Caro Jacopo,

 

leggere le storie, i racconti, di quelli che hai essenzialmente colto come “gli intravisti”, mi ha lasciato immergere in uno scenario dai contorni “definiti”, ma dal contenuto caratterizzato da qualche “luce” e molte “ombre”. Ad esempio, Arthur appare come lo straniero di fatto, essendo un cittadino statunitense, ma è anche colui che manifesta l’effetto straniante tipico delle manifestazioni psicopatologiche, che talvolta inducono a commettere reati:

“A maggio del 2009 ho lasciato gli Stati Uniti e sono arrivato a Firenze. Presto ho iniziato a stare male, mi sono ammalato. Ero così malato da commettere un crimine molto grave.” (p. 269).

Racconti, storie, da prendere con le dovute cautele, perché in molti la logica del mondo del “common sense” ha ceduto il passo alla dialettica che oltrepassa il mondo. Stiamo attenti, come peraltro hai fatto tu, a non commettere l’errore di lasciarci sfiorare dall’idea che l’alienato, lo straniero, il folle, il matto, il pazzo sia così malato da commettere crimini.

I tuoi commenti, non a tutti i racconti, ripristinano un certo ordine, restituendo a questo lavoro non solo la veste di un diario di bordo dei passeggeri delle navi destinate allo smantellamento, gli Ospedali Psichiatrici Giudiziari nel loro ultimo viaggio, ma anche un fine ancoraggio tra un fare psicopatologico che cura restituendo valore all’ascolto e un’imperante “responsabilità” sociale a cui il curante è chiamato a rispondere; riprendendo e sotto certi versi sfiorando il dibattito sulla nozione di totale e parziale “capacità di intendere e di volere”.

Puntuali, per questo “definiti”, i riferimenti legislativi riportati, che hanno determinato il passaggio dagli OPG alle REMS; nonché la tua storia personale e professionale che intrecciandosi con quella dei luoghi descritti e visitati, Reggio Emilia, Barcellona Pozzo di Gotto e Montelupo Fiorentino, restituiscono il giusto portato vissuto alla cornice di questo lavoro. Un’audace composizione alchemica tra incontri, storia, sapere e la vita di noi esseri umani accomunati dalla profonda esigenza di essere visti ed ascoltati dagli altri abitanti del mondo.

Sei riuscito a riportarmi a più di 15 anni fa, quando ho messo per la prima volta piede in un OPG, quello di Aversa, mentre lavoravo sulla mia tesi di laurea in Psicologia, accompagnato dal prof. Ugo Fornari. All’inizio il mio obiettivo era quello di scrivere una tesi su di un personaggio che ha caratterizzato il mondo criminale della realtà napoletana, attualmente ancora in carcere, ma l’impossibilità di incontrarlo per il regime carcerario a cui era sottoposto mi ha inevitabilmente dirottato sulla linea di confine tra salute e malattia degli autori di reati, prendendo di mira quelli che i nostri manuali diagnostici definiscono come disturbi di personalità.

Quello che tracci, come peraltro ribadito nell’introduzione da Massimo Clerici, sono le coordinate di una eventuale cura dei pazienti autori di reato, dove prevalga maggiormente il trattamento dell’aspetto psicopatologico rispetto a quello di pena da espiare.

I tuoi intravisti, da ombre tenute nascoste, recuperano forma, nome e storia: ri-prendono lo spazio nel mondo che l’istituzionalizzazione carceraria sottrae; ri-afferrano il tempo sottratto dall’assenza, nella clinica organicistica, delle descrizioni dei fenomeni che li caratterizza; ri-aggrappano tra le mani la possibilità di entrare in contatto con l’altro; ri-portano alla luce un corpo che è allo stesso tempo vissuto e organico; ri-tornano nuovamente nel mondo grazie ai tuoi progressivi tentativi di incontro andandogli incontro. Insomma, questo prefisso “ri-” ci permette non solo di apprezzare l’intenzionale obiettivo di ri-dare voce a chi è stata tolta, ma anche e soprattutto quanto possa essere funzionale al processo di comprensione sia il soffermarsi sull’indietro come nel raccontarsi, che il porsi contro e di contro come nell’avvicinarsi.

Grazie Jacopo, lasci noi lettori desti verso quel mondo psicopatologico che talvolta, ma non sempre, rende i suoi abitanti autori di reato; gettando “luce” sui vissuti proprio “quando vince l’ombra”.

 

Giuseppe Ceparano