Scrivere su un blog di psicologia con gli scopi dichiarati di attirare l’attenzione del lettore e allo stesso tempo portare avanti un discorso scientifico non è cosa facile. Da una parte, si può incappare nell’errore di utilizzare un linguaggio troppo noioso, mentre dall’altra si rischia di scadere nel banale o peggio ancora nell’incomprensibile. Ho qui a disposizione solo due strumenti per raggiungere i miei scopi: la vita di uomo e la nascita di un concetto. In più, per non perdermi nel dedalo delle discussioni scientifiche sulla mente degli ultimi anni (Gallagher, Zahavi, 2008; Zahavi, 2012) avrò bisogno di un preciso orizzonte teorico/pratico sul quale poggiare le mie affermazioni. Questo orizzonte sarà qui l’approccio fenomenologico-esistenziale alla mente e all’esperienza (Gadamer, 1963; Van Den Berg, 1955).

 

Nel 1912 Karl Jaspers era un giovane psichiatra volontario, che aveva trascorso tre anni nella clinica universitaria di Heidelberg, all’epoca una delle più famose d’Europa. Jaspers era uno scienziato e un filosofo brillante, ossessionato dall’idea di una rivoluzione teorica nell’ambito delle scienze psicologiche: spostare l’attenzione dai libri, pieni di etichette e psichiatria dell’esclusione (vedi Foucalt, 1961), alla soggettività incarnata dei pazienti. Questo come altri progetti di vita furono tuttavia resi più difficili da una malattia polmonare cronica, che perseguitò lo psichiatra per tutta la vita, dall’età di otto anni fino alla morte, avvenuta nel 1969.

Lungo questi due poli di significato, la passione per il suo lavoro e la sofferenza per la malattia, si sviluppò l’intera esistenza di Karl Jaspers.

Qui avremo lo spazio per discutere solo uno dei molteplici concetti che nel 1912 andavano formandosi nella mente laboriosa dello psichiatra, che in seguito avrà il tempo di diventare il padre della psicopatologia fenomenologica e della filosofia esistenziale. L’idea in discussione è la nascita di un nuovo tipo di psicologia, che doveva prendere le distanze dalla psichiatria di stampo naturalistico e dal comportamentismo dilagante, per gettare le basi di un approccio centrato sull’esperienza in prima persona e sulla relazione terapeutica. Jaspers stesso definì “psicologia soggettiva” (Jaspers, 1912, p.17) questo nuovo modo di avvicinarsi alla dimensione del mentale.

Come sempre nella storia del pensiero, l’humus culturale dell’epoca costituì uno sfondo indispensabile. L’idea nasceva, infatti, sul fertile terreno della fenomenologia, che da poco aveva iniziato a portare i suoi frutti in ogni campo dell’umano sapere. Nel nostro ambito di interesse, che è quello psicologico, possiamo notare che fu lo stesso Husserl, l’iniziale fondatore della fenomenologia, a suggerire la possibilità di sviluppare una psicologia fenomenologica (Husserl, 1977) il cui scopo fosse studiare scientificamente la coscienza con i mezzi messi a disposizione dal metodo fenomenologico.

 

Era questo ciò su cui il giovane Jaspers rifletteva già nel 1912, ostacolato com’era dai problemi polmonari che gli impedivano persino di completare il giro delle visite dei pazienti. Il tempo trascorso nei corridoi delle cliniche psichiatriche gli fu comunque sufficiente per notare quanto le pratiche mediche della sua epoca (che troppo spesso sono ancora quelle della nostra) avessero la tendenza ad oggettificare i malati, trasformandoli in una lista di sintomi che chiudeva le porte ad ogni discorso sul significato, sulle storie di vita e sulle esperienze personali.

In ‘La cura della mente’ (1912) questa impostazione è definita da Jaspers psicologia oggettiva. Si tratta di un modo di studiare la malattia mentale che trae i propri dati solo da fatti precisamente osservabili e misurabili. Questi fatti sono i cosiddetti sintomi oggettivi, che Jaspers divide in tre tipologie:

  1. I fenomeni percepibili con i sensi, come i riflessi, le espressioni linguistiche, le azioni, i comportamenti etc.
  2. Le attività misurabili, come la capacità lavorativa, le prestazioni mnemoniche etc. A questa categoria possono essere ascritti anche la maggior parte dei moderni tentativi delle neuroscienze, che grazie alle tecniche di neuroimaging sono oggi in grado di “tradurre” l’attività cerebrale in immagini e dati analizzabili;
  3. I contenuti razionali che “per quanto non possiamo percepire con i sensi, siamo però in grado di comprendere senza l’aiuto di una qualche immedesimazione interiore nella mente altrui” (Jaspers, 1912, p. 17).

Per gli addetti ai lavori è facile notare quanto questa impostazione si avvicini al metodo del DSM (Diagnostic Syntoms Manual) che solo l’anno scorso ha visto pubblicata la sua quinta edizione. Nel suo brevissimo scritto del 1912 Jaspers ne anticipa con profetica precisione gli sforzi:

“Esiste il desiderio di elaborare la teoria delle malattie mentali sulla base dei soli sintomi oggettivi, con l‘intento di eliminare idealmente tutti i sintomi soggettivi” (Jaspers, 1912, p. 19)

Dal punto di vista fenomenologico questa psicologia oggettiva, con il suo tentativo di ridurre l’esperienza umana ad una serie di dati, realizza un pericoloso allontanamento da quello che dovrebbe essere l’oggetto (o forse sarebbe meglio dire il soggetto) dell’indagine psicologica, cioè la mente umana. Il problema fondamentale della psicologia oggettiva, nei diversi volti che essa ha assunto nel corso del tempo, è proprio quello di “escludere il più possibile ogni riferimento al mentale, divenendo in parte o totalmente una fisiologia” (Jaspers, 1912, p. 20).

 

A questo tipo di psicologia deve essere allora contrapposta una psicologia soggettiva, la cui peculiarità sia quella di prendere le mosse da dati diversi, che non escludano il lato soggettivo dell’esperienza, ma che anzi da esso traggano il proprio senso. Si tratta di dati che non possono essere precisamente quantificati e che vengono colti attraverso l’empatia (Einfulung) (Stein, 1917; Ales Bello, 2001), cioè attraverso l’immedesimazione cosciente nella mente dell’altro. Questi dati, che per Jaspers sono i sintomi soggettivi della malattia mentale, “possono essere intuiti interiormente solo mediante il vissuto condiviso” (Jaspers, 1912, p. 18) e assumono il valore di nuovo punto di partenza per ogni indagine sulla mente, e in particolar modo per ogni indagine caratterizzata da scopi clinici.

Anche i sintomi soggettivi, così come quelli oggettivi, possono essere divisi in tre categorie:

  1. I processi mentali che possiamo cogliere immediatamente. Jaspers fa qui riferimento in particolare alle emozioni, citando la paura, la tristezza e la gioia (Ibidem);
  2. I fenomeni mentali a cui abbiamo accesso solo mediatamente, cioè attraverso le parole e la descrizione del paziente;
  3. I processi mentali che vengono spiegati a partire da una commistione di dati delle precedenti due categorie.

A questa nuova psicologia soggettiva (o psicologia fenomenologica nei termini di Husserl) è affidato il compito di realizzare una rivoluzione copernicana nell’ambito della cura della sofferenza mentale. Nello specifico, una tale rivoluzione deve consistere nel mettere al centro la dimensione esperienziale del paziente, lavorando con lui a partire dalla relazione terapeutica al fine di realizzare un cambiamento nella direzione della crescita e dell’integrazione.

E’ chiaro che tutto ciò significa modificare profondamente il metodo e le tecniche della psicologia. Il metodo deve essere quello fenomenologico (e clinico) della riduzione, basato sulla consapevolezza del flusso di esperienza nell’accadere della relazione. In pratica, si tratta di “un’auto-osservazione sistematica dei vissuti costanti” (Ibidem, p. 30) o con parole più semplici di “rendersi conto di ogni fenomeno mentale, di ogni vissuto che emerge dall’analisi dei malati e dei loro racconti” (bidem, p. 49). Per fare ciò Jaspers cita alcune utili tecniche come l’empatia, l’esplorazione dei malati di se stessi e le trascrizioni delle autodescrizioni. A queste noi possiamo aggiungere l’uso del colloquio clinico e di alcuni test psicodiagnostici, come per esempio il Rorscahch, il Test della figura umana e della famiglia, le griglie di repertorio, purché siano sempre impiegati nel contesto di una cornice teorica e applicativa di carattere fenomenologico-esistenziale (Ariano, 2014; Ariano, Farace, 2010; Barison, Tognazzo, 1993).

 

A questo punto però dobbiamo tenere bene a mente l’avvertimento di Jaspers. Egli ci mette in guardia rispetto ad un pericolo incombente sulla psicologia soggettiva. Il rischio è quello di scadere in una psicologia “meramente” soggettiva. Ciò avviene quando lo psicologo (o più in generale il professionista della salute mentale) assume sì un atteggiamento di comprensione partecipativa, ma pretende poi di proporre “delle singole affermazioni prive di un ulteriore riferimento a concetti stabili e consolidati” (Jaspers, 1912, p. 23). In questo modo si perviene ad una conoscenza meramente soggettiva che resta lontana dal trasformarsi in una conoscenza scientifica caratterizzata dall’oggettività dell’intersoggettività (Ariano, 2002; 2008).

Se invece non vogliamo arrestarci al vissuto capace di comprensione, ma vogliamo pervenire ad un sapere comunicabile, dimostrabile, falsificabile e discutibile, è necessario fare sempre riferimento ad un modello teorico stabile, che funga da filo di Arianna nel labirinto della sofferenza mentale. Applicarsi continuamente per la messa in discussione e l’arricchimento di un tale modello diventa così lo scopo della psicologia fenomenologica, con la consapevolezza che “più i modelli sono ricchi e particolareggiati, più siamo sicuri di intendere un fenomeno ben determinato” (Jaspers, 2012, p. 27).

Nell’ambito della corrente fenomenologico-esistenziale è oggi necessario impegnarsi in un dialogo costruttivo tra le varie correnti e le varie scuole, fondando le discussioni sul terreno comune bene espresso da Ariano:

“L’uomo non è solo un insieme di comportamenti, non è solo una totalità strutturata determinata da leggi apprese nell’ambiente, né solo un organismo determinato dalle leggi della pulsione, ma anche un individuo capace di costruire teorie su di sé e sul mondo; è un individuo capace, sebbene condizionato, di trascendere le leggi ambientali e pulsionali, verso la libertà e la responsabilità. E’ inoltre un’identità che sa entrare in relazione con altre identità capaci di soggettività e relazionarsi con un orizzonte da cui riceve e a cui dà un senso” (Ariano, 2001, p. 30).

E’ questa la perla più preziosa che ho trovato nel breve scritto di Jaspers ‘La cura della mente’: come un cercatore d’oro nei fiumi del Klondike, partendo dai fenomeni così come essi appaiono, ogni psicologo deve setacciare il fondale alla ricerca dei concetti più utili per la propria pratica clinica e per la ricerca scientifica. Ma non è tutto. Dopo averne trovati una buona quantità deve imparare a metterli insieme in un modello coerente che sia poi confrontabile con quello di altri cercatori, anche con quelli di crecatori che setacciano fiumi diversi e lontani (correnti teoriche diverse).

L’intera vita di Karl Jaspers è stato un lungo e faticoso cammino su questa strada. Ogni sua opera è attraversata dalla consapevolezza che “l’essenza della filosofia non è il possesso della verità ma la ricerca della verità” (Jaspers, cit. nella prefazione di Stanghellini, 2014, p. 10). Questo è il destino dello psicologo fenomenologico: rimanere per sempre un infaticabile cercatore in contatto con gli altri.

 

 

Bibliografia

  • Ales Bello A. (2001), L’empatia secondo l’analisi fenomenologica, in Fenomenologia e integrazione, Atti del primo convegno nazionale AIPPIFE, Capri, 23-24-25 giugno 2000, a cura di Anna Falco.
  • Ariano G. (2002), Dolore per la crescita, Armando Editore, Roma.
  • Ariano G. (2008), Esercizi di intersoggettività, Sipintegrazione Editore, Napoli.
  • Ariano G. (2010), Dal contenuto ai modelli e dai modelli ai costruttori di modelli, in Fenomenologia e integrazione, Atti del primo convegno nazionale AIPPIFE.
  • ArianoG, Farace A. (2010), Il test della figura umana e della famiglia. Uno strumento per la psicodiagnosi e per la psicoterapia, Sipintegrazione Editore, Napoli.
  • Ariano G. (2014), Il metodo Rorschach. Teoria e pratica secondo il modello strutturale integrato, Edizioni Sipintegrazioni, Napoli.
  • Barison F., Passi Tognazzo D. (1993), Il Rorschach fenomenologico, Franco Angeli, Milano.
  • Foucault M. (1961), La storia della follia nell’età classica, Rizzoli, Milano, 2011.
  • Gadamer H. G. (1963), Il movimento fenomenologico, Laterza, bari 1998.
  • Gallagher S., Zahavi D. (2008), The phenomenological mind. An introduction to philosophy of mind and cognitive science, trad. it. La mente fenomenologica, Raffaello Cortina Editore, Milano, 2009.
  • Gallese V., Ferri F. (2013), Jaspers, the Body and Schizophrenia: The Bodily Self, in Psychopatology, DOI: 10.1159/000353258.
  • Husserl E. (1977), Phenomenological Psychology, Trans. J Scanlon, Springer, New York.
  • Jaspers K. (1912), Die phanomenologische forschungsrichtung in der psychopathologie, trad. it. La cura della mente, Castelvecchio Editore, 2014, Roma.
  • Jaspers K. (1913), Allgemeine psychopathologie, trad. It. Psicopatologia generale, Il pensiero scientifico, Roma, 2000.
  • Sousa D. (2014), Phenomanological Psychology: Husserl’s Static and Genetic Methods, in Journals of phenomenological psychology, DOI: 10.1163/15691624-12341267.
  • Stein E. (1917), Il problema dell’empatia, Studium, Roma, 1985.
  • Van Der Berg J. H. (1955), The Phenomenological Approach to Psychiatry. An Introduction to Recent Phenomenological Psychopathology, trad. it. Il metodo fenomenologico in psichiatria e in psicoterapia, a cura di Di Petta G., Rossi Monti M., Colavero P., Giovanni Fioriti Editore, Roma, 2015.
  • Zahavi D. a cura di (2012), The Oxford book of Contemporary Fenomenology, Oxford University Press, Oxford.