Rogers definisce la congruenza come la capacità di integrazione tra l’esperienza dell’organismo e l’immagine di sé che l’individuo ha in quanto si rappresenta l’esperienza (Rogers,1957, 1970, 52); Per esempio, il soggetto può immaginarsi come caratterizzato da x attributi e come provante x sentimenti. Ora, se fosse in grado di farsi una rappresentazione corretta della sua esperienza, scoprirebbe che possiede invece le caratteristiche y e che prova i sentimenti y. Nel modello strutturale integrato viene descritta come integrazione tra i diversi linguaggi di esistenza, tra le diverse posizioni dell’io, tra la consapevolezza occidentale e quella orientale e tra l’io ed il tu che entrano in relazione.

La congruenza è la piena coscienza delle proprie reazioni, delle proprie emozioni e dei propri sentimenti. Essere congruenti significa essere pienamente in accordo con se stessi, saper esprimere i propri bisogni, i propri desideri, i propri sentimenti, far sì che tutto ciò che dicono il nostro atteggiamento e le nostre parole sia espressione del nostro pensiero e delle nostre emozioni . Si distingue in congruenza intrapsichica ed interpersonale.

La congruenza intrapsichica si riferisce alla capacità di un soggetto di integrare in unità l’esperienza somatica, quella emotiva, quella fantasmatica, e quella cognitiva. Nello specifico, utilizzando le categorie di assimilazione e accomodamento di Piaget si può affermare che l’uomo adulto può essere considerato come un bambino che cresce, che ha bisogno di strutture sempre più potenti e adeguate (più congruenti) per gestire il continuo aumento dei dati esperienziali.

La congruenza interpersonale si riferisce, invece, alla capacità dell’individuo di comunicare quello che sente, prova, fantastica e pensa in modo che all’interlocutore sia possibile comprenderlo in funzione della sua crescita. All’interno di una relazione la congruenza interpersonale serve a migliorare la dimensione intersoggettiva. Secondo Rogers, la categoria della congruenza interpersonale deve essere tenuta in considerazione nel rapporto terapeutico, che è un rapporto tra persone reali e non solo tra un paziente che chiede consulenza ed un esperto. Nessuna scrivania tra cliente e terapeuta. Due persone, seduta una di fronte all’altra che si relazionano in base a quello che sono. In questa relazione si chiede al terapeuta di essere coinvolto per quello che è. IL suo coinvolgimento va considerato non solo come un ottimo strumento per capire meglio il paziente, ma come una possibilità in più di creare un rapporto di crescita. (Rogers, La terapia centrata sul cliente).

Ariano osserva che Rogers assolutizza il bisogno di essere congruenti senza stabilire quando lo è opportuno e quali siano i criteri. Tale osservazione, ha dato modo ad Ariano di formulare i criteri utili per stabilire quando essere congruenti:

  • sapere dove sta la persona (malattia),
  • dove la si vuole portare (salute),
  • quali sono gli strumenti migliori per raggiungere lo scopo

Per questo motivo, il terapeuta non deve solo fare da specchio al cliente, ma farsi conoscere nella sua autenticità, assumendo ad un certo punto la stessa importanza del cliente nella costruzione di una relazione che rispetti le caratteristiche dell’intersoggettività, tenendo insieme io e tu.

Lavorando da più di 2 anni in una struttura residenziale psichiatrica ho sperimentato che quotidianamente utilizzo la congruenza nella relazione con i pazienti, perché con essa lavoro sull’esame di realtà e nello specifico sulle regole di vita nella struttura; Racconto in particolare la mia esperienza con G.T. paziente che risiede da anni nella struttura, che se non aiutato e stimolato, trascorre la maggior parte del tempo in stanza. Ogni sua singola attività giornaliera dalla cura del sé alla cura dello spazio personale, è fonte di stress ed ansia. Crede di soffrire più di tutti e di non essere compreso nel suo malessere. La relazione con lui è caratterizzata da un continuo rimandargli la stranezza del suo comportamento (consapevolezza della malattia) e le regole di convivenza della comunità.

 

Un caso 

Un esempio tratto dalla vita di comunità. La mattina durante la fase dell’igiene personale e del riordino, attività che coinvolge tutti gli ospiti della residenza, G.T. diventa oppositivo e svalutante rifiutandosi di collaborare, nello specifico resta a letto paralizzato, rimuginando e lamentando di una possibile contaminazione di batteri.

Scelgo di intervenire usando un atteggiamento congruente per rimandargli il senso di realtà rispetto a tre punti:

  • ci si prende cura di sé per mantenere in salute il proprio corpo
  • non prendendosi cura di sè le persone ci allontanano
  • gli spazi di vita vanno tenuti puliti nel rispetto degli altri

Rimandati questi punti, vista la sua paura che si manifesta con il sintomo di contaminazione batterica, lo rassicuro e lo sostengo, utilizzando un atteggiamento anche empatico. Il risultato che riesco ad ottenere è di mettere in discussione il comportamento disfunzionale di G.T. Cerco di ampliare la capacità di ricevere maggiori stimoli e di aggiungere alla sua struttura mentale elementi che prima non aveva, che gli consentono di accrescere la sua capacità di contenimento.

 

Bibliografia

Ariano G. (2000), Diventare uomo. L’antropologia della psicoterapia d’integrazione strutturale, Armando Editore, Roma

Rogers C. R. (1970), La Terapia centrata sul cliente. Teoria e pratica, Martinelli, Firenze