Fu settantacinque anni or sono: sulla fine del 1875; avevo meno di dieci anni e da poco tempo ero entrato in collegio. Una notte, a una sensibile scossa di terremoto in Napoli, tutto il collegio si svegliò o fu svegliato; gli alunni, grandi e piccoli, si rivestirono, e le classi o “camerate” si confusero nella stanza più ampia, allegri, come sono i ragazzi quando accade qualcosa di improvviso e ne nasce confusione. Tra i presenti era un giovane prete, sottile, ascetico, uno dei nostri preferiti, che leggeva, come sempre, tutto intento in un fascicolo che aveva tra le mani. – Ma che cosa legge don Leonardo? – domandai a un compagno bene informato. – Legge filosofia. – E che significa filosofia? – È una cosa di cui nessuno capisce niente. – Io restai a lungo con questa definizione in mente e con la correlativa impressione: che è poi l’idea che ne ha e ne avrà sempre la stragrande maggioranza degli uomini. E giova che ciò sia, e la filosofia mantenga un certo carattere di esoterismo che segni lo sforzo con cui lo spirito passa dalla conoscenza delle cose a quella del sé stesso che le ha prodotte. Ma io rido talvolta tra me e me, al ricordo di quello che fu il mio primo incontro con la signora Filosofia, alla quale ho poi dovuto consacrare tanta parte del mio tempo.

Benedetto Croce

Filosofo

Comprendere e spiegare qual è il rapporto tra filosofia, medicina, psicologia e cura della sofferenza mentale non è cosa facile. La difficoltà maggiore che ho incontrato nello scrivere questo articolo è stata proprio la consapevolezza che, per me, come “… per la stragrande maggioranza delle persone: È una cosa di cui nessuno capisce niente”, ma altrettanto grande il desiderio di “capirci qualcosa”.

E’ ricorrente e comune commettere l’errore di considerare, valutare e comprendere la “signora Filosofia” come un reparto di studio a sé stante a cui ci si approccia con la rabbia di chi deve studiare qualcosa di cui non ne comprende né il senso né l’utilità. Anch’io ho faticato a comprendere che ad ogni “teoria del funzionamento psichico normale” (oggetto delle “psicologie” di diverso orientamento teorico) corrisponde una relativa “teoria del funzionamento psichico patologico” (oggetto della corrispondente psicopatologia); e ad ognuna di queste ultime corrispondono dei diversi modelli di “terapia” (cura), che saranno epistemologicamente coerenti con la “teoria del funzionamento psichico normale” da cui originano.

Partendo da questa consapevolezza mi sono chiesta: quali sono le radici filosofiche (le diverse visioni di uomo, di uomo sano e malato, di cura della malattia mentale) che si ritrovano nei modelli applicativi terapeutici susseguitisi nel tempo?

Lo sappiano o no, tutti gli uomini hanno una filosofia. Certo, può ben darsi che nessuna delle nostre filosofie valga un gran che, ma la loro influenza sui nostri pensieri e sulle nostre azioni è grande e spesso incalcolabile” (Karl Popper). Dobbiamo considerare, pertanto, che lungo la storia del genere umano tutto subisce trasformazioni, fenomeni ed eventi, intenzionalità e accidentalità, fattori ambientali e umani si intrecciano e si influenzano reciprocamente, andando a dare forma alle visioni del mondo di epoche e culture. Questo vale anche per i modelli di cura della sofferenza mentale, che nel corso del tempo si sono susseguiti.

Muoversi su un terreno così vasto richiede la divisione del continuum storico in tre grandi epoche.

 

La prima epoca

Il primo periodo storico riguarda l’età classica definita pre-scientifica o pre-soggettiva. In particolare, faccio riferimento all’età ellenica, culla e madre della filosofia. E’ con la cultura greca che inizia a strutturarsi una “riflessione operativa” circa le migliori modalità per prendersi cura delle “difficoltà emotive e dei disagi mentali”. Nella mentalità più arcaica, le modalità di cura furono strettamente legate a istanze di tipo mitico-religioso. Il Sacro fu il costrutto fondante della Physis (Natura), e quindi sia la patologia che la possibilità di curarla vennero ricondotte, simbolicamente, a tale categoria. Nel mondo greco, infatti, sorsero i templi dedicati ad Asclepio (che assunse il nome latino di Esculapio, venerato come il dio della medicina), nei quali gli ammalati, durante la notte, durante l’“incubazione” della malattia, venivano consigliati e a volte guariti miracolosamente dal Dio. Il malato veniva posto a dormire nei templi, dove, attraverso i sogni notturni inviati da Esculapio o da Apollo, prendevano forma le indicazioni degli Dei finalizzate al recupero della salute. Le interpretazioni dei sacerdoti permettevano di ricondurre ad un livello operativo le istanze simboliche rappresentate nei contenuti onirici prodotti in tale contesto sacrale. Inoltre, si praticavano cure termali e chirurgiche.

Il mondo romano si ispirò alle conoscenze greche appropriandosi delle stesse metodiche di cura. Le uniche vie di guarigione erano la preghiera, l’implorazione e il sacrificio. A tali modalità di cura si iniziarono a mescolare le “rappresentazioni simboliche condivise” del Teatro Attico e della Tragedia. La messa in scena collettiva, i ruoli psicologici e le figure relazionali simboliche (in cui era possibile identificarsi o proiettare importanti parti di sé), l’uso della maschera e il Coro erano tutti elementi che potevano spingere ad una forte compartecipazione dei vissuti affettivi e dei temi psicologici, in chiave rappresentativa ed elaborativa.

Lo spostamento, poi, dagli interessi cosmici a questioni sociali e politiche determinarono un cambio di orizzonte in cui si svilupparono altre scuole di pensiero filosofico, il cui passaggio fu dato da un distacco graduale dalla concezione di un mondo sorretto da forze superiori per approdare al trionfo della “ragione”. Il massimo esponente di questa nuova teoria filosofica fu Anassagora, che con le sue idee influenzerà tutte le successive evoluzioni della “cura psichica”. Non si parla più del modello ieratico dei Templi di Esculapio; non più di quello simbolico-immersivo del teatro attico, ma del modello protorazionalista dell’uomo che percepisce il reale tramite i sensi e lo “ordina” con la logica. È il prototipo di uomo che vive ormai nell’età del Logos (Parola) e non più in quella del Mythos.

È su questo humus che nasce a Corinto quello che si può definire il primo “ambulatorio psicoterapeutico” della storia, fondato da Antifonte (Sofista) in cui si effettua una “logoterapia“: la primacura con le parole.

Egli rappresentò la massima espressione del movimento logico-dialettico nella cura delle sofferenze emotive. In questa stessa matrice si sviluppa la Medicina Ippocratica, prima vera scuola medica strutturata dell’antichità.

 

La seconda epoca

Il secondo periodo storico sarà l’età moderna chiamata empirica o soggettiva, che parte da Cartesio fino ad arrivare al declino della visione positivista. A Cartesio si deve il passaggio dall’era pre-soggettiva a quella della soggettività, intendendo l’uomo (res extensa) come organismo-macchina regolato da Dio. Dunque, la materia, e quindi anche l’uomo, diventa qualcosa di oggettivo; la Natura è deterministica (ad una causa corrisponde un determinato effetto); la follia comincia a far parte dei problemi sociali alla stessa stregua della povertà, dell’incapacità al lavoro, dell’impossibilità di integrarsi al gruppo. Il malato mentale viene considerato come un essere asociale e perciò costretto al totale isolamento fisico.

Con il razionalismo meccanicistico del ‘600 la follia viene, così, esiliata. Non a caso i regimi assolutistici di questo periodo, soprattutto in Francia (Salpêtrière), promossero numerose campagne di internamento dei poveri per ridurre la crisi sociale. In queste strutture vennero confinati: poveri, omosessuali, delinquenti, trasgressori dell’autorità della Chiesa e infine malati mentali, rinchiusi e incatenati in reparti speciali o direttamente nelle prigioni senza un briciolo di umanità. Il riconoscimento della possibilità di studiare in maniera organica e strutturata anche gli aspetti “non logici” dello psichico inizia ad emergere.

Più tardi, Kant (1724-1804) fece emergere l’ipotesi filosofica che le attività creative dell’uomo venissero guidate da una “finalità” inconscia. Un secolo dopo (alla fine dell’Ottocento) Nietzsche ritenne che la mente fosse lo strumento della vitalità inconscia e inventò il termine “Es” per definire gli elementi impersonali della psiche soggetti alla legge naturale, che più tardi furono riprese da Freud. Si fece spazio così il paradigma empirista che prevedeva una realtà unica e universale (positivismo), uguale per tutti ed esistente indipendentemente dall’osservatore. Il folle diventò oggetto di studio e di osservazione. Di fatto, la malattia mentale venne considerata sostanzialmente inguaribile, progressiva ed incomprensibile.

 

La terza epoca

Il terzo periodo sarà l’età contemporanea che parte dalla crisi dei fondamenti fino a raggiungere i nostri giorni. Quest’ultima potremmo definirla l’epoca scientifica che va “verso l’intersoggettività”.

La filosofia del continente europeo fu segnata dai grandi eventi del XX secolo: la prima guerra mondiale, la rivoluzione russa, la riorganizzazione del sistema capitalistico mondiale, la crisi della democrazia parlamentare, l’avvento dei totalitarismi (fascismo, nazismo, franchismo, stalinismo), la seconda guerra mondiale e gli stermini di massa. E’ a questo punto che la filosofia inizia a riflettere sull’esistenza dell’uomo (nasce l’esistenzialismo di Martin Heidegger), sul modo in cui i destini personali si intrecciano con quelli della collettività e dunque sul senso stesso della storia.

Tali filoni furono ripresi in ottica psicoterapeutica dal padre del Costruttivismo: George Kelly. Il Costruttivismo affonda le proprie radici filosofiche nella scuola sofista (V secolo a.C.) riprendendo in un certo senso il paradigma di Protagora: “L’uomo è la misura di tutte le cose, di quelle che sono per quello che sono, di quelle che non sono per quel che non sono”. Nella prospettiva di Kelly una persona è diversa dall’altra non solo perché ha vissuto esperienze o ha affrontato eventi diversi, ma soprattutto perché attribuisce un diverso significato alle stesse esperienze e agli stessi eventi. Nella psicoterapia costruttivista il focus clinico è la rielaborazione dei significati soggettivi con cui il singolo costruisce la sua esperienza del mondo ed attraverso cui “filtra” il senso degli eventi che gli accadono.

Intanto, lo sviluppo della terapia elettroconvulsivante (introdotta negli anni trenta) e delle cure basate sui farmaci riportarono la pratica psichiatrica verso un approccio più meccanicistico. Nella Germania nazista prima e nell’Unione Sovietica poi, le conoscenze psichiatriche furono strumentali all’eliminazione di oppositori politici e all’attuazione di politiche eugenetiche. In Germania esistevano commissioni formate da psichiatri e medici incaricate di “selezionare” i malati fisici e psichici che dovevano subire l’eutanasia. Restò, di fatto, una visione organicistica dell’uomo che portò l’attenzione non più sul “cos’è” la mente, ma su “come funziona”. Il passaggio dalla prima alla seconda cibernetica ad opera di Heinz von Foerster permise però di riprendere in considerazione il ruolo dell’osservatore nel processo di conoscenza, facendolo rientrare nel campo d’osservazione. Tale inclusione comportò lo sviluppo di nuove forme interpretative della malattia mentale e quindi nuove teorie di cura che cominciarono a tener conto dell’interazione organismo-ambiente. In questa nuova ottica, accanto al comportamentismo nacquero il cognitivismo di Guidano, la Terapia Sistemica, la Psicoterapia della Gestalt di Fritz Perls, la Logoterapia (o Analisi Esistenziale) di Viktor Frankl; l’approccio dell’Analisi Bioenergetica di Alexander Lowen e la Psicologia transpersonale, che unì alcune istanze della Psicosintesi.

Dagli anni ’80, i mille volti della psicoterapia evolutisi nelle suddette scuole e la crescente integrazione, nell’ambito della psichiatria clinica tra psicoterapia e intervento psicofarmacologico, creò la tendenza all’eclettismo teorico-clinico con l’uso di diverse tecniche di intervento tratte da differenti modelli teorici. Ciò creò sempre più confusioni e quindi una scarsa lucidità teorica di fondo con ricadute immaginabili sulla cura della sofferenza mentale, di cui, ancora oggi, si avvertono gli strascichi. Il Modello Strutturale Integrato di Ariano tenta di integrare armonicamente le conquiste del passato tenendo conto di una visione costruttivista e restituendo al malato mentale sia la dignità che il senso della sua esistenza.

L’analisi del suddetto percorso non vuole avere la pretesa di essere esaustiva, in quanto ciò richiederebbe una lunga elencazione di pensatori e pensieri, ma vuole offrire uno stimolo per riflettere su come le metodologie di cura siano arrivate ai nostri giorni sviluppandosi da radici filosofiche che ne hanno caratterizzato l’orientamento operativo.

 

Bibliografia

  • Croce B. (1950), articolo tratto da Quaderni della “Critica” diretti da B. Croce, marzo 1950 n. 16, pagina 126, rubrica “Notizie e osservazioni”, articolo IV.
  • Maculati M., Il senso del tragico – sito web sotto licenza Creative Commons.
  • Esposito, Porro (2009), Filosofia, Vol. I e II, Editori Laterza, Roma-Bari (2010).
  • Descartes R. (1673), Discorso sul metodo, Editori Laterza, Roma-Bari, 1998.
  • Freedheim D. K. (a cura di) (1998) Storia della psicoterapia: un secolo di cambiamenti, Roma, Ma.Gi.
  • Ariano G., Di Gaetano S. R., Pellecchia D. (2012) Psicoterapia nella storia. Le origini e i padri. Ed. Sipintegrazioni