Recensione di Manuale di (r)esistenza 

a cura di Giuseppe Turchi

 

Il titano Atlante che, anziché reggere il peso del globo, sopporta ricurvo il peso dell’esistenza: questa è l’immagine che riporta la copertina del Manuale di (r)esistenza, libro scritto dallo psicoterapeuta strategico e coach Enrico Chelini per EPC editore. Perché ognuno di noi può, nel suo piccolo, ritrovarsi perfettamente nella metafora, e sentire tutta la pressione dell’ansia, dei preconcetti, delle aspettative, della ruminazione, che a poco a poco rovina le nostre vite. Chelini si propone di offrirci le istruzioni per alleggerire proprio quel peso, facendo però riferimento alla saggezza orientale, poiché in essa v’è una prospettiva che lo stile di vita occidentale fatica a concepire.

Complice lo sviluppo tecnologico e capitalistico, infatti, la cultura statunitense – e di riflesso quella europea – avrebbe diffuso il primato dell’accumulo, dell’individualismo, della competizione, dell’apparenza, distogliendoci dalla ricerca della verità essenziale che invece è sempre stata un punto fermo per i saggi buddhisti e Zen. Concentrato sull’esteriorità, e da esso plasmato, il soggetto occidentale ha dimenticato come guardare dentro di sé e come vivere nel tempo presente. La tendenza diffusa è quella di macerare nei ricordi e nell’ansia per il futuro, magari prevaricati da un senso di inadeguatezza e fallimento: un mix che ci porta a ingigantire i problemi e a ridurre il nostro campo cognitivo.

Il Manuale di (r)esistenza prova a contrastare queste attitudini disfunzionali perseguendo tre macro-obiettivi: superare la passività; conquistare il distacco da tutto ciò che è esistenzialmente deleterio; trovare la propria personale via verso la felicità. E lo fa servendosi rispettivamente delle dottrine sul karma, dello Zen e dell’Ikigai.

Chelini vuole prima di tutto depurare il concetto di karma da tutte le incomprensioni del senso comune che spesso lo rende sinonimo di fato. Di fronte al fato nessuno sforzo ha valore: esso è una forza soverchiante che getta gli individui nella totale passività. Diversamente, il karma impone che si raccolga ciò che si semina, ovvero che a ogni nostra azione corrisponda una reazione della medesima qualità. Pertanto, un comportamento negativo riceverà negatività come conseguenza, viceversa un’azione positiva. Il punto centrale è che, per quanto la vita possa “ripagare” il soggetto con dure sfide e dolore a causa delle colpe precedenti, ciò che si fa in questa vita può riscrivere il karma. Il libero arbitrio non viene annullato, quindi la persona ha un motivo per non abbandonarsi alla passività. In sintesi, ciò che la dottrina del karma insegnerebbe è che l’individuo è un organismo interpretante posto in relazione con l’ambiente. Da una parte dunque è lui, con le sue emozioni e i suoi pensieri, a dare una qualità sia agli eventi vissuti, sia ai propri comportamenti. Dall’altra, si specifica che egli non è un’entità isolata e la qualità dei suoi comportamenti influisce su ciò che ha intorno, ottenendo una reazione. Conclusione: se si vuole cambiare la qualità della propria vita, servono diverse azioni e diversi pensieri per diverse reazioni.

Il richiamo al minimalismo Zen aiuterebbe in questo percorso grazie alla purificazione della mente da tutto ciò che è disfunzionale. Tante abitudini apprese da chi abbiamo intorno, così come le innumerevoli aspettative esogene ed endogene, i nostri schemi mentali, l’incapacità di avere un quadro completo degli eventi, i valori capitalistici, non sono che pesi esistenziali che lo Zen tenta di depurare riportando il focus sul vero Io di ciascuno di noi. Un Io che ha controllo solo su se stesso e che, per prima cosa, deve essere consapevole delle zavorre che si porta appresso e del proprio potenziale nascosto. Concentrarsi su di sé, nel famoso qui e ora, dovrebbe togliere potere alle memorie negative e alle ansie, permettendo di assaporare ogni momento e di lenire quel senso di inadeguatezza figlio di traumi e stimoli evolutivi sbagliati. Ma non solo. Lo Zen aiuta a espandere la propria prospettiva, quindi a dare un nuovo senso alle cose. Perché chi è avviluppato nella negatività non riesce che a concentrarsi su ciò che va male, incapace di cogliere le occasioni e i messaggi che i fallimenti possono riservare. Invece le emozioni negative non sono negative in toto: esse sono informazioni importanti, bussole che ci permettono di cambiare rotta quando quella attuale non risulta la più giusta per noi.

Chelini conclude con un riferimento all’Ikigai come sintesi del percorso evolutivo. Il lettore, dopo aver sconfitto la passività ed esser diventato padrone di se stesso, è messo nella miglior condizione per dar fondo alle sue risorse e darsi uno scopo di vita, una ragion d’essere. Essa la si trova nell’intreccio e nella sinergia di quattro aspetti che sono la passione, la missione, la vocazione e la professione. Trovare qualcosa che ci piace fare, che può essere utile agli altri, che ci viene bene fare e per cui possiamo essere pagati: ecco l’essenza del benessere. Invece molto spesso le persone restano intrappolate in uno solo di questi elementi, finendo per sbilanciare la propria esistenza.

Manuale di (r)esistenza ha un obiettivo assai ambizioso e cerca di conseguirlo con uno stile ironico e ricco di storie allegoriche che interpellano direttamente il lettore. Nel complesso i temi delle dottrine orientali sono ben sintetizzati e le pagine tentano di tenere alta la carica motivazionale, ma è qui che emergono alcuni limiti del libro.

Posto che una persona intrappolata nei propri schemi di negatività e passività non ha bisogno di conoscere i meccanismi neuropsicologici della coazione a ripetere (i quali alimenterebbero il bias della conferma e il mantenimento dello status quo), è anche vero che il dolore e le difficoltà apparentemente insormontabili andrebbero in qualche modo accolti creando il cosiddetto “porto sicuro”. Invece l’autore punta interamente sulla proattività – e qui si sente la mano del coach e della PNL – ricorrendo spesso a imperativi come “smetti di…”, “inizia a…”, “cambia…”, “accetta…”, quasi che tutto fosse semplice e scontato. La sensazione è simile a quella che si prova partecipando a certi corsi motivazionali per aziende di marketing, oppure quando si leggono i post, altrettanto motivazionali, della nuova cultura imprenditoriale che insiste sul cambio di mindset per arrivare al successo. Un successo che prende come esempio personaggi milionari o di fama mondiale, contravvenendo in qualche modo al precetto minimalista Zen. Allo stesso modo, si fatica a far collimare il discorso buddhista del distacco con quello della perseveranza di chi ha fallito decine di volte prima di accumulare immense ricchezze. J.K. Rowling e Stephen King hanno avuto successo (economico), ma sono felici? Hanno trovato il loro Ikigai? E se avessero, per sfortuna e non per demerito, accumulato fallimenti sino alla loro morte, che valore avremmo dato a questi fallimenti?

In alcuni passaggi l’autore riconosce le difficoltà poste dai condizionamenti esterni e anche alcune contraddizioni insite nel confronto delle dottrine orientali. Non mancano inoltre dei suggerimenti pratici, certamente apprezzabili come principio, ma che risultano tuttavia scarni in relazione all’obiettivo che si deve conseguire. Le istruzioni che questo manuale prova a fornire sono soprattutto cognitive, motivo per cui, se si considerano le criticità sopramenzionate, è possibile che creino più di una resistenza nei lettori in difficoltà.