Durante il Convegno Nazionale ISPS, che si è tenuto a Napoli presso il Conservatorio di San Pietro a Majella questo mese, ho avuto l’opportunità di intervistare per il nostro blog alcuni dei relatori. Tra questi c’era anche Carlo Blundo, neuropsichiatra, docente della Lumsa e coordinatore di un master in neuropsicologia e neuroscienze cliniche.

In questa intervista il Dr. Blundo esplora alcune delle tematiche più importanti affrontate nel suo libro “Neuroscienze cliniche del comportamento”, giunto alla terza edizione. Partendo dall’idea di organizzazione gerarchico-strutturale del sistema nervoso centrale fino ad arrivare ai neuroni specchio e alla trattografia, il Dr. Blundo descrive le tappe principali dell’evoluzione della mente umana. Egli spiega come all’interno del nostro organismo convivano e cooperino tre tipi di cervelli (McLean, 1973). Il primo tipo è il cosiddetto cervello rettiliano, che abbiamo in comune con pesci, anfibi e rettili. Questa parte del sistema nervoso sarebbe deputata alla gestione degli istinti di base, come la fame, l’esplorazione e la difesa (Liotti, 2005). Il secondo tipo è il cervello limbico, nato nel corso dell’evoluzione con la comparsa dei mammiferi, che ci permetterebbe di riconoscere i nostri simili come individui specifici e di complessificare il tipo di relazioni che possiamo stabilire con loro. Infine, il cervello neocorticale è la prerogativa umana che avrebbe permesso all’homo sapiens sapiens di sviluppare le funzioni superiori tra cui l’autocoscienza.

Questo concetto di autocoscienza stabilisce un importante punto di contatto tra la prospettiva biologico-evoluzionista del Dr. Blundo e l’idea di uomo della fenomenologia e dell’esistenzialismo. Molti autori del complesso mondo fenomenologico hanno fatto dell’autocoscienza uno dei concetti cardine del loro sistema di pensiero. Basti citare tra gli altri Heidegger, Sartre e Merleau-Ponty o i più recenti Gallagher, Zahavi, Sass, Parnass, Ariano e Stanghellini.

Un altro ponte tra il modello di Blundo e la psicologia fenomenologica è rappresentato dalla posizione adottata dal neuropsichiatra nell’ambito della filosofia della mente. Egli, infatti, tenendosi lontano sia dal monismo riduzionista sia dal dualismo di stampo cartesiano, adotta una prospettiva relazionale sulla mente, spiegando come il mondo di esperienza umano emerga solo dall’interazione tra l’uomo e il suo ambiente (fisico, biologico e culturale).

 

Ecco le domande che ho rivolto al professor Blundo:

  1. Nel suo libro lei parla di organizzazione gerarchico-strutturale del sistema nervoso centrale, approfondendo la teoria del cervello trino di McLean. Ci può fare qualche cenno sulle principali differenze tra cervello rettiliano, cervello limbico e cervello neocorticale?
  2. Dal punto di vista evoluzionistico quali sono state le tappe principali che hanno portato il mondo biologico a raggiungere livelli di complessità della mente umana?
  3. Una parte del primo capitolo del suo libro è dedicata alla filosofia della mente. Riguardo al problema del rapporto mente-corpo-mondo lei dichiara di adottare una prospettiva relazionale, molto vicina al sentire fenomenologico. Può dirci come mai la ritiene la prospettiva più adatta a trattare i problemi del cosiddetto “mentale”?
  4. Secondo lei nell’ambito delle neuroscienze quali sono attualmente i contributi della ricerca più interessanti per lo studio della psiche e della psicopatologia?