riflesso nella mente di una persona” (Lowen, 1994, p. 41). Questo è vero perchè:

Nessuno è nulla al di là del corpo vivente in cui ha la propria esistenza e attraverso il quale si esprime e si pone in relazione con il mondo che lo circonda (Lowen, 1975, p. 44).

Questa stessa affermazione può essere considerata valida per la fenomenologia, per la quale il corpo, a partire da Husserl, rappresenta un tradizionale campo di indagine. Per la fenomenologia il corpo è il “veicolo fondamentale dell’essere nel mondo” (Merleau-Ponty, 1945) e corrisponde in primo luogo al Leib, al corpo-soggetto (Legrand, 2006), a quel sé minimale e nucleare anche definito Core Self (Fuchs, Rohricht, 2017), cioè a quella parte dell’esserci di ognuno che risulta basilare ed ineliminabile. Anche per il fenomenologo, quindi, “l’esserci è sempre embodiment” (Zaner, 1964). Su questo punto sta convergendo negli ultimi anni un intero campo di studi sperimentali di matrice fenomenologica (della Gatta, Salerno, 2018). Ciò significa che anche per uno psicoterapeuta orientato fenomenologicamente “arrivare a conoscere il proprio sé ha a che fare con l’entrare in contatto con il proprio corpo” (Lowen, 1994, p. 41). Ed è vero anche per la fenomenologia che comprendere il corpo vissuto di un paziente significa comprendere “i modi di essere della sua presenza nel mondo” (Di Petta, 2009, p. 277), ovvero “la maniera in cui la presenza si progetta corporalmente” (Cargnello, 1966).

In secondo luogo, ad avvicinare la bionergetica alla fenomenologia contribuisce la comune idea di inconscio corporeo. Da buon psicoanalista, nei suoi testi Lowen torna più e più volte sul concetto di inconscio. Riportando il modello di Freud nel campo della dinamica corporea, egli sostiene che l’inconscio sia quella parte del corpo che l’individuo non percepisce (Lowen, 1958; 1994). Anche dal punto di vista della psicologia fenomenologica il flusso di esperienza (Erlebnisström) che continuamente emerge dalla relazione di accoppiamento tra il soggetto e il suo mondo (e che costituisce il livello più basilare della nostra mente) è solo parzialmente illuminato dalla luce della coscienza. La maggior parte di questa interazione  tra corpo e mondo si realizza inconsapevolmente e costituisce la coscienza preriflessiva corporea (Gallagher, Zahavi, 2005) o, nei terminin di Husserl, l’Io empirico corporeo. Si tratta di quella parte della mente costituita da un flusso di esperienze diretto, pre-tematico e pre-riflessivo, che si realizza a livello corporeo e che potremmo definire inconscio corporeo. A differenza del modello psicoanalitico però, per la psicologia fenomenologica non esistono ipotetiche entità mentali, come il Super-Io ad esempio, o meccanismi di difesa che censurano una parte del materiale dell’esperienza, ma solo schemi di interazione ricorsiva influenzati dalla necessità di mantenere identità, equilibrio e coerenza nel continuo emergere dell’esperienza.

Infine, tra gli altri punti di contatto pur esistenti, è interessante sottolineare la possibile comune visione sulla meditazione. Sono ormai molto diffuse in psicoterapia tutta una serie di pratiche derivanti dalle tradizioni orientali di meditazione, esportate in occidente dal grande movimento culturale della mindfulness (Kabat-Zinn, 1994). In particolare, queste tecniche vengono impiegate per favorire il rilassamento e l’emergere della consapevolezza, anche corporea (si veda per esempio la tecnica del cosiddetto body-scan). Abbiamo visto altrove come in campo fenomenologico una certa pratica meditativa appositamente costruita (Depraz, Varela e Vermersch, 1999; Bertossa e Ferrari, 2009) possa aiutare a realizzare una epochè incarnata, cioè uno stato di attenzione vigile, aperto e privo di pregiudizi sul proprio flusso d’esperienza nel qui ed ora. Sebbene non risulti una pratica propriamente tradizionale per i fenomenologi, l’epochè incarnata consente di raggiungere quello stato di attenzione vigile e non giudicante, che è il primo passo di ogni ragionare propriamente fenomenologico. La bioenergetica, dal canto suo, è da sempre molto aperta alle influenze della cultura orientale e sulla questione sostiene che:

Per annullare il rumore del mondo esterno si deve bloccare il fluire dei pensieri, che è chiamato flusso di coscienza. Questo flusso di coscienza nasce dalla costante stimolazione del prosencefalo da parte di una tensione muscolare subliminale. Cessa quando si entra in uno stato di profondo rilassamento nel quale la respirazione è piene e profonda. In realtà, ci si è abbandonati al controllo inconscio associato a uno stato interiore di attenzione. Quando ciò accade, il corpo è pervaso di un senso di pace. La coscienza non è oscurata. Si rimane pienamente consapevoli, ma tale consapevolezza non è focalizzata (Lowen, 1994, p. 242).

 

2.3 Differenze

Al di là di queste somiglianze, che in realtà come ho già affermato sono solo alcune di quelle che possono essere rintracciate tra bioenergetica e fenomenologia, emergono comunque delle evidenti differenze, derivanti in particolar modo dalla grande distanza esistente tra i fondamenti epistemologici dei due modelli. La bioenergetica, infatti, porta avanti le proprie osservazioni sul corpo e sulla clinica a partire dagli stessi assunti della psicoanalisi, rimanendo legata a doppio filo ad una epistemologia pre-soggettiva, e in generale ad una impostazione di stampo positivistico in gran parte superata dalla fenomenologia e dal costruttivismo.

Per prima cosa, rispetto al problema del rapporto mente-corpo, il cosiddetto hard problem della filosofia della mente, Lowen rimane strettamente ancorato ad una visione dualistica, incorrendo in quello che è ormai conosciuto come “l’errore di Cartesio” (Damasio, 1995). Introdotto in filosofia da Platone, e portata da Cartesio fino al cuore delle scienze contemporanee con l’opposizione tra res cogitans e res extensa, il dualismo rappresenta la principale soluzione che l’Occidente ha costruito per il problema mente-corpo. Ogni posizione dualista concepisce mente e corpo come due entità distinte, che possono avere, è vero, una qualche forma di relazione tra loro, ma che in ogni caso appartengono a due dimensioni separate. Anche Lowen sembra assumere questa posizione quando postula l’esistenza di un livello dell’esperienza corporea separato dal livello dell’esperienza mentale:

Ogni cambiamento bioenergetico agisce simultaneamente a due livelli: a livello somatico si ha un aumento di motilità, coordinamento e controllo; a livello psichico c’è una riorganizzazione del pensiero e degli atteggiamenti (Lowen, 1958, p. 101).

Concependo mente e corpo come due entità diverse ma lavorando, come abbiamo visto, a stretto contatto con il corpo dei propri pazienti, Lowen ha dovuto rendere in qualche modo conto dei rapporti esistenti tra queste due dimensioni. Nel far questo, sembra che egli abbia scelto una posizione che in filosofia della mente viene definita interazionismo (Paternoster, 2010), per la quale mente e corpo procedono su binari separati che però in qualche modo si influenzano:

In questa presentazione la mente e il corpo vengono considerati dualisticamente, come entità separate e parallele che interagiscono tra loro. Ogni azione è vista come se si svolgesse a due livelli – somatico e psichico – contemporaneamente. Si può collegare l’organizzazione dei processi mentali con una corrispondente organizzazione dei processi corporei. I concetti di Io, Es e di Super-io hanno controparti ben definite nella sfera somatica (Lowen, 1958, p. 35).

Questa posizione rispetto al rapporto mente-corpo, assunta da Lowen sulla scia delle influenze della psicoanalisi e della cultura del suo tempo, rivela però due problemi. Il primo, comune ad ogni dualismo che in ogni tempo sia esistito, è relativo alla difficoltà di spiegare in che modo avvenga questa influenza tra mente e corpo, se essa si realizzi in qualche speciale luogo (come la ghiandola pineale di Cartesio) o attraverso proprietà poco chiare del corpo stesso. Lowen sembra affermare, in verità in maniera poco convincente, che sia la bioenergia ad assumere forme diverse, spostandosi in qualche modo dal dominio del corpo a quello della mente. Anche in questo però sembra molto legato ad una visione meccanicistica del mentale, largamente diffusa tra gli scienziati del suo tempo. Un altro problema sta poi nella aderenza della bioenergetica al modello della psicoanalisi per la descrizione del livello mentale. La mente sarebbe composta da strutture come L’Io, l’Es e il Super-io cui è molto difficile trovare un corrispettivo corporeo senza cadere nell’errore logico della petitio principii: quando Lowen afferma che è possibile trovare nel corpo i corrispettivi di queste strutture, sembra proprio alla ricerca di conferme per quello che vuole dimostrare. In ogni caso, il dualismo rappresenta da sempre una posizione distante dal sentire della fenomenologia, che anzi lo considera “il cancro di ogni psicologia” (Binswanger, 1946, trad. it. p. 22). Per la psicologia fenomenologia esiste solo il campo dell’esperienza che emerge dalla “correlazione fondamentale tra soggetto e mondo” (Varela, 1996) piuttosto che due dimensioni separate, quella del corpo e quella della mente. Da questo punto di vista, la fenomenologia appare semplice ed elegante se spiegata con parole chiare: tutto sta nell’esperienza che ha origine da un corpo vivente (come lo chiama Stanghellini) in interazione col proprio ambiente, dal quale emergono poi ulteriori domini che sono quello delle emozioni, dell’immaginario e del pensiero.

Un secondo punto di discontinuità tra bioenergetica e fenomenologia è relativo alla formazione e alla struttura del carattere. Dalla lettura delle opere di Lowen appare chiaro che il suo pensiero sia portatore di molte novità rispetto al tradizionale modello psicoanalitico,integrando le iniziali formulazioni di Freud con le successive intuizioni sul corpo di Reich (analista e maestro di Lowen per lungo tempo). Su una questione però la bioenergetica non si è mai affrancata completamente dalla psicoanalisi tradizionale: Lowen ha in gran parte assimilato la teoria dello sviluppo psicodinamico[2], analizzando le vicissitudini della libido, in maniera solo in parte diversa dagli altri psicoanalisti – attento al corpo e alle sue esperienze di relazione – ma rimanendo in fondo legato ad un’idea di maturazione dell’energia sessuale insostenibile in campo fenomenologico. Secondo la bioenergetica, nel corso dello sviluppo il bambino sarebbe mosso da sensazioni ed emozioni nascenti, che sono sempre in qualche modo colorate da una carica sessuale, sempre postulata ma in realtà difficile da osservare[3], che lo porterebbero a vivere il classici complessi, di Edipo per i maschi e di Elettra per le donne (Lowen, 1994, p. 123). Questa psicologia dello sviluppo influenza necessariamente la teoria della personalità della bioenergetica, rendendola fin troppo aderente al modello psicodinamico classico. Ogni struttura caratteriale (da quella orale a quella schizofrenica) ha infatti avere la propria peculiarità in un blocco specifico ad una specifica fase dello sviluppo. Tutto questo è molto lontano dalla psicologia fenomenologica che nel campo della teoria dello sviluppo risulta sicuramente più vicina alle posizioni di autori come Piaget (1952).

Terzo ed ultimo punto di differenza è rappresentato dal fatto che la bioenergetica lascia fuori – o comunque tiene sullo sfondo – il tema del corpo vissuto, o in altre parole quello della soggettività del corpo del paziente. È vero che Lowen suggerisce spesso di prestare attenzione ai feedback dei pazienti durante lo svolgimento degli esercizi corporei, ma in fondo si aspetta di ottenere gli stessi risultati a partire dalle medesime condizioni. Sembra esclusa la possibilità di una risposta soggettiva, singolare e creativa dell’individuo e del suo corpo. Il modello bioenergetico è i questo senso deterministico: i processi energetici si realizzano all’interno di un corpo che è un corpo-oggetto. Per un verso questo significa che le forze che muovono il corpo sono sempre fuori dal controllo consapevole del soggetto, che resta così escluso, o almeno compresso, nei propri spazi di libertà. Per un altro verso vuol dire che uno svolgimento corretto degli esercizi bioenergetici porta sempre e comunque ad un’apertura e ad un aumento di benessere psicofisico. Per la psicologia fenomenologica, invece, la soggettività e la consapevolezza sono il focus dell’attenzione del terapeuta, il cui scopo è sempre quello di aumentare gli spazi di libertà della persona che ha davanti. Pur condividendo l’idea di inconscio corporeo e riconoscendo che gran parte dei movimenti vitali dell’organismo si realizzano al di sotto del livello di coscienza, il fenomenologo sostiene che questi movimenti non determinano in maniera necessaria l’esistenza dell’individuo, ma che quest’ultimo sia da considerare libero e responsabile in base al grado di consapevolezza che ha raggiunto. Con la nascita dell’autocoscienza riflessiva, che è quella capacità tutta umana di prendere distanza dalla propria esperienza e di rendersi oggetto della propria osservazione (Gallagher, Zahavi, 2008), l’essere umano ha conquistato la propria libertà: imparare a scegliere sé stessi, questo è lo scopo che ogni psicoterapia ad orientamento fenomenologico dovrebbe porsi. Non sempre  la soddisfazione dei propri bisogni fisici ed emotivi è funzionale alla crescita dell’individuo, che viceversa può dipendere da una ferma presa di posizione rispetto al proprio flusso spontaneo.

 

3. UN INCONTRO POSSIBILE

In conclusione, si può affermare che bioenergetica e fenomenologia sono due modi diversi di concepire l’essere umano, di considerare la sofferenza mentale e la sua cura. Tra di loro è possibile individuare alcuni punti di convergenza ma anche differenze importanti. Un dialogo e un’integrazione tra questi due paradigmi è forse possibile e anzi auspicabile per una crescita di entrambi. Sicuramente uno sforzo di questo tipo risulterebbe utile agli psicoterapeuti che vogliano tenere insieme il lavoro sul corpo con un approccio fondato sul riconoscimento della soggettività e dell’intersoggettività di ogni essere umano.

Dal canto suo la fenomenologia può fornire alla bioenergetica un atteggiamento sempre attento alla soggettività e alla libertà del singolo e un impianto teorico svincolato dal meccanicismo della psicoanalisi. Una visione antropologica di stampo fenomenologico che concepisce l’essere umano come un dialogo con l’alterità (Stanghellini, 2017), infatti, consente un lavoro diverso con il corpo dei pazienti, che fa della relazione terapeutica l’humus dal quale partire. È sulla base di questa premessa non scontata che un terapeuta fenomenologico può lavorare con il linguaggio corporeo, considerandolo dotato di una sua grammatica e di una sua sintassi (Ariano, 2000), da declinare nella singolarità di quel particolare incontro che si sta realizzando in seduta (l’esistenza del paziente che entra in contatto con l’esistenza del terapeuta) al di là di ogni diagnosi e di progetto terapeutico. In questo senso, non è sicuramente la prima volta che si guarda alla fenomenologia nel campo della psicoterapia corporea (Downing, 1992)[4].

D’altro canto la bioenergetica può mettere a disposizione della fenomenologia un importante bagaglio culturale, fatto di tecniche ed esercizi pratici (Lowen, 1979), da mettere all’opera per dar corpo e consistenza ad una clinica fenomenologicamente orientata. In questo modo la psicoterapia fenomenologica può evitare il rischio di restare intrappolata nelle nebbie del livello verbale, puntando diritto al cuore di ogni problema psicopatologico, che è il corpo vissuto del paziente. Assimilando l’ampio ventaglio di tecniche bioenergetiche, la psicoterapia fenomenologica può raggiungere più facilmente l’obiettivo di “aiutare i pazienti ad ancorare la propria esperienza in un senso incarnato di sé e dell’essere-con-gli-altri” (Fuchs, Röhricht, 2017, p. 137).

Un’integrazione delle pratiche bioenergetiche nella psicoterapia fenomenologica, piuttosto che rimanere un mero esercizio retorico, può forse in questo modo farsi carne e migliorare l’efficacia di un percorso di psicoterapia per chi, come B., ha radicate nel proprio corpo le regole della propria sofferenza personale.

 

 

Bibliografia:

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Note:

[1] Il cavalletto bioenergetico è uno strumento utilizzato per diversi esercizi corporei legati, in particolare, all’apertura del respiro. Lowen racconta come abbia iniziato ad usare questo strumento in uno dei suoi libri (Lowen, 1994, trad. it. p. 32).

[2] In verità Lowen ammette l’esistenza della fase orale e di quella genitale affermando invece che “la fase anale non è una fase naturale della normale crescita dell’Io” (Lowen, 1958, p. 123). Anche per quando riguarda la fase orale e quella genitale le sue idee sono in parte diverse da quelle di Freud. Per fase orale egli intende “un periodo nella vita dell’organismo in cui è assolutamente dipendente” (Ibidem, p. 127) e per fase genitale quella durante la quale l’organismo impara a scaricare la propria energia in eccesso attraverso l’attività sessuale. Oltre a questo, la bioenergetica considera il momento della nascita come esperienza-limite di particolare importanza per lo sviluppo della struttura caratteriale.

[3] Ne Il linguaggio del corpo Lowen sostiene che “il rapporto del bambino con la madre è libidico” (Lowen, 1958, p. 128).

[4] Vedi anche La mente dal corpo. L’embodiment tra fenomenologia e neuroscienze (della Gatta, Salerno, 2018).