[pubblicato su 7 del Corriere della sera del 17 aprile 2020]


Intervista di Giancarlo Dimaggio* a Nicoletta Gosio**

Circola il video, Montesilvano, è il 23 marzo. Correre è pericoloso. Rimproverare chi corre è più pericoloso. Il limitare di un prato nel parcheggio di un comprensorio. Sembra uno scenario di quiete. Non lo è. Una donna ha rimproverato un runner dal balcone. Il runner afferra una spranga e le distrugge la macchina sotto gli occhi. La donna lo implora, lui stava andando via, ma sentendola piangere torna sui suoi passi, si accanisce ancor di più, sale sul tettuccio e sbang, sbang.

Il virus non è il solo elemento infettivo che aleggia nell’aria. Paura e rabbia lo seguono, una scia venefica, lo affiancano, sembrano Valentino Rossi e Marc Marquez che fanno a sportellate. Cosa ci sta succedendo? Quel runner e quella donna sono la proiezione estrema di tutti noi, spaventati e furiosi. In parte sono reazioni allo stress, siamo come topi che ricevono scosse elettriche chiusi nei nostri recinti ristretti. In parte no, sono modi individuali di reagire, basati su chi eravamo prima. Già, e chi eravamo prima?

Nicoletta Gosio ha notato che da tempo è montata la rabbia quotidiana, una maggior velocità nel reagire al nemico che ci minaccia. Sapere dov’è il nemico serve. Ascoltiamo il monito di LorneMalvo, il killer psicopatico della serie TV Fargo? “Ci sono strade lungo le quali non si dovrebbe andare. Perché le mappe una volta dicevano: ci sono draghi qui. Ora non lo dicono. Ma questo non significa che i draghi non ci siano”. Il nemico è reale dice Malvo, l’alternarsi di rabbia e paura, attacco e fuga è motivato. Oppure? Ascolto la psicoanalista, chiedo a Nicoletta Gosio se i “nemici miei” di cui parla siano quelli che le mappe dovrebbero indicare o se meglio faremmo a cercarli altrove. Nello spazio interno.

Gosio:”La rabbia oggi è dilagante, si accende per i più vari e futili motivi. Lo possiamo vedere nelle strade, nella maleducazione, tra le coppie, nei toni forti e volgari sulla rete, nell’atteggiamento verso i diversi. Perfino nel mio lavoro mi rendo conto che avanza una subdola resistenza a mettere in discussione se stessi in psicoterapia, a cercare dentro di sé le cause della propria infelicità anziché impegnarsi in un vero cambiamento.

Dimaggio:“Leggendo il tuo libro mi è salita una curiosità. Pensi alla rabbia problematica come nata da un’aggressività primaria, predatoria, o una reazione protettiva, una difesa dalla vulnerabilità?”

Gosio:“Sì, è vero. C’è una aggressività primaria, impulsiva. Ma la rabbia è più pericolosa quando si organizza difensivamente; quando diventa una risposta automatica, prêt-à-porter, a fronte di ogni difficoltà, frustrazione o disillusione. Predazione e difesa si coniugano nel tempo degli egoismi individuali e collettivi, di un ‘esisto solo io’ tanto pretenzioso e prepotente quanto refrattario a riconoscere fragilità e responsabilità.  Guardarsi dentro, ammettere le proprie debolezze e mancanze, è faticoso. Trovare un nemico, proiettando fuori di sé colpe, mali e paure può dare un rapido sollievo, ma ci lascia passivi e scontenti.

Dimaggio:Vedi un ruolo nella vergogna? Pur di non sperimentare il senso di indegnità, di essere sbagliato, sgradevole, me la prendo con gli altri?

Gosio:”Sì, non ci si preoccupa di aver fatto del male, ma di aver subito una umiliazione rispetto all’immagine di sé.

Inizio a investigare: vorrei sapere per quale motivo personale Nicoletta Gosio ha scritto un libro sull’aggressività, completato durante gli ultimi mesi di vita del padre. L’avevo avvertita prima dell’intervista, ma so che non sarà facile, chiedere a una psicoanalista di svelare un movente privato in luogo pubblico può restare senza risposta. Comprensibile scrupolo professionale, bisogna scegliere cosa svelare di noi ai pazienti. La sua espressività in video è ricca, sorride aperta, intuisco che ci riuscirò. Alla fine.

Gosio:”Mi sono ritrovata nel capitolo degli amori infelici” – sorrido, l’avevo intuito, sorride anche lei.

Dimaggio:“Quindi una fatica a svincolarsi dalla rabbia narcisistica del partner?”

Gosio:”Sì. Mi era successo in gioventù e ci ho messo del tempo a recuperare me stessa dopo avere idealizzato l’altro”.

Chiudiamo la parentesi personale e porta lo sguardo sulla rabbia verso i genitori. Da una psicoanalista te l’aspetti.

Gosio:“Alcuni rimangono agganciati a vita al ritenere i genitori responsabili della loro infelicità e tristezza. Il recupero di una integrazione fra parti buone e cattive, incluse le proprie, il riconoscimento del ruolo personale è l’unica via per liberarsi, per disancorarsi dal passato”.

Dimaggio:“Su questo i clinici hanno prospettive divergenti. Alcuni ritengono che bisogni aspirare a perdono, comprensione e compassione verso i genitori. Io non sono completamente d’accordo. Hai avuto un genitore abusante, violento che ti ha gravemente trascurato, perché dovresti perdonarlo?”

Gosio:“Concordo, credo poco nel perdono, soprattutto nelle situazioni estreme che menzioni. Sappiamo però quanto sia  nocivo persistere in quel meccanismo di coazione a ripetere, la rimessa in scena sempre delle stesse dinamiche. Anche nella vita di coppia: “Io ti cambierò”: ti amo, ma ti voglio diverso. La difficoltà a lasciare andare quell’oggetto cattivo perché sei sempre alla ricerca della sua risposta buona, questa è la trappola. Bisogna staccarsene, ma il paradosso sta nel fatto che è più difficile separarsi da legami negativi: non puoi più dare all’altro la colpa della tua infelicità.  

È difficile diventare consapevoli di questo. Molto del dolore che viviamo nelle relazioni dipende dallo scegliere partner simili alle figure che ci hanno maltrattato. Sperando che proprio loro ci assolvano, ci proteggano laddove ci avevano aggredito. E testardi andiamo a sbattere sullo stesso vecchio filo spinato elettrificato. Perché rassegnarci all’idea: quella persona continuerà a trattarmi male è dannatamente difficile. Il problema è la nostra incapacità di cambiare direzione. Se la mappa dice: lì ci sono i draghi, chi ci obbliga a seguire quel sentiero?

La donna che rimprovera e il runner con la spranga. Inutile girarci intorno.

Dimaggio:“La nostra conversazione si svolge in giorni difficili. Il tema del tuo libro, il ricorso alla rabbia verso l’altro, la protezione dalla propria vulnerabilità, cosa stai osservando?”

Gosio:“Penso che il tema della rabbia resterà cruciale. Sento dire: la pandemia ci porterà a unarinascita di solidarietà, fratellanza, diverremo persone migliori. Magari! Confidare sulla possibilità del cambiamento è il cuore del mio lavoro. Ma queste previsioni mi sembrano troppo facilmente ottimistiche. La storia ci insegna che non sono le crisi a farci diventare spontaneamente più saggi e più buoni. Specie in prospettiva, quando ci troveremo a fare i conti con le ricadute sociali ed esistenziali, sarà necessario essere disposti a rimettere in discussione se stessi senza andare alla ricerca del “capro espiatorio”. Comprendendo che il contrario della rabbia è anche umiltà, auto-critica, comprensione, accettazione di limiti e incertezza. Già si avvertono scricchiolii, nelle facili polemiche, nelle risposte impulsive. Un esempio in campo sanitario: da nemici a eroi, un passaggio repentino e, temo, instabile.

Dimaggio:“Ti è capitato di fare la spesa?”

Gosio:“Assolutamente sì. È faticoso emotivamente. Ti muovi in un mondo trasformato, vedi un guardarsi l’un l’altro pieno di sospetto”.

Dimaggio:“Hai avuto queste esperienze? Io in fila ho provato allarme o uno spunto di rabbia se qualcuno si avvicinava non rispettando la distanza”.

Gosio:“Esatto. Con quanta facilità la tensione si traduce in irritazione, insofferenza. Accade già ora e ci deve mettere in guardia, è un segno di divisione, non del sorgere di un sentimento di unità. Poi una difesa sconcertante che vedo messo in atto è la negazione onnipotente: ‘A me non succede, che si traduce in mancanza di rispetto del debole. È il derivato dell’incapacità di interiorizzare una norma e aspettare nervosi che arrivi l’ennesima autocertificazione, quando potremmo scegliere noi il comportamento sensato”.

Dimaggio:“Temi che ci possa essere rischio di deriva antidemocratica? Il governo impone norme che limitano la libertà e oggi è giusto così. Ma potrebbe andare oltre? È la paranoia di molti”.

Gosio:“Non amo fare profezie, semmai posso dire che occorre una vigilanza consapevole. Dipende da noi. Riconoscere come nostre, condivise, regole e limitazioni, è il miglior antidoto sia a ribellismi sia al rischio di delega al tiranno.

Dimaggio“Capire che abbiamo una responsabilità e questo è un atto di libertà personale”.

Gosio:“Essere protagonisti della propria vita è faticoso, ma ci rende meno inerti a fronte delle tempeste della vita. Nel post-emergenza dovremo gestire i sentimenti di perdita, non cercare il colpevole, accusare l’altro, che ci renderebbe oggetto di manipolazioni, nell’inesorabile partita fra interessi di parte e valori.  

Avevo solo bisogno dello spiraglio giusto. L’assenza è la porta. Minfilo sapendo di coglierla alla sprovvista. È un colpo basso, lo so, ma paga.

Dimaggio:“Mi hai parlato di senso di perdita. Hai una memoria cara di tuo padre con te che vorresti come compagnia in questi giorni di isolamento?”

Non se l’aspettava. Mi guarda sorpresa e allo stesso tempo ha un sorriso nostalgico, mima il gesto di una pugnalata al cuore.

“Puoi anche non rispondermi, già l’espressione che hai fatto è sufficiente!”

Gosio:“La sua forza, era capace di risollevarsi dalle avversità senza cedere allo sconforto e alla rabbia”.

La chiave è quella: ancorarsi al motore interno, la capacità di assumersi il peso e la libertà della propria azione, per quello che il mondo ci consente. Lì è il vero antidoto alla rabbia. La capacità di fermarsi nel dolore, la perdita di un padre, e conservarne le memorie belle laddove ci sono. Senza questa consapevolezza mille donne dal balcone canteranno un’inutile trenodia, ammonimento a chi nulla di infame ha commesso. Mille runner irrequieti distruggeranno vetture immobili.

 

*psichiatra e psicoterapeuta

** psichiatra, psicoterapeuta e autrice di “Nemici Miei. La pervasiva rabbia quotidiana” (edito da Einaudi).