Intervista a Nicolò Terminio: psicoterapeuta e dottore di ricerca, pratica la psicoanalisi a Torino.



D’Amico: Quali
 sono le grandi differenze tra terapia dal vivo e terapia online?

Terminio: Posta in questo modo la domanda mi fa venire in mente che si tratta di vedere se quel “vivo” della terapia dal vivo può realizzarsi anche online in modo da continuare ad essere “onlife”.

La questione che si pone riguarda la dimensione vivente dell’incontro tra due persone in una stanza: continua a riproporsi anche se le due persone si incontrano rimanendo ciascuna nella propria stanza? Per me è difficile dirlo in maniera generale perché sto sperimentando questa possibilità d’incontro soltanto da qualche settimana e con persone con cui avevo già stabilito una relazione significativa. E inoltre questo periodo di terapia online si è configurato sin dall’inizio come transitorio, come un espediente per continuare a preservare il campo della relazione terapeutica: è una chance che è scaturita da un’alleanza di lavoro, dal desiderio di continuare a esplorare il movimento dell’inconscio.

In passato mi ero chiesto più volte se i colloqui online avrebbero potuto svolgere la stessa funzione trasformativa delle sedute dal vivo e mi ero convinto che non sarebbe stata la stessa cosa e che online tutto sarebbe stato annacquato e distorto. Mi basavo sull’esperienza di qualche seduta su Skype con persone di nazionalità italiana che durante un loro periodo all’estero mi avevano contattato: avevamo avuto occasione per incontrarci qualche volta ma io non mi ero trovato bene perché non riuscivo a sintonizzarmi attraverso un dialogo filtrato da uno schermo che ogni tanto traballava per qualche problema di connessione. Da queste poche esperienze avevo dedotto che la terapia online non funzionava o, meglio, io non riuscivo a farla diventare un’occasione di incontro. Rimaneva in me comunque una certa curiosità tanto che chiedevo a quei colleghi che invece la praticavano efficacemente come riuscissero a sintonizzarsi con i loro pazienti.

Una volta mi è capitato che una paziente che è andata a vivere all’estero mi aveva chiesto di poter fare delle sedute online, ma io le avevo risposto che non avrebbe funzionato. Adesso capisco che avevo sbagliato e che avrei dovuto avere maggior fiducia nella relazione terapeutica.

Ciò che fa veramente la differenza è la qualità e l’intensità della relazione terapeutica: è questa la dimensione fondamentale che va considerata nel passaggio dal vivo all’online. Non so dire come si costruisce il campo della relazione terapeutica partendo dall’incontro online, però posso dire che se la relazione c’è già allora anche online il vivo dell’incontro potrà continuare a essere vissuto anche se terapeuta e paziente si trovano in due stanze separate.

Ovviamente ci sono alcune differenze che non vanno trascurate e in questo periodo è estremamente interessante vedere come le sedute online consentano di studiare le variabili effettivamente in gioco nella relazione terapeutica e come queste assumano sembianze e valenze diverse a seconda del setting. Per esempio, lo sguardo e la voce giocano una funzione diversa perché dal vivo all’online c’è un’esperienza di focalizzazione molto distinta. Poi la scansione del ritmo verbale non è la stessa, il dialogo spesso segue la formula linguistica della metafora lasciando un po’ ai margini la fuga del senso che è invece veicolata dal meccanismo linguistico della metonimia: questo è un fatto importante perché nel colloquio non si tratta soltanto di far emergere il senso ma anche ciò che sfugge al senso e che ci rimane addosso anche se non lo acciuffiamo mai con le pinze del linguaggio.

L’intreccio tra le forme che assume lo sguardo, la voce e il linguaggio vanno a condizionare l’atmosfera che connota il momento dell’incontro e la percezione della presenza (corporea) dell’Altro. Ci sarebbero quindi da aggiungere anche delle osservazioni sulle differenti traiettorie dell’intuizione e della sintonizzazione emotiva. E poi almeno un’altra cosa: ogni paziente stabilisce con il setting digitale un rapporto particolare che è condizionato dalla sua personalità, dalle questioni che stava affrontando nei colloqui dal vivo e dal rapporto che avevamo stabilito. Questo periodo di scombussolamento del setting è un’occasione preziosa per osservare alcuni aspetti che forse non sarebbero emersi continuandosi a vedere soltanto in studio. Beh, mi accorgo che questa èun’osservazione scontata, tanti anni di lavoro in comunità mi hanno insegnato che l’incontro più significativo e Reale lo si può realizzare anche nei luoghi e nei frangenti meno incorniciati dalla teoria. Sì, credo che questa sperimentazione online sia anche un modo per esplorare non solo la dimensione transferale della relazione terapeutica ma anche i pregiudizi transferali che nutriamo verso le nostre teorie di appartenenza, perlomeno per me sta funzionando così.

D’Amico: Nonostante le particolarità del mezzo usi tecniche esperienziali? E se sì, quali? E con quali accorgimenti?


Terminio
: Non saprei rispondere
, perché quando penso all’esperienza che può essere generata dalle tecniche esperienziali mi viene in mente che l’obiettivo trasversale alle diverse forme di interazione e incontro è quello di far emergere l’avvenire dell’inconscio.

La dimensione Reale del desiderio inconscio non è solo il capitolo censurato attraverso i vari meccanismi di difesa, ma è anche quella pagina bianca che attende di essere ancora scritta. L’inconscio è un campo insaturo perché riguarda eventi e frammenti non ancora pervenuti nel mondo del senso, ma è anche una spinta indomita verso l’ignoto e ciò che ancora non è stato realizzato. L’inconscio è fatto di gabbie mentali che bloccano la creatività del soggetto e allo stesso tempo mostra lo slancio vitale che attende di essere vissuto. In maniera molto sintetica potremmo dire che si tratta di tenere insieme queste due dimensioni anche nel tempo della singola seduta.

Per adesso, nelle sedute online continuo a verificare la grande forza trasformatrice che il colloquio può avere se si punta a “destare il sognatore”. In questo periodo per alcune persone la vita dei sogni sta diventando ancora più intensa e il lavoro svolto durante la seduta fa scivolare il discorso verso una modalità comunicativa che rende ancor di più attiva quella dimensione vivente che nel soggetto si configura come causa del desiderio. Scusami, questa frase potevo dirla in modo più ordinato e senza ghirigori: volevo soltanto dire che il sogno e il racconto del sogno permettono di vivere il colloquio, anche attraverso lo schermo, come una traiettoria che sposta lo stato di coscienza verso una condizione crepuscolare dove l’intimità profonda con se stessi avviene in presenza e in relazione all’ascolto e all’intervento dell’Altro. E questo Altro non è soltanto l’analista ma anche lo stesso discorso dell’inconscio che si fa più nitido come trama che si ripete e come avvenire che attende di essere vissuto.

Riflettendo meglio sulla tua domanda mi accorgo che mi sono un po’ perso e credo che per risponderti veramente dovrei raccontarti come il Reale del desiderio può esprimersi nel vivo della seduta online. Potrei prendere spunto dal colloquio con un’adolescente che mi stava raccontando che aveva composto una nuova musica e grazie al fatto che si trovava nella sua stanza e che alle sue spalle c’era il pianoforte ho potuto proporle di suonarla in modo che potessi ascoltarla anch’io. Altre volte nelle sedute dal vivo mi aveva mostrato dei disegni e dei frammenti di storie a cui si era dedicata, questa volta oltre a quelle storie e a quei disegni abbiamo potuto condividere la musica che aveva immaginato per accompagnarle. Sì, è vero quello che sottolineava Wittgenstein quando diceva che una nuvola di filosofia si risolve in una gocciolina di prassi simbolica: è per questo che l’analista potrebbe essere considerato, in alcuni casi, come il segretario dell’inconscio del paziente, anche online è colui o colei che mette in agenda la trama già scritta e quella ancora da scrivere per trasformarla, insieme.

D’Amico: Come organizzi il set-setting? (come ti comporti, per esempio, in relazione ad eventuali ritardi e in relazione alla scelta del luogo fisico del paziente?)


Terminio
: Credo che per condurre dei colloqui online sia necessaria molta flessibilità perché non è possibile organizzare lo spazio dell’incontro in maniera predefinita. Anche con lo stesso paziente cambiano le condizioni del colloquio di volta in volta perché magari dovrà cercare una nuova stanza dove poter stare più tranquillo o dovrà cambiarla perché in quel momento serve a un familiare. In alcuni casi può addirittura entrare
in scena qualcun Altro, che può essere un simpatico bassotto che salta in braccio al paziente oppure un fratello che bussa e apre la porta per chiedere qualcosa. L’ambiente e lo sfondo non sono una condizione stabile e in questo periodo transitorio sono transitori anche i luoghi che i pazienti trovano per vivere il momento della seduta.

I colloqui che avvengono attraverso i dispositivi digitali ci offrono un’ulteriore occasione per riflettere sulla cosiddetta variabilità del setting e mostrano ancor di più che il setting è innanzitutto l’assetto mentale e relazionale su cui terapeuta e paziente riescono a sintonizzarsi di volta in volta. Linstabilità o lo scarso controllo che si può avere sul set fa emergere il valore fondamentale del campo relazionale, un campo che è innanzitutto filtrato dal dispositivo del linguaggio. È il linguaggio il vero dispositivo che ci fa continuare ad essere dei “parlesseri” anche se ci colleghiamo online. Preciso soltanto che il linguaggio non è fatto solo di segni, ma è innanzitutto corpo, ritmo e segni incarnati. Se diciamo allora che l’inconscio è strutturato come un linguaggio ci stiamo riferendo tanto alla trama del senso quanto alla dimensione vivente ed emotiva che ci attraversa. Online l’attenzione continua ad essere rivolta all’intreccio tra campo relazionale e dispositivo del linguaggio, provando a vedere in che modo i dispositivi digitali possono favorire, anziché interferire, con quel coinvolgimento, con quel co-esserci che va al di là di ogni interpretazione o comprensione e che tuttavia si configura come un momento di verità, tanto per il paziente quanto per il terapeuta.