L’articolo che segue da voce ad un punto di vista sulle comunità terapeutiche che ha diritto di esistenza. La complessità del discorso sui servizi di cura e sulle comunità per persone tossicomani e per pazienti psichiatrici impone tuttavia alcune precisazioni. Dal nostro punto di vista quella di San Patrignano è stata, almeno per come viene presentata nella serie uscita qualche mese fa su Netflix, una istituzione chiusa, caratterizzata da un ordine rigido e da un leader carismatico. In quanto tale, la comunità di San Patrignano non rispecchia l’ideale che gli editori di questo blog ritengono efficace sia nel campo della salute mentale che in quello della tossicomania (due mondi i cui confini sfumano fino a quasi scomparire). Dal punto di vista di una psicologia fenomenologica di comunità una comunità terapeutica dovrebbe essere improntata innanzitutto al riconoscimento e al sostegno della soggettività di ognuno, favorendo percorsi di riacquisizione della libertà e della responsabilità personale, che non sono rappresentati dalla serie. Rispetto alle pratiche terapeutiche, l’equilibrio dovrebbe essere certamente spostato verso l’apertura e non verso la chiusura della comunità, come in campo psichiatrico in Italia hanno insegnato Franco Basaglia e Sergio Piro. Abbiamo comunque ritenuto opportuno dar voce al seguente punto di vista, poiché sostiene una visione che mette in luce alcuni degli aspetti positivi delle comunità chiuse. In particolare, alcuni aspetti legati alla costruzione di un ordine condiviso in comunità sono in grado di placare le angosce superficiali e fornire dei percorsi di senso che danno avvio al lungo e difficile percorso della cura. Ci teniamo, tuttavia, a sottolineare, che manca la parte più complessa del percorso: quella della soggettivazione. Per una visione in parte più completa sull’argomento si rimanda alla nostra rubrica “comunità terapeutiche” e all’articolo “La psicologia fenomenologica nelle comunità terapeutiche” in uscita su Il foglio psichiatrico.

Editorial Board di Psicologiafenomenologica.it

 


 

Qualche giorno fa, per radio, la regista di Sanpa ha definito più volte ‘personaggi’ i protagonisti del suo documentario corale. È una parola-chiave che definisce il prodotto più che l’oggetto che vuole ritrarre: Sanpa è una grande storytelling persuasiva che lavora non sulle ombre, ma dichiaratamente sulle tenebre per far attecchire l’attenzione dello spettatore alla carne vivida di un passato che ci riguarda tutti.

La metrica incalzante, la veicolazione verso emozioni scure, il florilegio di testimonianze che vanno a comporre a mano a mano il mosaico del santone patriarcale rendono giustizia all’esigenza di rappresentazione netta di un mitologema negativo che fa passare in secondo piano la tematica stessa della serie: perché Sanpa vive ed esiste tutt’ora, grazie a Muccioli e nonostante Muccioli.

Identificare Sanpa con Muccioli sarebbe fuorviante, quasi trent’anni dopo la sua morte; parlare della storia di Sanpa senza Muccioli sarebbe un insalubre evitamento; parlare di Sanpa adesso, com’è divenuta dopo la morte di Muccioli, sua anima carismatica e fondativa, è a mio avviso invece un’operazione che si discosta dallo schermo della fiction e si riavvicina alla vita concreta.

Le luci artificiali dello schermo terminano con la sua morte, ‘La caduta’ richiama alla mente la fine di un tiranno, strizza l’occhio e fa eco alle impietose didascalie della cronaca dell’epoca dove appare già condannato da parte dell’opinione pubblica prima ancora che dalla giustizia.

Per inciso, allora come ora in maniera talvolta deliberata e fuorviante; nella realtà Muccioli cercò il dialogo e mai l’identificazione politica. Nella serie, ‘Benito Mucciolino’ è lodato da un Indro Montanelli che parla di Mussolini mentre si sovrappone un video della marcia di supposti balilla (in realtà sono carabinieri: metafora di quanto l’immagine sia più forte e immediata della realtà?) e molti altri elementi concorrono a voler riassumere in lui la figura di un oscuro padre padrone onnipotente e narcisista.

Non ho mai conosciuto Muccioli padre: ho però, diversamente da molti estimatori e detrattori, conosciuto e frequentato per molti anni San Patrignano. Ho conosciuto e frequentato, personalmente e professionalmente, il mondo della droga non solo a San Patrignano.

Ed ho cercato sempre di maturare un’esperienza ed una visione il più possibile asintotica dall’esperienza e dal processo indotto dalla droga: osservare con partecipazione emotiva e distacco mentale, avendo chiaro in mente che cercare di capire è opposto al cercare di convincere e che la dipendenza inizia dalla propria traccia biografica e solo alla fine va a parare nell’assunzione di una sostanza.

A San Patrignano ho trovato la cristallizzazione concreta di come credo debba essere la prassi di un adeguato percorso di recupero che parte dalla realtà del tossicodipendente come persona; l’attenzione competente ed autentica rivolta ad ogni persona in un posto pulito e bellissimo, con cura ed attenzione rivolta ad ogni cosa, l’opposto della realtà logora e promiscua del tossicomane, abituato a stare in un mondo che deve usare e manipolare, non vivere. Persone in percorso con voglia, non urgenza, di narrarsi nelle loro luci e nelle loro ombre accentuando i progressi.

Persone che avevano anche il ritrovato desiderio pudico di raccontarti la loro risalita e non cedevano più al gusto di drammatizzare o cedere esasperando le ombre, crogiolandosi nel dare colpa a chiunque altro tranne che a sé stesso (l’attribuzione di responsabilità, il muro che frena la strada di molti di noi); perché avevano rintracciato e sperimentato il gusto di costruire e abbandonato l’indolenza del distruggere per evitare la crescita acquisendo consapevolezza e responsabilità. Tutti imparavano un mestiere tra i tanti previsti all’interno della comunità, oppure si rimettevano a studiare, o entrambe le cose; ne ho visti diversi diplomarsi e laurearsi, e poi conquistarsi un lavoro ed un posto tranquillo nel mondo che temevano tanto prima.

Negli anni, prima da sola e poi per l’associazione, sono stata forse un centinaio di volte a San Patrignano; una realtà che per questo posso dire di conoscere più di altri. E possono dire di conoscerla più di altri i tanti studenti che negli anni sono stati in visita all’interno dei nostri progetti, o hanno assistito ai format teatrali di prevenzione; o sono venuti poi in accoglienza, accompagnati dai genitori. O gli stessi, tanti genitori che affollano settimanalmente le riunioni serali delle Associazioni ramificate nel territorio. Quando il ragazzo decide di entrare è tutta la famiglia ad essere presa in carico; perché non puoi lavorare sulla sofferenza relazionale di una persona senza aiutare a disossare e nutrire il terreno dove si è generata vicendevolmente quella sofferenza divenuta dipendenza e ricerca artificiale di gratificazione. Le Associazioni si occupano del percorso dei genitori e del monitoraggio esterno dei ragazzi in percorso dentro la Comunità; ma fanno anche opera di presenza e prevenzione sul territorio, offrono i primi contatti, aiutano i ragazzi che escono da San Patrignano a ricollocarsi nella società cercando di sfruttare i titoli di studio e/o gli indirizzi professionali che hanno seguito in comunità (ricordo fossero 38 gli indirizzi professionali possibili al suo interno).

Ho visto arrivare alle riunioni serali nonne che avevano attraversato la guerra ed ora si guardavano intorno smarrite, padri che non riuscivano ad alzare né la voce né lo sguardo, mamme esasperate che davano la colpa della tossicodipendenza del figlio all’amico del cuore o alla fidanzata che sedeva magari poco distante. Quasi tutti all’inizio incolpanti ed arrabbiati; quasi tutti poi più consapevoli e sereni, soprattutto per essere in un luogo dove potevano condividere il loro dramma senza essere giudicati.

Terminavano là di essere soli di fronte ad una vergogna sociale e scoprivano una nuova condivisione che partiva dalle ferite, ma era germinativa, ed un nuovo modo di relazionarsi basato su responsabilità e consapevolezza, non più su dinamiche disfunzionali.

La serie Sanpa ha un ritmo incalzante ed è piena di materiali d’archivio interessanti da vedere quanto difficili da digerire: ma a chi vuole capire, cercare di risalire dal fondo delle cose e rendersi conto in maniera autonoma e non è disposto ad assumere acriticamente ombre preconfezionate, consiglio di andare in visita a San Patrignano. Di agire la propria presenza per osservare, ascoltare, capire.

Negli stessi anni dei processi giudiziari e mediatici (i primi logici, i secondi strumentali), vedevo intorno a me amici e conoscenti cadere come mosche dentro il baratro della droga. Inghiottiti dalle loro stesse passioni tristi, contenti dello snaturamento dei comportamenti che veniva loro offerto dalla droga come fosse un farmaco di autocura, venivano risucchiati in un processo di ‘zombificazione’ che rendeva il loro corpo ed il loro comportamento segni visibili di quel disagio e quella lacerazione che sentivano, ma che non trovava un lessico, uno spazio di consapevolezza per essere comunicato ed abbassare, così, la febbre del sentire. La droga interveniva, e accade oggi come allora, come farmaco per la sofferenza, come l’antidoto più immediato ed efficace per cancellare la paura; la chimica tacitava nell’immediato quel senso di insensatezza e di derealizzazione che non permetteva né di vivere l’emozione del presente né di prefigurarsi costruttivamente in un futuro.
L’esserci veniva e viene sostituito da quella calma crepuscolare (Di Petta, 2006, pag.87) vuota, senza coscienza; separazione indolore dal mondo sopprimendo i dati percettivi facendo tacere il corpo prima che gridi dentro ad un’emozione. In questa metamorfosi del tempo interiore, il futuro veniva, esattamente come oggi, “radicalmente stralciato dall’orizzonte temporale”; non esistono “più timori, ma non ci sono nemmeno più speranze” (Borgna, 2005, pagg.156-157).

Tempo e spazio, il perimetro che si veniva a creare tra i consumatori, scandito dai ritmi di consumo e dalle strategie manipolative attivate per arrivare senza troppi intoppi ad una nuova assunzione. Il gergo sembrava inaugurare una segreta confraternita del consumo dove si giocava con la morte usando contagocce dalla posologia esatta quanto una roulette russa, mentre la promiscuità relazionale e la progressiva normalizzazione delle condotte criminali che servivano per procurarsi i soldi e la roba creavano gruppi, ambienti, spazi che divenivano luoghi della vergogna e polveriere del crimine la cui gestione migliore era la presenza costante della droga da consumare.

E polveriere pronte a trovare un innesco erano ancora di più le comunità che accoglievano tutta questa massa di persone con la loro dose addosso di disturbi, di disagio, di rabbia, di dialoghi con se stesso perennemente rimandati e, per ultimo, di sostanze che intervenivano come regolatori di emozioni ed esistenze. Gestire tutto questo era difficile, riconoscere questo non giustifica gli errori fatti da un uomo che in quel momento era il responsabile ed il suo gruppo. Ma aiuta a leggere in maniera più complessiva il problema droga; perché al centro del dibattito, ora come allora, ci sono i comportamenti connessi all’uso ed abuso di sostanze stupefacenti, non Muccioli.

Le catene e la morte violenta sono dati oggettivi che non potevano essere che oggetto di dibattito processuale e culturale; ma per quanto riguarda il problema droga, ancora ci limitiamo sommessamente a registrare dati statistici, o a sbirciare le notizie di cronaca nera archiviandole subito dopo nella testa senza porci domande.

Perché siamo evidentemente fortunati, non ci riguardano. Non ci riguardano i dati dei decessi droga diretti o correlati, le scene tragiche che prendono vita nel tinello di casa di ogni famiglia che ha un figlio o una figlia tossicodipendente, non ci riguarda quest’iniziazione (Zoja, L., 1985, pag.95 e seg.) alla morte, oggi più di ieri resa invisibile e quindi più difficile da riconoscere.

Perché oggi vi è una differenza sostanziale rispetto a ieri, e riguarda il visibile e la nostra capacità di riconoscere e consapevolizzare il problema e, congruentemente, di farlo riconoscere e consapevolizzare da chi lo vive, primo passo per la risalita; la normalizzazione.

La tossicodipendenza è sempre stata un fenomeno tendenzialmente trasversale, ma oggi lo è più di ieri: l’assuntore può essere l’operaio, il professore, lo sportivo, la casalinga, l’artista come il commesso. Anche chi ti cura, come il medico; o chi ti guida, come l’insegnate.

O il guidatore di autobus che ti porta al lavoro, o il tuo stesso datore di lavoro.
Ieri, l’abuso era forse più visibile; oggi il tossicodipendente è tendenzialmente integrato e compatibile con una vita apparentemente normale.
Il tossico o l’assuntore perseguono percorsi di sedazione o eccitazione immediata attraverso una sostanza che regola le emozioni applicando un’ebbrezza senza vissuto concreto; dal punto di vista logico, sono perfettamente inseriti in una società dei consumi che lascia parlare le emozioni ed i bisogni profondi attraverso sintomi. Questa trasgressione chimica che trasforma istantaneamente l’insensatezza in ebbrezza viene vissuta in segreto; il tacito patto è per tutti.

L’abuso dell’amico o del conoscente, come del figlio o del fratello, non viene subito intercettato e/o stigmatizzato; e l’assunzione della sostanza viene calibrata per lo ‘sballo’ nel fine settimana o quando può, e ricalibrata per un mantenimento comportamentale durante il lavoro o lo svago non trasgressivo. Sono temerari sulle macchine volanti (Cancrini, 1982), poiché agiscono sul loro corpo le loro fragili narrazioni di vuoto e dolore mascherate da ricerca di ebbrezza e intrattenimento toccando simbolicamente la morte per sentire la vita; “mi spaventa molto di più vivere, andare in giro non coperto da una sostanza, che morire”, mi diceva un ragazzo.

Perché la droga è un tentativo di autocura (Olievenstein, 1984, pag.197), un farmaco che appare assolutamente efficace nell’immediato contro ogni dolore e sofferenza (l’eroina fu messa in commercio inizialmente come farmaco), ti pone in artificiale e siderale distanza dalle tue angosce, tacita i pensieri, dissolve le paure.

Ma, terminata la fase della luna di miele, del distacco da tutto e tutti, anche il drogato si rende conto di essere stato sedotto e incatenato dalla parte più fragile e misconosciuta di sé stesso. Ed è da quella consapevolezza, da quella ferita che può aprirsi la feritoia dalla quale tendere la mano e farsi aiutare.

Sanpa è la parziale storia di San Patrignano fino al 1995, anno della morte di Muccioli: San Patrignano, ventisei anni dopo, c’è ancora e più di prima.

La storia di Muccioli è solo la cartina al tornasole, tirata e strumentalizzata un po’ da tutti; anche dai singoli, che devono arbitrariamente condannare, assolvere ed autoassolversi senza logiche di senso dinanzi a tribunali dell’opinione improvvisati sui social.

La serie Sanpa è un’interessante operazione di intrattenimento pulp che ha importanti e inconsapevoli meriti culturali: quello di aver reso partecipi di una narrazione sanguinante ed irrisolta tutte quelle persone che non hanno avuto un diretto coinvolgimento personale o familiare con la piaga della droga. Perché il discrimine è questo.

Ha il merito di aver narrato la storia della comunità, sì, come una non riuscita opera al nero, come fosse una persona che effettua un viaggio dell’eroe al contrario; il ritratto ne esce anche a tinte fosche, ma ciò non toglie all’impresa i connotati mitici che le hanno permesso di essere una comunità che accoglieva quelli che venivano respinti da stato e chiesa.

Ha il merito di aver reintrodotto con prepotenza il focus del problema droga come dibattito, quando da anni era presente solo nella cronaca nera e giudiziaria: oltre la dialettica dei pro o contro Muccioli, tra innocentisti e colpevolisti di un processo morale ed alle coscienze di ognuno che non si è mai realmente concluso, le persone dialogano, dibattono, ragionano sul problema droga. Questo è un passaggio fondamentale, la droga passa dai trafiletti di cronaca alla pagina culturale e viene riconosciuto come problema endemico, sociale, trasversale; la consapevolezza del problema appartiene non solo agli addetti ai lavori o a chi si trova ad avere il problema in famiglia.

Muccioli muore nel 1995, ventisei anni fa. In tutto questo dibattere, consapevolizzare, assolvere, accusare, decostruire e costruire, San Patrignano c’è sempre stata. Ha continuato la sua opera, ha modificato i suoi parametri, rettificato le criticità e continuato ad offrire aiuti completamente gratis.

E, per un’eterogenesi dei fini, Sanpa, insistendo sulle ombre per attivare argutamente l’interesse ed incrementare spettatori, ha attivato il dibattito culturale, la curiosità in chi non conosceva la comunità ed il senso di gratitudine di chi invece ha conosciuto e vissuto la realtà nata sopra le colline di Rimini. Avviando un dibattito, da anni silente, sul fenomeno, e innescando l’esigenza di raccontare e raccontarsi in centinaia di famiglie, di ragazze e ragazzi che hanno usufruito delle luci di San Patrignano per attraversare le proprie tenebre.

L’immagine di Muccioli che emerge dall’interessante serie Sanpa ha un’ombra inquietante e sinistra che sembra palmare sopra la comunità; volevano forse creare un focus intorno alla mitologia del mostro, e per l’eterogenesi dei fini invece hanno attivato un enorme processo emotivo e narrativo che ha riacceso sangue e mente di chi ha vissuto e conosciuto la realtà delle problematiche d’abuso ed ha trovato un approdo al naufragio proprio grazie a San Patrignano.

 

 

BIBLIOGRAFIA

  • Borgna, E. (2005), Le figure dell’ansia, Feltrinelli, Milano
  • Borgna, E. (2009), Le emozioni ferite, Feltrinelli, Milano
  • Cancrini, L. (1982), Quei temerari sulle macchine volanti, La Nuova Italia Scientifica, Roma
  • Di Petta, G. (2006), Gruppoanalisi dell’esserci. Tossicomania e terapia delle emozioni condivise, FrancoAngeli, Milano
  • Zoja L., (1985), Nascere non basta. Iniziazione e tossicodipendenza, Raffaello Cortina, Milano
  • Olievenstein, C. (1984). La droga o la vita. Rizzoli.