La logica del movimento dei corpi, la loro cinetica, la loro esposizione costituisce da sempre un intrigo antropologico (Nancy, 2001).

Eretti e padronali, oppure inclinati e accoglienti, ci muoviamo verso altri corpi come verso una destinazione né programmata, né compiuta. Nel movimento verso l’altro, quello che chiamiamo incontro, non c’è alcun carattere di definitività, come neppure alcuna rassicurante misura che ci guidi e ci rassicuri nella nostra traiettoria.

Nel momento in cui questo movimento intercetta un altro movimento, subito si accorge che c’è una forma di resistenza alla sua presa, qualcosa di opaco che si sottrae al suo sguardo, una porosità in cui si interrompe la stessa continuità dell’immagine che, prima dell’incontro, aveva di sé.

Allora il movimento indugia, esita, fino ad arrestarsi, e anche dove si spinge in avanti, pensando di ghermire e profanare, è comunque costretto ad arrestarsi di fronte al contromovimento dell’altro che si apre un varco di inviolabile resistenza, la sua libertà, in cuor suo, di dire di no.

L’esercizio dell’azione non è lo spingersi verso, ma lo spingersi indietro: cautela nell’avanzare, delicatezza nell’esitare, tenerezza nel soggiornare, coerenza nel lasciare andare.

Occorre educarsi all’esitazione, farlo diventare un modo d’essere contro questo tempo impetuoso, che si agita sovente senza direzione di marcia che non sia quella dell’efficienza e della produzione.

Quando il tempo divora il tempo, il presente si contrae al punto che non fiorisce più alcuna tensione della memoria o dell’attesa, l’uomo si sfibra al punto da consegnare il suo unico senso al prodotto o da implodere nella chiusura rassegnata a un mondo di cui non riesce più a tenere il passo incalzante, nevrotico, ossessivo.

L’esitare, che è poi voce della contemplazione, non ha nulla a che fare con l’eccessiva cautela, l’incapacità o l’abilità di fare presa sulla realtà, semmai è un sostare, un dimorare nell’attesa che il mondo e l’altro si rendano ospitali.

Ma quale ospitalità ci dona l’altro?

 

Un’ospitalità senza padroni, senza possibilità di misura, senza trasparenze: dell’altro non è possibile alcuna totalizzazione del sapere, alcuna categorizzazione dello spirito.

Scrive J. Derrida:

«[…] nel viso l’altro si dà come altro, cioè come ciò che non si rivela, come ciò che non si lascia
tematizzare. Io non sono in grado di parlare d’altri, di farne un tema, di dirlo come oggetto,

all’accusativo. Io posso solamente, devo solamente parlare ad altri, chiamare altri al vocativo che non è una categoria, un caso della parola, ma il sorgere, il levarsi stesso della parola» (Derrida, 2002, p. 130).

L’ospitalità dei corpi rinvia sempre a un’eccedenza, a una dismisura che nessuna voce può nominare, nessuna sapienza può perimetrare, nessun gesto può contenere.

 

Mi sarei vestito
di tegole rosse, di fumo,
per restare lì, ma invisibile,
essere presente in tutto, ma lungi,
conservare la mia identità oscura,
legata al ritmo della primavera.
(P. Neruda)

 

Conservare l’identità oscura, significa rendersi opachi, preservare un senzafondo, sempre sospeso tra il mistero, l’enigma, il segreto,  sottrarsi all’esattezza dello sguardo che pretende di svelare il ritmo della nostra anima, di indirizzare la nostra vocazione, di fagocitare il nostro nome.

L’altro, allora, nella pratica dell’arretramento, nella cinetica del darsi e ritrarsi, appare come noi stessi desideriamo apparire: una cosa preziosa, malcerta, vulnerabile, eppure sovrabbondante di vita, che chiede di intrattenersi in lei, non di trattenerla.

Nell’indugiare e nell’opacità brilla tutta l’esistenza, il cui carattere erotico sta nell’intervallo, la pausa, la faglia, che sempre rilanciano il desiderio dell’altro, che sempre lo preservano nell’ineffabile, in quella innumerabile eccedenza di significati che il nostro linguaggio, nel momento in cui prova a restituirceli, si fa sgraziato, quasi imbarazzante.

Frequentare la scuola dell’esitazione per intrattenersi nell’altro, intrattenersi con l’altro, è fare dell’incontro una prassi comunitaria, riconoscimento reciproco di singolarità intangibili.

Nell’esitazione riposa la stessa pietas, anche là ove meno l’attendiamo, in quegli squarci di vita che ci vengono restituiti dalla grande letteratura, mai disgiunta dall’umano.

Scrive Alessandro Manzoni, nel capitolo XXXIV de I promessi sposi, il grande capitolo della peste e della madre di Cecilia che porta in braccio la figlia, morta di peste, per adagiarla sul carretto dei monatti: «Gli occhi non davan lacrime, ma portavan segno d’averne sparse tante […] Un turpe monatto andò per levarle la bambina dalle braccia, con una specie però d’insolito rispetto, con un’esitazione involontaria».

Il “turpe monatto”, abituato ad accumulare cadaveri in serie, ormai così avvezzo a questa operazione da nutrire un meccanico distacco, quasi fossero oggetti inanimati, in quell’esatto momento prega.

È una preghiera altissima, a nostro avviso una delle più alte della letteratura: un “insolito rispetto”, un’ “involontaria esitazione”.

In questa postura del monatto, l’esitare, fiorisce tutta la pietas del mondo.

È come se dicesse, non ho altra parola da offrirti nella mia esistenza brutale, forse irriflessa, solo quella di un gesto: esito con rispetto, quindi è come se pregassi, prima di portare via per sempre tua figlia.

L’incontro con l’altro, là dove avviene non secondo un’ontologia del conflitto permanente, semmai della cura, di una politica della cura (Mortari, 2021), non ci invita alla buona educazione, alla meccanicità del sapere, all’istituzionalità, al politicamente corretto, semmai all’accoglienza di un evento traumatico, che provoca una frattura, un cedimento del nostro io, per aprirsi a un segreto condiviso attorno a cui si organizza l’inappropriabilità dell’altro, il suo essere altro perché altro:

«Ma cosa vuol dire condividere un segreto? Qui non vuol dire sapere ciò che l’altro sa […]. Non vuol dire condividere la propria fede, dato che essa deve restare un movimento della singolarità assoluta […]. Condividere un segreto, non significa conoscere o rompere il segreto, significa condividere un non so che: nulla che si sappia, nulla che si possa determinare. Che cos’è un segreto che non è segreto di nulla e una condivisione che non condivide nulla?» (Derrida, 2003, p.112).

Nell’incontro con l’altro, viene scompaginata la logica del Medesimo (Lévinas, 1980; Gabrielli e Garlaschelli, 2018, pp. 286 e sgg.) l’appropriazione totalizzante di sé, la nostra presunta identità padronale, in una reciproca esposizione che non ha nulla del calcolo economico, semmai del reciproco dono di un’alterità che è singolarità segreta e inviolabile e come tale va accolta, senza pretesa di svelamenti o di un’etica che la fondi secondo una logica metafisica.

Semmai, l’etica dell’incontro si dà come evidenza, gesto originario, consustanziale e contemporaneo alla pratica relazionale che avviene nell’istante, nell’evento che irrompe sempre e comunque tra irripetibili alterità.

Nell’esitazione con cui ospitiamo l’altro, nell’arrestarsi di ogni nostra pretesa conoscitiva e fondativa della sua singolarità, nella condivisione, pelle su pelle, a fior di pelle, della fragilità che ci costituisce da sempre, l’etica si fa carne, mondo, umanissimo segno dell’infinito segreto di ogni alterità.

 

 

 Riferimenti bibliografici

Derrida J., L’écriture et la différence, Seuil, Paris 1979, tr. it. G. Pozzi, Violenza e metafisica. Saggio sul pensiero di Emmanuel Lévinas, in J. Derrida, La scrittura e la differenza, Einaudi, Torino 2002.

Derrida J., Donner la mort, Galilée, Paris 1999; tr. it. L. Berta, Donare la morte, Jaca Book, Milano 2003.

Gabrielli F., Garlaschelli E., Il debito fenomenologico. Un tracciato teoretico, Glossa, Milano 2018.

Lévinas E. Totalité et Infini.Essai sur l’extériorité, Le Livre de Poche, Paris 1961, trit.  A. Dell’Asta, Totalità e Infinito. Saggio sull’esteriorità, Jaca Book, Milano 1980.

Mortari L., La politica della cura. Prendere a cuore la vita, Raffaello Cortina, Milano 2021.

Nancy J.-L., Corpus, Metailié, Paris 1992, tr. it. A. Moscati, Corpus,  Cronopio, Napoli 2001.