Le nostre stanze di terapia ne potrebbero raccontare di infinite: storie di perfezionismo e di perfezionisti. Storie di terapie stesse gestite con perfezionismo, dal paziente che vuole essere il paziente perfetto e perfino da terapeuti che, magari a loro insaputa, sono altrettanto perfezionisti. Ricordo Veronica che non poteva deludermi e doveva ogni mercoledì aggiornarmi suoi progressi. Ricordo Sara il cui raggiungimento di standard elevati altro non era se non un vortice continuo verso il nulla. Oppure Andrea affaticato nella scalinata verso una polvere accecante negli occhi che non bastava mai. Giulio che non appena raggiungeva un traguardo, alzava l’asticella ancora e ancora. Lo sesso valeva per Chiara, Giuseppe e un’altra fila infinite di vite impregnate di corse, spinte, aggiustamenti, limature, primi posti desiderati e a volte raggiunti, ultimi posti temuti. Occhi puntati su sguardi altrui delusi o critici, pronti a notare la più piccola disattenzione. Purtroppo però, per i perfezionisti mai nessuna meta è l’ultima. Mai nessuna soddisfazione soddisfa davvero. Che illusione della mente: ci accartocciamo su queste idee e le perseguiamo. Il perfezionista vede l’errore che nessuno vede e teme conseguenze catastrofiche altrettanto rare: perché correre rischi se si possono evitare facendo attenzione a ogni piccolo dettaglio?

Il perfezionismo, diciamocelo, è un brutto scoglio e il testo “Perfezionismo. Un approccio relazionale alla comprensione, alla valutazione e al trattamento” di Hewitt, Flett e Mikail (la cui versione italiana è a cura si Veronica Cavalletti e Simone Cheli) offre degli interessanti spunti di riflessione sull’inquadramento e sul trattamento. Gli autori partono dalla distinzione tra il perfezionismo prestazionale e quello interpersonale, socialmente prescritto secondo il quale bisogna parlare bene, stare dritti con la schiena, forchetta a destra (o a sinistra)? Chi ha visto “The Crown” ricorderà certamente la scena in cui Elisabetta continua a ridere nonostante uno spasmo alla guancia dovuto al sorriso forzatamente mantenuto per ore. Per la serie “fai bella impressione e allora accadrà quello che vuoi, gli altri ti ameranno ed è tutto ok.”

Fin da subito leggiamo come il perfezionismo si leghi ad una serie di bisogni non soddisfatti, dalla sicurezza alla connessione sociale al sentirsi capaci o autonomi ma, più in generale, gli autori spesso parlano di “perfezionismo come riflesso dell’identità” a indicare la necessità di lavorare sugli aspetti della personalità del paziente (Blatt e Zuroff, 2002) e non solo sui sintomi (come attacchi di panico, depressione, disturbo ossessivo compulsivo) che altro non sono se non una diretta conseguenza dello stile perfezionistico. Oltre ai sintomi i pazienti spesso ci riportano esperienze dolorose di alienazione, si disconnettono dagli altri creando isolamento, pur non desiderandolo, e innescando cicli interpersonali disfunzionali.

Il modello comprensivo (CMPB, Comprehensive Model of Perfectionistic Behavior) descritto nel testo identifica il perfezionismo come uno “stile di personalità multiforme e multilivello”, con componenti relazionali e motivazionali, di tratto quanto processuali. Sono da tenere presenti le componenti di tratto (perfezionismo autodiretto, eterodiretto e socialmente prescritto) insieme a quelle interpersonali in cui individuiamo gli stili perfezionistici di autorappresentazione (autopromozione perfezionistica, non esposizione all’imperfezione e il non disvelamento dell’imperfezione) per indicare la vastità fenomenologica con cui il comportamento perfezionistico si esprime non soltanto individualmente ma anche nelle relazioni interpersonali. Alcuni pazienti covano in modi poco chiari la necessità di notare il perfezionismo anche negli altri (Hewitt et al., 1989) insieme alla percezione che gli altri si aspettino sempre comportamenti perfezionistici. Sono proprio queste credenze che creano un circolo vizioso in cui, a secondo del focus (interno vs esterno), i pazienti restano ugualmente incastrati nelle prescrizioni che si celano nella loro mente e nei dubbi continui sulle loro e altrui azioni. Infatti, i perfezionisti hanno la necessità soverchiante di non sbagliare e contemporaneamente la necessità di evitare e prevenire errori (Covington e Mueller, 2001) in virtù di criteri oggettivi più che personali, stabiliti dalla società e rinforzati dal confronto sociale che premia solo il raggiungimento di standard elevati. Ovviamente al centro di questo processo vi sono le componenti cognitive espresse in termini di pensiero e di credenze unitamente alle emozioni che guidano i comportamenti dei pazienti: paura del fallimento a cui seguirebbe vergogna e rabbia. I pazienti perfezionistici fanno di tutto per evitare la vergogna, l’umiliazione, lo schernimento!

I capitoli centrali del testo descrivono le traiettorie di sviluppo del perfezionismo, provando ad identificare quei fattori ambientali quanto familiari che renderebbero una persona più incline al perfezionismo come stili di attaccamento insicuro, scarsa connessione calda e comprensiva con l’altro significativo, neglect o esperienze traumatiche per poi vagliare anche le possibilità in cui genitori eccessivamente idolatranti, genitori che ricompensano il bambino solo a seguito di comportamenti perfezionistici, rimandando loro una idea grandiosa di sé. Gli autori valutano quel processo in cui la necessità di essere perfetti viene tramandata tra le generazioni, garantito da un processo di modeling: detto banalmente “se mamma è così perfetta e raggiunge grossi standard, vuol dire che la cosa funziona e lo faccio anche io”. Questo vuol dire che oltre a eventi e stili genitoriali che riguardano la prima infanzia, l’ambiente può favorire e rafforzare comportamenti perfezionistici in diversi modi nel corso del tempo, con esito sempre uguale: la perfezione paga!

La seconda parte del volume descrive gli strumenti utili per l’assessment (ci sono tanti riferimenti a test specifici come il Multidimensional Perfectionism Scale di Hewitt e Flett (1991; 2004) da cui poi si dirama la formulazione, sempre in continua evoluzione in base agli elementi che man mano emergono, e il “Cyclical Relational Pattern” che fornisce informazioni della componente interpersonale del perfezionismo al fine di implementare il trattamento. La terapia ha lo scopo di rendere il paziente consapevole dei piccoli comportamenti overt che attua, del legame esistente tra perfezionismo e il bisogno di sicurezza o di accettazione o di sentirsi amabile. In sostanza, dicono gli autori, è necessario rendere il paziente conscio delle cause del perfezionismo, di come esso si sia instillato e accresciuto nelle loro vite e provare a perseguire modi più adattivi e flessibili per soddisfare i propri bisogni stando più accorti alle variabili interpersonali. Il modello teorico presentato ha una matrice relazionale quanto di adattamento incorando i concetti di “triangolo dell’adattamento” e il “triangolo delle relazioni oggettuali”. Proprio per questo il trattamento che gli autori descrivono è definibile dinamico-relazionale.

Il perfezionismo può presentarsi anche nella relazione terapeutica in quanto esempio di relazione interpersonale nella vita del paziente e si esprime sia nella forma in cui il paziente vuole essere perfetto sia quando proietta perfezionismo nel terapeuta il quale viene visto nella sua perfezione o imperfezione risultando, in tal caso, deludente. Bisogna fare attenzione, e in questo il clinico deve essere abile a riconoscere i segnali, perché questo può essere fattore di dropout precoce o di fratture nell’alleanza terapeutica. Ad esempio un paziente può saltare sedute se non ha svolto gli homework concordati questo perché il perfezionismo stesso genera evitamento e procrastinazione e quindi l’imperfezione e il fallimento si sommano nella mente del paziente che si vedrà con occhi ancora più critici, incappando in circoli viziosi senza apparente via d’uscita. Attenzione al caso opposto: anche l’ingaggio eccessivo nella terapia, espresso con accondiscendenza o con varie forme di perfezionismo, fa aderire il paziente alla terapia in un modo non funzionale. Tutto ciò deve diventare chiaro al paziente, il terapeuta deve restituirglielo come parte del suo funzionamento interpersonale facendo attenzione a non colludere con la patologia e a non ripetere pattern relazionali maladattivi che hanno dominato la vita del paziente (un esempio potrebbe essere la convinzione secondo la quale si riceve aiuto solo se si dimostra di essere perfetti).

La considerazione finale è che il perfezionismo clinico sia uno “stile di personalità”, un processo multimodale (Frost et al., 1990) e transdiagnostico (Egan et al., 2013). La terapia deve, perciò, comprendere osservazioni di tratto quanto di processo osservando “cosa” fa il paziente e “come” lo fa. Questa idea ricalca l’idea che alla base del trattamento efficace dev’esserci un’attenta concettualizzazione del caso che renda giustizia dell’eterogeneità del fenomeno, l’inquadramento dei sintomi letti sulla base degli stili di personalità del singolo paziente, la lettura dell’espressione del perfezionismo anche all’interno delle relazioni interpersonali.  Ormai pare chiaro che un trattamento che non includa l’aspetto interpersonale a quello intrapersonale sia meno impattante, in termini di benessere, sulla vita del paziente.

Detto questo, riuscirò a non leggere altre mille volte questa breve recensione alla ricerca dell’errore? Terrò a bada il mio perfezionismo?

 

 

Bibliografia

  • Blatt, S. J., & Zuroff, D. C. (2002). Perfectionism in the therapeutic process.
  • Covington, M. V., & Müeller, K. J. (2001). Intrinsic versus extrinsic motivation: An approach/avoidance reformulation. Educational psychology review13(2), 157-176.
  • Egan, S., Piek, J. P., Dyck, M., Rees, C., & Hagger, M. (2013). A clinical investigation of motivation to change standards and cognitions about failure in perfectionism. Behavioural and Cognitive Psychotherapy41, 565-578.
  • Frost, R. O., Marten, P., Lahart, C., & Rosenblate, R. (1990). The dimensions of perfectionism. Cognitive therapy and research14(5), 449-468.
  • Hewitt, P. L., Mittelstaedt, W., & Wollert, R. (1989). Validation of a measure of perfectionism. Journal of Personality Assessment53(1), 133-144.
  • Hewitt, P. L., Flett, G. L., Mikail, S. F. (2020). Perfezionismo. Un approccio relazionale alla comprensione, valutazione e al trattamento. Fioriti editore.
  • Hewitt, P. L., & Flett, G. L. (1991). Dimensions of perfectionism in unipolar depression. Journal of abnormal psychology100(1), 98.
  • Hewitt, P. L., & Flett, G. L. (1996). The multidimensional perfectionism scale. Toronto: Multi-Health Systems Inc.