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Cosa ci comunicano le mani?

La mano come strumento

Poche volte ci soffermiamo a riflettere sulle mani, gli strumenti d’eccellenza che muovono gli strumenti stessi.

Ogni strumento, difatti, è mosso dallo strumento cardine, che infine è la mano e non il contrario.

Questo ce lo aveva già suggerito il filosofo Aristotele[1], quando affermò che la mano è uno strumento preposto ad altri strumenti, capace cioè di assumere forme e strutture diverse.

La mano, difatti, può mutare in artiglio, può divenire spada che trafigge, strumento musicale, penna per scrivere o pennello per dipingere. “L’organo degli organi”[2], come la definì ancora dallo Stagirita, è un’espressione che descrive la particolare caratteristica della mano di essere oggetto metamorfico costantemente in potenza (nell’accezione Aristotelica del termine), capace cioè di trasformarsi nell’immediato, in atto, assumendo un destino legato alla premessa dell’azione. La sua capacità tattile, così come la potenza del suo stesso tatto, hanno in sé l’universalità del movimento, capaci di potersi inserire nell’infinito utilizzo di oggetti predisposti dalla natura.

Inoltre, la mano è anche uno dei primi strumenti di relazione con l’altro, ciò che ci aiuta ad entrare nel mondo.

Veniamo presi, afferrati, tirati, messi a contatto dall’esterno con la pelle di chi ci ha messo al mondo, che diventerà, nel migliore dei casi, un luogo d’amore e nutrizione. E ancora, gli strumenti da cui riceviamo le prime carezze e gesti d’affetto sono le mani, i mezzi che ci introducono nella dimensione del Reale, che danno accesso alla particolarizzazione dell’affettività e all’identificazione di gesti simbolici e che possono creare o distruggere il mondo.

Le mani sono questo e tanto altro: sono altresì strumenti della mente. Con questo intendiamo che è grazie alle mani e ai movimenti pratici messi in atto dalle stesse che il pensiero si rende a noi manifesto. Spesso la mano sostituisce persino la parola stessa. Pensiamo, per esempio, all’importanza del linguaggio dei segni, utilizzato con e tra le persone con sordità e/o mutismo. Questo permette loro di entrare in relazione, costruendo dialoghi creati a partire dalla gestualità delle mani.

Le mani, quindi, ci svelano il “dietro le quinte” del nostro pensiero, quando mediante un atto volontario vogliamo intervenire nel mondo. Su questo aspetto in particolare, ovvero, sul fatto essere un canale diretto del pensiero, il filosofo tedesco Immanuel Kant definì le mani come “la finestra della mente”[3]. Con ciò si riferiva al fatto che ogni emozione provata dall’essere umano è accompagnata da una gestualità, da un movimento specifico della mano e, pertanto, quest’ultima rappresentava un accesso diretto alla mente dell’individuo.

È evidente che la molteplicità delle funzioni svolte dalla mano ci invita a divenire abili osservatori consapevoli degli atti che siamo capaci di produrre per mezzo di esse.

Proprio pensando alla molteplicità delle funzioni, non possiamo che ricordare quanto affermato da un altro celebre filosofo, Giordano Bruno, il quale asserì che la mano fosse al tempo stesso potenza di generazione e creazione, in grado di donare all’uomo la possibilità di usare tutto ciò che offre la tecnica.

Ed è sempre il filosofo campano che gettò luce su un altro aspetto connesso alla mano: la mano come arma. Scrisse così Bruno: “Forse non sai che chi ha per arma la mano ha armi più efficaci di tutte le altre? Forse non sai che alla mano mancano tutte le armi? Così da essere potentissima valendosi di tutte le armi?”[4].

Quanto detto riflette nuovamente il concetto di mano come strumento degli strumenti, dalla mutevole e poliedrica definizione; arma tra le più potenti di tutte, poiché capace di servirsi di tutto ciò che poi utilizza, mutando nella totale arbitrarietà.

La mano ed i gesti

L’azione messa in atto dalle mani assume un aspetto di volta in volta diverso. L’aspetto dipende in qualche modo dalla tipologia dell’azione stessa, che in questo senso specifica la natura e il fine di generazione o distruzione.

La storia ci ha mostrato in più occasioni come cinque dita possano essere simbolo per diversi significati: dal tradimento che porta con sé spargimento di sangue, alla stretta di mano per sugellare un accordo, congratularsi, esprimere vicinanza, conforto. Cinque dita che possono divenire simbolo politico in cui riconoscersi o da cui difendersi; mani che manifestano ed esprimono vergogna, rifiuto, fede e un ampio spettro di emozioni.

Quando il gesto esprime creazione, esso è generatore di qualcosa che esprime “apertura” e infonde un senso di grande potenza. Pensiamo per esempio al noto dipinto di Michelangelo Buonarroti, “Creazione di Adamo[5], dove il dito di Dio punta verso il dito di Adamo, mostrandoci un gesto colmo di energia.

Quando, al contrario, le mani esprimono distruzione, i suoi gesti manifestano chiusura, costrizione, durezza. Il palmo in questi casi si chiude e non lascia spazio a possibili aperture.

Emblematica in questo senso è l’immagine che ci offre una scena cinematografica tratta dal film “Il Gladiatore”[6], dove le mani di uno dei personaggi, Commodo, figlio dell’imperatore romano Marco Aurelio, nell’abbraccio con il padre soffoca quest’ultimo contro il suo stesso petto, stringendogli la testa in un modo così forte e violento da togliere l’ossigeno e la vita stessa all’imperatore. Il gesto di questa scena comunica distruzione, ovvero ciò che deve morire.

Rimanendo nello scenario dell’antica Roma vediamo come questa comunicabilità offerta dalle mani tramite i gesti sia stata per molto tempo utilizzata come simbolo di un destino di vita o di morte.

L’imperatore romano, infatti, durante le lotte tra gladiatori era solito alzarsi in piedi nell’arena e decidere con un gesto del pollice se regalare ai gladiatori la vita o condurli alla morte. Quando il pollice era rivolto verso l’alto, significava per il gladiatore la possibilità di rimanere in vita; al contrario, quando il pollice puntava verso il basso, il gesto in questo caso indicava il destino di morte.

È curioso scorgere come nonostante il passare del tempo, molti gesti siano rimasti gli stessi e siano riconoscibili tutt’oggi. Il pollice rivolto verso l’alto, infatti, non simboleggia più l’esito di vita o di morte, ma rimane impresso nel nostro vocabolario simbolico per manifestare consenso verso qualcuno e/o qualcosa.

Le gestualità delle mani possono rappresentare anche protezione. Ad esempio, le mani della Venere dipinte nell’opera “La nascita di Venere[7] di Sandro Botticelli, sono una chiara rappresentazione del gesto di protezione della personale sfera intima. Lo stesso significato ci arriva quando vediamo qualcuno coprirsi l’intero volto tra le mani.

Talvolta, ci aiutano anche ad esprimere una invocazione di aiuto, proprio come le mani giunte come gesto di preghiera. Un gesto di elevata importanza che nei momenti più difficili dinnanzi a qualcuno o solamente nella visualizzazione nella nostra mente ci porta a chiedere vicinanza, ascolto, conforto.

Dunque, la mano e i suoi gesti rappresentano una vera e propria comunicazione alternativa e integrata alla comunicazione verbale. Pertanto, non deve stupirci il fatto che nel corso del tempo l’argomento abbia destato interesse al punto da far condurre numerosi studi in merito. Sono state avanzate molte teorie, argomentazioni e delineate specifiche categorie per descrivere le varie tipologie di gestualità esistenti. In questo senso citiamo il libro “Mani che parlano”[8] di Emanuela Magno Caldognetto e Isabella Poggi, dove con il termine gesti coverbali vengono descritti quei gesti che seguono le parole: mimici; deittici; simbolici, pittografici, illustratori.

La mano ed il con-tatto.

La mano ci permette di entrare in con-tatto con gli altri e non è un caso che il termine sia stato suddiviso in due parti, perché oggi più che mai nella nostra epoca dovremmo domandarci con quale tatto vogliamo entrare nel mondo. La nostra esistenza è sempre in connessione con l’alterità, con l’Altro diverso da noi, e se è vero che la mano ci permette di toccare l’unicità dell’Altro, appare fondamentale apportare una maggiore riflessione nella gestualità e nel tatto con cui ci avviciniamo agli altri.

Ciò di cui facciamo esperienza nel tatto è la ricezione del segno dell’oggetto; come direbbe il filosofo Diego D’angelo, citando ancora Aristotele: “La carne ha una funzione semiotica, in quanto ci dona l’esperienza del segno dell’oggetto toccato”[9]. Ma a quale segno ci stiamo riferendo?
Il tatto discrimina e crea differenze che sono del tutto singolari, e nella loro singolarità sono in grado di trasmetterci l’esistenza della vita di un Altro; al tempo stesso anche noi trasmettiamo un segno quando siamo toccati. Ciò detto si evince che il segno cui facciamo menzione riguarda la particolarizzazione esistenziale incarnata da ognuno di noi.

L’esperienza del tatto permette all’individuo di sentirsi vivo e in connessione con l’Altro, dunque, risulta importante mettere in evidenza la rilevanza della dimensione relazionale ed interrogarsi sul ruolo ricoperto dalle mani. Quali relazioni siamo capaci di creare a partire dal tatto? Con quale fine tocchiamo il mondo e sfioriamo l’interiorità dell’Altro? La mano quale con-tatto crea nelle relazioni?

Oggi più che mai in una realtà altamente digitalizzata ci manteniamo sempre in contatto, ma spesso senza relazione. Risulta fondamentale, quindi, interrogarsi anche su un altro ruolo possibile assunto dalle mani nello scenario odierno.
Quale funzione svolgono in questa realtà iper-digitalizzata? In questo scrollare il pollice sugli schermi dei nostri telefoni, quanto e quale spazio garantiamo alla nostra e altrui profondità?

Il gesto compulsivo di toccare lo schermo del cellulare, effettuato costantemente, mostra come la gestualità oggi stia lasciando il posto ad una lontananza tra i corpi sempre più dilagante. Rimaniamo dietro lo schermo nascondendo il nostro volto agli altri, senza dar visione di noi.

Le dita oggi stanno adattando la nostra vita alla rete e alle regole dell’internet, dimenticando l’autenticità dell’incontro, del nostro “Essere-nel-mondo” come direbbe Heidegger, preferendo l’inconsistenza e la superficialità dell’interazione mediata da messaggi generati proprio dalle nostre dita.

E qui si apre un paradosso del nostro tempo: le mani, quegli strumenti che per eccellenza creano relazioni, capaci di toccare corpi, esprimere delicatezza, vicinanza, conforto e anche il loro contrario, attualmente si pongono, invece, come i mezzi per alimentare una distanza. Oggi siamo sempre più complici di un’atrofizzazione emotiva che ci spinge ad accontentarci del sentire a distanza invece che il sentire attraverso il nostro tatto.

Viene da chiedersi se tutto questo ci basti ed esaurisca qui tutta la potenzialità contenuta in cinque dita. In quanto esseri umani non dovremmo dimenticarci che siamo animali sociali. Lo affermò con decisione Aristotele, quando dichiarò come l’essere umano sia innatamente portato alla socialità e che il contatto con l’Altro sia costituzione della nostra identità. Ma l’esperienza del contatto deve avvenire con-tatto. Non a caso si dice di “avere tatto” con il prossimo. Questa espressione sottolinea l’importanza della delicatezza di cui dobbiamo inevitabilmente tenere conto, se vogliamo essere una vita autentica e armonica tra le vite.
Le mani dell’Altro sono le mani di un’altra esistenza, di un singolo corpo con cui io posso entrare in relazione, e laddove il potere non è da intendersi nel senso di potenza assoluta, ma come possibilità.

Le mani, infine, quegli strumenti d’eccellenza, armi e mezzi di cui disponiamo per avvicinarci agli altri, capaci di creare e alimentare il con-tatto, risultano molto più di una struttura anatomica. Sono estensioni della mente e del cuore, tramite cui trasmettiamo fiducia, delicatezza, eroticità, distruzione; strumenti per mezzo delle quali scriviamo storie, creiamo melodie, facciamo uso di oggetti e tecnologie, stringiamo, comunichiamo, svelando tutta la nostra interiorità al mondo.


[1] Moreau, J. (1973). Aristotele, Opere biologiche, a cura di Diego Lanza et Mario Vegetti (Classici della Scienza, n° 16), 1971. Revue Des Études Anciennes75(1), 142–143. https://www.persee.fr/doc/rea_0035-2004_1973_num_75_1_3938_t1_0142_0000_2.

[2] Ibidem.

[3] Kant, I., Che cosa significa orientarsi nel pensiero, Adelphi, 1996.

[4] Bruno, G., Cantus circaeus, Castel Negrino, 2016.

[5] https://it.wikipedia.org/wiki/Creazione_di_Adamo

[6] https://it.wikipedia.org/wiki/Il_gladiatore

[7] https://www.uffizi.it/opere/nascita-di-venere

[8] Poggi, I., & Caldognetto, E. M., Mani che parlano: gesti e psicologia della comunicazione, Unipress, 1997.

[9] D’Angelo, D., La carne e il tatto nel “De Anima" di Aristotele. Un’interpretazione fenomenologica. Philosophy Kitchen – Rivista Di Filosofia Contemporanea. https://doi.org/10.13135/2385-1945/3817, 2016.

Giulia Rosini

Laureata triennale in Scienze della Comunicazione. Dottoressa magistrale in Filosofia, attualmente sta conseguendo una seconda laurea magistrale in Psicologia. I suoi studi e interessi spaziano dall’approfondimento dei processi comunicativi al ruolo della creatività e delle forme d’arte nel lavoro di cura, in un’ottica di aumento della consapevolezza riguardo la complessità dell’essere umano.

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