Ti offro quel nocciolo di me stesso

 che ho conservato, in qualche modo –

il centro del cuore che non tratta con le parole,

 né coi sogni e non è toccato dal tempo,

 dalla gioia, dalle avversità.

J. L. Borges

Scrittore

Nonostante le piazze, reali e virtuali, piene di cosiddetti negazionisti, ossia di quanti – bontà loro – pensano che il Covid non esista, siamo in piena seconda ondata. Come affrontarla? Che ne sarà delle nostre vite? Sebbene, dunque, fiumi di parole e di persone imperversino nelle strade e nei social, fino a pretendere di paragonarsi agli ebrei deportati nei campi di sterminio (vedi articolo) , noi, nostro malgrado, siamo tra quanti si trovano ad affrontare la pandemia con tutti i rischi che continua a portare con sé. Carica virale, contagiosità, coprifuoco. Si spera, insomma, di non fare la fine degli inca o degli aztechi, la cui scomparsa della civiltà è stata favorita dalla diffusione di batteri e virus portati dagli europei conquistatori. Ma, dalla nostra parte, abbiamo il fatto che né neghiamo la pericolosità del virus né crediamo di aver a che fare con forze o spiriti soprannaturali. Siamo pronti ad immergerci, ancora una volta, nella realtà della nostra vita travolta da un virus potenzialmente letale.

Come già detto altrove, quindi, un virus ci ha sradicato dalle nostre certezze ed ha scosso il nostro senso dell’essere in vita. Tanto è stato già detto in occasione della prima ondata, di quell’evento che ha colliso con la quotidianità delle nostre esistenze e con quelle forme del vivere quotidiano che definiamo psicopatologiche. In maniera forse un po’ scontata, da un lato, ci sono stati quanti hanno evocato un “aumento della depressione e dell’ansia”; dall’altro, alcuni hanno visto una diretta correlazione tra l’evento-covid e l’emergere di quelle forme di rottura con la realtà che definiamo psicotiche. Ma questa impostazione non ci convince e, forse, l’avvento di questa seconda ondata ci darà indizi utili per approfondire le nostre considerazioni.

In sintesi, si pongono, nuovamente, due serie di problematiche. La prima è personale, riguarda ciascuno di noi: in che modo siamo pronti ad affrontare una seconda ondata, dopo aver fatto esperienza della prima? Che esperienza, anzi, è stata la prima ondata nel suo impatto con le nostre vite? Ciò ci sarà utile non solo per una riflessione su noi stessi, ma anche per alcune considerazioni su quella modalità di esistenza su cui un evento ha apportato delle modificazioni. La seconda problematica, invece, riguarda in maniera più diretta le forme con cui le esperienze psicopatologiche si rivelano in quei cambiamenti di vita, che, ad un tempo, sono personali e condivisi. È in gioco, in sostanza, la questione del vivere un presente il cui futuro è incerto. Ma che dire di “quel nocciolo” di noi stessi non toccato dalla gioia e dalle avversità?

 

 

Proviamo a partire dal primo punto, l’esperienza personale durante la pandemia. Premetto che non sono ben informato su quella pletora di studi che dicono che “ansia” e “depressione” sono aumentate. Ma, comunque, ho provato a chiedermi se, in effetti, ero in ansia o depresso in quei mesi. Da un lato, senz’altro, l’interruzione di una serie di attività, il più delle volte inutili e ridondanti (congressi, conferenze, visite “perché si devono fare”, uscire il sabato sera “perché che fai? Stai a casa il sabato sera?”) mi ha lasciato molto più tempo per leggere, pensare, guardare film, cucinare (con buoni risultati?). D’altro lato, tuttavia, in maniera abbastanza scontata, ero preoccupato per me, per i miei cari, per i miei pazienti. Di fatto, si era in costante contatto con la possibilità della morte. E di certo non è il massimo della gioia il fatto di poter finire in terapia intensiva e di morire. Insomma, secondo questi test di presunta valutazione, sarei molto probabilmente entrato a far parte di quei casi che andavano ad infoltire le nuove diagnosi di ansia e depressione. Tuttavia – senza considerare l’assurdità del fatto di considerare con vecchi strumenti tali impensabili cambiamenti – la questione si pone in termini differenti. Se, infatti, una larga parte della psichiatria biologista considera la malattia mentale il risultato di uno “stressor ambientale” che agirebbe su di una “vulnerabilità genetica”, demansionando il ruolo della soggettività nelle nostre vite, l’esperienza personale non può che essere il risultato dell’interazione tra i nostri geni e l’ambiente circostante. In altri termini, non vi sarebbero, secondo questa prospettiva, differenze né tra la mia e la vostra risposta ad una pandemia, né tra un’esperienza vissuta durante un inaspettato lockdown e quella vissuta, ad esempio, con la separazione dopo una lunga relazione o dopo un matrimonio finito male. Al contrario, secondo la nostra prospettiva, ad essere decisiva è proprio la dimensione soggettiva personale. E con ciò non vogliamo, però, intendere una dimensione interiore e segreta, ma quel particolare modo di far esperienza della vita che riguarda proprio me o proprio voi, o qualunque persona nel suo soggettivo vivere. In altri termini, è l’insieme di ciò che abbiamo vissuto durante la nostra vita a dispiegare quello spazio della nostra esistenza su cui un evento può collidere. In questa prospettiva, è subito chiaro che ciò che io ho vissuto durante la pandemia è di certo diverso da quello che avete vissuto voi. Sarebbe, in pratica, ridicolo ritenere che la mia vita sia sovrapponibile alla vostra. Eppure c’è chi lo fa e larga parte della psichiatria opera in questo modo, riducendo le esperienze psicopatologiche a checklist sintomatologiche o a correlati neurobiologici. E, dunque, il primo punto decisivo è che la pandemia indica con chiarezza che non possiamo restare ad un livello semplicemente descrittivo di indagine. Piuttosto, dovremmo andare ad indagare quelle strutture dell’esistenza, ossia quelle modalità di fare esperienza che necessariamente sono vissute in maniera personale e si costituiscono nelle nostre dinamiche di vita nel mondo condiviso. In questi termini, e come vedremo meglio in seguito, l’ansia o la depressione possono di certo presentarsi come correlati in corso di importanti cambiamenti di vita, ma assumono una fenomenologia, e quindi un senso, ben differenti quando emergono come espressione di un’esistenza messa più radicalmente in discussione. E questo è ciò che consideriamo psicopatologico e che tenteremo di approfondire in quanto segue.

 

 

Soffermandoci, quindi, sulla prima problematica, ossia sull’importanza della dimensione soggettiva con cui ogni esperienza viene vissuta, possiamo osservare che l’evento-covid, in quanto non previsto né prevedibile, ci ha messo in condizione di sentire la nostra soggettività. Il più delle volte, tale modalità di donare un senso personale al nostro vivere scorre via inavvertita, perché facciamo sempre le stesse cose, perché la vita tende ad essere banale, scontata, monotona. E perdiamo così di vista la nostra dimensione personale “quel nocciolo di noi stessi” che racchiude la nostra vita e si rivela nell’essere nel mondo condiviso. Ma quando un cambiamento importante sconvolge le nostre vite, siamo costretti a “sentirci”, ossia a percepire la condizione con cui ci predisponiamo ad affrontare l’evento. E questa condizione, in eventi che sono stati definiti come “situazioni limite” (K. Jaspers, 1919) per il fatto di mettere in discussione la nostra stessa esistenza, ci pone di fronte a quel senso soggettivo del vivere. In maniera più o meno consapevole, riaffiorano degli interrogativi sulla propria vita. Quel che sono diventato è quello che desideravo quando, da piccolo, sognavo di diventare grande? È questa la vita che immaginavo quando mi vedevo “da grande”? La risposta più frequente è che in parte sì, è questo quello che volevo, in parte no, volevo altro. Ma non è questo il punto. Il punto è che, da bambini, immaginavamo possibilità di crescita e cambiamento. E quindi la domanda andrebbe posta in altri termini: sono ancora presenti in noi queste possibilità di cambiamento e trasformazione? In casi così stravolgenti, e specialmente quando siamo di fronte alla possibilità della morte, ciò che resta, come ha ben ricordato Gilberto Di Petta (2020), è la nuda struttura della vita. È quindi ciò che siamo quando tutto ciò che in effetti non ci riguarda non ha più importanza né senso. È quel “nocciolo” non toccato dal tempo, né dalle gioie né dalle avversità (Borges). E in effetti Aldo Masullo (2018) ha ben indicato questa come la dimensione della paticità o dell’ “intoccabile tocco”. Il punto è che questa non è una dimensione di aridità o di ineluttabilità, ma di possibilità e di libertà, anzi di immaginazione. In effetti, si tende a confondere ciò che si immagina un bambino con fantasticherie o “sogni nel cassetto”, ma ciò che dovrebbe interessarci non è tanto il contenuto di queste idee (che differenza c’è, per un bambino, tra un astronauta ed un pilota di aerei? O tra un calciatore ed un chirurgo?), quanto la modalità con cui tali idee possono presentarsi. Il bambino, in altri termini, ha la capacità di immaginare – e di immaginarsi nel futuro – perché questa, l’immaginazione, non è una capacità di rappresentazione “figurata” di ciò che il cervello elabora o di riproduzione delle percezioni, ma è una funzione di creazione di possibilità da parte della coscienza. E questo l’ha splendidamente descritto Jean Paul Sartre ne “L’immaginazione”(1936)  e ne “L’immaginario”(1940) . Non incameriamo informazioni dall’ambiente per poi processarle a livello cognitivo e decidere, su queste basi, come agire. Non ci sarebbe spazio per la libertà né per una soggettività autonoma. Al contrario, la coscienza – che, al suo livello più radicale, corrisponde a quella nuda struttura della vita, o “nocciolo”, o paticità – è nel suo costante attuarsi nel mondo portatrice di possibilità, che si sono costituite sulla base di ciò che è stato vissuto e che si rinnovano costantemente nel nostro vivere. Ecco perché, piuttosto che parlare di ansia o di depressione, dovremmo parlare della portata immaginaria dell’evento-covid. La nostra soggettività, scossa dalla pandemia e dal rischio del contagio e della fine del mondo così come lo conosciamo, è ancora capace di pensare a possibilità di cambiamento e di trasformazione?  Ed inoltre, tale possibilità di cambiamento non avviene senza colpo ferire, ma con un carico di preoccupazioni, timori e nostalgie rispetto a ciò che si perde. E questi, piuttosto che essere correlati di “ansia” o “depressione”, possono accompagnare un processo di cambiamento e trasformazione. Tuttavia, e con ciò ci avviciniamo al secondo punto, ci sono alcune condizioni che si incartano su queste paure, che non riconoscono la sfida del cambiamento personale. E questo è quello che, a tutti gli effetti, consideriamo psicopatologico. Siamo alla seconda questione, quella del rapporto tra COVID-19 e psicopatologia.

 

 

Non pochi psichiatri hanno accomunato l’esperienza dell’evento-covid a quella psicotica. E in effetti, ci sono alcune similitudini. In primo luogo, tanto il paziente psicotico quanto chi ha vissuto l’esplodere del contagio non può far a meno di aver vissuto tale esperienza. In secondo luogo, tanto l’esperienza psicotica quanto quella dell’evento-covid originano da un pervasivo essere esposti al mondo. Ancora, in entrambi i casi, l’esito è in genere quello di un ritiro o distanziamento dal mondo. Insomma, nei due casi, si ha un intenso vissuto di sofferenza costituito nel mondo: è nella realtà, e non fuori da essa, che l’esperienza psicotica, così come il vivere nel rischio del contagio, trova i semi per germogliare. Per sua natura, un’esperienza è sempre costituita nel mondo ed è, pertanto, nella realtà che la psicosi può originare. È questo intenso soffrire nella realtà che può condurre ad un ritirarsi dal mondo. Ma questo ritiro avviene dopo, quando l’evento è già vissuto. Ecco perché le similitudini tra psicosi ed evento-covid continuano. Soffermiamoci quindi su di un punto. In genere, durante e dopo tali crisi ciò che si fa è ricoverare il paziente per poi cercare di contenerlo nelle emozioni, nei pensieri e nei comportamenti con gli strumenti a disposizione (farmaci, servizi dei centri di salute mentale). In questo modo, il vissuto psicotico è abbandonato e dimenticato. Ma, come esperienza di vita effettivamente vissuta, se non compresa nei termini delle condizioni che l’hanno resa possibile e delle motivazioni che l’hanno costituita, resta ancorata a quel “nocciolo” intoccabile, pronta a riemergere al minimo colpo. Possiamo quindi intendere un’esperienza psicotica come fragilità che va a condizionare le successive esperienze del vivere. E ciò ci sembra molto simile alla seconda ondata, lì dove si rinnega la reale portata del virus o si fa beatamente finta di nulla. In entrambi i casi, all’esordio, ossia quando l’evento è già comparso o quando sta per comparire, ci si ritrova a dover abbandonare la vita che si viveva per navigare verso porti sconosciuti. Siamo qui in quel mondo sospeso, che, ancora una volta, Gilberto Di Petta ha descritto con precisione (1998). Il rischio è che il porto, ben conosciuto, verso cui un vissuto psicotico viene indirizzato è quello della categoria diagnostica e della psichiatria psicofarmacologica. E qui veniamo ad una prima differenza. Mentre, per il COVID-19, sebbene l’origine e le modalità di trasmissione rimangano ancora in parte poco conosciute, il porto verso cui ci si indirizza è quello della scienza molecolare, ossia del vaccino e delle terapie efficaci, per l’esperienza psicotica si è visto che ciò non può essere l’approdo. Può senz’altro essere una tappa, anche importante, verso un percorso di cura, ma non può esserne la destinazione. Ecco che la psichiatria, ossia la scienza di chi studia le esperienze psicopatologiche dell’uomo, non può esaurirsi in un campo biomolecolare: l’essere umano, per la sua capacità di dare un senso ai propri vissuti e di immaginare possibilità di cambiamento, non si inaridisce tra le sterpaglie strategiche della gestione delle proprie esperienze. Ma nell’esperienza psicotica viene a mancare tale capacità. E la soggettività, in questi casi, è incapace di rinnovarsi per la difficoltà di costituire nuove esperienze nel mondo, in quanto schiacciata dal peso della sofferenza che il mondo riserva per lei e che ogni tentativo di cambiamento alimenterebbe. Per questo, la base dell’incontro, e della cura, con un paziente psicotico è proprio quella di offrire, con gradualità e con dolcezza, possibilità di costituire esperienze che non siano segnate dalla sofferenza e dal dolore. E questa possibilità, è bene ricordarlo, ha le sue profonde radici nella libertà che ogni essere umano ha di costituire la propria vita nel mondo. In questo modo, orientiamo il campo della psichiatria da un puro descrittivismo categoriale e neurobiologico verso una scienza umana ed antropologica, come già Ludwig Binswanger aveva indicato (1964, 1978, 1993), senza dimenticare che ciò riguarda noi stessi, per il modo con cui approcciamo non solo alla clinica psichiatrica, ma anche alla nostra stessa vita. Siamo ancora in grado di operare una trasformazione della nostra esistenza? E, se non lo siamo, come possiamo pretendere di affiancare un paziente verso una sua trasformazione? Quel “centro del cuore che non tratta con le parole” siamo ancora capaci di sentirlo? Siamo ancora in grado di farlo pulsare in libertà nel mondo?

 

 

Veniamo, infine, all’altro lato della questione che riguarda la psicopatologia. Quali forme psicopatologiche si sono svelate durante l’evento-covid? Ricordiamo che, nella psicosi, è travolta la maniera soggettiva di fare esperienza del mondo e ciò porta ad una difficoltà nel condividere e comunicare tali esperienze, per l’eccezionalità delle stesse. Al contrario, l’esperienza psicopatologica emersa durante questo periodo di pandemia, tra lockdown e coprifuoco, è un’esperienza, in linea di massima, condivisibile. “Sto male a causa del lockdown” è la frase più ascoltata in questo periodo. Come detto sopra, ciò viene generalmente ascritto a forme d’ansia o di depressione, che possono talvolta presentarsi come correlati di un periodo di cambiamento importante, ma altre volte possono esprimere una effettiva forma psicopatologica di esistenza. In altri termini, da un lato, vi sono quei correlati ansioso-depressivi propri di particolari momenti di vita (perdita del lavoro, scomparsa di persone care, esperienza di malattia); dall’altro, tuttavia, il costituirsi di una struttura psicopatologica è associato ad una più profonda messa in discussione dell’esistenza. E riteniamo che questa messa in discussione, nelle forme correlabili alla pandemia, riguardi il rapporto che c’è tra quel “nocciolo” originario, fonte di ogni esperienza, e l’identità che ogni vita tende a darsi. In altri termini, con questa radicale messa tra parentesi della frenesia del vivere quotidiano, l’identità con cui abbiamo imparato a mostrarci nel mondo, in alcuni casi, non è più sorretta. E quindi ciò che emerge in queste esperienze è un intenso soffrire, costituitosi come esistenza che finalmente trova occasione per comunicare se stessa. E quindi l’evento-covid diventa l’occasione per mettersi in crisi, per svelare la disperazione che albergava in alcuni di noi, per affermare il regno dell’inquietudine una volta cadute le mura della banalità. Come visto altrove, queste forme si caratterizzano, infatti, per un’instabilità emotiva, per una tendenza a vivere esperienze dissociative, per il continuo ricadere nella violenza del ricordo. E in questi casi, ancora una volta, è necessario tentare di dipanare quei distorti fili dell’esistenza che hanno reso inevitabile la crisi. Ma ciò è differente dall’esperienza psicotica, in quanto queste forme, che potremmo definire di precarietà dell’identità, sono ancora radicate nell’alterità a cui hanno bisogno di comunicare la propria crisi. Da un lato, infatti, le forme psicotiche si caratterizzano per una messa in discussione della possibilità del vivere nel mondo, ossia di costituirsi come soggettività nella realtà condivisa; dall’altro, in queste forme di esistenza in crisi ciò che è in gioco è la possibilità di vivere come identità nel mondo. In altri termini, in queste forme l’originario nucleo del sentire che si è abituato a manifestarsi al mondo come forma di identità, per la precarietà effettiva di questa identità, viene a perdere l’abituale via di comunicazione con il mondo. Ed è quindi la crisi a subentrare come modalità di condivisione dell’esperienza con l’alterità. E queste crisi pretendono di essere accolte nella loro potenziale carica di immaginazione e di cambiamento. Ma noi siamo in grado di sorreggere le loro e le nostre crisi?

 

 

 
 

Bibliografia:

  • Binswanger L.  (1978),  Il caso Ellen West ed altri saggi.
  • Binswanger L. (1964),  Tre forme di esistenza mancata: esaltazione fissata, stramberia, manierismo.
  • Binswanger L. (1993),  Sogno ed esistenza.
  • Di Petta G. (1998), Il mondo sospeso. Fenomenologia del «Presagio» schizofrenico.
  • Dostoevskij F. (1877), Il sogno di un uomo ridicolo.
  • Jaspers K. (1919), Psicologia delle visioni del mondo.
  • Masullo A. (2018), L’Arcisenso. Dialettica della solitudine.
  • Sartre J. P. (1936), L’immaginazione.
  • Sartre J. P. (1940),  L’immaginario.