Or discendiamo omai a maggior pieta;

già ogne stella cade che saliva

quand’io mi mossi, e ’l troppo star si vieta.

 (Inferno, Canto VII, versi 97,98 e 99)

Dante Alighieri

Poeta

Negli ultimi anni i media, le chiacchiere di paese, i social, le scuole e la politica hanno posto attenzione a quello che è stato denominato “bullismo”. Le prime ricerche sul fenomeno provengono dal gelido nord, area scandinavo-norvegese, quando alla fine degli anni Settanta, Dan Olweus (psicologo) classe 1931, si è dedicato al problema della violenza nelle scuole sviluppando alcuni metodi di prevenzione. I suoi lavori hanno spinto a realizzare numerose ricerche in tutto il mondo occidentale ed occidentalizzato, divenendo di fatto l’apripista di questi studi e degli inevitabili interventi. Per onore di cronaca va senz’altro annoverato il lavoro di Peter-Paul Heinemann (medico-chirurgo), nato in Germania ma svedese d’adozione, che cronologicamente è precedente a quello di Olweus, dal titolo “Mobbing gruppvåld bland barn och vuxna” [Mobbing. Prepotenza di gruppo tra i bambini e gli adulti] del 1972. Il termine usato per descrivere questo fenomeno è bullismo, una sorta di italianizzazione del termine inglese “Bullying”; in Scandinavia il termine adoperato è invece Mobbing, ma sappiamo benissimo che in Italia viene impiegato per specificare le vessazioni in ambito lavorativo. Nel momento in cui questo termine, bullismo appunto, viene usato non più solo ed esclusivamente in ambito scientifico, divenendo di fatto di uso comune, ha lasciato che si manifestasse tutta l’ambiguità del portato del termine stesso.

L’uso disinvolto del termine bullismo, adoperato forse impropriamente anche dai media per raccontare atti vandalici, di teppismo e di criminalità, ha generato nell’opinione pubblica molta confusione, eppure tutti gli interventi atti a fronteggiare il fenomeno non si sono sprecati nel definirlo in un determinato modo; resta comunque un alone semantico che forse ci vorrà indicare qualcosa. Sono ormai note a tutti le definizioni date da Olweus e da Sharp, che racchiudono il bullismo nelle coordinate di intenzionalità, asimmetria e ripetitività. Va chiarito lo statuto di questo fenomeno. Lo dobbiamo considerare un reato? Allora il rimando alle istituzioni dell’ordine pubblico e alla dimensione giuridica è dovuto. Lo dobbiamo considerare una patologia sociale? Non va esclusa, soprattutto perché sono coinvolti i gruppi, ed il gruppo può essere considerato una entità sociale, talvolta con un contenuto e senza una forma; ma il gruppo potrebbe anche essere solo una cassa di risonanza per determinate condizioni soggettive. Lo dobbiamo considerare una conseguenza e la risultante di soggiacenti quadri psicopatologici individuali? E su questo lo psicologo, il neuropsichiatra infantile e lo psichiatra potrebbe avere pane per i suoi denti, anche perché il fenomeno è agito e/o subito dagli individui. Lo dobbiamo considerare un correlato di una scorretta azione pedagogica? Certo l’educazione gioca un ruolo, ed oggi si assiste sempre di più ad una sorta di evanescenza di quegli elementi educativi basilari che costituiscono lo sfondo di una società civile.

Ognuno può dire la sua, sociologi, psicologi, pedagogisti, medici, legali, giudici e quant’altri possono ruotare attorno al mondo dei giovani, con i propri paradigmi di riferimento. Ma lo statuto resta celato dietro innumerevoli pseudostatuti. Noi ormai ci stiamo abituando a questa società dove le sovrastrutture finiscono per nascondere le strutture, perdendo di vista il nocciolo della questione. Il paradigma positivistico, con il suo riduzionismo sfrenato, ormai imperversa, frammentando in tanti piccoli pezzi fenomeni che sono chiari solo se letti nel loro insieme.

Lo sforzo che auspico ci sia oggi è quello che del fenomeno bullismo non sia perso di vista il tutto. In primo luogo, circoscriviamolo al mondo dei giovani, perché era questo l’intento di chi per primo lo ha rilevato. Data l’età dei partecipanti credo che sia più opportuno, invece di parlare di intenzionalità, parlare di agito, perché pur non volendo escludere la volontarietà, dobbiamo sempre tenere conto del portato patico emotivo che nelle relazioni, soprattutto tra giovani, ha una grande valenza che finisce per alterare sempre e comunque qualsiasi atto. Più che di asimmetria, più forte contro più debole, tanti contro pochi, parlerei di circostanze, non è raro trovare un ragazzo bullizzato che diventa bullo o viceversa.

Un ruolo importante ha lo spazio in cui questo fenomeno avviene, a scuola, per strada, nei luoghi di ritrovo, sui social. Spazi solitamente vissuti come di passaggio, pubblici ma allo stesso tempo privati, dove lo spostamento da essere uno dei tanti ad essere io assume un peso specifico di grande rilievo. Un discorso a parte costituisce il tempo, infatti viene tenuta in considerazione la durata delle prevaricazioni, perché se è successa una sola volta, o poche volte, una prevaricazione potrebbe in maniera quasi scontata essere definita una dimensione della lotta o del conflitto tra pari. Il tempo invece da tenere in considerazione è quello vissuto, che risulta essere più discriminante. Il tempo inteso in senso cronologico, porta inevitabilmente a vedere, se ci si pone al fianco di chi subisce l’agito, come bullismo qualsiasi conflitto; mentre se ci si porta al fianco di chi perpetua l’agito lo si vedrà sempre come conflitto tra pari. Il tempo vissuto ci porta a tenere in considerazione le dimensioni dell’aperto e del chiuso. Il bullismo è un tempo aperto, come quei discorsi che non arrivano a concludersi, chiudere il discorso è il compito di chi interviene. Talvolta il discorso si chiude all’apparenza, ad esempio finisce con il passaggio in quella scuola, ma resta aperto nei protagonisti della vicenda. Talatra rimane aperto imperterrito fino a quando, di solito chi subisce l’agito, non compie un atto come il suicidio. Alcune volte all’apparenza sembra che il discorso si vada chiudendo, ma resta aperto percorrendo strette insenature. Agire tempestivamente ed accuratamente questo è l’unico modo affinché non si giunga ad esiti nefasti, che possono essere evidenti come nel caso del suicidio, ma soprattutto subdoli; infatti, le conseguenze di prevaricazioni perpetuate, subite e/o agite nel tempo possono contribuire alla strutturazione dell’individuo adulto.

Insomma, il bullismo c’è fino a quando è aperto il discorso; dobbiamo imparare a chiuderli certi tipi di discorsi, non mettendoci una pietra sopra, ma avendo il coraggio di elaborarli e farli diventare esperienze vissute. Non devono diventare cose ormai passate, ma cose a cui dare un senso di questa situazione-limite, da cui ripartire. Jaspers nel 1919, nel testo “Psicologia delle visioni del mondo”, rivela che le componenti comuni delle situazioni-limite sono la sofferenza ed una certa gioia di vivere, di avere un senso, di crescere. La prima si evince osservando passivamente le situazioni-limite, la seconda si erge dalla vita attiva, da quella forza che solo le situazioni-limite possono dare, ed avere consapevolezza del naufragio in cui si ritrovano può senz’altro alimentare lo sviluppo delle forze delle idee e di progredire. Proprio come fa la protagonista del libro per giovani ed adulti di Luigi Ballerini e Luisa Mattia “Cosa saremo poi”, Lavinia, che dopo essere stata nel discorso aperto del bullismo, ed aver tentato il suicidio, ritrova da questo la vita attiva, il teatro fa da nuova cornice per lo sviluppo delle forze per progredire; mentre Falco, il prevaricatore, resta fermo nel discorso aperto senza che nessuno lo aiuti a chiuderlo: chissà cosa sarà di lui.

Alla luce di quanto detto il fenomeno del bullismo ha in sé un carattere di naturalità, ma non per questo dobbiamo sottometterci al “si salvi chi può”; l’uomo è un essere di cultura, e così come rivela e denomina i fenomeni, allo stesso tempo crea le condizioni per fronteggiarli. Non possiamo evitare che i conflitti emergano e talvolta nemmeno che assumano la piega del discorso aperto del bullismo, anche perché fanno parte del crescere, ma dobbiamo agire tempestivamente e accuratamente, imparando a vedere il fenomeno, perché evitarlo non è possibile; consegnando ai protagonisti un luogo ed un tempo per elaborarlo o creando uno spazio ed un tempo per chiudere i discorsi. Sarebbe stato più semplice ricorrere alle categorie teoriche che il mio essere psicologo mi dà per definirlo, ma avrei solo aggiunto una sovrastruttura a questo fenomeno. L’intento di poterlo vedere così come fondamentalmente si dà, proprio come se ci si trovasse di fronte a qualcosa di nuovo, dona vitalità e senso a questo fenomeno del mondo giovanile, solo che il problema più grosso è che tutti sono alla ricerca di una definizione, di uno pseudostatuto, per potersi difendere o per poterlo attaccare. Forse è il caso che di fronte ad un fenomeno come questo, aperto, ci si soffermi a riflettere non per racchiuderlo in una definizione, ma agire per comprenderlo e chiuderlo quando si è ancora nel mondo del giovane, evitando che il corpo dei protagonisti, sia quello vissuto che quello oggettivo, diventi il luogo di trasfigurazioni e mortificazioni. L’idea di rappresentare il fenomeno passa attraverso l’individuazione di un’immagine che racchiuda in sé la dimensione della circostanza, dell’agito, della prevaricazione, dello spazio di passaggio e del tempo aperto. Sulla scia di questi elementi l’immagine del fiume che scorrendo arriva alla foce per incontrare, scontrandosi, il mare è quella che appare affiorare; proprio in quelle bollicine risultanti dallo scontro, che appaiono come schiuma che si istalla l’immagine del bullismo come rappresentazione.

Preadolescenza, adolescenza, giovinezza, sono questi i momenti evolutivi a cui facciamo riferimento come mondo dei giovani. Pensare a questa realtà evolutiva come un fiume che scorre per giungere al mare dell’età adulta, ci lascia cogliere il nuovo che avanza, carico di freschezza, ma anche di tutto quello che ha raccolto durante il tragitto per raggiungere l’immenso mare; che contiene in sé il segreto della vita, immaginabile ma non del tutto comprensibile, meta densa di aspettative, talvolta distorte, talaltra fantasiose. Il mondo dei giovani, si spinge, è spinto, ha da spingere, verso questa nuova realtà, quella del mondo adulto, e proprio questa naturale progressione non è sempre docile ed indolore. Certo sappiamo benissimo che la schiuma prodotta dallo scontro tra le acque del fiume ed il mare, nella maggior parte dei casi, non è solo effetto del movimento vorticoso delle acque, in tal caso il puro e semplice conflitto permette il passaggio seppur non in modo totalmente indolore. Ora è proprio in questo spazio di passaggio che noi dobbiamo porre l’attenzione, altrimenti ci troveremo a discutere di altre schiume, quelle dovute a cause antropiche, cioè quelle da immissione di sostanze tensioattive (come i saponi), che vengono dall’esterno, non dal mondo dei giovani, che possono ritrovarsi non per forza alla foce, ma durante tutto il percorso ed anche nello stesso mare, che generano il teppismo, il vandalismo e la criminalità. Ma se siamo alla foce, perché questo è il posto del bullismo, non dobbiamo commettere l’errore di ritenere tutta la schiuma prodotta come quella del bullismo. Anzi, aggiungiamo, che quello che talvolta alimenta la formazione di schiuma sono altri fattori, proprio come accade nei fiumi, sono fattori naturali, come la caduta delle foglie, le alghe, che caricano di altre sostanze pur sempre tensioattive il corso d’acqua, ma questa volta sono di natura organica, vengono dall’interno, dal mondo dei giovani, sono queste le schiume del bullismo. Il discorso su quali siano le sostanze interne e quali quelle esterne, che ci permetterebbero di poter discernere in maniera chiara e dettagliata il fenomeno del bullismo, rispetto ad altri fenomeni che possiamo ritrovare nel mondo dei giovani, non è cosa semplice; potrei rispondere che bisogna vedere il loro grado di biodegradabilità, volendo restare sulla metafora rappresentativa adoperata. Qui ci viene in aiuto la dimensione del tempo aperto, perché anche le sostanze che l’alimentano appartengono al tempo aperto, nel senso che queste sostanze in quanto organiche sono aperte alla loro mutabilità. Possono essere sostanze che pertengono alla formazione educativa, sia quella ricevuta a casa che quella ricevuta a scuola, negli ambienti frequentati reali, virtuali e mediatici, che non è ancora recepita e fatta propria come finalizzata ad uno scopo, perché in tal caso diventa esterna. Possono essere sostanze che pertengono alla struttura di personalità, che seppur va costituendosi proprio in quegli anni, già mostra una sua base costituzionale, solo che in questo scenario bisogna fare attenzione, altrimenti andiamo a popolare ancora ed ulteriormente le file delle etichette patologiche affibbiate in maniera alquanto leggera oggigiorno, o in alternativa creare delle nuove categorie come i BES (bisogni educativi speciali) che finiscono per condurre ragazzi, sotto certi versi deportati, ad altre attività per far stare tranquilli gli altri. È necessario disabituarsi dall’aspra esigenza di attribuire carattere di patologia a qualsivoglia nomenclatura adoperata, proprio come ci invita a fare Schneider, quando parla di personalità abnormi, specificando che queste, cioè quelle che appaiono devianti dalla media delle personalità, non sono qualcosa di patologico, ma di abnorme: hanno qualcosa di quantitativo relativo alla struttura o funzione. I

l bullismo, questa schiuma di cui sto provando a delineare i contorni, si fonda su fattori individuali sullo sfondo delle relazioni sociali, ma che viene vissuta in ogni individualità, in ogni goccia ed in ogni fiume, in maniera estremamente diversa. Il bullismo deve essere colto, per aiutare l’acqua del fiume a scorrere nel mare, senza che la schiuma si sedimenti altrove, perché questo altrove può essere fuori dall’acqua, fuori dal mondo, ma aiutata a disciogliersi, biodegradarsi, per le sue qualità organiche nell’acqua in cui è nata. Il fiume ed il mare diventano i rappresentanti dei singoli soggetti, ma allo stesso tempo della comunità delle gocce d’acqua che li costituiscono. La schiuma è una caratteristica che pertiene all’individualità delle gocce ma che non potrebbe manifestarsi senza la presenza di una comunità di gocce. Il nostro compito è lavorare su un fenomeno che sotto certi versi contiene in sé delle determinanti naturali, senza volerlo a tutti i costi demonizzare, cogliendolo nel suo strutturarsi per evitare che diventi altro sulla pelle dei nostri ragazzi. Quindi l’obiettivo è imparare a riconoscerlo, ed allo stesso tempo creare le condizioni affinché i passaggi non diventino sedimenti e si resti bloccati in una dimensione che spesso non ha vie di uscita.

Il nostro compito è agire proprio in questa realtà, una realtà che viene sempre più privata di tutti i riti di passaggio (vedi l’esame di quinta elementare). Si deve pensare a qualcosa che riesca a chiudere quando il discorso aperto è quello del bullismo, ma che allo stesso tempo lasci aperto all’immensità del mare. È necessario mettere le persone, che si interfacciano al mondo dei giovani, nella possibilità di cogliere le cose così come sono, quindi farle immergere nuovamente, come quando sono state giovani anche loro, al cospetto del tempo aperto. Tutti buoni propositi che richiedono però un fare, per poter dare al mondo degli adulti la possibilità di cogliere ed ai giovani di poter continuare il cammino verso l’età adulta.