*Andrea Pasetto:  Psicologo, Psicoterapeuta cognitivo comportamentale, fa parte del Centro di Psicoterapia Cognitiva di Verona, collabora con il Centro TMI di Roma, consulente esterno del N.A.V. del Comune di Verona.

** Giancarlo Dimaggio: Psichiatra e psicoterapeuta, socio fondatore del Centro di Terapia Metacognitiva Interpersonale, Didatta della Società Italiana di Terapia Comportamentale e Cognitiva (SITCC).


Il fenomeno della violenza domestica continua ad essere uno dei problemi sociali più significativi e pervasivi in termini di impatto sociale, psicologico ed economico. (Misso D. et al. 2019). Negli ultimi dieci anni anche nel contesto Italiano si è iniziato a parlare di trattamento degli autori di violenza domestica; precedentemente l’intervento, in questi casi, si focalizzava principalmente sul trattamento e protezione delle vittime.

Gli interventi che vengono generalmente proposti si basano sulla premessa che gli autori di questa tipologia di reati rispondano al trattamento alla stessa maniera (Gadd and Corr, 2016), non prendendo in considerazione, come variabili significative, le differenze individuali che questa tipologia di offenders può avere nell’agire la violenza. Alcuni studi hanno dimostrato, invece, come gli autori di violenza domestica differiscano in base alla gravità e alla tipologia di violenza perpetrata ed in base al profilo di personalità e all’eventuale quadro psicopatologico (Velotti et al. 2020).

La Terapia Metacognitiva interpersonale (TMI) (Dimaggio et al., 2019) può essere considerata un approccio innovativo per quanto riguarda il problema della violenza domestica. La TMI prende in considerazione due fattori importanti nel trattamento degli autori di violenza domestica, utili nel differenziare e pianificare l’intervento: gli schemi interpersonali maladattivi che guidano e condizionano gli autori nell’agire il comportamento violento e la scarsa metacognizione che gli stessi presentano nella regolazione degli stati affettivi (Pasetto et al 2021). La TMI adattata a questa tipologia di offenders, inoltre, integra l’intervento psicoterapeutico con tecniche immaginative ed esperienziali mutuate da altri approcci di terza generazione (Mindfulness, Imagery con Rescripting, Compassion Focused Therapy) con lo scopo di promuovere il cambiamento orientato alla regolazione del comportamento violento (Dimaggio et al 2019; Dimaggio G., 2020).

Per valutare l’efficacia della Terapia Metacognitiva Interpersonale nellIntimate partner violence (IPV) abbiamo condotto uno studio su caso singolo presso il N.A.V. (“Non agire violenza”) del Comune di Verona: Giulio, di 29 anni, si rivolge volontariamente al centro in questione e chiede aiuto nel gestire il comportamento violento agito verso Anna, la sua compagna. Il paziente presenta uno stile di personalità passivo-aggressivo con tratti di personalità di tipo paranoideo. Il protocollo di intervento prevede tre sedute con lo scopo di valutare la motivazione al trattamento del paziente ed  il rischio di recidiva del comportamento violento nel contesto familiare: è particolarmente importante che il paziente sviluppi e mantenga stabilmente, durante tutta la terapia, la consapevolezza che il comportamento violento è un problema e che sia motivato al cambiamento; quest’ultimo è spesso ostacolato da meccanismi di minimizzazione della violenza e attribuzione della responsabilità alla partner.  Durante la fase di valutazione Giulio ha dato il consenso al contatto telefonico della partner, condizione necessaria per la presa in carico del paziente. Il colloquio con la partner nei casi di violenza domestica ha lo scopo eseguire una rilevazione e valutazione della pericolosità e del rischio di recidiva dei comportamenti violenti. In questa fase la partner viene informata del trattamento previsto dal servizio e viene informata dei possibili sostegni a suo favore sul territorio: nello specifico  durante il colloquio si approfondisce la valutazione dei comportamenti maltrattanti subiti ed il loro livello di gravità e la si informa che verrà contattata in caso di pericolo e di abbandono del trattamento da parte del compagno. Queste azioni previste dal contratto terapeutico nella fase di valutazione hanno lo scopo di valutare, in funzione predittiva e preventiva, i fattori di rischio che potrebbero causare il ripetersi della violenza e di valutare eventuali fattori protettivi da implementare nei confronti della vittima e minori se presenti Giulio è stato sottoposto in fase di assessment (T0) ad una batteria di test composta da PID-5, SCL-90, IIP-47, S-UPPS-P, i quali sono stati ripetuti dopo un mese (T1), a tre mesi (T2), alla fine del trattamento (T3) e al follow-up dopo due mesi (T4) dalla fine del trattamento. Fin dalle prime sedute la terapia si è focalizzata sulla valutazione degli antecedenti psicologici dell’aggressività. Il terapeuta ha chiesto a Giulio di concentrarsi e capire cosa succede dentro di lui un attimo prima dell’esplosione violenta, cosa pensa e prova, cosa sente a livello corporeo. Per fare questo è stato importante elicitare episodi narrativi legati ai comportamenti aggressivi per allenare il monitoraggio emotivo e cognitivo. Attraverso la narrazione degli episodi narrativi personali Il terapeuta e Giulio sono arrivati ad una formulazione condivisa del funzionamento. Questo significa che il terapeuta e il paziente in modo congiunto ed esplicito sono arrivati a realizzare che i problemi relazionali e l’aggressività di Giulio erano sottesi dal seguente modo di funzionamento: Giulio è mosso da due motivazioni interpersonali basiche, ovvero essere amato e apprezzato. Lo guidano quindi le motivazioni del rango sociale e dell’attaccamento. Giulio però ha un’immagine dominante negativa di sé relativa alla possibilità di realizzare questi due desideri: si autorappresenta come non amabile e di scarso valore. Possiede a fianco di questa anche un’immagine di sé positiva, come valido e amabile, ma questa immagine positiva affiora con difficoltà alla coscienza. A fronte di questo, si focalizza facilmente su risposte negative dell’altro, la moglie Anna in questo caso, che costruisce come: “mi trascura, è fredda, è più interessata agli altri che a me”.   Quando nota comportamenti in cui lo trascura, oppure quando interpreta le sue azioni ed espressioni facciali come segni di neglect o interesse verso altri, reagisce in vari modi. Da un lato prova gelosia e ansia per timore di perderla. In parallelo però affiora l’immagine positiva di sé legata al sistema del rango che lo porta a reagire come: “Merito di essere valorizzato, non puoi interessarti ai rivali e questo mi fa rabbia”. Giulio si rende conto che la radice dei suoi comportamenti aggressivi sta in questi meccanismi.

In questa fase Giulio non è ancora consapevole che tale funzionamento, che riconosce come proprio e ricorrente, sia frutto di un suo meccanismo interno. Per completare la formulazione condivisa del funzionamento il terapeuta, coerentemente con le procedure TMI, ha cercato

  • di favorire l’emergere di memorie associate, in modo da gettare le basi per arrivare a differenziare, ovvero rendersi conto che le proprie letture della realtà non sono necessariamente vere ma sono il riflesso dei propri schemi interpersonali appresi.
  • Mentre lavorava per completare la formulazione condivisa, il terapeuta ha lavorato sulla regolazione dello stato emotivo attivato dalla risposta dell’altro, cercando di promuovere strategie regolatorie alternative all’aggressione per lenire lo stato affettivo doloroso, anche se Giulio non aveva consapevolezza che il motivo della sua gelosia e rabbia non erano i comportamenti reali della moglie ma il suo funzionamento interno.

Giulio ha completato 24 sedute di TMI con frequenza settimanale; i risultati hanno indicato una completa remissione della violenza fisica e dei comportamenti di controllo (violenza verbale, intimidazione, minacce) verso la partner mossi da gelosia; dato confermato anche dal contatto telefonico avuto con la partner alla fine del trattamento. Giulio riferisce di provare ancora gelosia verso Anna ma risulta essere in grado di regolare gli stati affettivi dolorosi e di non mettere in atto comportamenti di controllo come prima; è più consapevole come il suo comportamento sia guidato da schemi maladattivi interpersonali e da un idea di sé come “non amabile e di scarso valore” connessi con esperienze di sviluppo passate; ha acquisito maggior responsabilità rispetto all’agire violento riconoscendo che il problema è interno e non dipende dai comportamenti reali della moglie. Le analisi quantitative (vedi Pasetto et al., 2021) supportano i cambiamenti clinici riportati a livello descrittivo.

In conclusione, la terapia sembra che sia stata utile perché: a) ha prima portato una persona con comportamenti di violenza domestica a comprendere che la propria aggressività era una forma di coping disfunzionale che lo aiutava a regolare le immagini nucleari di sé che emergevano nella relazione di coppia; b) a comprendere, quindi, che la fonte della propria sofferenza non era la moglie come persona reale, ma che quello che accadeva in coppia gli attivava degli automatismi legati alla propria storia di sviluppo; c) a trovare modalità alternative all’aggressività per regolare quella sofferenza e d) a comprendere che le proprie idee negative su di sé non erano necessariamente vere, ma proprie costruzioni che era abituato a considerare vere e che poteva sostituire con idee nucleari di sé più benevole.

Studi futuri serviranno a verificare se un tale approccio potrà essere generalizzato e la TMI diventare un approccio utilizzabile su scala più ampia nel trattamento di chi agisce violenza domestica.

 

BIBLIOGRAFIA

  • Dimaggio G. (2020). Un attimo prima di cadere. La rivoluzione della Psicoterapia. Cortina editore.
  • Dimaggio, G., Ottavi, P., Popolo, R. & Salvatore, G. (2019). Terapia Metacognitiva Interpersonale, Corpo, Immaginazione e Cambiamento. Cortina editore.
  • Gadd, D., & Corr, M. (2016). Beyond typologies: Foregrounding meaning and motive in domestic violence perpetration. Deviant Behavior, 38(7), 781–791. https://doi.org/10. 1080/01639625.2016.1197685
  • Misso, D., Schweitzer, R. D., & Dimaggio, G. (2019). Metacognition: A potential mechanism of change in the psychotherapy of perpetrators of domestic violence. Journal of Psychotherapy Integration, 29(3), 248–260. https://doi.org/10.1037/int0000111
  • Pasetto, A., Misso, D., Velotti, P. & Dimaggio, G. (2021). Metacognitive Interpersonal Therapy for Intimate Partner Violence: A Single Case Study. Partner Abuse, 12, 64-79. https://dx.doi.org/10.1891/PA-2020-0016
  • Velotti, P., Rogier, G., Beomonte Zobel, S., Chirumbolo, A., & Zavattini, G. C. (2020). The relation of anxiety and avoidance dimensions of attachment to intimate partner violence: A meta-analysis about perpetrators. Trauma, Violence & Abuse. Advance online Publication. https://doi.org/10.1177/1524838020933864