Questo articolo sulla figura di Franco Basaglia non ha, per svariate ragioni, valore esaustivo circa la vita e il pensiero dello psichiatra veneziano. Rappresenta, però, il primo di una serie di articoli che permetteranno di raccontare ed analizzare le idee e i fatti principali degli anni che lo videro protagonista della psichiatria e della politica italiana, nonché di suscitare, ben consapevoli dei nostri limiti, un rinnovato interesse attorno alla sua persona e attorno al dibattito più generico sulle teorie e pratiche delle scienze psichiatriche attuali.

 

Franco Basaglia nasce a Venezia nel 1924, cresce in una famiglia benestante e vive in maniera attiva gli anni della Resistenza antifascista: viene arrestato, assieme ad altri partigiani nel dicembre del 1944. Il periodo passato in prigione, per il giovane Basaglia, ebbe profonde conseguenze sulla sua personalità e sulle sue convinzioni circa la natura e la funzione delle cosiddette istituzioni totali.

Le sensazioni così intense che provò la prima volta quando, nel 1961 e da direttore, mise piede nell’ospedale psichiatrico di Gorizia vengono fatte risalire ai ricordi giovanili del periodo trascorso dietro le sbarre; queste le sue parole a proposito: “quando sono entrato per la prima volta in carcere ero studente di medicina e lottavo contro il fascismo (…) c’era un odore terribile, un odore di morte. Mi ricordo di aver avuto la sensazione di essere in una sala di anatomia dove si dissezionano i cadaveri (…) quando sono entrato per la prima volta in manicomio ho avuto quella stessa sensazione (…) ho avuto la sensazione che quella fosse un’istituzione completamente assurda, che serviva allo psichiatra che ci lavorava per avere lo stipendio a fine mese. A questa logica assurda, infame del manicomio noi abbiamo detto no” (Basaglia F., Conferenze Brasiliane, 1979)

É possibile che questa esperienza da detenuto sia emotivamente e pragmaticamente collegata all’elaborazione di quel sapere pratico anti-istituzionale che lo portò a essere uno dei protagonisti della psichiatria radicale italiana di quegli anni, di quel processo che portò a chiudere gli ospedali psichiatrici nel 1978. Quegli stessi anni e gli stessi ambienti dell’antifascismo veneziano permisero a Basaglia di conoscere la sua futura moglie, Franca Ongaro, figura fondamentale nell’opera ideologica e pratica dello psichiatra veneziano.

 

Nel frattempo, Basaglia si laurea in medicina nel 1949 presso l’Università di Padova, inizia a lavorare come assistente di un noto professore (Giovan Battista Belloni) in una clinica universitaria, senza abbandonare i suoi interessi per la filosofia fenomenologica e la psichiatria (Belloni soleva apostrofarlo bonariamente e con una punta di disapprovazione “il filosofo”). Nel 1952 si specializza in Malattie Nervose e Mentali e nel 1958 ottiene la libera docenza senza, nonostante questo, trovare spazio nel mondo accademico; ciò lo porterà a rimpolpare la schiera di quel gruppo di psichiatri che, in quel periodo, erano considerati di seconda fascia, ovvero coloro che lavoravano o dirigevano quei non-luoghi che in Italia son stati i manicomi fino al 1978. É probabile che Franco Basaglia sia stato ostacolato sin dal principio nella sua carriera accademica, per ragioni personali e probabilmente ideologiche: in questo grande intellettuale del ‘900 sembra impossibile scindere la passione teorica (negli articoli dei primi anni a Padova da ricercatore fu influenzato dall’opera di Sartre, Minkowski, Husserl, Heidegger e Merleau-Ponty, e proprio per questo a partire dagli anni ’50 Basaglia cominciò a definirsi “un fenomenologo”) dalla prassi clinica anti-istituzionale che lo vide protagonista di una nuova psichiatria a partire dal 1961. Teoria e prassi in Franco Basaglia si rincorrono senza sosta e a questo proposito sembra necessario riportare pedissequamente uno dei passi più illuminanti della sua opera teorica: “nel momento in cui lo psichiatra si trova faccia a faccia con il suo interlocutore (il malato mentale) sa di poter contare su un bagaglio di conoscenze tecniche con le quali, a partire dai sintomi, sarà in grado di ricostruire il fantasma di una malattia, avendo tuttavia la netta percezione che, non appena avrà formulato la diagnosi, l’uomo sfuggirà ai suoi occhi (…); da un lato dunque una scienza ideologica impegnata alla ricerca della genesi di una malattia che riconosce “incomprensibile”; dall’altro un malato che, per la sua presunta incomprensibilità, è stato oppresso, mortificato, distrutto da un organizzazione asilare che, invece di agire su di lui con il ruolo protettivo di una struttura terapeutica, ha contribuito alla graduale, spesso irreversibile, disintegrazione della sua identità (…) quello che si rileva subito è che il malato non esiste, (anche se sarebbe lui il soggetto della finalità dell’istituzione), fissato com’è in ruolo passivo che lo codifica e insieme lo cancella. Ma ciò che inoltre non si riesce a individuare è il ruolo dello psichiatra, se si trascura quello del potere e dell’autorità di cui sono rivestiti (…) Se la reciprocità dei ruoli tende a negare ogni gerarchia, allora avviare un tale tipo di rapporto con il malato, significa minare il principio autoritario-gerarchico su cui l’intera organizzazione ospedaliera si fonda, per tendere ad un organismo in cui ogni polo della realtà cerchi, attraverso l’altro, il proprio significato” (Basaglia F., Che cos’è la psichiatria, 1967). Ancora Basaglia sul rapporto tra teoria e prassi in psichiatria: “L’alternativa oscilla dunque tra un’interpretazione ideologica della malattia che consiste nella formulazione della diagnosi esatta, ottenuta attraverso l’incasellamento dei sintomi in uno schema sindromico precostituito; o l’approccio al “malato mentale” su di una dimensione reale in cui la classificazione della malattia ha e non ha peso, dato che il livello di regressione che lo accomuna agli altri ricoverati è legato ad una serie di comuni circostanze istituzionali- quelle che Goffman chiama contingenze di carriera- più che alla sindrome in sé” (ibidem).

 

Basaglia, e da questo estratto lo si comprende, è sia inventore (lo psichiatra che chiude i manicomi) che narratore (lo psichiatra “filosofo”): in lui teoria e pratica si rincorrono di continuo sul terreno delle contraddizioni psichiatriche. Alla teoria alla quale così intensamente si era dedicato durante gli anni accademici affianca una praxis che con la teoria mantiene un rapporto di continua tensione, di ambiguità: non si tratta di pura speculazione ma piuttosto di un’idea (quella della dialettica permanente e delle contraddizioni perenni) che Basaglia riverserà nella sua opera di smascheramento delle dinamiche totalizzanti dell’istituzione manicomiale così come nella sua attività di smantellamento della stessa istituzionale asilare. Basaglia, per dirla con Piero Cipriano, “è in bilico perenne tra la carta e la carne” e fu questo a fargli dichiarare necessaria un’istituzione psichiatrica (sia nelle forme del manicomio che in quelle territoriale) in crisi permanente, perennemente in balia della reciprocità degli attori in causa e dei loro bisogni veramente reali.

 

L’opera pratica e teorica di Basaglia e dei suoi collaboratori, sia a Gorizia che a Trieste, può essere analiticamente divisa in due momenti distinti: un primo momento controtransferale e un successivo momento di razionalizzazione. Il primo dei due è essenzialmente un momento e un movimento emotivo ed umanitario: sia a Gorizia che a Trieste l’equipe basagliana viene travolta dal degrado e dalla regressione in cui vessavano i pazienti dei due manicomi: grandi stanzoni e camerate spoglie di tutto se non di sporcizia e puzza, elettroshock, contenzioni meccaniche e farmacologiche spietate, pazienti legati quotidianamente e privati di ogni oggetto personale, insomma l’odore di morte di cui prima e che tanto faceva somigliare il manicomio al carcere vissuto direttamente dallo psichiatra veneziano (numerosi nell’opera di Basaglia saranno i riferimenti e i parallelismi tra l’ospedale psichiatrico e i lager nazisti; fu difatti profondamente colpito dalla lettura dell’opera di Primo Levi; sul rapporto tra Levi e Basaglia si veda Esperimento Auschwitz M. Bucciantini). A questo momento di reazione esclusivamente emotiva e quindi di liberazione fisica dei matti fa seguito, nella teoria e nella prassi, un successivo momento di razionalizzazione delle contraddizioni della psichiatria asilare: Basaglia e i suoi collaboratori elaborano, alla luce di una serie di riferimenti facilmente rintracciabili nei loro scritti (si pensi che nel 1961, anno dell’arrivo di Basaglia a Gorizia, vedranno la luce tre opere fondamentali per la psichiatria radicale di quegli anni, ovvero Asylum di Goffman, I dannati della terra di Franz Fanon e Storia della follia nell’età classica di M.Foucault, oltre al retroterra fenomenologico già accennato prima) una teoria e una pratica che smaschereranno, per la prima volta, la funzione della praxis psichiatrica all’interno delle società occidentale: ovvero una funzione di mistificazione tecnica e scientifica di contraddizioni ben più radicate nel sistema economico e produttivo di quanto si potesse pensare; “ogni società”, ci racconta Basaglia in Che cos’è la psichiatria?, “le cui strutture siano basate soltanto su una discriminazione economica, culturale e su un sistema competitivo, crea in sé delle aree di compenso che servono come valvole di scarico all’intero sistema (…) La società e la psichiatria ci hanno fatto credere che ogni suo (del malato) atto di contestazione alla realtà che è costretto a vivere, sia un atto malato, espressione della sindrome di cui soffre (si riconosce l’incomprensibilità del fenomeno psicopatologico come una mostruosità biologica che poteva solo essere isolata)”.

Quella di cui parla Basaglia è evidentemente una società le cui forme di organizzazione non tollerano l’analisi e l’elaborazione di una pratica politica e scientifica complessa: la follia e la malattia mentale (che è il discorso della ragione scientifica sulla follia pura) vengono concepite alla stregua di un marchio totalizzante e a vita: non ci si libera in nessun momento della giornata e per tutta la vita dello stigma psichiatrico e ogni atto del malato viene interpretato alla luce della sua carriera psichiatrica e della sindrome che ne costituisce il fantasma psicopatologico.

 

Basaglia non è un anti-psichiatra (non vediamo come possa esserlo dato che la psichiatria dovrebbe essere l’arte di prendersi cura, iatrèia, dell’anima, psiché) come spesso abbiamo sentito dire e non solo dai suoi detrattori ideologici, e per questo non nega la sofferenza dell’uomo, ciò che Basaglia nega è la mostruosità biologica del malato mentale, la sua incomprensibilità e la riduzione di questa sofferenza, nelle sue infinite forme e sostanze, al solo livello psicopatologico. La malattia mentale, come ogni forma di esperienza umana, è un fenomeno complesso e le contraddizioni che l’attraversano e che la rendono quella che è sono molteplici: contraddizioni biologiche, psicologiche, familiari, economiche e politiche.

 

Gli anni di Gorizia e di Trieste (ma in generale di tutta la psichiatria radicale italiana) sono la testimonianza più forte del fatto che la malattia mentale, nelle sue diverse forme di manifestazione e perché no di guarigione, subisce dalla società che ne organizza la gestione, la cura e la custodia, una serie di incrostazioni istituzionali che nulla hanno a che vedere con la sofferenza umana. Certo, Basaglia vorrebbe incontrare la follia fuori dalla istituzioni, ma sa che questo è concretamente e teoricamente impossibile: ciò che lo ha reso e lo rende ancora oggi un rivoluzionario (e non un semplice riformista che seppur bene intenzionato, riesce se va bene ad elaborare soluzioni meramente tecniche) è l’aver dimostrato di poter fare psichiatria senza i paraventi delle sindromi, delle istituzioni totalizzanti, dei sistemi statistici per dirla con T. Nathan e negando il mandato politico e culturale e scientifico che vuole fare del malato un uomo unidimensionale, un mostro incomprensibile, pericoloso a sé e agli altri e di pubblico scandalo. Ciò che lo rende un rivoluzionario è il riconoscimento della natura irrisolvibile delle contraddizioni e delle ambiguità umane: ogni sofferenza, ogni frizione, ogni attrito in seno all’individuo e alla società tutta, vanno affrontate in maniera dialettica, che, pragmaticamente, vuol significare che non esistono ideologie e soluzioni definitive alla sofferenza umana e, nello specifico, gli attori delle contraddizioni psichiatriche (pazienti, familiari, medici, amministratori) dovrebbe ambire ad un confronto perenne, mai domo, mai adagiato su posizioni egemoni e soluzioni totalizzanti.

 

La filosofia e le pratiche basagliane sono in crisi permanente ed è per questo che nel parlare e nello scrivere di Basaglia non ci si deve accontentare nè di ritratti da santo laico né di opposizioni meramente ideologiche; Basaglia testimonia, con la sua scrittura ma soprattutto con la sua pratica, di aver scelto per se stesso e per chi lo circondava l’immagine di un uomo libero e responsabile, al di là delle sue condizioni di salute o malattia. Pronunciando quel famoso “no” a firmare il registro delle contenzioni che gli venne porto da un’infermiera il suo primo giorno da direttore a Gorizia, Basaglia pose le basi per una psichiatria radicale (nel senso che tenda all’origine dei fenomeni) e attenta ai bisogni veramente reali della sofferenza umana. Se con Sartre potremmo dire che “scegliendomi, io scelgo l’uomo”, alla stessa maniera Basaglia scegliendosi come essere umano prima che come medico psichiatra, sceglie il malato mentale come persona prima che come corpo e comportamento da oggettivare e pietrificare per sempre.

 

Bibliografia

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