Categoria: Neuroscienze

Quante volte ci sarà capitato di sentire, spesso distrattamente, la descrizione di un’esperienza traumatica al telegiornale o magari di ascoltare qualche nostro conoscente raccontarla e segretamente pensare: “Speriamo non capiti mai a me!”. Quello del trauma è un tema che tocca tutti, ma in particolare lo psicologo e lo psicoterapeuta che si trova spesso a doverlo ‘’guardare’’ da vicino, a respirarlo e a sentirsi pungere sulla propria pelle quasi quotidianamente.
"Questo è un libro che ci riguarda. Parla di noi e a noi; e non tanto e non solo come clinici e operatori del settore, ma come esseri umani" (Van der Kolk, 2015, Intro. p. 7). Così narra l’incipit del libro “Il corpo accusa il colpo”, scritto da Bessel Van der Kolk, psichiatra e clinico presso la Boston Veterans Administration Clinic, il quale ha dedicato la propria carriera allo studio, alla comprensione e alla cura del trauma nelle sue diverse sfaccettature.

‘’Non bisogna essere un soldato o visitare un campo di rifugiati in Siria o in Congo per imbattersi nel trauma. Il trauma accade a noi, ai nostri amici, alle nostre famiglie e ai nostri vicini’’ (Van der Kolk, 2015, 3).

Ma cosa si intende per trauma? Il trauma è un’esperienza negativa emotivamente intensa in cui c’è la possibilità di morte (o grave ferimento) di sé stessi o di una persona cara (Hansell & Damour, 2007, 108). Ciò che noi oggi denominiamo Disturbo da stress post-traumatico, nel XX secolo era chiamato Nevrosi/psicosi da guerra o Shell Shock, cioè una manifestazione sintomatologica del trauma da combattimento, rilevata in particolare nei soldati della Grande Guerra.
I sintomi si presentano sottoforma di flashback improvvisi, ansia, depressione, stato costante di allerta, incubi e aumento dell’arousal (tensione corporea ed emotiva). Se questi sintomi persistono per più di un mese o esordiscono dopo un mese dall’evento traumatico dal punto di vista nosogracio si può parlare di disturbo post-traumatico da stress; quest’ultimo può essere: acuto, se i sintomi durano meno di tre mesi, cronico, se i sintomi durano tre mesi o più, e infine, a esordio tardivo se i sintomi si presentano dopo sei mesi dall’evento traumatico. La probabilità di sviluppare questo disturbo aumenta in base all’intensità del periodo di esposizione agli eventi stressanti, a problemi emotivi latenti, a traumi precedenti, al senso di colpa di essere sopravvissuti e alla carenza di supporto sociale e di relazioni di sostegno.
Quello che sappiamo con certezza oggi è che il trauma (e lo stress correlato ad esso), non è tutto nella testa, ma ha una vera e propria base fisiologica nel corpo. I sintomi hanno origine dalla risposta del corpo durante il trauma primario ed originale, o detto molto semplicemente, da ciò che si prova fisicamente e mentalmente durante l’esperienza traumatica. Per la persona traumatizzata, anche la sola percezione di suoni, odori e immagini che rievocano il trauma, anche a distanza di tempo, crea una sorta di paralisi, terrorizzandola o ‘’congelandola’’.

Quest’ultima affermazione rappresenta perfettamente la vicenda che riguarda Bill, uno dei pazienti di Van der Kolk, che fu medico durante la guerra in Vietnam. Nel suo libro egli racconta che Bill soffriva di PTSD (Post Traumatic Stress Disorder), congedatosi dopo anni in di servizio in Vietnam, si sposò e diventò padre; sua moglie era un’infermiera e quindi spesso, durante i turni, lo lasciava solo a casa col figlio neonato. Bill raccontò che il pianto di suo figlio rievocava in lui i bambini visti morire in guerra. Per ogni lacrima versata dal figlio, egli riviveva attraverso flashback e allucinazioni olfattive e uditive l’esperienza di guerra, in cui assisteva i feriti civili (spesso bambini) e militari, i quali spesso venivano ricoverati d’urgenza al campo base sfigurati o senza arti. La moglie di Bill decide a un certo punto di lasciare il lavoro per permettere al marito di recarsi dal Dott. Van der Kolk, che con il tempo lo aiuterà a riprendere in mano la propria vita. Interessante notare come il trauma non rappresenti solo un evento accaduto e finito nel passato, ma un’impronta indelebile lasciata sui circuiti neurali del sistema nervoso, sulla mente e sul corpo del paziente. Perché si realizzi un vero cambiamento e una guarigione, la persona ha quindi bisogno di apprendere che il pericolo è passato.
In condizioni normali le persone reagiscono alla minaccia con un temporaneo aumento degli ormoni dello stress, poi, cessata la minaccia, il corpo torna alla normalità; gli ormoni dello stress nelle persone traumatizzate, invece, aumentano velocemente e impiegano molto tempo a tornare sotto controllo.
Esiste inoltre un particolare caso che le scansioni o le nuove tecniche di brain-imaging come la PET (tomografia ad emissione di positroni) e la fMRI (risonanza magnetica funzionale) non riescono ancora a misurare adeguatamente, in cui il corpo della persona registra la minaccia, ma la mente consapevolmente procede come se nulla fosse accaduto (la mente può imparare ad ignorare i segnali del cervello emotivo!), quindi gli ormoni dello stress non si stabilizzano, ma continuano a mandare segnali ai muscoli come se la minaccia fosse ancora in atto, finché non si arriva al collasso, per cui lo stress sugli organi vanno avanti senza tregua fino a manifestarsi sotto forma di malattie.
Van der Kolk afferma che ci sarebbe ro alcune alterazione neurobiologiche alla base del PTSD: l’equilibrio tra l’amigdala e lobi frontali è compromesso, per cui l’individuo non riesce a controllare rabbia ed impulsi all’azione. Inoltre, si assiste alla disattivazione di due aree nella parte anteriore della corteccia prefrontale dorsolaterale, la quale provoca nell’individuo una perdita di senso del tempo, tenendolo intrappolato nel momento traumatico senza percperire differenze tra passato, presente e futuro. Ciò crea la dissociazione, che è l’essenza del trauma, per cui l’esperienza travolgente è divisa e frammentata in modo che emozioni, suoni, immagini, pensieri e sensazioni fisiche legate al trauma assumano vita propria, ignorando il momento attuale in cui la persona vive. Le persone traumatizzate vivono una disconnessione del corpo dalla mente, per cui a volte non riescono nemmeno a percepire intere aree del proprio corpo. Il non essere in grado di discernere ciò che accade all’interno del corpo causa la mancanza di contatto con i propri bisogni e quindi la mancanza di cura del sé che caratterizza tanti pazienti.

"A dirla tutta, nessuno di noi può essere in grado di ‘’trattare’’ un’esperienza di guerra, un abuso, uno stupro, una molestia, o qualunque altro evento di simile portata. Ciò che è successo non può essere cancellato. Quello che si può fare, invece, è occuparsi delle tracce del trauma nel corpo, nella mente e nell’anima: di quella sensazione schiacciante sul petto, che chiamiamo ansia o depressione; della paura di perdere il controllo; dell’essere sempre in allerta rispetto a un pericolo o a un rifiuto; del disgusto verso se stessi, degli incubi e dei flashback, della nebbia che ci impedisce di essere concentrati sui compiti e di essere pienamente coinvolti in ciò che facciamo, dell’essere incapaci di aprire completamente il cuore ad un’altra persona" (Van der Kolk, 2015, 233).

Il fulcro della guarigione, quindi, è la consapevolezza. La sfida è quella di riappropriarsi della propria vita, elaborando l’evento accaduto con l’aiuto del terapeuta e cambiare il rapporto con le proprie sensazioni corporee. Bisogna far sì che le esperienze traumatiche non dominino l’esistenza ma che siano parte del vissuto.

 

 

Bibliografia:

  • Van der Kolk, (2015), ‘’Il corpo accusa il colpo. Mente, corpo e cervello nell’elaborazione delle memorie traumatiche’’, Raffaello Cortina Editore, 2017;
  • Hansell, L. Damour, (2005), ‘’Psicologia clinica’’, Zanichelli Editore, Bologna, 2007.

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