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Il modello ENACT. The Body Means

Cosa accade in quel tra? Tra me e te? Come si sta lì, sulla soglia, senza cadere? Sospesi, distesi, appesi, vicini, lontani. Non lo sappiamo. Cosa posso fare io per te? Cosa puoi fare tu per me? Lo scopriamo solo lì, in quel momento. Stiamo, perché siamo in un continuo divenire, insieme. L’Io diventa Io nel Tu (Buber, 1923). Ma come? È un corpo a corpo con te e con il mondo che ci appare e prende senso, forse non serve fare, forse per una volta proviamo semplicemente ad essere, esistere. È in questo spazio sensibile, nel movimento della nostra carne che risuona, stona, si scorda e si accorda, che pulsa la vita. Ed il privilegio di sentire va vissuto, a fondo. Finché il patico pulsa, nella gioia, nel dolore, nello strazio, nell’estasi, c’è speranza, c’è possibilità di cambiamento. Ed il patico si nutre dell’incontro. Una stanza, tu, io, lui, lei, loro, Giorgia, Karen, Dario, camminiamo nello spazio, alla ricerca del nostro respiro. A quale velocità abbiamo bisogno di andare oggi? Come si muove la nostra lingua? Quanto sono umide le nostre ascelle? Dove urlano i nostri dolori? Le spalle? Il collo? Quanto pesanti sono le nostre gambe ora? Come ci spostiamo da un punto all’altro della stanza. Che sapore ha l’aria che ci sfiora? ENACT.The Body Means è un laboratorio esperienziale che si fonda su un paradigma fenomenologico, incarnato e relazionale (Fuchs 2017, 2018a, 2018b, 2021) e pone al centro il corpo-in-movimento (Sheets-Johnstone 1999)– come filtro di conoscenza, costruzione di legami e trasformazione – l’intercorporeità e la musicalità condivisa del movimento, intrecciando pratiche artistiche e approcci terapeutici. Attraversiamo la stanza, tagliando l’aria, sentendo le nostre presenze e cercando di ascoltare la danza naturale di ogni organo; il nostro corpo vivente e vissuto (Leib) si trova in una situazione nuova, ma famigliare, ancestrale.

Il sé, la relazione e il senso condiviso si costituiscono attraverso quattro fenomeni fondamentali: 1) l’esperienza incarnata, ovvero del corpo; 2) i ritmi interocettivi, ovvero le sensazioni interne come il battito del cuore, la respirazione, le sensazioni viscerali, ed il sistema endocrino; 3) il movimento intenzionale, ad esempio “io voglio abbracciarti”; 4) la risonanza con gli altri, la sintonizzazione preverbale e preriflessiva. Ecco che si apre l’accesso alla dimensione intersoggettiva.

Il modello ENACT. The Body Means si articola attorno a tre relazioni fondamentali: 1) tra il processamento sensoriale ed il sé incarnato; 2) tra il sé incarnato ed il movimento intenzionale; 3) tra il sé-in-movimento e l’intercorporeità che genera sincronia.

Il laboratorio si sviluppa attraversando tre fasi: la prima è la consapevolezza corporea individuale, la seconda è la sintonizzazione diadica e la terza è la musicalità di gruppo. Le tre fasi conducono gradualmente all’attivazione di processi di radicamento, ascolto, reciprocità e co-creazione di senso. ENACT. The Body Means integra danza contemporanea, GAGA movement language, Contact Improvisation, Intensive Interaction, DIR Floortime e Gruppoanalisi dell’Esserci, coniugando dimensioni artistiche e terapeutiche.

La GAGA Improvisation Technique, sviluppata da Ohad Naharin (2003), è un linguaggio del movimento che accresce la consapevolezza corporea invitando ad ascoltare il ritmo interno del corpo, lasciando che esso guidi il movimento verso un piacere sensoriale e creativo.

La Contact Improvisation, ideata da Steve Paxton nel 1972, è una danza basata sul contatto fisico continuo e sull’esplorazione di gravità, momentum, inerzia e attrito come strumenti compositivi. Il principio cardine è la condivisione del peso: i corpi dialogano tramite punti di contatto mobili, rispondendo in tempo reale agli impulsi reciproci. Ne nasce una danza imprevedibile e co-creata, fondata su ascolto, fiducia e sensibilità cinestetica. Fenomenologicamente, valorizza la co-costituzione intercorporea: la percezione di sé si ridefinisce nel contatto, rendendo fluida la distinzione tra sé e altro.

L’Intensive Interaction (Hewett & Nind, 1998; Caldwell, 2006) è un metodo terapeutico per persone con difficoltà comunicative e sociali, che si concentra sullo sviluppo dei fondamenti della comunicazione: contatto visivo, condivisione dello spazio, turn-taking, ascolto, utilizzando il linguaggio corporeo come canale primario di coinvolgimento.

Il DIR Floortime (Developmental, Individual-differences, Relationship-based model), sviluppato da Stanley Greenspan e Serena Wieder (Greenspan, 1997; Greenspan & Wieder, 1997, 1998, 2007), pone l’accento sui processi di sviluppo socio-emotivo e relazionale, attraverso interazioni affettive e corporee calibrate sulle differenze individuali; promuove l’espansione delle capacità comunicative e cognitive attraverso il gioco condiviso, la sintonizzazione emotiva e l’attenzione ai segnali corporei e motivazionali della persona. La relazione è motore primario dello sviluppo. In ENACT, questi principi vengono integrati nelle pratiche di coppia e di gruppo, favorendo la co-regolazione affettiva, l’emergere dell’intenzionalità e la costruzione di linguaggi condivisi preverbali e corporei.

La Gruppoanalisi dell’Esserci è la declinazione gruppale della Daseinsanalyse fondata da Binswanger (1946), ovvero l’analisi dell’Esserci (Dasein), che è costitutivamente essere-nel-mondo (in-der-welt-sein) ed essere con l’altro (Mitsein). Sviluppata da Gilberto Di Petta nei Ser.T. (2006), pone al centro la dimensione patica, e quindi corporea, come nucleo costitutivo della relazione e delle possibilità di trasformazione. Valorizza il sentire corporeo, la condivisione delle emozioni e l’intercorporeità come campo in cui operatori e partecipanti, al di là dei ruoli, si co-costituiscono. Il gruppo diventa così spazio di risonanza e trasformazione, dove il sentir-si e il viver-si insieme si fa esperienza terapeutica e possibilità di cura.

Questi approcci e riferimenti teorici, pur provenendo da ambiti diversi, condividono un presupposto fondamentale: il corpo è il luogo originario dell’esperienza, della relazione e della costruzione di senso. In ENACT, non vengono applicati in modo rigido o sequenziale, ma vengono integrati in una pratica che si sviluppa a partire da ciò che accade nel qui e ora dell’incontro; trovano, cioè, coerenza operativa in una progressione esperienziale che accompagna i partecipanti dal contatto con sé stessi all’apertura verso l’altro e verso la dimensione gruppale. Il passaggio tra questi livelli non è lineare né predeterminato, ma emerge gradualmente attraverso il coinvolgimento corporeo, relazionale ed emotivo. È all’interno di questa cornice che si articolano le tre fasi del laboratorio.

Fase 1. Consapevolezza corporea individuale e presenza

Presa di coscienza del corpo e del suo rapporto con lo spazio e gli altri. Si parte dal radicarsi: ascolto del pavimento sotto i piedi, dell’aria nei polmoni, della pelle che registra temperatura e distanza. Camminate lente, poi più libere, accompagnano un’esplorazione simile a un body-scan. Un breve floorwork scioglie articolazioni e peso: il contatto col suolo riorienta propriocezione e tonicità. Si chiarisce la distinzione tra cenestesi, propriocezione, immagine corporea (ciò che immagino del mio corpo) e schema corporeo (ciò che posso fare con il mio corpo). Micro-azioni collegano movimento, gesto e parola e le metafore fisiche aprono all’ascolto somatico.

Fase 2. La sintonizzazione diadica, interazione in coppia

Quando i corpi sono radicati, l’attenzione si sposta sull’altro. La sintonizzazione diadica avviene in diversi modi, per esempio camminando fianco a fianco alla ricerca di un tempo comune; a turno uno conduce e l’altro segue attraverso segnali minimi. Talvolta si lavora senza contatto, immaginando un filo che connette parti dei due corpi: un entanglement attentivo che trasforma la distanza in relazione. Qui entra la Contact Improvisation: gravità, momentum e inerzia educano alla fiducia reciproca. Peso condiviso, perdite e ritrovamenti di equilibrio, sospensioni del movimento volontario aprono possibilità di co-creazione. La seconda fase integra anche l’Intensive Interaction: turni, attese e micro-risposte corporee costruiscono un linguaggio preverbale. L’accento è sulla reciprocità, sull’ascolto del gesto e sull’intensità della comunicazione non verbale.

Fase 3. Lavoro di gruppo e musicalità

Il lavoro si apre al gruppo per stimolare sincronia interpersonale, empatia cinestetica e condivisione emotiva. Per esempio, in cerchio, un partecipante avvia un ritmo, un gesto o una vocale: il gruppo lo riprende, lo varia, lo sospende. La leadership è condivisa: uno sguardo passa la guida e gradualmente emergono partiture collettive di voce e movimento. Il direttore d’orchestra non è il conduttore ma la musicalità incarnata (Trevarthen, 1999) di gruppo, priva di coreografie predefinite, ma situata in un tempo comune nato dall’ascolto reciproco.

“Tutto accade come se intuizioni, movimenti e gesti sconfinassero in un’intenzionalità estesa, come se il mio corpo e quello dell’altro formassero un sistema” (Merleau-Ponty, 1949–1952).

Questa progressione rafforza l’efficacia nelle interazioni sociali, attivando un circolo virtuoso di risonanza corporea ed emotiva. Il lavoro promuove connessioni pre-riflessive, preverbali e intercorporee, creando condizioni di autentica presenza reciproca.

La conduzione di ENACT non è “di fronte” al gruppo, ma “con” il gruppo (Cargnello, 1980). Chi conduce cura l’atmosfera (Griffero, 2017), risponde alle necessità emotive e relazionali rispettando i tempi di ciascuno, e agisce come facilitatore e co-autore dell’esperienza.

A questo punto, dopo aver attraversato le tre fasi, si apre una domanda: come prende forma tutto questo nei contesti in cui lavoriamo? Dove accade, concretamente, questa pratica incarnata della fenomenologia?

ENACT si muove in spazi diversi che nel tempo si sono delineati con chiarezza: quello formativo, quello artistico e quello clinico-terapeutico. Cambiano i contesti, cambiano le persone, ma ciò che resta è il dispositivo: un gruppo che si ritrova, uno spazio da abitare, un invito all’ascolto e al movimento. I gruppi sono volutamente eterogenei, attraversati da differenze di età, funzionamento, esperienza e ruolo. Non ci sono prerequisiti né gerarchie: si entra e si inizia da lì, dalla presenza.

Se dovessimo fermarci a una definizione, diremmo che ENACT è un laboratorio fenomenologico esperienziale fondato sull’idea che il senso non sia dato, ma emerga nell’azione. È nel corpo che si muove, che percepisce, che entra in relazione, che il mondo prende forma. “The body means” rimanda proprio a questo: al corpo vissuto (Leib), che si distingue dal corpo oggetto e che costituisce il luogo in cui esperienza e senso si intrecciano. Ma questa definizione, da sola, non basta. Rischia di restare sospesa, come accade spesso alle parole quando non trovano un corpo che le attraversi.

ENACT prende forma quando un gruppo di persone si ritrova in una stanza e inizia a muoversi. Il conduttore non dirige dall’esterno, ma è coinvolto nel processo e lo accompagna, orienta l’attenzione, tiene il campo. I partecipanti esplorano il proprio modo di stare nel corpo, di abitare lo spazio, di entrare in relazione. Il lavoro si sviluppa a un livello in gran parte non verbale e preriflessivo: riguarda la qualità del gesto, del ritmo, della presenza. È qui che la pratica si avvicina davvero alla sua intenzione: non spiegare, ma far accadere. Non dire cosa è la relazione, ma creare le condizioni perché possa emergere.

Una partecipante lo descrive così: “C’era un momento in cui nessuno parlava, nessuno dirigeva… eppure qualcosa ci muoveva tutti insieme. Lo sentivi nel silenzio: aveva peso, aveva musica.”

Se la sofferenza può essere intesa anche come una frattura del dialogo con il mondo e con l’altro (Stanghellini, 2016, 2017), allora diventa necessario riaprire uno spazio in cui questo dialogo possa accadere di nuovo. ENACT lavora in questa direzione, proponendo un terreno in cui il riconoscimento, la reciprocità e la presenza vengono prima vissuti che pensati.

Le tre fasi attraversate (il contatto con sé, l’incontro con l’altro, l’apertura al gruppo) non sono solo una struttura operativa, ma indicano un possibile movimento dell’esperienza. Un passaggio progressivo, non lineare, in cui il corpo diventa il luogo attraverso cui il Sé, la relazione e il senso condiviso possono riemergere e trasformarsi.

Nei diversi contesti in cui il laboratorio è stato proposto, ciò che si osserva non sono risultati standardizzati, ma piccoli spostamenti. Un ritorno al sentire corporeo, una maggiore possibilità di stare in relazione, un passaggio dall’imitazione alla risonanza, dall’evitamento alla partecipazione.

ENACT non agisce nel territorio della spiegazione ma su quello della comprensione, dell’esperienza vissuta e del dispiegamento (Stanghellini & Mancini, 2018). Lavora nel corpo che sente prima di comprendere, nel gesto che incontra prima di essere nominato, nel ritmo condiviso che permette il passaggio dall’’Io al Tu e al Noi.

E allora la domanda iniziale ritorna come un’eco: cosa accade in quel tra, tra me e te? Siamo a vedere, o meglio, stiamo a sentire, perché solo nel sentire emerge il gesto che ci unisce, che crea e che trasforma e ci tiene a galla, su questa soglia, che non ha una mappa, che è sottile, che patisce e che vibra, ed è l’unica cosa che conta, quella vibrazione, che sentiamo io e te, e che nutre il nostro respiro, che trasforma i nostri mondi, che ci rende umani, che ci tiene insieme, fino a domani.

Se la cura è dialogo, se la sofferenza è una rottura della sintonia con sé e con l’altro, se il benessere è la possibilità di sentire, di muoversi e di cambiare, allora forse è proprio lì, in quello spazio del “tra” che vale la pena restare, nel divenire insieme.

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Veronica Boniotti

Psicoterapeuta ad approccio fenomenologico-dinamico, filosofa di formazione e coreografa. Dopo la laurea in Filosofia a La Sapienza e studi alla Sorbona, ha conseguito due Master all’Università di Bristol, un Master sull’Autismo all’università di Trento, e la laurea in Psicologia Clinica. Si è specializzata alla Scuola di Psicoterapia Fenomenologico-Dinamica di Firenze. La formazione e l’esperienza clinica e accademica sono sempre andate di pari passo con quella artistica. I suoi interessi di ricerca spaziano dalle emozioni, all’intercorporeità, alla neurodivergenza e all’autismo. Integra danza e movimento nella pratica clinica, creando spazi terapeutici dove corpo, parola e relazione diventano possibilità di espressione autentica, cura, co-creazione e trasformazione.

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