Quando ricevetti la lettera di Lorenzo Calvi, scritta a mano, nel 2015, su cui riportava l’intenzione di non pubblicare per la rivista Comprendre un mio lavoro, fui come colpito, affondato e ricostituito. Mi aveva scritto Calvi. Aveva letto quello che avevo scritto. Mi esortava a non mollare e mi lasciava un messaggio che ho voluto mettere in epigrafe al mio primo articolo pubblicato su Comprendre: “Ci vuole tutto un lavoro di decantazione, di confronto con i testi d’elezione, di elaborazione sintattica e semantica. Non si deve disegnare un autoritratto, ma dimenticarsi e pensare che scrivere vuol dire offrire un servizio a chi legge”. Era riuscito a indurmi in epochè? Si! Mi piace chiamarla: epochè pedagogica.

Sull’epochè possiamo dire tanto, e possiamo concordare che è “una messa in parentesi di tutto ciò che nel contenuto di coscienza è attività psicologica ovvia, nel senso di abituale e di ripetitivo” (Calvi, 2005, p.80). I modi attraverso cui questa può verificarsi sono tanti. Calvi, nei suoi scritti, la declina come esercizio; proprio per rendere evidente come questa la si possa ottenere attivamente, o meglio, intenzionalmente. Siamo presso quella che usiamo chiamare epochè fenomenologica; quella che fa il fenomenologo.

L’incontro su “L’epochè psicopatologica in Bruno Callieri e Lorenzo Calvi”, tenutosi a Roma il 17 febbraio di quest’anno presso il Centro Italiano di Ricerche Fenomenologiche, è stato l’occasione per ascoltare Gilberto Di Petta, Filippo Maria Ferro, Angela Ales Bello e Luigi Aversa.

Roma e il Centro Italiano di Ricerche Fenomenologiche è ormai diventato un appuntamento che sempre di più si consolida nel tempo. Non può essere che febbraio il mese previsto per fissare questi incontri. Il ricordo del maestro Callieri, che proprio il 9 febbraio del 2012 ci ha lasciati, accompagna questi eventi. Quest’anno si ricordava anche la scomparsa, poco meno di un anno fa, nella notte tra il 18 e 19 maggio 2017, del maestro Calvi.

Ritrovarci a Roma come per incontrare i maestri Callieri e Calvi, ora che ormai non sono più tra noi, permea l’atmosfera di questi incontri. Questi incontri sono fondamentalmente rappresentazione di uno scarto: l’opera dei maestri continua a vivere imperniando la fenomenologia, la psicopatologia ed in particolare, in questa occasione, quella che è l’epochè psicopatologica, lasciando che si continui il discorso, la ricerca e l’attività sul campo attraverso il percorrere e lo svelare nuovi orizzonti.

C’erano tutte le condizioni per immergerci nell’epochè, visto che era questo il tema. Il profilo filosofico ed etimologico dell’argomento, come cappello introduttivo di Angela Ales Bello, lasciava emergere l’attenzione che la filosofia ha per un argomento declinato nell’ambito psicopatologico. Luigi Aversa nel presentare l’evento lascia emergere l’aspetto patico insito nel discorso psicopatologico, e forse il pathos era proprio quello che imperniava questo incontro.

I locali che hanno ospitato l’evento hanno visto la partecipazione di tanti di noi. Non restava più spazio tra quelli che parlavano e quelli che ascoltavano; in questo scenario partiva la discussione, mentre dalle finestre la luce del giorno lasciava spazio all’oscurità della notte.

Le parole di Gilberto Di Petta hanno rotto gli indugi, dirottandoci al cuore del discorso, in quel periodo storico che va dal 1954 al 1964, durante il quale appunto ha inizio quella che è l’opera di Callieri e Calvi. Da subito l’epochè psicopatologica viene svestita da quella che potrebbe sembrare ad una lettura ingenua; l’epochè psicopatologica è l’epochè subita dal malato mentale. La cosa non passa inosservata, sgomenta, pone gli astanti in una posizione di acuta attenzione. La fenomenologia e il malato di mente poggiano inevitabilmente sulla trama costitutiva dell’epochè.

Gli scenari che una tale evidenza contiene ci portano a riflettere, ci invitano a rivedere le opere di Bruno Callieri e di Lorenzo Calvi.

Di Petta fa un’operazione fenomenologico-ermeneutica di quanto colto da questi maestri, individuando la concettualizzazione dell’epochè psicopatologica in opere di mezzo secolo fa: quelle di Callieri “L’esperienza di fine del mondo” del 1954 e “Whanstimmung” del 1962, quella di Calvi “La costituzione dell’oggetto fobico” del 1963, e quella di Blankenburg “La perdita dell’evidenza naturale” del 1971. Non si ferma solo sul raccolto ma ci presenta il caso clinico di Ferdinando, con quella che il paziente definisce la propria “sensazionalità melmosa”, uno di quei pazienti impossibili da comprendere con le categorie del paradigma organicista (o come dice Di Petta, molecolare), perché non presenta alcuna evidenza clinica che può ricavarsi dalla semiologia medica. Quella “sensazionalità melmosa” per lo psicopatologo fondato fenomenologicamente è la quota evidente dell’epochè psicopatologica, che può preannunciare una transazione dal mondo anancastico (anti-eidos) al mondo psicotico (perdita della meità). In queste parole risuonano quelle di Calvi quando, parlando di un suo paziente anancastico, racconta di quel “fremito” che nel raggiungerlo gli fa figurare una lama che amputa le mani in un tempo interminabile:

 

“Non si può pensare che una tragedia come questa venga chiamata pedestremente “fissazione”, parola che sembra evocare soltanto lo stallo temporale e quindi l’immobilità. La parola “fremito” descrive invece il disordine come movimentazione, come esplosione fibrillare della carne. […] l’anancasmo non è soltanto una difesa fragile ed impari, esso è anche una paradossale pena aggiuntiva del contrappasso per chi già soggiace alla pena di essere destinato a lacerare il velo, che illude l’esistenza” (Calvi, 2005, p.97).

 

Ci auguriamo che Ferdinando non attraversi mai quella zona di passaggio al mondo psicotico, qui, che interviene, anticipandolo, lo psicopatologo fenomenologicamente fondato; che possa nell’incontro intersoggettivo evitare il momento costituente del perplesso che come ci dice Callieri è “il fallimento dell’appresentazione” (Callieri, 2001, p.149).

La portata rivoluzionaria dell’epochè psicopatologia, quella che il malato subisce, che lo smondanizza, purtroppo la stavamo perdendo nell’archiviazione di testi non più ripresi. Se l’Italia può considerarsi una Scuola nel mondo della psicopatologia fondata fenomenologicamente è proprio grazie a maestri come Callieri e Calvi. Non possiamo non renderci conto della miniera d’oro che possediamo.

Callieri ha lasciato pagine mirabili sulle fasi di ingresso nella psicosi, ha colto, guidato dalla fenomenologia di Husserl, come questi pazienti si trovassero nella sospensione dell’intenzione di significare senza poter giungere al compimento di significato, anticipando il più famoso Blankenburg, che nel 1971 incontra Anne Rau persa nella sospensione dell’evidenza naturale.

Calvi, con la minuziosa e puntuale attenzione per quella che è l’area nevrotica, ha scritto e mostrato le coordinate per cogliere la costituzione dell’oggetto fobico. I suoi casi clinici e i suoi esercizi fenomenologici proiettano ad un modo di fare e soprattutto di stare con il paziente: una vera guida alla psicoterapia orientata fenomenologicamente.

Noi con le nostre epochè fenomenologiche di andata e di ritorno (perché richiamati dentro all’atteggiamento naturale) ci interfacciamo con l’epochè del malato mentale, che si apre ma non si sa quando si chiude, oppure con quella del nevrotico, che si apre e si chiude e poi si apre ancora e si richiude. Questa è la lezione che Di Petta ci rimanda, la sua è una “chiamata alle armi” per noi che rivediamo nella fenomenologia la possibilità di poter intervenire sulla malattia mentale.

È opportuno ricordare che il tema dell’epochè psicopatologica, e del vasto contributo del pensiero di questi maestri, non è tramontato anche grazie al costante e profondo ancoraggio che ritroviamo nei testi di Gilberto Di Petta e non ultimo quello scritto a quattro mani con Arnaldo Ballerini. Proprio adesso che mi ritrovo a rileggerlo scopro che l’epochè psicopatologica viene ulteriormente elaborata nello scenario del mondo schizofrenico. Sono evocative le seguenti parole:

 

“Il cammino del fenomenologo che esperisce l’epochè come esperienza radicale e metamorfica è un cammino che segue, parallelamente a quello dello schizofrenico, solo una traccia interna. Per il nulla di vissuto in vissuto. Dopo un intenso attraversamento senza ritorno dei mondi nientificati della follia e della marginalità, con la possibilità di procedere nel mondo esterno, deserto nientificato, fidandosi solo delle indicazioni che provengono dal mondo interno, dalla ricchezza multiforme della propria interiorità umana, il fenomenologo è un uomo che testimonia della sua umanità, intesa, nella prospettiva dell’epochè, come fallimento e ritrovamento rifratto nella molteplicità istantanea ed indifferibile dei suoi vissuti.”(Ballerini e Di Petta, 2015, p.51).

 

Di Petta riesce come pochi a farci assaporare il piacere di toccare i testi, di portarli sempre con noi, e con loro tenere sempre vivo e vitale il pensiero dei nostri maestri, portatori sani di quella fenomenologia che si declina nel discorso psicopatologico e va oltre.

La sua presentazione ha condotto tutti in un’atmosfera di intenso pathos, la chiarezza di elaborazione del raccolto sull’epochè psicopatologica si unisce all’emozione della rievocazione dei maestri, che hanno lasciato a lui, e con lui anche a noi, un mandato, un augurio, ed un’immensa miniera di significati. Per questo rimando ai video dell’incontro.

Dopo questa disamina dell’epochè psicopatologica diventava per chiunque, a mio avviso, difficile aggiungere ulteriori contributi. Certo la portata dell’epochè psicopatologica ci invita a sospendere il giudizio per poter giungere ad ulteriori compimenti-costituzioni di significato, che sicuramente noi che ci proiettiamo nello scenario fenomenologico siamo invitati a fare. Lo stesso Filippo Maria Ferro, in un clima ormai di sospensione, come solo lui sa fare è riuscito a consegnarci qualcosa che contestualizza l’atmosfera storico culturale in cui i due maestri, Calvi e Callieri, non hanno avuto un riconoscimento degno del loro contributo; in quegli anni, infatti, il paradigma positivistico ha assunto la forma e la sostanza di un’ideologia positivista. Aggiungerei che forse oggi non ci siamo allontanati troppo da questa deriva ideologista.

La discussione è proseguita, gli interventi dei presenti hanno in qualche modo costeggiato il tema dell’epochè psicopatologica.

L’intervento finale di Corrado Pontalti, che accoratamente definiva maestri Di Petta, Ferro e tutti quelli che sono impegnati nei vari ambiti formativi, fotografava la realtà attuale, dove si esce dai percorsi di formazione senza essere formati, e sempre alla ricerca di nuovi approdi; mi è apparso come un invito a “serrare i ranghi”, un invito a fermarsi a riflettere sui linguaggi da adoperare e sui fini da raggiungere in ambito formativo e terapeutico.

 

 

Bibliografia:

  • Ballerini A. e Di Petta G. (2015), Oltre e di là dal mondo: l’essenza della schizofrenia, Giovanni Fioriti Editori, Roma.
  • Blankenburg W. (1998), La perdita dell’evidenza naturale, Cortina, Milano.
  • Callieri B. (2001), Quando vince l’ombra. Problemi di psicopatologia clinica, EUR, Roma.
  • Calvi L. (2005), Il tempo dell’altro significato. Esercizi fenomenologici d’uno psichiatra, Mimesis, Milano.

Videografia: