Resoconto del webinar di POL.it con Giovanni Stanghellini, a cura di Daniele Pierri e Giuseppe Salerno

L’età delle tecniche

Alcune riflessioni emergono nella post-modernità che l’autore definisce l’età delle tecniche. Essa ci porta ad interrogarci su come muta l’identità dell’essere umano parallelamente ai cambiamenti sociali e tecnologici. Davide D’Alessandro si interroga sulla “età delle tecniche” in cui “il quadro e la pittura passano in secondo piano, perché chi li dovrebbe osservare pensa invece a farsi un selfie”.

Stanghellini risponde che “innanzitutto è accaduto perché era inevitabile che accadesse, il selfie è l’ultima tappa di un piano inclinato che si sta percorrendo”. Ma Stanghellini non attribuisce toni pessimistici a tali parole: “con piano inclinato non intendo un piano inclinato verso un precipizio”.

Prosegue poi interrogandosi su come sia stato possibile arrivare sino a questo punto:

“Noi viviamo nell’età della tecnica, o meglio nell’età delle tecniche. Vediamo più in dettaglio le tecniche della nostra epoca. Senz’altro vi è stata una tecnica che è stata la prima a separarci, e questa tecnica è l’architettura, che è una tecnica degli spazi. Ci ha portato a vivere in appartamenti. La parola appartamento dice già tutto, ci ha portato ad isolarci gli uni dagli altri. C’è un saggio di Benjamin, dei primi anni del secolo, che va a fare una passeggiata per i bassi napoletani e si sorprende dalla porosità degli spazi della Napoli di cent’anni fa, probabilmente confrontata con un’altra grande città. Quella porosità nei nostri spazi urbani mi verrebbe voglia di dire che non c’è più. Viviamo appartati. Quindi c’è una definizione dell’intersoggettività che si rispecchia negli spazi urbani e viceversa”.

“Secondo punto: il selfie è nell’ambito di quelle tecniche che si chiamano social media. Si parla di quanti social media abbiano ridefinito la relazione, la vista e la cinestesia, tra il corpo in quanto carne sentita, come quando si chiudono gli occhi, e il corpo in quanto visibile. Credo di aver scritto quel libro per disintossicarmi dall’occhio” (riferito al suo libro “Selfie. Sentirsi nello sguardo dell’altro”).

“Poi vi è una terza tecnica che è quella che ci avvolge tutti quanti che è la medicina, la tecnica più materialista forse che si sia mai conosciuta nella storia dell’umanità. Ma quali sono le frontiere della medicina? L’essere una medicina digitale. E cosa è la medicina digitale? È una medicina che consente di raggiunge persone a distanza, raggiunge i corpi della persona ma non certo la carne della persona, e dunque ecco un’altra tecnica che trasforma il nostro modo di essere nello spazio, e con gli altri in quanto corpi”.

Il Corpo come oggetto dello sguardo dell’altro

Stanghellini racconta di essere rimasto affascinato dal concetto fenomenologico di Corpo-per-l’Altro, quella che “Sartre chiama la terza dimensione ontologica del corpo, che io preferirei chiamare la terza dimensione esperienziale del corpo accanto alle altre due individuate da Husserl: il corpo che sono e il corpo che ho, il corpo oggetto, quello indagato dalle scienze empiriche in prima persona ed il corpo visibile per dirla con Merleau-Ponty (…). Ma Sartre aggiunge una terza dimensione del corpo che è quella che sento quando io mi sento guardato dall’altro. Questo è il corpo di cui io parlo nel libro Selfie (…) questo è documentato empiricamente nell’anoressia mentale, dove il mio gruppo di studio ha documentato che il corpo dalle ragazze anoressiche è vissuto secondo la modalità sartriana, di sentirsi corpo soltanto quando ci si sente oggetto dello sguardo dell’altro, e il fenomeno del selfie risponde alla medesima logica per me”.

Crisi della co-presenza nell’incontro

Nell’età delle tecniche, e oggi più che mai nell’età del COVID-19, assistiamo ad un ampliamento delle modalità e delle regole dello stare insieme. L’incontro è sempre più mediato dai medium digitali. L’autore ci offre il suo pensiero in proposito: “è vero che siamo sempre più in rapporto con l’altro, ma non sotto la modalità della presenza, ma in altro modo che non è il rapporto di co-presenza tra una carne ed un’altra carne. C’è a chi piace, a me piace meno, ma evidentemente piace ai molti. Non credo che gli smartphone abbiano radicalmente cambiato l’umanità. Penso che l’umanità del tardo ‘900 fosse su un piano inclinato che chi ha ideato lo smartphone ha incontrato, rendendo lo smartphone non una mera protesi, ma una estensione del nostro corpo. Non pochi di noi si rendono conto che ciò che è entrato in crisi è il nostro essere presenti, nel senso di co-presenza agli altri, l’esserci non è esserci solo come sguardo ma esserci come corpo. Quello che entra in crisi è il corpo a corpo con l’altro”.

La psicoterapia come cura

Partendo da una domanda di Giuseppe Salerno, ci si interroga su che cosa sia diventata oggi la psicoterapia, e su come si possa evitare che essa non si trasformi in una mera tecnica, ma resti un metodo per incontrare l’altro.

Stanghellini risponde affermando che “la psicoterapia è il migliore, forse l’unico bilanciamento a disposizione nell’età delle tecniche, perché la psicoterapia fenomenologica-dinamica è una situazione in cui è concesso incontrarsi al di là o al di qua della tecnica, come reciproca presenza (non sulla base di pregiudizi e precognizioni) se non allo scopo di demistificare il rapporto con l’altro, mediato da pregiudizi e da precognizioni e quindi mediato da qualche sapere tecnico, per ricondurre questo rapporto all’incandescenza della reciproca presenza del terapeuta con il suo paziente.”

L’autore dichiara di preferire usare il termine “cura”. E aggiunge che “La cura è una pratica riflessiva che conduce a una relazione con l’altro preriflessiva. Quindi la cura è una pratica che nel suo iniziare non può prescindere dal logos, dal significato, dal metodo. Non può prescindere da saperi precostituiti, possibilmente morbidi, il cui scopo è giungere ad una relazione preriflessiva tra il terapeuta e il paziente. L’autore specifica inoltre che ovviamente la tecnica non porta solo dei mali e sottolinea che “la cura (la psicoterapia) nell’età della tecnica è l’antidoto più forte che abbiamo ai mali della tecnica”.

Psicoterapia come arte e scienza

La discussione sulla psicoterapia prosegue interrogandosi sulla questione della natura della psicoterapia. Si tratta di scienza o di arte. Stanghellini risponde affermando che “La psicoterapia in opera è un’arte, la ricerca in psicoterapia è scienza”. E continua:

“È possibile fare ricerca sulle psicoterapie, sugli strumenti in uso delle psicoterapie, sui processi psicoterapeutici, sugli esiti delle psicoterapie, e questa è scienza”. Nel rapporto che intrattiene con i suoi pazienti è bene che lo psicoterapeuta tenga conto di ciò che la scienza dice sulla ricerca empirica sulle psicoterapie, ma che alla fine si concentri sul rapporto specifico con quella determinata persona. Perché la relazione terapeutica è in fondo un rapporto poetico, e dunque è arte.

La psicoterapia ai tempi del covid-19

La modalità del fare psicoterapia si ampliano e cambiano, l’abitudine “oculo-centrica” viene messa in crisi, si riscontrano dei cambiamenti nel fare terapia. Ci si interroga su che cosa perde il corpo da “questa diversa presenza”.

Stanghellini risponde affermando che “si perde tutto ciò che ha a che vedere con i sensi e la prossimità: i sensi atmosferici”. Però l’autore aggiunge anche che si acquista contemporaneamente qualche cosa: “Io ho imparato a riconoscere da quando ho iniziato a fare massivamente psicoterapia online l’importanza della voce al di qua della parola in quanto significato, quella che Gadamer chiama il “Volumen”. La voce è corpo. Non è che in presenza la voce non ci sia, ma i miei colleghi possono sicuramente notare, in una psicoterapia attraverso uno schermo, quanto diventi molto importante il suono della voce”.

Karl Jaspers, il padre superato?

Il discorso giunge alla fine su Jaspers, l’autore che “ci ha dato il coraggio di pensare a una unione” tra filosofia e psichiatria, che sono insieme un “mia core” afferma Stanghellini. Come fa notare Davide D’alessandro, Jaspers “scrive in Psicopatologia Generale che quel libro sarebbe stato molto difficile da superare!”.

Stanghellini commenta “penso si riferisse al fatto che forse fosse difficile riscrivere un’altra psicopatologia generale, infatti fino ad ora nessuno è riuscito a scrivere un’altra psicopatologia generale. Forse ha un po’ meno ragione nel dire che ciò che fosse scritto fosse insuperabile, perché invece tante cose le abbiamo superate. Pensiamo al concetto di Einfuhlung, malamente tradotto con empatia. Sicuramente lo abbiamo ampiamente superato. Il suo concetto di processo l’abbiamo ampiamente superato. Il suo concetto di schizofrenia come trasformazione di personalità l’abbiamo integrato, sostituendo il concetto di personalità con il concetto di Sé e con quello di Ipseità”. Dunque, sicuramente la psicopatologia fenomenologica non è più sicuramente quella dei tempi di Jaspers. Potremmo forse dire che da lui prende le mosse per superare infine sé stessa verso la costruzione di una possibilità di cura attraverso la psicoterapia fenomenologica.

 

 

Giovanni Stanghellini, psichiatra e psicoterapeuta, è docente del corso di psicologia dinamica presso l’Università di Chieti, e dirige la scuola di Psicoterapia fenomenologica-dinamica di Firenze. Le tematiche affrontate da Stanghellini in questo webinar sono pregne di riflessioni sui cambiamenti della nostra epoca dettate dall’avvento dell’età delle tecniche che ha avuto come risultato un sovvertimento delle regole dello stare insieme. Si discuterà del ruolo della psicoterapia, “cura” ed “antidoto” nella società della tecnica, che nel suo doppio volto di arte e scienza, si trova oggi a fronteggiare nuove sfide.