Margherita Bono è un’operatrice che si occupa di microaree e ricerche-azione per la cooperativa sociale “La Collina”.

  1. Cosa sono e come nascono le Microaree?

Descrivere cosa sono non è proprio una questione così lineare, trattandosi di un progetto in cui le istituzioni escono dai loro schemi e muri difensivi e si aprono alla complessità dei territori… Al tempo stesso non è complicato, perché i principi che questo progetto segue sono molto semplici e condivisibili.

Le Microaree nascono nel 2005 come sperimentazione fortemente voluta e progettata dall’Azienda Sanitaria Territoriale di Trieste, insieme al Comune e all’Azienda dell’edilizia residenziale pubblica (ATER). Nascono sull’onda di una pregressa esperienza dedicata allo sviluppo di comunità in territori periferici, nella quale il coinvolgimento dell’Azienda Sanitaria era meno intenso;  quest’ultima decide, invece, nel 2005, di investire in questo progetto e di assumersi la conduzione di questo processo con gli altri Enti partner, lanciando una sperimentazione basata su un lavoro di salute e welfare di comunità a tutto campo su specifici contesti periferici a prevalenza di edilizia residenziale pubblica,  nei quali le problematiche sociali e socio-sanitarie hanno particolare bisogno di una maggiore attenzione.

Si tratta di aree piccole come dice la parola stessa (in un range che va da circa 400 abitanti a circa 2000): in questa dimensione micro si riescono a sperimentare modalità di lavoro diverse, che sono state fin da subito descritte come locali, plurali e globali. Locali nel senso di essere orientate al micro e ai contesti specifici (focalizzandosi su ogni singola area con un’attenzione specifica alle peculiarità dell’area individuata). Plurali perché il progetto prevede il coinvolgimento di tutti gli enti e di tutti i soggetti attivi nel territorio in maniera integrata, cercando un livello di integrazione maggiore rispetto a quello che solitamente caratterizza i servizi sanitari e sociali. Globali perché non si cerca di affrontare una singola problematica separandola dalle altre e dal contesto ma si cerca di affrontare tutti gli aspetti che hanno a che fare con lo star bene della popolazione nel suo contesto. In definitiva rispondere al cosa sono non risulta, quindi, cosi lineare, come dicevamo prima, perché il progetto Microaree non si basa su un modellino standard con azioni standard.

Penso che in questo ultimo anno, in cui tutti stiamo affrontando le nuove sfide legate alla pandemia, l’esperienza delle Microaree, per la sua capacità di stare vicino ai territori e alla popolazione e di far fronte all’incertezza giorno dopo giorno in maniera aperta e capace di integrare i contributi di tutti, anche se da sola non può offrire tutte le risposte di cui abbiamo bisogno, ha molte potenzialità per aiutarci a individuare che tipo di sanità e più in generale di servizi pubblici possono essere efficaci.

 

  1. Che tipo di metodologia viene utilizzata nelle microaree e quali obiettivi si tenta di raggiungere?

Si è scelto, all’inizio del progetto, di non prevedere una specifica metodologia, perché questa avrebbe rischiato di ridurre l’apertura alle specificità dei territori e l’orientamento alla globalità dello star bene di chi li abita. Sono stati definiti in maniera molto chiara gli obiettivi, con l’idea che il come raggiungerli avrebbe preso forme diverse a seconda dello specifico contesto, proprio per poter valorizzare le potenzialità specifiche e i bisogni specifici dei diretti interessati. Gli obiettivi sono ben definiti; l’azienda sanitaria è partita lanciando 10 obiettivi (qui il link di un numero de “La città sociale” che, tra le altre cose, racconta quali sono gli obbiettivi specifici di questo programma) che sono riassumibili con le parole chiave salute e sviluppo di comunità: ce ne sono alcuni più orientati al versante sanitario, altri più orientati agli aspetti sociali, ma sociale e sanitario sono dimensioni inscindibili. Anche Comune e Ater hanno definito i propri obiettivi, tutti orientati a ricercare una maggiore vicinanza e integrazione tra istituzioni e cittadini e potenziare le possibilità e capacità di questi ultimi per aver cura di sè stessi e del loro contesto. Potremmo parlare di quattro assi di lavoro che permettono meglio di inquadrare questi obiettivi:

1 – La conoscenza attiva di tutta la popolazione: a differenza dei servizi che di solito lavorano in una modalità di attesa, nelle microaree si lavora con una modalità di iniziativa e pro attiva e si persegue l’obiettivo di conoscere tutti. A partire dai più fragili, ma anche chi non presenta una particolare fragilità  e potrebbe però rivelarsi una risorsa per il progetto. L’attenzione è sempre rivolta sia ai bisogni che alle risorse; anche i più fragili molto spesso hanno qualcosa da dare. E c’è un importante aspetto legato all’accesso ai servizi:  tutte le volte che si intraprende un’azione di conoscenza attiva si viene a conoscere anche situazioni estremamente gravi che i servizi competenti non conoscevano o non avevano in carico. Le persone più fragili spesso non hanno gli strumenti per chiedere aiuto e per rivolgersi ai servizi, non hanno la conoscenza, la fiducia. Per cui raggiungere porta a porta le persone fa in modo che anche situazioni di questo tipo emergano e possano essere prese in carico. Ed è molto utile sul fronte della prevenzione, permettendo di raggiungere anche tutte quelle persone che hanno un problema non ancora grave, ma che potrebbe diventarlo, prima che la situazione si aggravi ed “esploda”;

2 – L’ottimizzazione degli interventi per la permanenza delle persone a domicilio e quindi il contrasto all’istituzionalizzazione. Siamo in rioni che spesso hanno una percentuale di popolazione anziana elevatissima, molto maggiore di quella comunale. Nelle microaree di Muggia abbiamo circa il 37% di over 65, cosa che aumenta le probabilità di istituzionalizzazione sia a livello di ricoveri in casa di riposo sia a livello di ricoveri impropri in ospedale. E oltre al fatto che l’istituzionalizzazione in genere comporta una spesa non inferiore, anzi spesso maggiore, rispetto a soluzioni domiciliari, senza essere la soluzione migliore dal punto di vista della persona, si è visto quanto case di riposo e ospedali possono essere rischiosi in caso di pandemia! Il presidio del territorio portato avanti nelle microaree riesce a lavorare per mantenere le persone al loro domicilio tutte le volte che è possibile, attivando i servizi esistenti, facilitando l’utilizzo delle risorse pubbliche (il Fondo per l’Autonomia Possibile istituito dalla regione FVG, i budget di salute dell’Azienda Sanitaria…) anche per permettere alle persone  di fruire di assistenza privata e attivando pratiche di mutuo aiuto, cioè facendo in modo che le reti di vicinato possano in qualche modo essere di sostegno per la persona fragile. In tutto questo c’è una specifica continuità con il patrimonio basagliano: la presa di coscienza che l’istituzionalizzazione ha effetti nocivi sulla vita delle persone e che ricorrervi quando si potrebbero organizzare delle alternative non ha senso neanche sul piano economico perché l’istituzione totale in genere costa di più delle cure domiciliari e territoriali. Il patrimonio storico della “deistituzionalizzazione” inoltre più in generale si attualizza nelle Microaree nell’approccio aperto e rivolto a tutta la popolazione che, come dicevamo, viene raggiunta nei luoghi di vita da istituzioni che superano i loro schemi rigidi e i loro muri difensivi per aprirsi ai territori, con i loro bisogni e le loro risorse, e costruire insieme a chi li abita risposte più efficaci. La parola d’ordine in microarea è “non dire mai non è compito mio”, come invece avviene molto spesso nei servizi: il referente di microaree si confronta con tutto quello che emerge dal territorio sapendo di non avere la bacchetta magica per poter risolvere tutte le questioni ma non tirandosi indietro, non erigendo le solite barriere difensive di cui le istituzioni sono piene, affiancando la persona nel cercare tutte le possibili risposte in rete con tutti i servizi e i soggetti e cercando quindi giorno dopo giorno di migliorare la situazione;

3 – L’integrazione inter e intra istituzionale e con il terzo settore: favorire la collaborazione tra tutti i servizi e i soggetti in modo che gli interventi possano essere meno separati l’uno dall’altro e quindi più efficaci. É presente una importante quota di protagonismo del terzo settore e dei cittadini nel senso che ha un gioco molto positivo l’attivazione di soggetti terzi e la capacità dell’ente pubblico di riconoscere le risorse del territorio, anche quelle informali e di lavorare assieme ad esse. Tra queste risorse del territorio troviamo i cittadini stessi, che si rivelano grandi alleati.

Ci tengo a sottolineare la modalità con cui viene coinvolto il terzo settore: molto spesso il rapporto con il privato sociale è un rapporto di delega e di esternalizzazione, ovvero l’ente pubblico esternalizza la specifica attività pagandola tendenzialmente al ribasso e delegandola completamente; invece, quello che in particolare con l’esperienza della mia cooperativa si è cercato di fare nelle Microaree è stato instaurare un rapporto di co-progettazione e cogestione. A Muggia, la cooperativa sociale “La Collina”, sulla base dell’importante know how che ha sviluppato, ha un incarico di co-progettazione, da parte del Comune, in partenariato anche con Azienda Sanitaria e Ater, per la gestione delle Microaree e questo vuol dire che la cooperativa lavora in stretto rapporto con gli enti, non è da sola a gestire il progetto, ma è soggetto che accompagna, supporta e facilita la presa di responsabilità da parte degli Enti;

4 – La partecipazione dei cittadini e lo sviluppo di un welfare comunità: l’idea di welfare di comunità è una idea che ben sintetizza quello che abbiamo appena detto e che aiuta a comprendere quello che si cerca di fare nelle Microaree. Sulla base del coinvolgimento delle istituzioni e del terzo settore, a fianco dei cittadini, e di questa alleanza quindi tra i diversi soggetti, ognuno da’ un contributo a partire dalle proprie competenze e dalle proprie risorse e, mettendo insieme i diversi contributi, le risorse letteralmente si moltiplicano: se si riesce a orientarle tutte verso obiettivi comuni evitando quella separatezza che di solito regna sovrana nel mondo del sociale si crea un grosso valore aggiunto.

In linea con la tradizione basagliana si ritiene che le metodologie sono sempre da utilizzare quando possono servire, ma con apertura e mettendo sempre al primo posto la consapevolezza che si tratta di aver a che fare con delle persone e che gli obiettivi di salute chiamano in causa una complessità che va oltre qualsiasi metodologia.

Il lavoro di Microarea non è riconducibile a una singola specifica metodologia, ma questo non vuol dire che non si possano individuare alcuni dispositivi utili per lavorare sugli assi che abbiamo descritto. Il dispositivo principale è quello della presenza quotidiana e aperta sul territorio da parte del referente della Microarea, solitamente messo a disposizione dall’Azienda Sanitaria, assieme a una piccola equipe, della quale fa parte anche un operatore della cooperazione sociale per il Comune e Ater, e diversi tipi di volontari e persone in percorsi di formazione lavoro.

Il o, più spesso, la referente e gli altri operatori dell’equipe sono incaricati di perseguire gli obiettivi di cui abbiamo parlato e per perseguirli hanno la  presenza costante nel territorio. Si tratta di una presenza vicina, le persone iniziano a percepirti quasi come un vicino di casa e questo rende possibile un’alleanza e una fiducia di solito non possibili nei servizi. Fondamentale è pero l’alleanza con i servizi, che viene facilitata da un tavolo di coordinamento, nel senso che l’operatore e l’equipe di microarea da soli ben poco potrebbero fare per attivare risposte se non avessero dietro le istituzioni, per cui si tratta di un continuo gioco tra questa vicinanza fisica e continuativa  al territorio e questa alleanza con i servizi; si tratta di un continuo andirivieni tra il territorio e l’istituzione grazie al quale si cerca il più possibile di portare l’istituzione nel territorio e di attivare le istituzioni sulla base delle istanze che emergono dallo stesso territorio e che tante volte le istituzioni non possono cogliere se non assumono questa impostazione proattiva e di vicinanza alle persone. Altro dispositivo importante è quello della sede della microarea: anche se abbiamo sperimentato che si può fare un buon lavoro di microarea anche senza una sede, averne una nel territorio che sia accessibile e visibile, che sia come una casa aperta sul rione, che possa innescare dinamiche di autogestione, che abbia una cucina (in quanto cucinare e mangiare assieme ci sembra un veicolo importante di costruzione di comunità) rappresenta un ulteriore valore aggiunto.

 

  3. Queste sedi come sono state scelte? Erano già luoghi presenti o che magari sono stati riqualificati?

Prima di rispondere approfitto per segnalare che il nome istituzionale del progetto è “Programma Habitat Microaree” e che non si tratta più di una sperimentazione ma di un vero e proprio programma visto come qualcosa di stabile e di estendibile nel territorio; le decisioni all’interno di questo programma vengono prese dai tre enti coinvolti e rispetto alle sedi fin da subito Ater ha messo a disposizione alcuni suoi spazi. Le microaree coprono prevalentemente territori ad edilizia popolare, quindi Ater mette a disposizione una sede, sempre in collaborazione con gli altri due enti, con i quali vengono divise le spese: spesso di stratta di un semplice appartamento, che viene destinato in via esclusiva al progetto, preferibilmente a piano terra e quindi il più possibile accessibile.

Volevo però tornare sulla figura del referente di microarea; è importante sottolineare come il referente, di solito, sia un operatore dell’Azienda Sanitaria: questo ente ha riconvertito alcuni operatori interni, che hanno quindi modificato profondamente il loro lavoro. Il ruolo del referente è un ruolo di attivatore, di coordinatore di processi di sviluppo di comunità, di servizi e di risorse…per cui se l’operatore di microarea è un infermiere dell’Azienda Sanitaria (spesso infatti si tratta di infermieri, anche se non necessariamente), in Microarea però non farà più l’infermiere: se rileva il bisogno di prestazioni infermieristiche attiverà i suoi colleghi per fare in modo che queste prestazioni vengano eseguite, non le farà lui direttamente, perché il suo lavoro è un altro… A Muggia invece la formula della co-progettazione con il terzo settore comporta che è l’operatrice della cooperativa sociale a svolgere le funzioni del referente, su incarico del Comune e in stretto raccordo e collaborazione con tutti e tre gli Enti.

 

  1. Alla luce di quello che dici volevo chiederti che idea di salute c’è alla base di questo programma?

Secondo me non si tratta di avere un’idea di salute diversa rispetto a quella che tutti condividiamo, si tratta di praticarla. Gli organismi internazionali che orientano le politiche della salute nel mondo esprimono un’idea globale di salute e una consapevolezza radicata di quanto i determinanti sociali incidano sulla salute. Le Microaree quindi non esprimono  un’ idea di salute cosi originale. Vedere lo star bene come un qualcosa che non è semplicemente assenza di malattia e che non è perseguibile occupandosi solo delle singoli parti di corpo (o mente) malata, ma sempre considerando la persona nella sua interezza, come soggetto attivo (e non paziente passivo), all’interno del suo contesto, con i suoi problemi ma anche con le sue risorse, coincide perfettamente con quanto gli organismi internazionali da tanti anni dichiarano e anche a livello nazionale e locale le principali leggi  credo esprimano una visione della salute di questo tipo… Il punto è che spesso non viene praticata, perché è complesso…perché per le istituzioni è sempre più importante riuscire a codificare e contare le prestazioni che svolgono piuttosto che prendere sul serio l’obiettivo vero per il quale si lavora… Andando a concentrarsi sulla piccola scala come si fa nelle Microaree è  più semplice prendere sul serio tutte le cose che tutti sappiamo e che le istituzioni faticano però a mettere in pratica. Speriamo che possa essere una base per poi estendere questo tipo di approccio alla generalità dei territori.

Per andare nel concreto, a fianco agli interventi specialistici, e al coordinamento fra i diversi interventi specialistici, che la Microarea facilita, c’è attenzione al contrasto alla solitudine, e all’attivazione dei singoli a fianco agli operatori per obiettivi di miglioramento del benessere nel territorio.

Nelle Microaree si incontrano e si ascoltano tante persone diverse, tante storie diverse, che vale la pena ascoltare e valorizzare. E queste storie personali si intrecciano alla e nella dimensione collettiva e istituzionale propria delle Microaree, e si sviluppano traendo da questo sostegno.  Si sviluppano storie in cui persone sole, abituate ad avere un atteggiamento di diffidenza o di ignoranza verso i sevizi, e di sfiducia sulla possibilità di trovare gli strumenti per fare qualcosa per stare meglio, sperimentano che tutto questo può cambiare; storie di conflitti in cui, finalmente, chi è abituato a non essere ascoltato può esprimere la sua rabbia a qualcuno che cercherà con lui di fare qualcosa per affrontare nel concreto almeno qualcuno dei motivi della rabbia;  storie di socialità in cui ci si interroga insieme su cosa è possibile fare per migliorare la situazione, e le cose che vengono individuate vengono fatte  insieme: facendo cose insieme crescono le capacità di tutti e  lo stato di benessere delle persone coinvolte ne risente in positivo. É possibile che persistano i problemi di salute, ma più seguiti, e inoltre conviverci in solitudine è decisamente diverso rispetto al partecipare attivamente (magari con una borsa lavoro che ti da un piccolo reddito, se ne hai bisogno) alla vita di comunità occupandosi di cucinare per i pranzi sociali, per esempio. (E quest’ultimo esempio fa capire quanto in questo periodo di pandemia anche le strategie delle microaree sono state messe in discussione e riviste…è una grossa sfida lavorare sulla socialità in un momento in cui la socialità comporta nuovi rischi e nuove regole).

In microarea si cerca di connettere persone di tutti i tipi e costruire un contesto non ghettizzante, agli anziani si mischiano i giovani, ai più fragili coloro che hanno più strumenti, quindi si tratta di un contesto aperto e inclusivo in cui tutti possono dare un contributo attivo superando lo status di semplice  utente fruitore di qualcosa per essere protagonista di quello che si fa.

 

  1. Mi dicevi che è impossible standardizzare e modellizzare e forse nemmeno auspicabile, a questo proposito pero volevo chiederti come valutate questo programma e a quali indici di salute fate riferimento?

Hai colto la contraddizione in cui ci troviamo, nel senso che da un alto c’è la scelta di non standardizzare l’attività e dall’altro lato l’esigenza evidente per le istituzioni di valutare l’andamento e il raggiungimento degli obbiettivi. Sono state praticate delle forme qualitative di valutazione, per esempio i racconti delle esperienze: le voci dei diretti interessati sono ingredienti da prendere molto sul serio perché se noi lavoriamo per facilitare l’assunzione di voce e il rafforzamento delle capacità dei cittadini è fondamentale che siano loro a dare un parere sulla qualità dell’esperienza fatta; questo non vuol dire che non si siano cercati anche strumenti più quantitativi, proprio in funzione delle esigenze istituzionali e per l’importanza di questo livello. Per cui, sul fronte quantitativo, viene fatto con continuità il monitoraggio delle attività e sono state intraprese su iniziative degli Enti Partner due ricerche importanti i cui risultati sono stati presentati nel 2018. É  stata fatta una ricerca epidemiologica coordinata dal prof. Fabio Barbone dell’Università di Udine e una ricerca sociologica coordinata dal prof. Roberto di Monaco dell’Università di Torino, in collaborazione anche con il prof. Geppo Costa; la prima ha indagato se il fatto di risiedere in microarea modifichi le modalità di accesso al sistema sanitario rendendole più appropriate, andando a indagare i tassi di ricovero ospedaliero e di accesso al Pronto Soccorso, paragonando chi risiede nelle Microaree con un campione abbinato di persone non residenti nelle Microaree, e il risultato è stato interessante: i risultati della ricerca suggeriscono che questo progetto ha effettivamente reso possibile una più efficace presa in carico dei bisogni di salute e risposte più appropriate dei servizi sanitari, nel senso che per alcune patologie si è notata una diminuzione dei ricoveri urgenti e un aumento dei ricoveri programmati, sono scoppiate meno emergenze, sono  diminuiti i ricoveri ripetuti… sono dati complessi… non si può semplificare, però ci sono delle tendenze significative per alcune specifiche patologie,  in particolare quelle psichiatriche, ma anche  quelle respiratorie…come anche una diminuzione degli accessi al PS per i codici bianchi, e quindi si verifica un uso più appropriato delle risorse e dei costi da parte dell’istituzione. Per quanto riguarda la ricerca sociologica, ha indagato il capitale sociale,  cioè il patrimonio di relazioni utili per lo star bene della persona, e nello specifico il capitale sociale che le microaree riescono a generare e gli esiti che questo ha sulla salute delle persone più fragili: esiti intesi come maggiore sostegno per le persone quando devono affrontare problemi che vanno oltre la loro capacità di controllo. Anche in questo caso troviamo una tendenza che ci dice come le persone  coinvolte nel progetto delle Microaree sperimentino effettivamente un aumento importante del loro capitale sociale sul quale possono contare per far fronte ai problemi di salute: nello specifico è da loro riconosciuto e da loro espresso il fatto di aver avuto un maggiore controllo sui propri problemi e minori conseguenze negative grazie alla rete sociale di cui, nelle Microaree, sono diventate protagoniste. Si vede anche come le persone non solo solo fruitori di questo capitale sociale ma ne sono anche  parte attiva, nel senso che non usano soltanto le relazioni per fronteggiare le loro problematiche ma anche coltivano queste relazioni aiutando gli altri e dando un contributo alla socialità che si costruisce nella Microarea.

 

  1. È un modello che si può replicare in altri territori? E se si, come? E se no, perché?

Sono convinta che si possa replicare, non tanto come modello sempre uguale a se stesso, ma come approccio che in ogni diversa realtà si potrà applicare magari in forme diverse. Per approfondire questo approccio è necessario specificare che stiamo parlando di un approccio in cui tutti i soggetti si mettono in gioco, e questo mettersi in gioco è un qualcosa che soltanto se l’osservatore si mette in gioco lui stesso riesce a capire; è solo venendo a vedere, o comunque confrontandosi attivamente con queste esperienze, che si può sperimentare questo tipo di coinvolgimento.

Le microaree sono uno sviluppo dell’esperienza basagliana in psichiatria, verso   l’idea e la pratica della deistituzionalizzazione della sanità nella sua interezza e in generale di tutte le istituzioni che si occupano della vita delle persone, infatti non è  un progetto che riguarda solo la sanità, ma anche il servizio sociale, l’edilizia pubblica, e quindi è importante che ci sia uno sforzo nelle diverse istituzioni  orientato ad andare oltre le loro regole di funzionamento ordinarie per interrogarsi sul come rispondere al meglio ai bisogni reali delle persone. É uno sforzo delle istituzioni per trasformarsi e quindi avvicinarsi ai bisogni reali dei territori e alle possibilità reali di costruire con le persone risposte più efficaci: questo nucleo rappresenta la continuità con l’esperienza basagliana e questo è anche, secondo me, il principale elemento necessario per replicare l’esperienza in altre realtà. Come anche il principale elemento che rende il progetto sempre a rischio di arretramenti anche qua a Trieste: mettersi in discussione e trasformarsi non è mai facile e in tutte le istituzioni ci sono sempre molte spinte contrarie al cambiamento, che non sempre si ha la forza di contrastare. Comunque, tornando alla riproducibilità, per noi è importante non prevedere azioni troppo standardizzate, ma questo non vuole dire che il progetto non sia replicabile.

Credo che la cassetta degli attrezzi e i dispositivi che ho cercato di richiamare sarebbero utili in qualsiasi luogo; secondo me sono esperienze riproducibili, stanno anche venendo riprodotte in altri contesti. Per esempio a Bologna è stata avviata una vera e propria esperienza di microarea, la microarea di Piazza dei colori, che viene portata avanti in primo luogo dall’Azienda Sanitaria in collaborazione con il servizio sociale, e il Centro di Salute Internazionale sta facendo un lavoro preliminare all’avvio di nuove esperienze anche in altri territori. A Trieste e nell’Isontino la Cooperativa Sociale La Collina, in territori fuori dalla cornice delle Microaree, da anni sta portando avanti percorsi di ricerca-azione (qui il link di una ricerca-azione che nasce dall’incontro tra il Centro di Salute Mentale (CSM) Distretto Basso Isontino di Monfalcone e la Cooperativa Sociale La Collina: Libretto_LaCollina_Monfalcone) cui si cerca di fare un lavoro di prossimità per conoscere il contesto e stimolare l’attivazione dei diversi servizi e dei diversi enti partendo, in questo caso, da una stretta alleanza con i centri di salute mentale e perseguendo un partenariato con gli altri enti e servizi…in definitiva la questione della replicabilità è fonte di continua riflessione e sperimentazione e penso che valga la pena prenderla sul serio, come anche prendere sul serio il potenziamento del progetto dove è già attivo, perché mi pare ci sia un grande bisogno oggi di lavorare nella maniera che ho provato a descrivere, basata sull’unire le forze per trasformare i contesti sociali, e istituzionali, per renderli più di supporto per lo star bene di chi è più fragile e di tutti.