Poi si rivolse a quella ’nfiata labbia,

e disse: «Taci, maladetto lupo!

consuma dentro te con la tua rabbia.

(Inferno, Canto VII, versi 7,8 e 9)

Dante Alighieri

Poeta

Chi si arrabbia? L’essere umano. Può sembrare una risposta da un lato limitata dall’altra contenuta, in effetti lo è. È limitata in quanto non tiene conto del discorso filogenetico ed è contenuta a causa della domanda che richiedeva un referente umano (anche se spesso nella nostra consuetudine antropomorfizzante il “chi” lo usiamo con gli animali). Di rabbia ne sentiamo parlare tantissimo e la domanda serviva proprio per circoscriverla nell’alveo dell’esistenza umana, una necessità quella di farci domande indispensabile, più che dare risposte, per permettere ad un discorso di delinearsi e delimitarsi. Sempre più assistiamo al frenetico tentativo di dare risposte, mentre la vera difficoltà sta nel fare domande, nel consegnare all’altro la nostra ricerca; è proprio attraverso la domanda che le riflessioni si aprono e donano la possibilità dell’essere in relazione.

Perché non domandare: che cos’è la rabbia? Perché è diventato anche un significante talmente inflazionato per cui si può dire di tutto; ricordiamo che la rabbia è pure una malattia, che spesso viene declinata come emozione e talvolta usata in costrutti ben più complessi come i sentimenti. L’opportunità di avviare una ricerca sul “chi si arrabbia” ci permette di porci in prossimità di colui che il fenomeno “rabbia” lo agisce e/o subisce, che lo intenziona e/o patisce, che merita di essere mostrato così come si presenta.

La psicopatologia fenomenologica ci viene incontro nell’arduo tentativo di restituire un senso alla rabbia ma soprattutto nel porci presso chi si arrabbia, anche perché questa è espressa in diversi quadri clinici. La possibilità di rintracciarla in categorie nosografiche non la rende però un sintomo di cui disfarsi, ma ci permette di connetterci ancor di più con la profondità del fenomeno.

Giovanni Stanghellini e Milena Mancini delineano, nell’affrontare il tema del mondo borderline, il mondo della vita della rabbia attraverso le coordinate di tempo, spazio, corpo, sé e l’altro, portandoci nel cuore del fenomeno.

In merito al tempo scrivono:

“Anger makes a person identify completely with her momentary state of mind, unable to gain a distance from the present situation, torn by emerging impulses. […]. When a person is angry, a relevant feature of the world (usually threatening her personal existence and the value she attaches to it) captivates her, irrupts into her field of awareness without her having decided to turn her attention to it. She becomes fixated on the object of her anger, and all her attention is captured by it.” (Stanghellini e Mancini 2019: 673)

Appare evidente come il tempo vissuto dell’arrabbiato si collochi in un presente, in cui lo stato d’animo viene totalmente catturato, nel mentre una dimensione del mondo circostante agisce su di lui, portatolo ad intenzionarla in maniera totale; insomma, subisce un qualche cosa che lo porta a patirne le conseguenze nell’istantaneità.

In merito allo spazio vissuto rammentano:

“In the life-world of anger, events are described as “wounding,” “biting,” “stinging.” Someone’s remark may be felt as “caustic,” “corrosive”; her behavior “raw,” “sharp.” Changes in lived space make it possible to experience someone’s comportment as piercing; the piercing metaphors arise from alterations of lived space (Stanghellini and Rosfort 2013a).

[…] in the life-world of anger space offers no protection. Space is a bee-line between the angry person and the person who offended her. The offending one gains an absolute centrality around which everything else dissolves.” (Stanghellini e Mancini 2019: 673)

Le situazioni sono vissute come laceranti dall’arrabbiato, i pareri di qualcuno come sarcastici ed al vetriolo, mentre i comportamenti taglienti; insomma la dimensione “penetrante” sembra caratterizzare il vissuto nello spazio dell’arrabbiato e sempre più lo spazio acquista le sembianze di una bee-line, di una via diretta che si dispiega tra l’arrabbiato e chi lo fa arrabbiare, in cui si condensa tutta l’attenzione quasi facendo sparire tutto l’altro che lo circonda.

Per quanto riguarda il corpo:

“In the grip of the anger the body is impregnated by it. A numb and empty body becomes a body filled with anger, that is, a bodily self that can finally feel itself, a strong and hard embodied self that repays the suffered insults—but at the cost of losing its humanity, and thus wrecking the fragile dialectic of selfhood and otherness constitutive of personhood.  It is a bodily self that is insensitive to the voice and the face of the other person, a self without innocence. The body merely becomes a “state” of wild emotional tension bringing the person to destruction.” (Stanghellini e Mancini 2019: 673, 674)

Il corpo diventa un corpo pieno di rabbia, non un essere ma uno stare in selvaggia tensione emotiva, che diviene insensibile all’altro, per questo può assumere il carattere di distruttività.

Il sé:

“Anger tends to preserve and maintain a precarious cohesion of the self (Pazzagli and Rossi Monti 2000: 223). In this perspective, anger is to a certain extent a self-defining emotion.

[…]

Anger may come as a reaction to shame, and in this case, the person may lose her opportunity to contact and recognize that part of herself that the other’s gaze has revealed. When shame turns into anger we forget that we must feel shame because of our being a continuous movement and a transition in which the gaze of the other serves to acknowledge our limitations and to come to terms with our guiltless guilt (Scheler 2012).

Anger tends to preserve and maintain a precarious cohesion of the self, in the sense that venting one’s anger is a way of feeling alive and of affirming one’s right to exist as the unique person that one is.” (Stanghellini e Mancini 2019: 674)

La rabbia precarizza la coesione del sé dell’arrabbiato ed il fatto stesso di manifestarla è un modo per sentirsi vivi.

L’altro:

“[…]: anger emerges when the person feels that the other will not fulfill her basic need for recognition. Anger makes the other clearly visible, strongly characterized, and standing out very distinctively. It allows a switch from the state of vagueness where the other is blurred and ambiguous to a condition in which the other is crisp and clear. […] The gaze of the other mercilessly lays bare the patient’s inner insufficiency and thus makes her feel humiliated.  These feelings may kindle acute emotional states characterized by, resentment and indignation. The self-other relationship may take the form of a transitory persecutory delusion (Stanghellini and Rosfort 2013a, 2013b).” (Stanghellini e Mancini 2019: 674, 675)

L’arrabbiato vive l’altro come colui che non lo riconosce, e lo sguardo altro lo fa sentire umiliato tanto da caricare i sentimenti di indignazione e risentimento, facendo assumere all’altro il carattere di un persecutore.

Nel leggere queste citazioni, tratte dalle osservazioni emerse in questioni psicopatologiche, appare evidente che la rabbia sia un qualcosa che vive l’arrabbiato in relazione con qualcuno. La rabbia assume quindi una caratteristica intersoggettiva, certo questo qualcuno può anche non essere presente in carne ed ossa, ma diventa comunque un referente che possa scatenare il fenomeno.

Come dicevano prima la rabbia dell’arrabbiato non va considerata come un sintomo, certo è che gioca un ruolo predominante nella disforia del borderline, ma resta pur sempre un qualcosa che vivono tutti gli esseri umani; anzi l’averne tracciato le coordinate esistenziali in quadri clinici in cui il manifesto è più evidente ci permette di proiettarci verso un fenomeno spesso declinato come universale, cioè, presentabile a prescindere dalle condizioni, preesistente o quanto meno che si costituisce nel viatico ontogenetico.

Partendo dalle considerazioni appena esposte, nell’arrabbiato, in colui che vive la rabbia, il tempo si sospende nel momento presente, lo spazio si dispiega come scomodo, il corpo lo si avverte pieno, il sé come precariamente coeso e l’altro come colpevole.

Mi ritorna in mente l’ultima volta che mi sono arrabbiato, sono uscito di casa per prendere l’auto, davanti al cancello un veicolo che non mi permetteva di uscire, andavo di fretta, la situazione mi è apparsa appunto come un qualcosa che proprio non ci voleva, qualcosa mi ribolliva dentro, mi agitava, meritava una soluzione, il lasciare dentro quello che provavo non solo non mi avrebbe permesso di prendere l’auto ma mi avrebbe addirittura fatto proiettare altrove cotanta energia, non era l’auto in sé che mi procurava questa sensazione ma quel qualcuno che l’aveva lasciata lì. Ecco che emergeva l’individuazione del potenziale colpevole, una sensazione di precaria coesione non mi permetteva di stare fermo, tutto si condensava in un presente che non andava avanti, iniziai a bussare il clacson come un forsennato, avvertendo già un senso di parziale appagamento. Finalmente apparve il conducente, non so quanto tempo sia passato, che simpaticamente chiese scusa, la tal cosa mi apparve come sarcastica ma quell’aver scaricato l’energia sul clacson evitò ulteriori conseguenze.

In questo breve racconto ho voluto, riprendendo il lavoro di Lopez-Ibor, porre l’accento su uno dei modi in cui si dà la rabbia, che certamente è reattivo, è un “porsi” arrabbiato, altro discorso meriterebbe lo “stare” e l’“essere” arrabbiati, il primo ha caratteristiche vitali ed endogene, il secondo una matrice costituzionale della personalità.

Nello “stare” arrabbiati, il fenomeno rabbia si mantiene per un certo tempo, travalica l’immediatezza del momento presente, rappresenta una vera e propria fase, caratterizzando il portatore, il soggetto che sta arrabbiato. In questo caso quello che innesca il fenomeno sono fattori endogeni, anche se il colpevole viene sempre cercato fuori, nell’altro che lo circonda. Quello che gioca un ruolo predominante, in un certo senso, è proprio la precarietà del sé, per questo un dato stato talvolta lo rintracciamo nelle fasi evolutive, soprattutto nelle fasi di passaggio, tra l’infanzia e l’adolescenza, tra l’adolescenza e la giovinezza, tra la giovinezza e l’età adulta. L’immotivazione dell’innesco della rabbia spesso può sorprenderci, ma sorprende lo stesso arrabbiato: da un lato subisce paticamente questo sussulto che emerge dal profondo, che come energia diffusa rompe gli argini e si irradia su tutto il mondo circostante, alla ricerca di una bee-line, un punto, un essere (o un rappresentativo di un essere) verso cui poterla scaricare in quanto minaccia; dall’altro lato agisce intenzionalmente sul proprio corpo, sulla propria carne, diventando il sé stesso sia la vittima che il carnefice, da eliminare.

La portata dello stare arrabbiati nelle fasi evolutive è un elemento sempre da tenere in considerazione, per comprendere pur senza mai capire gli immotivati moti che le caratterizzano, che poi in un certo senso sono sempre momenti che cercano di ricompattare il sé di questi viandanti che si dirigono verso l’età adulta, e qui gli esempi di noi adulti offrono uno spunto, una prospettiva verso cui potersi dirigere.

Lavorando con gli ammalati organici cronici ed acuti mi è spesso capitato di incontrare la loro rabbia reattiva, quella che può emergere nell’immediatezza della diagnosi, anche se in questo caso è il vissuto d’angoscia che predomina con le due vie reattive di “sobbalzo” e di “sgomento”, soprattutto la seconda, e solo dopo la rabbia fa capolino e, in un certo senso, l’ho sempre vista come un fenomeno proficuo, soprattutto quando, come per le condizioni di insufficienza renale cronica si struttura quello che altrove ho descritto come “sentimento dis-metabolizzante”, questa rabbia che si dà in quanto stato fa da motore propulsore nell’incontro “tale da poter determinare adattamento, per giungere senza fretta alla fine, quale essa sia, perché ogni forma di accettazione in una tale situazione è dis-allontanamento dalla morte.” (Ceparano, 2016: 86).

In merito all’“essere” arrabbiato, si dovrebbe aprire un dibattitto a parte, soprattutto perché in questo caso andiamo incontro alle personalità psicopatiche, dove appunto c’è qualcosa di costituzionale ad entrare in gioco, ed è proprio questo modo d’essere che ci trascinerebbe nell’intricato dibattito se considerarle malattie o solo dimensioni abnormi. Volendo restare delimitati ed anche un tantino limitati, vorrei accennare solo quelli rilevati da Kurt Schneider come gli psicopatici ipertimici irrequieti, gli psicopatici fanatici espansivi, gli psicopatici esplosivi e gli psicopatici anaffettivi, tutte queste personalità mostrano una chiara caratteristica costitutiva rabbiosa, che viene agita ogniqualvolta nell’incontro con l’altro qualcosa viene vissuto come intrusivo e minaccioso del proprio spazio vitale ideale o reale.

Sono gli ostacoli che innescano la rabbia, quindi in un certo senso ne siamo dotati per poterli superare questi ostacoli, anche se c’è sempre più la tendenza a voler indurre una qualche forma di rimozione/eliminazione di questo fenomeno; in un certo senso ciò nasce dal fatto che poniamo lo sguardo sul potenziale distruttivo che è insito nel dispiegarsi della rabbia.

Mi sembra strano che, però, non pensiamo di eliminare le auto in quanto potenziali armi che possono uccidere; in effetti in questo caso cerchiamo di educare all’uso. È possibile educare alla gestione della rabbia? Alcuni ci provano. Parecchi la sfruttano nell’ottica del potere.

La rabbia si manifesta nell’arrabbiato come modo per farsi spazio, che oltrepassi il presente, che tenti di creare un mondo per sé più comodo, che lo svuoti, che lo faccia sentire vivo, che gli faccia rintracciare ed eliminare l’eventuale minaccia.

A questo punto la faccia corrucciata, l’attivazione del sistema simpatico, appaiono come le condizioni di possibilità per cui questo farsi spazio possa adempiersi; una condizione patica che intenziona il mondo della vita, quando si avverte una situazione o una condizione strutturante o strutturale come subita a cui in maniera preriflessiva c’è la spinta ad agire.

Le armi, questi utilizzabili creati dagli uomini, appaiono senz’altro l’immagine che meglio rappresentano la rabbia in questo dato momento storico tecnicizzante; una protesi realizzata dall’uomo per farsi spazio nel mondo della vita dalle presunte minacce, per conquistare spazio ed assoggettarlo al potere. Ci siamo persi però un potenziale della rabbia, traducendolo in un utilizzabile marcatamente distruttivo, quello di essere anche immaginabile come fuoco, che arde e riscalda, che cuoce e sfama, che insomma “arma”, lo scudo umanizzante che ci protegge dall’intemperie, senza del quale saremmo alla mercé di chicchessia; la rabbia forgia l’essere verso la propria autenticità, che si difende in questa società sempre più omologante.

La rabbia come arma e/o che ci arma, in questo duplice aspetto dove il primo sembra prendere il sopravvento, in un mondo che sempre più tende all’azione, dove il patico vuole essere confinato in luoghi lontani, sia chimicamente che fisicamente; dobbiamo invece rivalutare o semplicemente ritornare a vedere quanto e quando sia decisamente forgiante e fortificante la rabbia che ci assale, che se intenzionata nello spazio intersoggettivo, non può che armare l’unica arma che da sempre ci mette in contatto, quella del dialogo, in cui le soggettività con le loro autenticità possono rivalersi dalle presunte e pregiudizievoli oggettività.

Le situazioni che possono innescare le condizione per cui la rabbia si manifesti sono tante, ovviamente gioca un ruolo predominante il modo di essere del soggetto: sia nell’evocarla, perché un ostacolo può essere reale o percepito, ed in taluni casi sentito, come tale; che nel come esaudirla, perché il modo in cui si manifesta risente del vissuto intra-soggettivo imminente e latente. Quindi, a questo punto, molto dipende dal soggetto e le domande che possono emergere sono molteplici ed in particolare quella che voglio condividere in questo lavoro è: chi si arrabbia nel bullismo? Sia i Bulli che i Bullizzati ed alcune volte Noi che ruotiamo attorno al mondo dei giovani.