Psicologia

Autismo e Adolescenza

Verso una proposta fenomenologica

Quando Eugen Bleuler (1911) formulò il concetto di autismo, il suo intento era di condensare in una sola parola l’atteggiamento di distacco dalla realtà e predominanza della vita interiore da lui osservato nei pazienti schizofrenici adulti. Questo atteggiamento, in seguito ulteriormente dettagliato da Minkowski (1927), uno dei suoi allievi più illustri, ha coagulato l’interesse clinico e scientifico attorno all’autismo fino a quando un altro suo allievo, Leo Kanner (1943), scorse nell’invenzione del maestro la chiave per esprimere ciò che accomunava undici bambini di cui si era occupato per alcuni anni, arrivando infine a proporre una descrizione della loro sintomatologia che gettò le basi per l’odierna concezione dell’autismo infantile. Il cambio di paradigma non fu tuttavia immediato: a partire dal suo resoconto clinico, furono necessari diversi decenni per giungere al riconoscimento dell’autismo come entità diagnostica distinta, un risultato sancito dal suo inserimento tra i disturbi del neurosviluppo nella terza edizione del DSM, uscita nel 1980 (Rosen et al., 2021). Da allora, la ricerca delle sue cause, ancora oggi sostanzialmente sconosciute, e di indicatori sempre più precisi per effettuare una diagnosi precoce, considerata fondamentale per migliorare l’efficacia degli interventi (SNLG-ISS, 2011), ha focalizzato l’attenzione generale su questa seconda formulazione dell’autismo, declinata nelle sue manifestazioni nella prima infanzia. 

Nonostante le persone autistiche, una volta istituzionalizzata la loro etichetta diagnostica, abbiano cominciato presto a offrire squarci e ampie vedute sulla loro esperienza (Purgato, 2014), la fenomenologia non sembra aver ancora colto appieno la sfida di dispiegare il mondo che esse abitano, lasciando di fatto campo libero dapprima alla psicoanalisi e più recentemente alle neuroscienze coadiuvate dall’approccio cognitivo-comportamentale. La tradizionale interpretazione psicoanalitica, che riconduceva i sintomi a cause relazionali fino a identificare il colpevole nella tristemente nota madre frigorifero (Bettelheim, 1967), è stata negli ultimi anni soppiantata da modelli neurobiologici incentrati sui fattori genetici e sulle rispettive alterazioni nello sviluppo cerebrale, spostando così l’autismo dal gruppo delle psicosi a quello delle disabilità. Se dunque in un primo momento ha prevalso un’eziologia psicogena, oggi l’enfasi è sulla componente biologica ritenuta alla base del disturbo, benché l’assenza di evidenze sui meccanismi specifici mantenga la questione aperta (SNLG-ISS, 2011). L’interminabile diatriba tra prospettive contrastanti, alimentata dalle comprensibili preoccupazioni e conseguenti pressioni delle organizzazioni dei genitori affinché si giungesse a spiegazioni convincenti e soluzioni pragmatiche (Silverman e Brosco, 2007), ha tuttavia finito per mettere in secondo piano l’esperienza diretta di chi vive questa condizione. Per questo motivo, col presente lavoro intendo proporre qualche considerazione fenomenologica sull’autismo, a partire da un tema che è stato complessivamente sovrastato dal dibattito sui segnali precoci e sugli interventi possibili coi bambini autistici: cosa succede quando questi bambini crescono, e più nello specifico quando si trovano ad attraversare una fase di sviluppo particolarmente delicata come l’adolescenza?

Lavorando in una comunità educativa-riabilitativa per minori e adolescenti, negli ultimi due anni ho avuto l’opportunità di condividere il cammino di una dozzina di ragazzi dagli 11 ai 21 anni, la metà dei quali con diagnosi di disturbo dello spettro autistico, compiendo assieme a loro qualche passo nell’originalissimo percorso di crescita di ciascuno. Se infatti nessun paziente si presenterà mai come il puro prototipo della sua patologia, nell’autismo la singolarità delle posizioni e invenzioni personali dischiude modalità di essere-nel-mondo assai variegate, ben al di là dei tre differenti livelli di funzionamento descritti dal DSM. Per affacciarsi a questi mondi, però, occorre avvicinarsi con cautela e delicatezza: come scrive Temple Grandin (1995, p.105), professoressa universitaria autistica che ha fatto del suo modo d’essere la propria forza, le persone “devono insinuarsi delicatamente nel mio mondo perché un’intrusione eccessiva suscita accessi di collera”. Trattandosi di una struttura residenziale, pensata cioè per accogliere ospiti che non hanno altrettante risorse, nessuno dei ragazzi autistici che ho incontrato aveva la possibilità di esprimerlo a parole, e tuttavia ognuno di essi ha manifestato a proprio modo la medesima necessità. Il primo atto dell’incontro, insomma, richiede molto tatto: soprattutto laddove la parola latita, ciò che ci si trova davanti è una porta in apparenza sbarrata, ermeticamente chiusa, ma in realtà pronta a socchiudersi se sfiorata con la giusta sensibilità. Come la stessa Grandin sottolinea, infatti, “le persone con autismo hanno un bisogno disperato di guide che insegnino loro” (ibidem, p.104), ma tali guide dovranno innanzitutto saper rispettare la diversità che si troveranno dinanzi. Questa è la principale critica che può essere mossa ai metodi attualmente più in voga per il trattamento dell’autismo, i quali mirando alla mera estinzione dei comportamenti indesiderati e alla strutturazione di rituali comportamentali adattivi impongono ai bambini standard di normalità socialmente determinati (Boudard et al., 2016), con forzature che possono anche sortire effetti traumatici (McGill et al., 2020). Un atteggiamento fenomenologicamente orientato, al contrario, non potrà che valorizzare la capacità di entrare in punta di piedi nel mondo di una persona autistica come precondizione necessaria non solo della comprensione, ma anche di qualsiasi attività da svolgere insieme.

Ma che cos’è l’autismo? Si tratta di una psicosi, come classicamente definito dalla psicoanalisi, o piuttosto di una forma di disabilità, come sostengono altre teorie più recenti? Per il fenomenologo, interessato a tutte le possibili modalità d’esistenza, l’autismo è prima di tutto un problema antropologico. Se “noi siamo un dialogo con l’alterità” (Stanghellini, 2017, p.11) che incontriamo tanto in noi stessi quanto nella realtà esterna, e la psicopatologia può essere interpretata come un catalogo delle possibili rotture di questo dialogo, l’autismo sembra situarsi ancora prima di tutto questo. Vorrei dunque avanzare l’ipotesi che, nella sua essenza, l’autismo rappresenti una crisi primigenia del dialogo con l’alterità. A differenza di molte esperienze psicopatologiche che presuppongono il modificarsi o il venir meno di qualcosa che in precedenza c’era, tra cui la stessa schizofrenia concepita come “perdita del contatto vitale con la realtà” (Minkowski, 1927, p.49) o “perdita della meità” (Stanghellini e Mancini, 2018, p.412), l’autismo si configura come una condizione costitutiva che precede l’instaurarsi del dialogo, o per meglio dire implica la strutturazione di un dialogo del tutto singolare con l’alterità. In cosa consista questa singolarità, proverò ad accennarlo nei prossimi paragrafi a partire dalla mia esperienza clinica. 

Tra le varie novità che permeano l’adolescenza, periodo di sperimentazioni e profondi cambiamenti, nulla sembra competere con ciò che accade sul versante sociale: d’un tratto il rapporto coi coetanei acquisisce un’importanza capitale, essendo il veicolo principale per avventurarsi in quel secondo processo di individuazione-separazione (Blos, 1967) che consentirà col tempo all’adolescente di costruire un’identità differenziata dal nucleo familiare. Nelle forme gravi di autismo, invece, le cose sembrano andare diversamente. I ragazzi che ho conosciuto erano tutti piuttosto distanti da questa problematica, mostrando un interesse molto ridotto o del tutto assente per il mondo dei pari che in adolescenza diventa tipicamente il centro gravitazionale attorno cui ruota la vita. Tuttavia, anche la più estrema chiusura autistica non permette di sfuggire al più concreto e immediato dei cambiamenti che avvengono in adolescenza: la maturazione del corpo. Se questa maturazione costituisce per tutti gli adolescenti un argomento delicato e il principale fattore di vulnerabilità, poiché intensifica l’incandescenza dello sguardo altrui e i timori per i giudizi dei pari, nell’autismo il problema sembra piuttosto derivare dal rapporto col proprio corpo soltanto. Come efficacemente sintetizzato da Martin Egge (2006), infatti, l’autistico tratta il proprio corpo come Altro. L’alterità perturbante che esso presenta viene affrontata come una minaccia in se stessa, senza risvolti sociali, in una polarità che pare escludere il Leib, il corpo vissuto, e appiattire il soggetto autistico sul Körper, oggetto da manipolare e gestire. Capita così ad esempio che Tiziano, nonostante i suoi 17 anni, continui a parlare con una voce infantilizzata che si sforza di mantenere acuta usando il falsetto. Gli unici momenti in cui si palesa la sua vera voce, ormai adulta e profonda, corrispondono non a caso a situazioni di forte attivazione in cui viene angosciosamente meno la sua possibilità di controllarsi. Allo stesso modo, Michela esprime una certa insoddisfazione per il suo viso da quindicenne cercando per settimane su internet dei nei da comprare e mettersi in faccia al posto dei suoi, passando poi alla ricerca di un nuovo mignolo da sostituire a quello che non le piace. Laddove dunque nel primo esempio c’è un tentativo di mantenere un equilibrio fisso e inscalfibile, negando un cambiamento che dev’essere stato vissuto in modo angosciante, nel secondo la fatticità del corpo viene contrastata dalla convinzione di poter sostituire i suoi singoli pezzi, come se esso fosse un agglomerato di parti da smontare e rimontare a piacere: in ambedue i casi si trova l’evidenza concreta della particolare modalità di rapporto autistico col proprio corpo, oggettualizzato e trattato come Altro.

La minor enfasi data al comparto sociale dagli adolescenti autistici, anche in relazione al loro corpo in crescita, mi permette di dettagliare meglio la mia ipotesi sull’autismo come crisi primigenia del dialogo con l’alterità. Dal punto di vista dei deficit nelle interazioni sociali, elemento cardine della diagnosi, l’autismo rappresenta a mio parere uno scacco a priori dell’intersoggettività, intesa come “comprensione percettiva dell’Altro” (Stanghellini, 2017, p.36) enattiva e incarnata. Se la capacità di sintonizzarsi con gli altri, cioè di comprendere intuitivamente i loro segnali e rappresentarsi i loro stati mentali, si fonda su una dotazione biologica innata che trova espressione fin dalla nascita (Johnson, 2000) e solo lo strutturarsi di certi mondi psicopatologici debilita o nullifica tale capacità (Stanghellini e Mancini, 2018), nell’autismo la mancanza anticipa la perdita. In altre parole, mentre la psicopatologia segnala alterazioni di caratteristiche altresì implicite e preriflessive del funzionamento umano, l’autismo si struttura fin dall’inizio come una divergenza da questo modello di funzionamento. Tale divergenza, come Olga Bogdashina (2003) ha ampiamente documentato, trova riscontro prima di tutto nell’organizzazione percettiva del mondo autistico: un mondo fatto di “cose singole, isolate e prive di rimandi” (Costa, 2018, p.78). Dal punto di vista fenomenologico, ciò sembra alludere a un difetto delle sintesi passive operate dalla coscienza, nel riunire la molteplicità degli stimoli in un’unità intelligibile e coerente. La persona autistica “ha le parti, ma non il tutto in cui inserirle” (ibidem, p.76) e non può fare altro che provare ad assemblare i pezzi, con associazioni coscienti – che vengono poi tradotte dai clinici come iperriflessività – la cui funzione risulta dunque difensiva e compensativa rispetto a un’alterazione della vita sensoriale. La problematicità della mentalizzazione e i deficit della vita emotiva, considerati fenomeni caratteristici dello spettro autistico, deriverebbero perciò anch’essi da un disturbo interno ai rimandi passivi nell’esperienza (Bogdashina, 2003).

L’assenza di un’esperienza del tutto, di uno sfondo e di una “rete di rimandi” (Costa, 2018, p.78) tra gli oggetti percepiti, si scorge anche nel modo in cui lo spazio e il tempo vengono scaglionati, scomposti e ferreamente circoscritti dalle persone autistiche. La parte essenziale del lavoro coi ragazzi che ho incontrato consisteva precisamente nell’offrire loro delle coordinate spaziotemporali che rendessero rassicuranti le loro giornate: delimitare le attività, i pasti, finanche i momenti liberi, strutturando ambienti prevedibili che stemperassero la minacciosità di uno spazio e di un tempo altrimenti enigmatici. Tanto l’indefinitezza quanto la deviazione sregolata, non contestualizzata, del sentiero tracciato tramite confini concreti e direttamente percepibili – quale il programma della giornata stampato e appeso in atrio – suscitavano un’agitazione che poteva facilmente sfociare in crisi d’angoscia. L’angoscia autistica sembra derivare proprio dal confronto con un’alterità enigmatica, incomprensibile e impossibile da addomesticare, che trova espressione anche nei vissuti di un tempo frammentato e di uno spazio sconfinato, in cui ci si può muovere soltanto seguendo “circuiti completamente obbligati” (Baio e Kusnierek, 1993, p.18). Questa stessa esperienza di insostenibile alterità, proprio perché non preriflessivamente inscritta in un tutto che la bonifichi, risignifica sia i rituali che le stereotipie come modalità di mettere ordine in questo caos, in uno sforzo attivo di trattare l’Altro (Baio, 2002). Una funzione analoga è svolta dagli oggetti, manipolati in un rapporto privilegiato e apparentemente esclusivo: trattarli, fissandosi su di essi senza consentire aperture, è un modo per fronteggiare l’alterità intrusiva di un mondo insidioso, avviando un’opera di costruzione che rappresenta una soluzione individuale per fronteggiare un Altro sentito come persecutorio. La chiusura autistica, che a prima vista appare una negazione dell’Altro e un rifiuto radicale dell’incontro, si costituisce così da un lato come strategia difensiva e dall’altro come soluzione personale, l’unica trovata dal soggetto per non soccombere dinanzi a un mondo vissuto fin dal principio come imprevedibile e perturbante. 

Per Heidegger (1927), l’essere dell’esistenza (Dasein) è ontologicamente un essere-nel-mondo (in-der-Welt-sein) aperto sull’alterità, non avviluppato su se stesso ma costantemente in relazione all’Altro, per l’appunto calato nel mondo. Nell’autismo è proprio quest’apertura costitutiva il problema: più che un invito a esplorare il mondo, confrontandosi con un’alterità comunque conoscibile e per larghi tratti preriflessivamente accessibile, essa si profila come una voragine che minaccia di inghiottire il soggetto in un caos indecifrabile. Non stupisce allora che per lungo tempo l’autismo sia stato trattato come una psicosi, dal momento che le soluzioni adottate dalle persone autistiche per sfuggire a quest’angoscioso ignoto mettono in questione il legame sociale e l’appartenenza a una realtà condivisa, fino a costruire fortezze apparentemente inaccessibili che per certi versi somigliano a quelle innalzate dai pazienti deliranti. Di contro, il mancato sviluppo di capacità ritenute normotipiche ha indotto la comunità scientifica a inquadrarlo come disabilità, evidenziando la negatività del deficit in opposizione a una supposta normalità idealizzata. Oggi, superando la dicotomia psicosi-disabilità, sulla spinta di alcune ricerche e dell’attivismo per i diritti delle persone autistiche sta acquisendo sempre più forza l’interpretazione dell’autismo come forma di neurodiversità, nell’alveo cioè delle possibili varianti di funzionamento della mente umana (Pellicano e den Houting, 2022). Questo paradigma alternativo, che restituisce a chi vive tale condizione un senso di dignitosa equità, riconduce però riduzionisticamente questa modalità d’esistenza a differenze cerebrali, dimenticando che “senza correlare gli eventi neurali a quelli fenomenologici potremmo parlare solo di attivazione di differenti aree neurali” (Costa, 2018, p.277). Se dunque rimarcare le differenze tra cervelli conferisce autorevolezza alla teoria della neurodivergenza, in quanto essa esprime il medesimo riduzionismo del paradigma dominante, tale operazione rischia ancora una volta di oscurare ciò che concretamente vivono le persone autistiche, e quindi di non capire come supportarle inserendosi col necessario tatto nel loro mondo. In tal senso, qualsiasi proposta fenomenologica passa anche attraverso l’invenzione di nuovi termini che diano il dovuto risalto alla componente esperienziale. L’ipotesi che ho maturato negli anni e che qui ho provato a tratteggiare si offre a questa riformulazione in primis terminologica: l’autismo, più che una forma di neurodiversità, è una forma di antropodiversità che esprime una crisi primigenia del dialogo con l’Altro. In cosa consista effettivamente questa antropodiversità, e dove vadano inscritte le crepe nel dialogo, sono problemi che la fenomenologia sembra sia finalmente pronta ad affrontare in modo sistematico. 

Bibliografia

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Riccardo Poggioli

Psicologo e psicoterapeuta in formazione presso la scuola di psicoterapia fenomenologico-dinamica di Firenze, attualmente lavora come libero professionista e come psicologo al SerD di Pordenone.

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