Il Rapporto sulla Salute Mentale 2015, pubblicato appena qualche mese fa, illustra nel dettaglio i principali dati sull’utenza, le attività e il personale dei Servizi di Salute Mentale in Italia riferiti all’anno 2015 e rappresenta la prima analisi a livello nazionale dei dati rilevati attraverso il Sistema Informativo per la Salute Mentale (SISM).

La rilevazione – istituita dal decreto del Ministro della salute del 15 ottobre 2010 – costituisce a livello nazionale la più ricca fonte di informazioni inerenti gli interventi sanitari e socio- sanitari dell’assistenza rivolta a persone adulte con problemi psichiatrici e alle loro famiglie. Tale sistema costituisce una fonte informativa a livello nazionale e regionale utile al monitoraggio dell’attività dei servizi, della quantità di prestazioni erogate, nonché delle valutazioni sulle caratteristiche dell’utenza e sui pattern di trattamento. Questi dati rappresentano inoltre un valido supporto alle attività gestionali dei Dipartimenti di Salute Mentale (DSM) per la valutazione del grado di efficienza e di utilizzo delle risorse.

La realizzazione del rapporto ha lo scopo di offrire un prezioso strumento conoscitivo per i diversi soggetti istituzionali responsabili della definizione ed attuazione delle politiche sanitarie del settore psichiatrico, per gli operatori e per i cittadini utenti del Servizio Sanitario Nazionale.

Ecco i link per scaricare il documento completo e la sintesi dei risultati principali:

Rapporto sulla Salute Mentale Completo

Sintensi Rapporto sulla Salute Mentale

 

Di seguito riportiamo alcune nostre brevi considerazioni sui dati più importanti:

“Per quanto riguarda i trattamenti relativi a pazienti con diagnosi di schizofrenia e altre psicosi funzionali le prestazioni maggiormente erogate nel 2015 sono l’attività infermieristica al domicilio e nel territorio (38,7%), lattività psichiatrica (21,2%), seguite da attività di riabilitazione e risocializzazione territoriale (16,4%). Per i trattamenti relativi a pazienti con diagnosi di depressione le prestazioni maggiormente erogate sono lattività psichiatrica (41%), lattività infermieristica al domicilio e nel territorio (23,4%), lattività psicologica e psicoterapica (10,3%). Per quanto riguarda la diagnosi di mania e disturbi affettivi bipolari le prestazioni maggiormente erogate sono lattività infermieristica al domicilio e nel territorio (34,9%), lattività psichiatrica (29,9%), lattività di riabilitazione e risocializzazione territoriale (9,8%). Per la diagnosi di disturbi della personalità e del comportamento le prestazioni maggiormente erogate sono lattività infermieristica al domicilio e nel territorio (30,7%), lattività psichiatrica (26,2%), lattività di riabilitazione e risocializzazione territoriale (14%). Per la diagnosi di sindromi nevrotiche e somatoformi le prestazioni maggiormente erogate sono lattività psichiatrica (39%), lattività infermieristica al domicilio e nel territorio (19,7%), infine lattività psicologica e psicoterapica (16,1%).”

I dati sopra riportati ci suggeriscono come gli interventi più significativi statisticamente siano quelli di tipo assistenziale (ovvero “l’attività infermieristica” e “l’attività psichiatrica, anche alla luce delle statistiche sulla distribuzione delle competenze e dei ruoli che vedremo in seguito e alla luce di quei dati che ci dicono come l’attività psichiatrica si declini prevalentemente in ambito ambulatoriale e quindi assistenziale (75,9%), a scapito di una dimensione più prettamente territoriale (8%) e quindi risocializzante della persona con disagio psichico). Le attività di riabilitazione e risocializzazione quando compaiono (non sono quantificate per i casi di depressione e di disturbi nevrotici) occupano sempre l’ultima posizione in termini numerici rispetto alle altre tipologie di interventi. Gli psicologi, infine, e questo dovrebbe sollecitare un discorso critico all’interno dell’intero sistema della salute mentale, rappresentano il 7,6% del personale, e di conseguenza le attività denominate “psicologiche e psicoterapiche” impattano solo su due macro-categorie diagnostiche, ovvero depressione e disturbi nevrotici (con percentuali rispettivamente del 10% e del 16%, in ogni caso subordinate a quelle attività meno votate alle dimensioni terapeutiche e inquadrabili più propriamente come assistenziali e di contenimento).

 

La dotazione complessiva del personale dipendente allinterno delle unità operative psichiatriche pubbliche, nel 2015, risulta pari a 29.260 unità. Di queste il 16,9% è rappresentato da medici (psichiatri e con altra specializzazione), il 7,6% da psicologi, il personale infermieristico rappresenta la figura professionale maggiormente rappresentata (45,8%), seguita dagli OTA/OSS con quasi il 10,6%, dagli educatori professionali e tecnici della riabilitazione psichiatrica pari al 6,5% e dagli assistenti sociali con il 4,4%.

A livello nazionale, il rapporto tra infermieri e medici risulta pari a 2,7, mentre il rapporto tra medici e psicologi è pari a 2,2.

Anche questi dati sulla distribuzione delle professionalità suggeriscono che all’intero del sistema della salute mentale, a scapito dei principi di democratizzazione e demedicalizzazione del sistema psichiatrico italiano sottesi alle Legge 180/78, si declini, nelle sue pratiche, maggiormente nella dimensione assistenziale piuttosto che in quella terapeutica e risocializzante (infermieri e OSS, pur con le dovute differenze di competenza e ruolo, rappresentano il 55% degli operatori psichiatrici; i medici, che ricordiamo operano per lo più in regime ambulatoriale e non territoriale, rappresentano quasi il 17%; psicologi, educatori e assistenti sociali, la cui attività, almeno in teoria, dovrebbero rivolgersi maggiormente alla risocializzazione della persona con disagio, rappresentano circa il 19% del totale).

 

Anche per i casi incidenti (primo contatto con i dipartimenti di salute mentale) si osserva, per il totale Italia, che la patologia più frequente è la depressione (16.3 casi su 10.000 ab.) seguita dalle sindromi nevrotiche e somatoformi (10,6 casi su 10.000 ab.) e dalla schizofrenia e altre psicosi funzionali (6,10 casi su 10.000 ab).

Tra gli utenti più giovani dei servizi territoriali predominano le sindromi nevrotiche e somatoformi; la prevalenza degli utenti con psicosi schizofreniche è massima intorno ai 50 anni, mentre i disturbi affettivi aumentano progressivamente attraverso le classi di età fino ai 64 anni; al contrario, la prevalenza degli utenti con sindromi nevrotiche e somatoformi o con disturbi della personalità e del comportamento tende a ridursi con l’età

Questi dati potrebbero fanno emergere una delle contraddizioni all’interno del sistema: nel 2015 le persone che sono entrate in contatto con i Dipartimenti di Salute Mentale lo hanno fatto maggiormente per problemi legati alla depressione e a sindromi nevrotiche (questi sono anche i problemi che maggiormente affliggono le fasce più giovani della popolazione); controintuitivamente i dati che abbiamo esaminato nel paragrafo precedente ci suggeriscono come la maggior parte delle risorse dispiegato per queste macro-categorie diagnostiche siano di tipo assistenziali (prestazioni infermieristiche e di carattere strettamente medico), quando invece le risorse e le competenze più utili per i bisogni di una persona alla prima esperienza di disagio dovrebbero declinarsi piuttosto sul territorio e nei luoghi di vita (nelle dimensioni della famiglia, dei gruppi di appartenenza e lavorativi).

 

Gli utenti psichiatrici presenti nelle strutture residenziali con elevata intensità di assistenza sanitaria rappresentano il 58,3% dellutenza dei centri residenziali, il 12,0% è presente nei centri con presenza di personale sanitario per non più di 6 ore e l11,0% in centri con presenza di personale sanitario nelle ore diurne.

Il trattamento in centro residenziale è un trattamento di lunga durata in cui il valore nazionale è di 756,4 giorni con valori regionali diversi che vanno da 30,7 giorni della Campania a 585,7 giorni dellEmilia Romagna fino a 2.268,9 del Veneto.

Il 58% degli utenti che vivono in regime residenziale lo fanno in strutture con elevata intensità di assistenza sanitaria (per intenderci stiamo parlando delle comunità con copertura da parte degli operatori sulle 24 ore). Questo dato può in parte confermare le nostre precedenti interpretazione sul carattere maggiormente assistenziale e medicalizzato del sistema italiano di salute mentale.

Alle nostre considerazioni aggiungiamo quelle del Presidente della SIEP (Società Italiana di Epidemiologia Psichiatrica), Fabrizio Starace, relative agli investimenti regionali nel settore della salute mentale:

“Il dato più allarmante emerge dall’analisi dei costi per Livello di Assistenza, ricavati dai Modelli LA forniti dalle Regioni . Nel 2015 i flussi economici per la Salute Mentale in Italia corrispondono a 3 miliardi e 739 milioni di euro. Se si considerano i 107 miliardi e 32 milioni di euro che costituiscono il finanziamento indistinto (comprensivo della quota di riequilibrio) assegnato per lo stesso anno alle Regioni, si ricava che la percentuale della spesa sanitaria dedicata alla Salute Mentale è pari al 3,49%, ben lontano quindi dalla soglia minima del 5% cui si erano impegnate le Regioni con un documento sottoscritto all’unanimità da tutti i Presidenti il 18 gennaio 2001″.
Si collocano al di sopra della soglia del 5% solo le PA di Trento e Bolzano; l’Emilia Romagna, con il 4,93% è l’unica regione sostanzialmente aderente all’impegno, mentre l’Umbria (4,65%) è l’unica che si pone al di sopra del 4%. La maggior parte delle Regioni assegna alla Salute Mentale una % della spesa sanitaria che oscilla tra il 3% ed il 4%: nella fascia alta Lombardia (4,0%) e Sicilia (3,89%),  mentre nella fascia bassa troviamo Abruzzo, Puglia, Friuli Venezia Giulia e Toscana, con differenze percentuali minime tra loro, e ancora Lazio, Liguria, Calabria e Piemonte, con una quota in ulteriore riduzione. In zona critica, al di sotto del 3% della spesa, le regioni Veneto, Valle d’Aosta, Sardegna, Marche. In coda, a meno della metà della quota minima, le regioni Campania e Basilicata
.”