In questo articolo cercherò di mostrare come, a patto che non ci si innamori troppo della sua sensibilità, la psicologia fenomenologica può farsi promotrice di un grande compito: rinnovare il pensiero clinico, aiutando gli operatori della salute mentale a ridisegnare gli orizzonti delle loro professioni (e a non chiudersi, anzitempo, nel fortino delle loro sapienze parcellizzate). Per far ciò, tuttavia, la psicologia fenomenologica dovrebbe cambiare atmosfera. E, per farlo, potremmo trasformare i nostri racconti: non più ripetizioni e rielaborazioni di pensieri filosofici, talvolta frammiste a complessi casi clinici, ma esempi e aneddoti del nostro fare, scoprire e sbagliare quotidiano.

Difatti, gli psicologi ad orientamento fenomenologico sono esposti – e lo dico non solo per esperienza personale – ad alcune sviste naturali. Vorrei citarne tre, a mio parere particolarmente insidiose: fraintendere il nostro temporifiutare gli altri modi della cura non dialogare con la cultura di oggi.

Addentriamoci dunque in una sorta di “buona crisi”, per dirla con le lezioni del Prof. Rossi Monti:

“Esso [il concetto di crisi, N.d.A.], già nella sua etimologia (krisis, dal verbo krino), richiama il concetto di strappo, di rottura, ma a differenza dell’immaginario comune non dovremmo necessariamente considerare tale rottura come un evento negativo, clamoroso o indice di situazioni che procederanno in senso catastrofico. In psichiatria il concetto di crisi dovrebbe invece appellarsi anche al suo senso etimologico completo, indicante sia il cambiamento profondo sia un’operazione conoscitiva approfondita” (Manuale di psichiatria per psicologi, Rossi Monti, 2016, p.399)

A molti di noi appassionati di fenomenologia è capitato almeno una volta di…

 

  • Fraintendere il nostro tempo, filosofando un po’ a vuoto.

Gli psicologi appassionati di fenomenologia (conosciuta anche come scienza dell’esperienza, o discorso sui modi dell’esperire) sono parecchio esposti alla pericolosa deriva del pensiero autoreferenziale. Detto in altri termini: credono di saperla (più e) meglio degli altri, e corrono così il rischio di distanziarsi dal mondo della vita, quello stesso mondo in cui pazienti e colleghi cercano – faticosamente e dignitosamente – di coesistere e fare sistema.

Aristotele[1] parlerebbe, forse, di impetuosità: una condotta fatta di fretta e calore, che porta dall’ascoltare all’agire senza passare per il comprendere. Fin qui, nulla di irreparabile. Cosa ben diversa è, invece, consacrarsi all’intemperanza. Quest’ultimo personaggio, l’intemperante, viene definito inguaribile e incapace di pentimento. È colui che, sopra tutti e al di là di tutto, persegue i suoi personalissimi desideri. Una deriva che possiamo certamente evitare, smorzando le presunzioni individuali e aprendoci alla veracità degli effetti di senso quotidiani.

Peraltro, anche comprendere i pazienti presuppone la capacità di comprender-si come parti attive di una situazione mondana e inter-umana. Che cosa mi sta chiedendo il contesto in cui agisco? Perché la mia proposta non ci sta, e perché invece quell’altro intervento è andato così bene? È all’interno di una trama di senso condivisa che la fenomenologia, forte delle sue potenzialità aprenti e significanti, può cogliere l’altro secondo autenticità e viabilità.

Questo sguardo orientato e profondo a un tempo, è ben delineato dalla sintesi del Prof. Stanghellini:

“Comprendere una persona significa comprendere il movente pragmatico e il sistema di priorità che la fanno esperire e agire in un determinato modo” (Mondi psicopatologici. Teoria e pratica dell’intervista psicoterapeutica, Stanghellini e Mancini, 2018, p.XVI).

Ho in mente alcuni pazienti con i quali la “chiave di Sol” riposava proprio accanto alle mie incoercibili convinzioni; ma penso anche al lavoro negli istituti penitenziari, ove tentiamo di comprendere il significato di gesti autolesivi difficili da affrontare e prevenire, spesso posti in essere da persone appartenenti ad aperture socio-culturali lontane dalle nostre. Ebbene, nel campo clinico una questione si fa davvero fondamentale (es. ciò che intendiamo per “essere umano”) quando porta allo sviluppo di migliori condizioni per l’esistenza umana. Valorizzare il pensiero filosofico significa capirlo e condividerlo nella giusta misura, ossia in quella che ci consenta di apportare delle migliorie agli attuali sistemi di cure. Tutto il resto rischia di risolversi in un cul de sac, fatto di vischiosa e impercorribile nostalgia intellettuale.

Speculare sul “concetto” nella speranza di applicarlo al mondo della vita ci introduce, infatti, in un’atmosfera di discontinuità con i mondi della cura: sia con i temi psicologici più attuali (e la ricerca di base), sia con le persone che ogni giorno lavorano negli ambienti socio-sanitari. Una rottura comunicativa non banale. Il pensiero fenomenologico, anche per le altezze che è capace di raggiungere, rischia a volte di arenarsi nella sua stessa finezza (capacità di comprensione delle più svariate “realtà situazionali”), aprendosi solo in alcuni casi ad una ben più complessa e nobile mission sanitaria: agire e muoversi bene nel sistema di oggi, interrogandosi su quali siano le migliori traiettorie possibili per i pazienti che ci chiedono (o non ci chiedono) un aiuto. Perché è questa imperfetta strada che i clinici dovrebbero tentare sempre di percorrere.

Mentre valuto lo stato psicologico di una persona detenuta, non posso non pensare all’infermiera che subirà le sue richieste di visite o farmaci “extra”, né al senso di una diagnosi formulata anni prima da una collega psichiatra di un altro, lontanissimo penitenziario. Non posso fingere che questi siano elementi accessori, ostacolanti la mia visione delle cose, perché perderei di vista il senso stesso del mio operato, e con esso i modi in cui il mondo ha dipinto (e tuttora dipinge) una forma attorno a un’esistenza unica e irripetibile. Tutto ciò ha una valenza fenomenologica oserei dire purissima, se riletto con umiltà e, per dirla con Bion, capacità negativa[2].

Immergersi nella sgangherata vitalità del sistema, facendone esperienza e prendendosi cura dei pazienti, è solo l’inizio di una grande avventura. Studiare e pensare sono attività imprescindibili, ma devono trovare casa nel mondo di oggi: se non riusciamo a collaborare e a comunicare con colleghi di altre scuole, o con psichiatri, educatori e infermieri, rischiamo seriamente di venire meno al nostro compito.

Rischiamo, quindi, di chiuderci nella fortezza delle nostre illuminate certezze. Sentendo che sia così e proprio così, la questione dell’Essere: come a noi piace pensare. E questo porta spesso a…

 

  • Rifiutare aprioristicamente gli altri modi della cura.

Talvolta lo psicologo fenomenologico si chiude nella “filosofia”, aumentando la distanza con i colleghi di altri orientamenti. Persone che lavorano con altre persone, cercando (tendenzialmente) di lavorare bene: già in questa ovvietà ci sarebbe tanto di quel senso da scrivere almeno un bel libro sulla fenomenologia della cura. Manuali ancora sommersi dal fatale (e sornione) sonno dello stupore!

A volte anche ri-scoprire un libro o una vecchia corrente di pensiero apre al dialogo e ci discosta dal pensare assoluto. Noi amanti dell’esistenza e della cura del disagio psichico vediamo, esattamente come tutti gli altri esseri umani, persone che si muovono e fanno cose. In un certo senso, esistiamo un po’ tutti al modo del comportamentismo. Ma che cosa diceva Skinner, uno dei più noti e insigni esponenti della corrente comportamentista? Il suo assetto metodologico gli impediva davvero di pensare il mondo e l’esistenza secondo complessità?

“La mente è ciò che il corpo fa. È ciò che la persona fa. In altre parole, essa è il comportamento, e proprio questo hanno voluto dire i comportamentisti per più di mezzo secolo” (Difesa del comportamentismo. Saggi recenti su istruzione e personalità, Skinner, 2000, p.113).

L’esperienza che facciamo, sia nella vita sia nello studio con i pazienti, è una curiosa e incompiuta solidarietà con un insieme di aperture esistenziali. Fenomeni su fenomeni ci assalgono senza tregua: tutti gli psicologi e gli psicoterapeuti, qualsiasi sia il loro background teorico e pratico, acquisiscono questo prezioso tassello. A dire il vero, anche tutti gli operatori della salute mentale quali TeRP, Educatori e Infermieri Professionali (compresi tutti i tirocinanti), vengono continuamente toccati dai sensi e dai significati della cura. Anzi, sono spesso più immersi dello psicologo o dello psichiatra in alcune fra le più sottili verità dei nostri cari pazienti.

Nelle loro invisibili esperienze si trovano tutte le informazioni necessarie per fare del quotidiano un continuo viaggio di scoperta, giacché, come afferma Mauro Maldonato:

“Scoprire è cogliere quel che in un’evidenza naturale resta invisibile e impensato.” (Fenomenologia della scoperta, a cura di Maldonato, 2011, p.5)

Allo stesso modo, tutte le scoperte cliniche e terapeutiche riposano su un sottile e quasi inavvertito riconoscimento dell’altrui esistenza. Un paziente con disturbo narcisistico di personalità usa i colloqui per regolare la propria autostima. E non è detto che ciò sia un male: chi siamo noi, per decostruire l’unica forma di con-senso che, ad oggi, sembra fiorire da quel peculiare modo di esistere? Semmai dovremmo chiederci, da buoni fenomenologi, a quali condizioni le temperature emotive possano farsi più tollerabili, e quindi aprire a nuovi modi di riposizionarsi nell’esistenza. Ogni incontro clinico ci mette in discussione come esseri umani, questo è vero; ma è pur sempre la vita dell’altro, il bersaglio del nostro intervento. E in effetti la psicoterapia dovrebbe tendere proprio a questo: consentire all’altro di meglio orientarsi all’interno delle sue possibilità più proprie.

Citando le belle parole del Prof. Liccione:

La psicoterapia è un’esperienza clinica relazionale, attiva e responsabilizzante, che ha l’obiettivo di ripercuotersi nell’esistenza del paziente per orientarla verso una forma migliore” (Psicoterapia cognitiva neuropsicologica. Nuova edizione ampliata, rivista e aggiornata, Liccione, 2019, p.227).

E come agire diversamente, se non lungo un doppio binario di sviluppo personale e cura dell’altrui esistenza? Scongiurando la costante possibilità di allontanarsi troppo dal mondo (e da tutte le sue invisibili saggezze), muovendosi in un vicolo cieco e metodo-centrico che può portarci a…

 

  • Non dialogare con la cultura di oggi: quella in cui le persone esistono e fanno domande!

Lo psicologo fenomenologico del futuro dovrebbe saper stare in mezzo alla gente, abitando la differenza che naturalmente separa gli scenari professionali dalle situazioni personali. Non entrare in scontro con le altre scuole di pensiero. Vivere e sentire, incuriosendosi davanti alla domanda dell’altro; anche a quella che, a tutta prima, non sia chiara, o si manifesti come non risolvibile nell’immediato. Di modo che una storia vissuta – sessuale, lavorativa o terapeutica che sia – non venga intrappolata in un’interpretazione sbrigativa ma si lasci com-prendere a partire dai suoi stessi, impensati significati…

“…la storia sessuale dell’uomo […] ci fornisce una chiave di lettura della sua vita, proprio perché l’uomo, nella sua sessualità progetta […] il suo modo di essere verso il mondo, verso gli altri e verso il proprio futuro, nella sua sessualità proietta la sua apertura o chiusura esistenziale.” (Lineamenti di psicopatologia fenomenologica, Callieri, Maldonato e Di Petta, 1999, p.104).

Come suggeriscono le illuminanti parole del Prof. Callieri, occorre far guadagnare all’evento reificato (“storia sessuale”, ma anche “seduta di psicoterapia”, “litigio in famiglia”, “incontro d’amore”, ecc.) nuove e più arricchenti porzioni di senso: e come avventurarsi da soli, in questo intricato e sovrabbondante sentiero?

Fa quel che può, lo psicologo fenomenologico: non si si può studiare e capire tutto. Soprattutto se il nostro campo di studi è quello della soggettività e dell’esistenza, caratterizzato da concetti come quelli di tempo, mondo e Altro. Quello che fa, però, lo dovrebbe fare bene, coniugando il rigore e la competenza professionale con un’altra capacità essenziale: quella di stupirsi ancora una volta, gustandosi l’esauriente incompletezza della sua disciplina.

“L’universo della teoria sottintende un universo già presente. Dietro a questo mondo, c’è un mondo più originario, che precede ogni attività, un ‘mondo prima di ogni tesi’: è il mondo percepito” (La natura, Maurice Merleau-Ponty, 1996, p.109).

Ebbene, questo mondo più originario e originariamente percepito, come sottolinea il filosofo francese Maurice Merleau-Ponty, è già sempre dischiuso davanti a noi. Non c’è modo di precostituirlo, se non in un sorvolo intellettualistico: più che essere la base delle nostre ricerche, esso è il campo in cui l’Altro ci aspetta, con tutte le sue sorprese.

L’appartenenza a un contesto (essere professionisti della salute mentale, in un mondo dotato di significati, implicazioni e orizzonti possibili) è iniziativa responsabile, cioè rispondente agli appelli dettati dalle aperture situazionali di quello stesso contesto. Negli ambulatori e nelle carceri, in ogni luogo di valutazione, sostegno, diagnosi e cura in cui operi lo psicologo fenomenologico, si realizza – prima di ogni inquadramento psichico-esistenziale – la partita più sottile e decisiva: l’essere co-implicati in un accadimento a più teste e già dotato di senso, al cui interno i pazienti si sentono esposti a questa o quella occasione d’esistenza, per via di una o più offerte di cura.

All’interno del nuovo testo di riferimento sulla psicopatologia fenomenologica (The Oxford Handbook of Phenomenological psychopathology, Stanghellini et al., 2019), nella sezione dedicata ai Key Concepts si parla anche, ebbene sì, di “inconscio”. Ne emerge, su uno sfondo di senso fenomenologico, una visione dell’esperienza cosciente come intreccio tra attività e passività (o fondo di “inattualizzato”, “halo of non actional mental processes”), una sorta di gioco vivo tra impressioni e ritenzioni: l’affezione provata di volta in volta sarebbe, a tutti gli effetti, una passività eccitata (energized) che si è fatta salienza significativa. Una salienza che non nasce da un insensato processo biochimico, bensì appartiene al suo soggetto di esperienza e si struttura a partire dal fenomeno esperito. Conscio e inconscio, quindi, ri-prendono vita come movimenti melodici di un accadimento unitario.

Visto sotto questa nuova luce, il lato non tematicamente conscio del sentire si avvicina a ciò che Giovanni Stanghellini ha ridefinito inconscio ermeneutico – nella sua differenza rispetto all’inconscio psicodinamico (Stanghellini e Mancini, 2018), ricordandoci che:

“La significatività non emerge attraverso il collegamento di un’azione o un’esperienza con il suo antecedente inconscio. Il significato […] si “afferra” nell’architettura invisibile di un insieme di azioni o esperienze” (Mondi psicopatologici. Teoria e pratica dell’intervista psicoterapeutica, Stanghellini e Mancini, 2018, p.54).

Insomma, è il mondo stesso nella sua intelaiatura di senso e significato a… reclamare un colloquio! Pertanto, cari colleghi (e non solo): scontriamoci con il mondo e non inseguiamolo da lontano. Affrontiamo, e sempre più, i significati che si fanno strada nella semplicità dell’agire insieme. Perché aiutare le persone significa anche far sentire loro come si gioca con i sensi del mondo, ognuno a partire dalle proprie possibilità di esistenza. Un grande viaggio, ma non solo: un’avventura condivisa con tutti i colleghi che, indipendentemente dal loro orientamento, riescono ad anteporre le persone ai modelli di cura. Interdisciplinarità e dialogo con gli altri paradigmi: ecco ciò di cui abbiamo bisogno.

 

Note:

[1] Il testo cui mi riferisco è “Etica Nicomachea”, noto scritto aristotelico, in un’edizione a cura di Armando Plebe.

[2] “La capacità negativa permette a una persona di perseverare nelle incertezze, attraverso i misteri e i dubbi, senza lasciarsi andare a una agitata ricerca di fatti e ragioni.” (Introduzione al pensiero di Bion. Nuova edizione, Grinberg, Sor & Tabak de Bianchedi, 1993, p.109)

 

 

BIBLIOGRAFIA:

  • Aristotele (1965), Etica Nicomachea, Laterza, Bari.
  • Callieri B., Maldonato M., Di Petta G. (1999), Lineamenti di psicopatologia fenomenologica, Alfredo Guida, Napoli.
  • Grinberg L., Sor D. & Tabak de Bianchedi E. (1993), Introduzione al pensiero di Bion. Nuova edizione, Raffaello Cortina, Milano.
  • Heidegger M. (1999), Concetti fondamentali della metafisica: mondo, finitezza, solitudine, Il Nuovo Melangolo, Genova.
  • Liccione D. (2019), Psicoterapia cognitiva neuropsicologica. Nuova edizione ampliata, rivista e aggiornata, Bollati Boringhieri, Torino.
  • Maldonato M. (2011), Fenomenologia della scoperta, Mondadori, Milano.
  • Merleau-Ponty M. (1996), La natura, Raffaello Cortina, Milano.
  • Rossi Monti M. (2016), Manuale di psichiatria per psicologi, Carocci, Roma.
  • Skinner B.F. (2000), Difesa del comportamentismo. Saggi recenti su istruzione e personalità, Armando Editore, Roma.
  • Stanghellini G., Mancini M., (2018), Mondi psicopatologici. Teoria e pratica dell’intervista psicoterapeutica, Edra S.p.A., Milano.
  • Stanghellini G., Broom M., Raballo A., Fernandez A.V., Fusar-Poli P. & Rosfort R. (2019). The Oxford Handbook of Phenomenological Psychopathology, Oxford University Press.