Articolo di Federica Maria D’Autilia e Antonio Fraudatario

 

Un, due, tre.. stai là!” è il nome originario del gioco conosciuto da tutti noi come “Un, due, tre.. stella!”.

Ciascuno di noi non può non ricordare il giardino, le piazze e le strade dove giocavamo da bambini insieme ai nostri amici o compagni di scuola. Un tempo in cui scorrazzavamo gioiosi, liberi e spensierati. Quando potevamo permetterci qualche piccola trasgressione alle regole degli adulti.

Adesso i parchi e le scuole sono chiusi, disabitati, silenziosi. Le regole, ora, non vanno trasgredite. Vale per grandi e per piccini. Pochi si riversano per le strade, molti indossano mascherine, un velo di protezione e sospettosità. C’è bisogno di distanza. Il pericolo è lì fuori. Il pericolo è il contagio. Sembrava lontano, ora è a portata di mano. È già qui, nell’aria. Ciascuno di noi è in pericolo ed è il pericolo.

E ci ritroviamo immobilizzati non solo a casa, ma da questa angoscia e da questo cambiamento. Tutto è stato stravolto: tempi, ritmi, spazi, abitudini, affetti, progetti.

Per una volta la reazione migliore a questa grande paura non è la fuga (verso sud, verso le seconde case), neanche l’attacco (sputare saliva e rabbia verso chi ci vuole aiutare o ci sta vicino), ma la stasi.

Bisogna restare a casa, fermi, in ascolto. Bloccare quasi tutto, quanto più possibile. Rinunciare, se non ridurre, gli spostamenti e limitare le attività quotidiane al minimo indispensabile.

In questo drammatico corpo a corpo con il Virus e con le nostre emozioni più selvagge si può comunque intravedere qualcosa di buono. La nostra visione del mondo, nei primi giorni dell’emergenza, sembra essersi oscurata, ma è solo un processo momentaneo, una normale reazione fisiologica. Prima blocchiamo i raggi ultraviolenti di paura, ansia, angoscia, frustrazione, rabbia e impotenza, per proteggerci, poi possiamo focalizzare meglio le cose.

Solo in questo modo molti di noi stanno riscoprendo il senso di re-stare a Casa.

Casa dolce casa, diciamo noi italiani. Gli anglofoni dicono “Home is where heart is”. Jovanotti canta “la casa è dove posso stare in pace”.

Ma come possiamo, in questo periodo così amaro, preservare la dolcezza nei mari burrascosi delle convivenze e delle lontananze forzate? Come riprendere la guida dei nostri cuori così pieni di emozioni negative? Conservare la pace quando fuori e dentro di noi c’è una crisi non è un compito facile.

Nonostante ciò coltiviamo la speranza. Non dimentichiamoci che la Cina ce l’ha fatta! Insieme alle statistiche con i numeri dei contagiati, guariti e deceduti iniziamo a considerare il conto alla rovescia dei giorni che ci separano alla fine di questa esperienza e all’incontro e agli abbracci con le persone care.

Forse il Coronavirus servirà a qualcosa, a noi umani, fragili pezzettini di polvere troppe volte gonfi di prepotenza. Forse tutti stiamo imparando cose nuove.

Impariamo a rispettare le regole. A rallentare i cicli economici e produttivi. Assaporiamo la mancanza di parlare con la gente. E non diciamo solo con i pazienti, i clienti, i colleghi, ma con le persone. Quelle che incontriamo al tabacchino come in panetteria.

Oggi abbiamo fatto due chiacchiere con la simpatica signora del balcone di fronte. Ci ha detto che lei è reclusa in casa da tre anni, perciò non accusa molto il colpo. Poi abbiamo parlato con un’arzilla settantenne del nostro condominio, che non avevamo mai visto prima, mentre riabilitava il suo ginocchio su e giù per le scale. Se lincontro abituale non è possibile, le persone sembrano riscoprire il gusto di cercarsi, sentirsi, ri-conoscersi: nella vita reale come anche nel contatto virtuale.

Non abbiamo la bacchetta magica o ricette semplici per tutti. Muoviamoci liberamente tra le cose che ci piace fare, tra le passioni che abbiamo trascurato, recuperiamo il tempo con noi stessi e con i nostri affetti. Noi adulti possiamo sfogliare vecchie foto, tuffarci in un nuovo puzzle, scrivere il diario personale, ascoltare musica, suonare uno strumento, cucinare, fare l’amore. I bambini possono disegnare, colorare le proprie paure e comunicarci cose sempre nuove.

In conclusione, “Un, due, tre.. stai là!”. Restiamo tutti fermi e vinciamo insieme anche questa partita.

 

Federica Maria D’Autilia e Antonio Fraudatario