I rapporti tra fenomenologia e meditazione hanno una storia lunga, che affonda le proprie radici nei testi dei padri della fenomenologia. Husserl usò spesso il termine ‘meditazione’, nel senso di una disciplina mentale applicata con consapevolezza, per descrivere la sua metodologia di ricerca. Nel 1953 Heidegger tenne invece una conferenza dedicata alla meditazione (Besinnung) (Scienza e meditazione, Conferenza tenuta a Monaco 4/8/1953, in Saggi e discorsi, 1957), e nelle opere successive alla “svolta” (Kehre) del suo pensiero dedicò molto spazio al concetto di Gelassenheit, traducibile con ‘lasciar essere’ o ‘abbandono’, che richiama molto da vicino alcune pratiche meditative orientali. Anche Jaspers, nel definire lo scopo della sua filosofia dell’esistenza, si dichiara alla ricerca di “un altro tipo di pensiero, un pensiero che nel pensare mi fa presente a me stesso, mi rende vigilante, mi conduce verso me stesso mi trasforma” (Jaspers, 1995, p. 30); anche in questo caso è quasi automatico il collegamento con la meditazione intesa come realizzazione pratica della riflessione fenomenologica.

 

Abbiamo scelto di approfondire il rapporto tra fenomenologia e meditazione con il prof. Lodovico Berra, professore di Psicologia Biologica e Neuroscienze presso l’Università Pontificia Salesiana IUSTO Rebaudengo a Torino e direttore dell’ISFIPP (Istituto Superiore di Filosofia Psicologia e Psichiatria), che da anni si interessa a questi argomenti, organizzando seminari e giornate di studio nella sua Suola di Counseling Filosofico. Abbiamo realizzato con lui questa intervista dopo aver scoperto il suo libro “Meditazione Metafisica” (disponibile anche online), che affronta proprio il rapporto tra la meditazione e la filosofia, in particolare quella fenomenologica.

Berra considera la pratica meditativa di consapevolezza come una modalità di ricerca che si integra con la riflessione filosofica, tradizionalmente realizzata a partire dai testi e dallo studio degli autori. Egli propone ai fenomenologi di uscire dalle biblioteche e provare ad applicare in concreto le indicazioni di Husserl, acquisendo un metodo per dirigere intenzionalmente la propria attenzione su certe dimensioni dell’esperienza cosciente. In questo senso, la meditazione e la mindfulness avrebbero il compito di avvicinare il fenomenologo ad un contatto im-mediato e diretto con il fluire dell’esperienza corporea ed emotiva, che nella sua essenza non può mai essere colta dal linguaggio verbale. Anzi, come Berra afferma anche nell’intervista, tentare di descrivere a parole questa dimensione pre-verbale dell’esserci vuol dire in qualche modo disattendere il compito primo del fenomenologo, prendendo distanza e oggettificando ciò che può e deve essere compreso solo attraverso un’esperienza in prima persona.

 

Tre sono i punti fondamentali di questa intervista, che vuole essere un’introduzione per chi voglia avvicinarsi al mondo della meditazione da una prospettiva fenomenologica:

 

  1. Esistono sicuramente dei “rapporti interessanti tra fenomenologia e meditazione” (Berra, minuto 1:59). In particolare, la fenomenologia, che si configura come teoria della soggettività e dell’intersoggettività, trova nella meditazione un metodo per mettere all’opera il proprio impianto concettuale, entrando in contatto diretto con i fenomeni da essa studiati;
  2. L’epoché husserliana, intesa come il principale strumento metodologico della fenomenologia che permette di mettere tra parentesi l’atteggiamento naturale, può essere applicata in concreto attraverso la meditazione;
  3. Attraverso la pratica costante della meditazione si potenziano le nostre capacità di essere osservatori di noi stessi. Berra afferma che attraverso la direzione consapevole dell’attenzione e la concentrazione è possibile accedere ad uno stato di coscienza che definisce “coscienza trascendentale”, in cui la coscienza si fa osservatrice di se stessa. L’idea di una parte della mente che prende distanza dal fluire dell’esperienza è stata nel corso del tempo un tema caro alla tradizione fenomenologica. Altri autori hanno parlato di “autocoscienza riflessiva” (Sartre, Gallagher, Zahavi) o di “Io trascendentale” (Husserl, Binswanger), intendendo riferirsi a questa stessa capacità della mente di prendere distanza e osservare se stessa (deficitaria in molte condizioni psicopatologiche).

 

Questi tre punti permettono di iniziare a considerare le tecniche meditative, per esempio quelle diffuse in occidente dalla mindfulness di Kabat-Zinn, come parte degli strumenti a disposizione dello psicologo, dello psicoterapeuta e dello psichiatra ad approccio fenomenologico per operare nel complesso mondo della clinica e della salute mentale.

Entrare in contatto con i vissuti sospendendo il nostro naturale modo di porci davanti all’esperienza, analizzare ogni fenomeno vissuto nello spazio relazionale con il paziente con occhi ‘puliti’, prendere distanza da sé e guardarsi nell’interazione, sono tutte competenze indispensabili per chi voglia operare nel difficile mondo della salute mentale con passione e coinvolgimento ma anche con competenza e professionalità. Tutto questo è reso più semplice da una pratica meditativa costante, che permette di vivere con maggiore consapevolezza la propria esistenza e anche la propria pratica professionale.

Ecco come la meditazione può avvicinare il fenomenologo al compimento del suo mandato di ricercatore instancabile:

 

“Qualsiasi procedimento o ragionamento non intuitivo che il fenomenologo utilizza ha soltanto il significato metodico di condurre lo sguardo davanti alle cose che una successiva visione diretta dell’essenza deve portare a datita” (Husserl, 1913, p. 159).

 

 

Bibliografia

  • Berra L. (2017), Meditazione metafisica. Manuale di pratica filosofica, Isfipp Edizioni, Torino;
  • Heidegger M. (1957), Saggi e discorsi, Mursia Editore, Milano, 2014;
  • Husserl E. (1913), Idee per una fenomenologia pura e una filosofia fenomenologica, a cura di Costa V., Einaudi Editore, Milano, 2002;
  • Jaspers K. (1940), La filosofia dell’esistenza, trad. it. a cura di Giorgio Penzo e Ursula Penzo Kirsch, Roma-Bari, Laterza, 1995.