La vita da operatore di comunità è costituita da attività estremamente variegate.

Sul ruolo dell’operatore di comunità trovate alcuni approfondimenti sulla nostra rubrica dedicata. La figura dell’operatore è centrale per il funzionamento delle comunità terapeutiche, insieme a quella dell’infermiere psichiatrico. Le altre figure sono accessorie. Il ruolo di operatore di comunità è spesso ricoperto da operatori sociosanitari o da persone laureate in psicologia e scienze dell’educazione: allo stato attuale la direzione è quella di un progressivo spostamento dell’assegnazione di questo ruolo a laureati in scienze dell’educazione.

Spesso i pazienti richiedono interventi su piani diversi, dal singolo colloquio fatto per contenere aspetti personali portati dal soggetto, ad interventi di gruppo fatti per normare la vita comunitaria. Il carico di responsabilità è alto, e il pagamento spesso è assolutamente non adeguato alla tipologia di mansione. Gli operatori vengono pagati tramite contratti regolamentati da leggi nazionali che prevedono una paga molto basse a fronte di un carico di mansioni variegato, impegnativo e costante. É quindi importante che l’operatore sia mosso da una spinta personale a voler aiutare l’altro in un contesto così difficile, o almeno da un interesse clinico rispetto al tipo di utenza che dovrà frequentare così spesso.

Le comunità possono essere suddivise per tipologia di utenti così come per fasce d’età. Una struttura riabilitativa per tossicodipenti è differente da una struttura psichiatrica per pazienti lungodegenti e cronicizzati, così come da una struttura per minorenni extracomunitari.

Gli aspetti normativi di una struttura (le sue regole interne) sono un tema centrale, dato che senza regole sarebbe impossibile per l’equipe degli operatori reggere il peso di interventi personali e troppo individualizzati: è importante che l’equipe si possa aiutare con un impianto di regole che permettano di funzionare nella quotidianità. Allo stesso tempo, l’impianto normativo ha una funzione di contenimento in senso psichico per i pazienti.

 

 

In questo breve articolo la tesi centrale è che la creazioni di routines, rappresenta una strumento prezioso e fondamentale per il lavoro con gruppi di pazienti, di varia natura. Questo per motivi diversi:

  1. L’ambiente comunitario può condurre ad una regressione dei singoli utenti, anche quando si cerchi in tutti i modi di favorire le autonomie: un ambiente chiuso e protetto, la presenza di operatori vissuti come figure ausiliarie e genitoriali, porta l’individuo ad adeguarsi a un regime di vita nuovo, regressivo, distensivo e solo potenzialmente terapeutico. L’individuo si aspetterà di trovare, in comunità, un ambiente regolamentato e il più possibile prevedibile. La prevedibilità produce senso di sicurezza, elemento fondamentale quando si parla di clinica psichiatrica
  2. Le routines, in una struttura comunitaria, regolamentano le giornate in modo simile tra loro: dal momento delle terapie, si passa al momento colazione, al momento attività, al momento pranzo, etc. L’organizzazione delle giornate è un qualcosa che si decide a monte, seguendo un ragionamento fatto in equipe. La presenza di routine e di momenti sempre uguali, liturgici, regala ai pazienti “disorganizzati” un senso di prevedibilità e di sequenzialità narrativa. Ricordiamoci che il caos mentale produce sofferenza, a qualunque età. Come si fa in modo intuitivo con i bambini, è opportuno che anche con i pazienti della struttura si impostino delle routine che scandiscano il ritmo delle giornate con un ordine temporale, ordinato in senso narrativo. Pensiamo al potere terapeutico delle fiabe raccontate ai bambini: esso deriva dalla loro intrinseca struttura narrativa (le cose si svolgono in modo ordinato, ben giustificate da causalità lineari, le conseguenze seguono i fatti e le cause: in questo modo si scongiura il caos).
  3. La presenza di routine de-responsabilizza il paziente rispetto alla propria autogestione. Di fatto aderire a una routine equivale a delegare all’esterno la responsabilità della propria autogestione (cosa faccio?): equivale cioè a ritrovare un oggetto che ci supera, esterno a sé, a cui ci si affida, come in un rapporto genitore-figlio.
  4. Il rituale consente di arginare l’angoscia causata dalla non prevedibilità del mondo. Questo vale sia per i bambini che per gli adulti. Questo punto è tanto più importante quanto più pensiamo che spesso in struttura terapeutica abbiamo a che fare con pazienti provenienti da storie traumatiche dominate dal caos e dal disordine, dall’assenza di regole e dall’impossibilità di introiettare alcun “principio ordinatore”. In questo senso, lavorare con i disturbi di personalità è paradigmatico: si tratterà di introiettare, a fine percorso comunitario, un principio di ordine, un senso di auto-cura mediato dalla presa in carico di sé. Su questo si può approfondire il lavoro di Antonello Correale, sia nei suoi testi (vedi “Area traumatica e campo istituzionale” del 2006) oppure nella lezione presente a l seguente link: il quadro borderline.

Al di là di queste motivazioni, dovremmo chiederci, semplicemente: perché un bambino ricerca in modo ingenuo l’ordine narrativo regalato dal sentirsi leggere una favola, anche quando non ne capisce totalmente il senso e i contenuti? Quello che il bambino cerca, è la protezione fornita da una realtà narrata in modo lineare, con un tempo formato da passato, presente e futuro.
Oppure: come mai un bambino ricerca oggetti transitori che rimangono sempre gli stessi, per lungo tempo? Questi oggetti-feticcio diventano punti di repere in un mondo che spaventa, dominato da credenze irrazionali, spaventoso. La stessa cosa dovremmo pensarla per un paziente psichiatrico invaso da sintomi positivi della schizofrenia, o da soggetti con una doppia diagnosi devastati da un abuso di sostanza compulsivo, entro una vita che ha perso ogni principio di ordine.

É importante in questo senso che in comunità esista una continuità, una ripetizione e una certa prevedibilità della vita che in questo contesto si vive. La stessa cosa ovviamente vale per la presenza di operatori: più la presenza di questi è garantita come regolare, maggiore è l’impatto terapeutico/educativo, maggiore è il senso di “continuità educativa” (elemento centrale in ogni contesto pedagogico/educativo).