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La melanconia è cosa viva

Note sul tempo vissuto e la sofferenza del nulla ad ogni istante (il vuoto)

La malinconia è il prezzo della nascita dell’eterno nell’uomo … 

è l’inquietudine dell’uomo che avverte la vicinanza dell’infinito. 

Guardini

Nota iniziale

Chi scrive tenta, certo non senza difficoltà, di descrivere fenomenologicamente ciò che è definita malinconia in campo psicologico-psichiatrico. In quell’attenta e puntuale analisi dei molteplici fenomeni psichici se ne trovano  alcuni il cui tratto caratteristico è il a .tempo vissuto e il b. perdurare nel tempo e quindi la fenomenologia, assecondando la sua natura descrittiva e comprensiva, non possono esimersi dal tenerne conto. Se, però, ci si limitasse a un tale orizzonte di conoscenza, ci rimarrebbe del tutto precluso il significato piùprofondo della problematica del tempo vissuto nella malinconia. Si potrebbe fare un passo in avanti nell’ attuale ricerca psicopatologica, qualora ci si chiedesse quali siano le condizioni di possibilità (o impossibilità) d’esperienza di un vissuto temporale: in tal modo si oltrepasserebbe il semplice livello descrittivo della sofferenza psichica, ricercando le “strutture di base” che entrano in gioco quando intenzioniamo  il tempo interiore durante una malattia psichica. Tuttavia anche questo passaggio non sarebbe sufficiente, poiché ogni esperienza di vita umana è costitutivamente temporale, nel senso che si estende anche nel tempo interiore. 

Ogni esperienza temporale, in realtà, colpisce la persona rendendola fragile  e forte a secondo i diversi contesti:

«Il tempo ch’io sono – un bersaglio, ogni volta colpito dall’accadere di me a me stesso – è solitario. Non meno solitario è la verità, che in definitiva non dipende se non dalla mia credenza, e di cui pertanto, se restare ingannati è la rovina, io ed io soltanto sono dinnanzi a me responsabile».[1]

Non si tratta soltanto di una temporalità intrinseca all’oggetto-persona (paziente), ma anche di una temporalità del processo in cui il paziente entra  in relazione con il fenomeno della coscienza riflettente. Ora questo livello di temporalità nella sofferenza/cura, nel vissuto è insieme costituito costituente: è costituito giacché  assume il tempo come condizione patica-emotiva e di datità, ed è costituente dalmomento che influisce ciò che pensiamo, proviamo, sperimentiamo, sulle modalità dell’esperienza stessa di vita, di mondo, di persona. Da una parte, quindi, troviamo gli oggetti d’esperienza interna (pathos) che, nel loro manifestarsi, risentono in una certa misura della temporalità; dall’altra gli atti psichici quotidiani e seriali  attraverso i quali intenzioniamo tali oggetti al fine di fare esperienza del vivere.Questo duplice riferimento al momento temporale conduce a una difficoltà effettiva: com’è possibile preservare la natura unitaria della coscienza riflettente tenendo parimenti conto del suo essere temporalmente distribuita interiormente?  Proprio questo problema deveessere assunto come il fine ultimo di uno studio fenomenologico del tempo vissuto durante la sofferenza psichica. Per chi scrive, nell’approccio psicoterapeutico  del malinconico, in particolare e del suo mondo vissuto si dovrebbe mirare: a) a rendere possibile il mutamento patico ossia la liberazione della situazione di sofferenza, anche parziale (istigazione alla cura); b) a cogliere i fenomeni “psicopatologici” nel loro darsi (manifestarsi) come modalità espressive in relazione alla cronodesi[2], al legame degli accadimenti; c) a riconsiderare e riconoscere il fenomeno della  sofferenza oscura come flusso di vita. L’accadere malinconico mostra aspetti interiori, espressivi, linguistici, antropologici, sociali diversi nelle fasi dei tempi della cura e della ricerca personale. Spesso anche l’osservatore ossia il clinico  muta nel mutare degli orizzonti culturali, doxico-ideologici che si susseguono, della sua vita, dei suoi molteplici ambienti, della sua risonanza al mondo, delle sue concezioni.[3]

E come direbbe Heidegger: 

«La temporalità non risulta dalla somma «temporale» di avvenire, esser-stato e presente. La temporalità non «è» assolutamente un ente. Essa non è, ma si temporalizza».[4]



L’enigma antico della malinconia

La malinconia, in questo saggio,  non è solo una malattia che si presenta come sofferenza psichica, universale e l’angoscia esistenziale del malinconico non diventa solo l’emblema della condizione umana: la malinconia è crisi e rottura del tempo interiore. Tale patologia  già descritta nell’antichità[5] rientra nelle maschere della sofferenza oscura e ne rappresenta, forse, il lato umano più oscuro ed enigmatico.  Tuttavia tale tema ha attraversato numerosi campi: il legame epocale  della persona al tempo (cronodesi), il tempo del divenire interiore consapevole e misterioso (tempo vissuto), l’arresto vissuto o depressivo del tempo (tempo fermo), il tempo breve del dire (progetto linguistico) e il tempo lungo della parola  parlata/velocizzata, la «freccia del tempo», l’entropia. Oggi la bibliografia, le analisi e gli studi clinici, in campo psicopatologico, sul tema della malinconia sono assai vasti, in apparenza quasi esaustivi. Solitamente la figura del melanconico è identificata tout court con il personaggio schiacciato dal peso dell’inerzia e dell’avvilimento, curvo su di sé, assorto in un vago pensare (il vuoto), in una condizione umana che può essere riguardata come perdita del senso dell’esistenza, insignificanza, vuoto assoluto, abbandono, oppure come desiderio per l’Eden smarrito e come nostalgia cronica per il fondamento perduto: una condizione resa appunto dall’atto del penzolare e del vacillare, dal sentimento della vertigine dinanzi all’abisso. D’altra parte, la psicologia comprensiva ha interpretato la melanconia-depressione come una forma di destrutturazione dell’intenzionalità, dove il significato e il senso appare perduto per sempre.  Per alcuni secoli se il medico non riusciva a trovare la causa della malattia si pensava alla malinconia come una possessione diabolica e si ricorreva, di conseguenza, all’esorcismo. Si ricorda come, anticamente, le cause della malattia erano attribuite al corpo e al prevalere della bile nera e  i rimedi prescritti erano conseguenti e legati alle modalità dell’espellere – dal corpo – l’eccesso dell’umore tossico. In alcuni casi si poteva attuare una rigorosa dieta priva di cibi di colore nero e  sapore acre[6] mentre le feci nere rassicuravano il guaritore della buona riuscita del trattamento di cura a favore del paziente.[7]

Oggi psicofarmaci e psicoterapia rappresentano la cura più efficace. Nel campo dell’arte molti sono stati gli artisti (poeti e pittori) che si sono  interessati alla melanconia e, direttamente, hanno fatto esperienza di essa Sin dall’antichità la melancolia[8] era considerata come una malattia del genio, del diverso.[9] Il poeta Giacomo Leopardi   considera la melanconia, il sentimento del «nulla a  ogni istante», come un angelo triste, e osserva che la disperazione è una condizione di base della vita. Molte volte la malinconia si presenta con un “peso” che grava sulla psiche fino a schiacciarla: il demone per eccellenza. Per altro verso, anche la tradizione iconologia cattolica non ha mancato di personificare la melanconia nella figura del demone. I filosofi, da parte loro, hanno cercato di penetrare nelle pieghe più intime di tale fenomeno. Kierkegaard  ha connotato la melanconia come una pietrificazione dell’anima o una felicità senza piacere: una profondità superficiale, una sazietà affamata e, ancora, come il regno delle possibilità indeterminate, come la notte della solitudine, laddove solo la realtà, sebbene la più spaventosa, sia rimedio al dominio dell’intimità del possibile. Nel contrapporre alla tristezza salutifera la tristezza diabolica, inoltre i Padri della Chiesa hanno stigmatizzato il demonio di mezzogiorno (Salmo XCI), il demone dell’angoscia e dell’abbandono che colpisce e deprime il monaco nella propria cella nelle ore più calde del giorno (mezzogiorno), quando ci si abbandona al riposo.

«I rimpianti nascono da una giusta tendenza a tenere conto di quel che è successo nel nostro passato prima di decidere che cosa fare in futuro: Se avessi fatto così…. Ma il passato non è più modificabile. Quindi, quando camminiamo  sulla sottile linea della vita come funamboli, bilanciando paure e pericoli, cerchiamo di guardare avanti e di non volgere troppo spesso lo sguardo al passato. Preoccupandoci del futuro, non rimuginiamo su quello che è stato. Questo atteggiamento ci aprirà all’ottimismo e alla speranza».[10]

Infine nel campo psicologico-psichiatrico la malinconia (dal greco μελαγχολία, composto di μέλας, “nero”, χολή, “bile”[11]) è considerata uno stato d’animo (per chi scrive  “blocco nel tempo presente”) caratterizzato da tristezza, resa/sconforto e temporaneo affievolimento d’interessi e piaceri verso la vita, il proprio destino

«Cos’è dunque la malinconia? È l’isterismo dello spirito. Giunge un momento nella vita dell’uomo in cui l’immediatezza diviene quasi matura ed in cui lo spirito esige una forma superiore nella quale afferrare se stesso come spirito. Come spirito immediato l’uomo è una cosa sola con tutta la vita terrena, e Io spirito si vuoi quasi raccogliere fuori da questa dispersione, e trasfigurarsi in se stesso: la personalità vuoi diventare cosciente di sé nel suo eterno valore. Se questo non accade, se il movimento si ferma e viene represso, subentra la malinconia».[12]

La fiducia nel malinconico[13], in realtà sempre più rara e difficile, è celata dalla dissolvenza emozionale, dal “guasto temporale”, soprattutto da un atteggiamento di piena diffidenza sistematicapessimismo, costante ricerca della sicurezza massima, da un’ angoscia permanente verso il mondo. Ma vediamo,ora, come la malinconia connessa con le profondità dell’anima,  s’intreccia con il nostro tema principale: il tempo vissuto.

La  malinconia come rottura della trama temporale 

I primi e significati contributi sulla coscienza intenzionale del tempo interiore non possono che essere attribuiti a Bergson e poi a Husserl, padre della fenomenologia. Per ora basti ricordare come per quest’ultimo filosofo sia utile fare una distinzione precisa. Nelle Vorlesungen del 1904/05, infatti, Husserl distingue tre Konstitutionstufen: 1) le cose dell’esperienza nel tempo obiettivo; 2) le varietà d’apparizione costituenti di diverso grado, le unità immanenti nel tempo pre-empirico; 3) l’assoluto flusso di coscienza costitutivo di tempo. Alla luce di questa tripartizione si dovrebbe pertanto distinguere un primo processo costitutivo, attraverso il quale ci sono dati gli oggetti trascendenti nel tempo oggettivo; un secondo livello di costituzione attraverso il quale gli atti sarebbero delimitati come oggetti temporali nel tempo soggettivo (livello degli Erlebnisse); un terzo livello, che non sarebbe altro che il flusso di coscienza (livellodell’Erleben). Se si assume tale tripartizione come valida, è arduo spiegare il rapporto sussistente tra il secondo livello di costituzione e il terzo poiché, qualora si consideri il flusso come “assoluto”, non si riescono a determinare le condizioni di possibilità del secondo livello – attraverso il quale si dovrebbe unificare ciò che si manifesta come temporalmente frammentato, ottenendo così un’unità pre-empirica.

Il discorso di Husserl, nel caso della malinconia, potremmo offrirci un supporto operativo al fine di comprendere: 1) gli accadimenti  “scatenanti”  nel presente (qui e ora) dellesperienza malinconica nel tempo obiettivo; 2) le varietà dapparizione costituenti di diverso grado, le unità immanenti nel tempo pre-malinconico; 3) lassoluto flusso di coscienza “vuoto”  costitutivo e caratteristico del tempo interiore della malinconia2.

Ma  ai fini del nostro discorso psicopatologico è  grazie a Binswanger[14], Jaspers  e Minkowski che il fenomeno della malinconia ci appare clinicamente evidente nel suo manifestarsi, come “tempo vissuto lacerante”, che possiamo cogliere una relazione tra vissuto emotivo e consapevolezza, tra malinconia come affezione  (il sentire) e tempo vissuto (il percepire). Ora il tempo interiore si presenta non più come durata, ma come un sentimento temporale “paralizzante”, che comporta un arresto e una pietrificazione della psiche, un «nulla a ogni istante». Quest’arresto della vita non solo mortifica la spinta-tensione verso il futuro  (protensione) ma investe la ritenzione del passato, l’intera esistenza umana.[15]

«Vi è qualcosa di inspiegabile nella malinconia. Chi ha dolori e preoccupazioni sa perché è triste e preoccupato. Se si domanda a un malinconico quale ragione egli abbia per essere così, cosa gli pesa, risponderà che non lo sa, che non lo può spiegare. In questo consiste lo sconfinato orizzonte della malinconia».[16]

La psicopatologia attuale, soprattutto quella antro-fenomenologica,  ha interpretato lo sconfinato orizzonte della malinconia  come una forma di destrutturazione dell’intenzionalità (direzione del pensiero, senso e significato) e come una forma di disfunzione della dimensione temporale, per meglio dire, delle figure temporali.  Due aspetti che s’intrecciano durante l’osservazione clinica.  Riguardo il malinconico è utile riprendere la  riflessione di Husserl che distingue un ricordo (primario) che ha ancora una certa influenza e legame con il presente e un ricordo, cronologicamente più lontano, inteso come rimemorazione, ossia come un ripescare all’interno dellamemoria un contenuto passato che non ha più col presente alcun legame.

«Nella profonda tristezza il mondo appare loro come grigio nel grigio, indifferente e sconsolante. Di ogni cosa cercano solo il lato sfavorevole e infelice. Nel passato hanno avuto molte colpe (auto-rimproveri, idee di consapevolezza), il presente offre loro solo disgrazie (idee di inettitudine), l’avvenire appare loro terrificante (idee di impoverimento)».[17]

La destrutturazione  (mutazione del vissuto) della temporalità 

Come già evidenziato è grazie allo psichiatra Ludwig Binswanger che la tristezza profonda può essere indagata a partire dalla destrutturazione  (mutazione del vissuto) della temporalità, come già aveva suggerito Jaspers: l’esperienza vissuta della malinconia, che  mostra un dileguarsi delle «trame dei fili intensionali costituenti l’oggettività temporale» si situa esistenzialmente in uno spazio ridotto, coartato, raggrinzito, bloccato. Il tempo interiore si pone esclusivamente nella dimensione della chiusura, del ritirarsi, del vuoto.  I  momenti retentivi s’intrecciano con i momenti protentivi (autoaccusa). Binswanger  identifica come “essenza”  interna della malinconia  l’allentamento dei “fili del tempo” che formano la trama (i significati) della temporalità interiore. Tutto ciò  crea l’intrecciarsi dei vari piani temporali, fino al punto che “il filo rosso” del continuum temporale (il flusso)[18] perde la sua caratteristica vitale di consequenzialità, del prima e del dopo. Questa prospettiva, che tuttavia non prende in considerazione il tema della Cronodesi (Piro, 2005) costituisce un nodo fondamentale nel problema della guarigione. Per guarire da una sofferenza psichica il tempo e lo spazio dell’abitare, ossia i vari modi di “sentire” la vita interna, il mondo, costituiscono due fondamentali aspetti. Al paziente  non rimane che l’impossibilità di comprendere un’esperienza così alienante nella sua esistenza, mentre l’incontro con il clinico non può ignorare questa frattura esistenziale. E’ essenziale pertanto, nel lungo processo che caratterizza la cura, cercare di recuperare i pilastri fondamentali e costitutivi della persona che sono stati sabotati, spezzati; per creare, all’interno di una relazione significativa che coinvolge curato/curante, un nuovo “orizzonte di senso”, che deve essere restituito e ri-costruito, per riportare chi soffre in una realtà dicibile, in un mondo di significati condivisibili.  Se è vero che ogni individuo si rapporta alla storia, che la protensione verso il futuro o la ritenzione del passato rimandano soprattutto alla presenza umana, allora possiamo dire che, nel malinconico, questa dialettica vitale delle estasi temporali (Heidegger) rimane disarticolata in una serie di momenti succedentesi automaticamente, senza più alcuna scansione interiore.  Trattasi di momenti privi di fiducia verso il futuro.   

«La fiducia è nel futuro; anticipa il futuro e non vive se non nel futuro. La fiducia si incrina, la fiducia spensierata viene meno, quando la malattia mortale (la disperazione e l’angoscia) sottrae il futuro all’orizzonte temporale e uccide la speranza. L’esperienza psicotica, quella depressiva e quella schizofrenica, taglia drasticamente la scansione psicologica del tempo (del tempo soggettivo) e identifica il futuro (l’avvenire): facendo perdere al paziente ogni fiducia e ogni speranza».[19]

Lo psichiatra Ludwig Binswanger illustra le cosiddette  forme a priori della temporalità: «Mentre parlo, dunque nella presentatio, ho già delle protensioni, altrimenti non potrei terminare la frase; allo stesso modo ho, “durante” la presentatio anche la retentio, altrimenti non saprei ciò di cui parlo». E’ proprio a partire da tre modalità costitutive della temporalità che Binswanger può affermare  che il malinconico sia imprigionato nella retentio senza alcuna capacità protentiva e quindi possibilità di darsi un futuro, mentre il maniaco vive in un’assoluta presentatio senza capacità ritentive e protensive. Il turbamento o guasto di una delle tre modalità temporali-intenzionali (retentio, presentatio, protentio), genera il turbamento di tutto il processo psichico. Tale turbamento coinvolge tutto il flusso della coscienza e il carattere di continuità non solo della temporalizzazione, e soprattutto del pensiero in generale. Accade, durante la temporalità, come suggerisce un altro autore Tellenbach, che il tempo vissuto malinconico assuma gli abiti della remanenz (il restare indietro nella vita). Si coglie lo stato di sofferenza, la solitudine dell’esistere, la distanza tra persona a persona, la mancanza  totale della temporalizzazione, il suo arresto (von Gebsattel): il tempo vissuto non fluisce più. Ora il tempo  non si sintonizza agli altri, non ci  fa essere con  gli altri  (Mit- sein) ma soli. Accanto al significato perduto (che senso ha la vita?) si pone l’assenza, il vuoto, lo smarrimento, alla pesantezza del fare si pone la lentezza del corpo immobile: la lentezza, non frutto di un  cauto e timoroso muoversi per paura di sbagliare qualcosa che si persegue, ma l’ineliminabile esser pesanti, inutili, il non farcela più. Entra in scena la fatica del vivere, il corpo che rallenta nei movimenti, che traspare da ogni gesto. In scena la grande solitudinel’arresto della cronodesi (Piro) e del divenire (von Gebsattel)  come disturbo fondamentale. Così  chi soffre di tristezza non riesce a telefonare neppure a una persona cara;  non perché ne sia impedito fisicamente, ma perché il tempo  perde di importanza. E come se il cellullare  avesse perduto il suo carattere d’invito, di oggetto a portata di mano, che può aprirlo all’incontro con un altro, con gli altri. Il singolo non è più  in presenza della tristezza, non è più per la tristezza, ma è radicalmente congelato in essa. 

Nel suo incontro mancato con il mondo della vita la persona testimonia in modo inequivocabile la sua coartazione esistenziale.  La vita non viene vissuta e neppure cercata. Ogni sollecitazione soggiace a un restar  indietro. La solitudine  pone il tempo vissuto in una dimensione di sospensione, espressa e testimoniata dalla difficoltà  a partecipare alla vita quotidiana  (l’orizzonte limitato del presente). Ora la noia, l’appesantimento e il rallentamento (la scomparsa di ogni movimento verso il futuro), diviene radicale coartazione del con-esserci. La persona si ribalta verso un passato e verso un’immutevole  presente, privo d’intervalli coesistentivi variati, resta indietro a se stesso.[20]

In verità, nulla ci impedisce di ritenere che accanto all’isolamento esista una solitudine più essenziale (ontologica). Infatti, la solitudine, proprio per il suo confrontarsi con il problema e il peso (il gravame) della colpa, dell’annientamento, dell’irrigidimento, conduce al ripiegarsi su se stesso mentre l’isolarsi, il chiudersi (improvviso o lentamente avvincente) è un’antinomia in cui si resta inclusi: cadendoè stato trascinato dentro.

Di ben altro tenore sono le analisi di Jaspers, dove sono descritte due forme distinte di angoscia-melanconia, l’angoscia dell’esserci che si prova di fronte al non-essere della vita, cioè di fronte alla morte  e l’angoscia che si prova dinanzi al non-essere esistenziale.   Il malinconico  manifesta un’immotivata e profonda tristezza alla quale si aggiunge un’inibizione di tutta l’attività psichica. Tutti gli slanci sono inibiti. Nella profonda tristezza il mondo appare loro grigio nel grigio, indifferente e sconsolante. Il mondo offre la paziente il lato più sfavorevole e infelice,  il presente offre solo disgrazie (idee di inettitudine), l’avvenire appare  terrificante e  impoverito. 

Come già detto la psichiatria di Binswanger riprende l’idea jaspersiana della depressione come una destrutturazione della temporalità:  la coscienza si presenta come una totalità inscindibile, che trascende i singoli dati che la costituiscono. Essa è, per di più, una totalità significante, nella quale i vettori di senso orientano le singole unità in una direzione intenzionale. Il malinconico è come se  restasse indietro a se stesso.   

«…mancanza interiore, che può realmente divenire la causa del progressivo isolamento di un individuo, fino all’autodistruzione, è paradossalmente anche una fonte dalla quale scaturisce la forza propulsiva che spinge verso il mondo e reclama la relazione con l’altro; è questo stato di necessità che ci fa poi intraprendere la ricerca del tragitto individuale — quello che Jung chiama l’archetipo della via — lungo il quale poter esprimere la nostra peculiare dimensione umana».[21]

La malinconia come sofferenza oscura

La sofferenza (in direzione di un positivo mutamento patico) rappresenta pur sempre un cambiamento interiore che vive nel tempo e per il tempo, raffigura  una trasformazione dei modi del sentire (il pathos secondo Masullo) e di stare con se stesso e con gli altri.  

«Tutti possono essere infelici, ma è il rendersi infelici che va imparato, e a ciò non basta certamente qualche sventura personale»[22]

Ma il tempo non si presenta solo come durata (la categoria del prima o poi) oppure come mezzo (il tempo come strumento per comprendere la storia del mondo) per inquadrare e stagioni della vita (sarebbe impossibile poter viver senza una bussola, una clessidra, un orologio che metta in ordine la scansione del quotidiano) ma anche come spazio vissuto di coscienza (pathos) rispetto all’accadere umano. Infatti non è possibile passare un giorno senza mai guardare al tempo dell’orologio per decidere, prevedere o poter fare una azione singola:  senza immaginare che ora è, senza immergersi nella relazione “vita-tempo”. Ma il tempo può manifestarsi come prigione, come una guerra fra ciò che accade e ciò che potrebbe accadere nella persona.

«Sovente le donne e gli uomini sono prigionieri della persona prevalente, divenuta maschera dell’assoluto, persona unica. Questa è la persona della sofferenza oscura…Le nevrosi, la depressione e diverse condizioni psicotiche sono la spia sicura di una guerra fra ciò che accade e ciò che potrebbe accadere. Questi modi della sofferenza oscura tendono a non far accadere altro che quello che accade…sono il prodotto diretto della condanna doxico-ideologica della gioia, della sublimazione, dell’arte, della creazione, dell’originalità».[23]



La malinconia come rottura della cronodesi fondamentale

La vita non sarebbe tale se non fosse cadenzata dal pianificare il proprio destino inteso come traiettoria di esistenza verso la storia (la storia individuale, la storia collettiva), dal passare delle ore, delle stagioni, delle età e di quel tempo più personale che non può esseremisurato con esattezza, ma che contribuisce a definire l’esperienza vissuta della vita stessa.  La persona  non sarebbe insomma tale in assenza di una traiettoria temporale interiore e una cronodesi (legame agli orizzonti temporali della storia). Non esiste solo il tempo interiore ma esiste il legame al tempo, agli orizzonti subentranti. Appare chiaro come chi è assorto in uno stato malinconico non sente il legame al tempo del vivere (cronodesi), all’accadere dell’accadere.  Si vive ogni piccola e grande cosa della vita senza significato, fuori dal tempo della storia individuale e collettiva. Ogni dolore e ogni gioia non hanno valore morale, è uguale a se stessa, non ha tempo interiore ma un tempo sospeso, un tempo dell’immobilità, tempo senza storia. Non si afferrano i cambiamenti epocali che guidano le comunità, non vi è mai nulla di nuovo e le parole sembrano uguale a loro stesse: il tempo appare fermo, statuario e non oscilla tra un prima e un dopo. L’esistenza ormai capovolta è un’esistenza senza storia e storie collettive: non si vive l’accadere ma lo si subisce rimanendo immobili  e privi d’interessi per ogni cosa che accade nel mondo. Non si avvertono gli orizzonti subentranti del proprio tempo, il mutamento potenziale e insito in ogni accadimento umano, in ogni relazione. Come afferma Husserl, nella realtà noi non produciamoper nulla il tempo, ma è lui ad accerchiarci, a circondarci e a dominarci con la sua temibile potenza.  Per il tempo interiore il flusso di coscienza e intenzionalità è parte di una dinamica più ampia, che possiamo definire come unità del tempo nella storia dell’umanità (cronodesi): il presente del passato (il ricordare), il presente del presente (l’agire, l’avere una visione), il presente del futuro (l’attendere).  Dinanzi ad una sofferenza psichica il tempo interiore, a volte, si arresta nella sua evoluzione, non ha più futuro, solo presente e passato, con conseguente dilagare delle esperienze di colpa, e con il franare della speranza come apertura al futuro e al cambiamento. Per lo psichiatra Piro (2005)

«La temporalità è la fascia che avvolge nelle sue volute multidimensionali, cioè pancroniche, un osservato (cioè l’accadere dell’accadere) che mutasenza posa, un magma in cui ogni singolo accadimento deve essere continuamente rinominato per il suo mutevolissimo suo rapporto con tutti gli altri accadimenti che si presentano sincronicamente insieme a lui e che scorrono diacronicamente accanto a lui».[24]

Il dolore può inchiodare ogni persona in un tempo fermo, privo di senso, valore. La  sofferenza oscura del tempo, legata a una malattia, è sempre legata alla storia personale  (anche attuale e non solo passata), alla percezione di se stessi, al tempo vissuto, al mondo delle relazioni intersoggettive e, soprattutto, al senso del tempo che viviamo (nostalgia di come si viveva in precedenza a una sofferenza, ad un tempo passato). In alcuni casi il legame con la triade passato-presente-futuro appare alternato. Manca un tempo condiviso e  di scambio. 

«Ora, la forma di esistenza maniacale è incapace di articolarsi in una relazione significativa con gli altri-da-sé e di comportarsi tenendo presenti i fatti del passato e quelli possibile del futuro: si realizza (destorificata) solo in un qui-e-ora slegato e privato di ogni prospettiva temporale. Da essa è possibile dunque risalire alla tesi di matrice fenomenologica-trascendentale…che nella mania la temporalità sia coartata e immersa in una istantaneità inautentica: essendo in essa indebolite e poi annullate sia la protentio sia la retentio. L’esperienza maniacale non riesce più a costituirsi in un tempo comune a ciascuno di noi, non essendo più capace di collegare il passato con il presente, e il presente con il futuro: La praesentatio diviene quasi un’isola sprofondata nella sua solitudine de-finalizzata».[25]

In altre forme di psicopatologia (depressione) la situazione e legame al tempo appare diversamente costituito. Le modificazioni del “senso del tempo interiore”. 

«La retentio, la praesentatio e la protentio non sono fenomeni isolati della temporalizzazione; ma sono momentidella sintesi unitari delle operazioni intezionali costitutive dell’oggettività temporale: Nella melanconio…la sintesi unitaria è diversamente difettosa: in essa non si indeboliscono e non si annullano contestualmente retentio e protentio, come avviene nella mania, ma di volta in volta la protentio è infiltrata di momenti retentivi, e la retentio di momenti protentivi…Si deve allora parlare di un difetto della struttura degli atti intenzionali temporali; e, in fondo, di una perdita da parte dell’esperienza di possibilità temporali intenzionali, o trascendentali».[26]



Momentanea conclusione

Abbiamo più volte evidenziato come il malinconico non intende comunicare del suo mondo e lo subisce: è trascinato dentro un tempo privo di significati protensivi. Se è vero che la protensione verso il futuro e la ritenzione del passato rimandano soprattutto al destino umano  allora possiamo dire che, questa dialettica vitale delle estasi temporali rimane disarticolata in una serie di momenti succedentesi automaticamente, senza più alcuna scansione interiore, senza emozioni. Nel suo incontro mancato con l’altro la sofferenza oscura ci testimonia in modo inequivocabile che il desiderio è spento.  Il desiderio, che in genere, accende la speranza, il desiderio di futuro. Ogni sollecitazione nuova lascia spazio al disinteresse, alla mancanza del fare e soggiace a uno stagnante  “restar – indietro”. Questo restar  indietro,  espressa e testimoniata dalla difficoltà di vivere (ogni cosa), spesso immane, a partecipare alla vita e agli interessi quotidiani ovvero dall’inutilità di ogni possibilità declinativa (perfino di quella concernente l’orizzonte limitato del presente).[27]

Quando si vive uno stato di sofferenza oscura passato, presente, futuro vivono nella coscienza temporale soggettiva.  Dobbiamo a Husserl la comprensione dei momenti intenzionali costitutivi e strutturali degli oggetti temporali – futuro, passato, presente – come protentio, retentio e praesentatio. Normalmente questi si integrano a vicenda e assicurano a un tempo, e ciò è di fondamentale importanza per la nostra indagine, la costruzione del «di che cosa» (Worüber), del tema presente. Protentio, retentio e praesentatio non sono dunque da considerarsi come pietre isolate nella costruzione della coscienza personale; non sono separabili, essendo in esse sempre implicito l‘apriori.  In campo psicopatologico si tratta di  scoprire i «modi difettivi» delle tre dimensioni e le loro reciproche interferenze. Tutto ciò naturalmente è ben diverso dal costatare che i malinconici «non si staccano dal passato», «sono legati al passato» o che «sono del tutto soggiogati da esso tutt’altro che costatare che «sono tagliati fuori dal futuro», che «non vedono davanti a sé alcun futuro» e che «il presente non dice loro niente» o «è completamente vuoto».  

Ciò significa che gli atti costituenti protentivi danno forma a  uno spazio vuoto,  vuote intenzioni.    La malinconia è tristezza di un qualche cosa e può divenire nostalgia, ripiegamento, struggimento, ricordo, rimorso, delusione verso l’accadere del mondo. Così, in che cosa consista una noesi, un atteggiamento intenzionale della coscienza, lo dice il modo di apparire del suo oggetto intenzionato, del suo correlato noematico.   

Occorre riflettere sulla malinconia da un versante che richiami significati più polisemici che casistici.  Si può trattare il sintomo della malinconia anche lungo il versante concettuale dell’esperienza. L’esperienza vissuta si situa esistenzialmente in uno spazio ridotto, coartato, raggrinzito, bloccato in uno spazio che si pone esclusivamente nella dimensione della chiusura (“il mondo non m’ interessa più”).  

«…senza essere in una relazione nutrita di ascolto e di dialogo, di introspezione e di immedesimazione, analizzare e curare le condizioni di angoscia e di malinconia, di disperazione e di smarrimento, di delirio e di allucinazione, che cambiano nei loro significati di persona in persona, e che si possono decifrare fino in fondo quando un climax  di fiducia si accompagni all’ascolto e al dialogo».[28]

Ma occorre anche ricordare, come indica Piro (2005),  accanto al tempo vissuto esista una temporalità pronunziabile come immersione nelle successioni o gradi subepocali con le loro laceranti impressioni culturali-patiche e politiche, come protensione inarrestabile al futuro e come telicità propria dei processi vitali, come immanenza trasformazionale, come coincidenza necessaria fra prassi e mutamenti epocali, come unica forma possibile di comprensione dell’altro (comprensione per anticipazione), come passione del futuro.

Ora tutti gli accadimenti si presentano sincronicamente insieme alla persona e scorrono diacronicamente accanto. 

«Dunque la pancronia degli osservati antropici fluenti non è la descrizione astratta di una Zeitlichkeit, bensì una temporalità fungente in cui l’immersione cronica ben si delinea come scorrere diacronico di una complessità sincronica brulicante».[29]


[1] Masullo A., Paticità e indifferenza, Il melangolo, Genova, 2003, p. 74.

[2] Come afferma lo psichiatra Sergio Piro (2005) il termine cronodesi (legame al tempo, agli orizzonti culturali, sociali, ecc.) ha numerosi svolgimenti operazionali e clinici: il legame dell’uomo agli orizzonti che si succedono nel suo tempo (cronodesi fondamentale); l’anticipazione quale momento prevalente dell’atto di comprensione e, più generalmente, dell’agire interumano; l’anticipazione della noesi e della prassi quale momento di scatto dell’agire; la pausa cronodetica quale momento necessario di sospensione e riflessione. Per cronodesi s’intende l’immediatezza del sentimento della trasformazione del mondo (ogni forma di attività umana non può darsi se non nell’orizzonte sopravveniente del futuro prossimo).  

[3] Piro S., Trattato della ricerca diadromico-trasformazionale,La città del sole, Napoli, 2005, p.23.  

[4] Heidegger M., Essere e tempo, Mondadori, Milano,2011,p. 491.

[5] Nella cultura cristiana medievale la malattia depressiva venne intesa come morbus animae e colpiva, in modo particolare, monaci, anacoreti, persone dalla vita solitaria e reclusa ed era attribuita all’influenza del ‘demone meridiano’ o, a volte, al peccato originale.  In genere i rimedi, ereditati dalla tradizione, erano complicati da procedure magiche e da calcoli astrologici. I temi della dannazione e della salvezza continuarono a influenzare l’atteggiamento verso i malinconici fino a tutto il diciassettesimo secolo.

[6] Per depurare l’organismo, si ricorreva a medicamenti fortemente evacuativi, come l’elleboro, estratto dalla radice di Elleborusniger, una pianta appartenente alle Ranuncolacee, che provocava forti diarree, vomiti e qualche esito emorragico per l’irritazione delle mucose intestinali.

[7] Per eliminare l’eccesso patogeno dell’umore, si utilizzavano anche i cosiddetti metodi revulsivi: le sanguisughe, i salassi, le ventose o sostanze irritanti della pelle. Altre cure più ‘dolci’ consistevano in manipolazioni corporee, massaggi, frizioni con oli ed essenze profumate, al fine di suscitare la reattività del melancolico e di risvegliarne la sensibilità. Quando queste cure fallivano, o quando il malato si trovava in preda a forte agitazione o a mania furiosa, si ricorreva alle docce fredde o a un vero e proprio shock, suscitandogli un’improvvisa e intensa paura, al fine di scuoterlo, di liberarlo dalla sua follia e riportarlo alla realtà; per i più riottosi si faceva uso delle percosse e delle catene. Per i malati meno gravi, invece, si prescrivevano viaggi, distrazioni, musica e teatro, come attestano, nel 1° secolo d.C., Celso nel De medicina, e Seneca nel De tranquillitate animi.

[8] Già nell’antica Mesopotamia si studiavano le misteriose afflizioni dell’anima umana. Secondo gli Assiri, erano comunque gli déi ad abbandonare improvvisamente l’essere umano che, privato così della loro protezione, poteva venire colpito da ogni male e sfortuna possibile, compreso l’insorgere della depressione.  

 

[9] Il Problema XXX, attribuito ad Aristotele, ma derivato, più probabilmente, da un rimaneggiamento del trattato di Teofrasto, deve la sua importanza storica a una tesi forte: tutti gli uomini eccezionali sono melanconici.

[10] Lagrenzi P., Paura, panico, contagio. Vademecum per affrontare i pericoli, Giunti, Firenze, 2020, p.109.

[11] Nell’antica medicina classica, fondata sulla teoria degli umori di Ippocrate (5°-4° secolo a.C.), la melancolia, la ‘bile nera’, detta anche atrabile era uno dei quattro umori corporei e aveva origine nella milza; gli altri, il sangue, la bile gialla e la flemma, si trovavano rispettivamente nel cuore, nel fegato e nel cervello. Dalla buona o cattiva armonia di questi umori dipendeva la salute o la malattia. 

[12]  Kierkegaard S., Aut-Aut, Mondadori, Milano, 1984.,p. 65.

[13] L’esperienza vissuta della melancolica si situa esistenzialmente in uno spazio ridotto, ristretto, coartato, raggrinzito, bloccato da se stesso in uno spazio che si pone esclusivamente nella dimensione della chiusura, della rinuncia, della resa. 

[14] Binswanger fa suoi i concetti husserliani di protentio, retentio e praesentatio. Appunto dall’analisi della temporalità costituuva si può cogliere, non la causa della malattia, ma ciò che determina il «difetto» (versagen) dell’esistenza nella depressione, vale a dire i costituenti l’oggettività temporale», con il conseguente dileguarsi della  trama dei  fili intenzionali costi intrecciarsi di momenti retentivi con momenti protentivi (autoaccusa) o di momenti protentivi col retentivi (delirio melanconico).

[15] Così  il ripresentarsi mentale monotono e stereotipato (spesso in modo ossessionante) di un evento passato in cui inerisce, insopprimibile, un senso di colpa (Smith), venendo a trovarsi distaccato dal contesto in cui fu trovato, perde i connotati della storicità e dell’oltrepassamento per divenire un’ideologia del presente, senza senso.

[16] Kierkegaard S., Op.cit., pp. 65-66.

[17] Colonello P.,  Melanconia, Guida, Napoli, 2004, 12.

[18] Il flusso è una forma temporale di cui fanno parte i contenuti che sono temporizzati. La temporalità quindi non è solo una forma temporale  ma è anche forma temporalizzante che determina la natura temporale dei contenuti della vita e del patire.

[19] Borgna E., Malinconia, Feltrinelli, Milano, 2008, p.176.

 

[21] Carotenuto A., L’autunno della coscienza, Boringhieri, Torino, 1985, p. 11.

[22] Watzalawick P., Istruzioni per rendersi infelici, Feltrinelli, Milano, 1983, p.11.

[23] Piro S., Critica della vita persona, La città del sole, Napoli, 1995, pp.93-94.  

[24] Piro S., Trattato della ricerca diadromico – trasformazione, La città del sole, Napoli, 2005, 160.

[25] Binswanger L, Melanconia e mania, Studi fenomenologici, Boringhieri, Torino, 2015 p. 11.

[26] Binswanger L, Op.cit., 2015 p. 12.

[27] In tali casi la  disgrazia, la dimensione dell’ “essere – nella –  tristezza” invade tutti gli ambiti psichici, emotivi e cognitivi, coinvolgendo globalmente la sfera  interiore, privata, intima. Immersa nell’indifferenza la protensione intenzionale appare gravemente compromessa dal prevalere di momenti ritentivi, diretti a frenare sul nascere ogni spinta verso la progettazione, a ribaltarla verso un passato poiché immutevole appare il presente, privo di intervalli coesistentivi variati, senza oltrepassamenti di sorta.

[28] Borgna E., Op. cit., pp. 170-171.

[29] Piro S., Trattato della ricerca diadromico – trasformazione, La città del sole, Napoli, 2005,p.160.

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Giuseppe Errico

Psicologo e psicoterapeuta, è attualmente presidente dell'Istituto di Psicologia e ricerche socio sanitarie (Formia, Italia) e ricercatore nel campo delle scienze umane ad indirizzo Antropologico-Trasformazionale. Svolge attività di psicologo volontario presso l’Azienda dei Colli di Napoli–Centro regionale malattie rare (CRMR).

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